sabato 29 giugno 2013

I cristiani devono fare e insegnare



Sabato 22 giugno Papa Francesco non ha partecipato al concerto dell’orchestra Rai nell’aula Nervi. La sedia allestita in posizione preminente è rimasta vuota. Cos’ha voluto dirci il Papa con quell’assenza imprevista che ha provocato qualche dispiacere? Gli analisti ricameranno sulla differenza dello stile del Papa e quello della Curia pontificia, ma la risposta va cercata nella semplicità. Papa Francesco sta dimostrando di avvertire l’urgenza, anzi l’emergenza, di un cambio di prospettiva. Basta con la tiepidezza. Occorrono scelte radicali. Da una parte la forza di dedicare tempo quotidiano alle porte d’ingresso della grazia di Dio: la comunione frequente, la lettura del Vangelo, la confessione, la preghiera silenziosa davanti al Tabernacolo. Dall’altra la necessità di uscire da noi stessi e andare nelle “periferie”, intendendo sia le periferie delle grandi città dove vivono gli emarginati sia le periferie di coloro che conducono un’esistenza lontana da Dio. Francesco sta dedicando energie infinite a questo compito. Predica più volte al giorno, nelle udienze si sottopone a fatiche massacranti per riuscire a salutare anche il pellegrino più “periferico”, ogni giorno incontra un’infinità di persone. Raccontano gli Atti degli Apostoli (1,1) che Gesù cominciò a “facere et docere” a fare e insegnare. Ecco la chiave per capire. Francesco non giudica sbagliata la partecipazione ad un concerto ma dimostra coi fatti che c’è urgenza di darsi agli altri. Dà l’esempio: non c’è tempo per altro.


lunedì 24 giugno 2013

L'Europa del futuro sarà cristiana


 
Un cinese è venuto a studiare diritto romano in Italia perché, dice lui, non si può fondare un diritto sulle massime di Confucio. E ha aggiunto: “Noi cinesi ammiriamo la civiltà occidentale, ma veniamo qui e ci accorgiamo che la state buttando dalla finestra”. Così sembra quando si legge che due medici belgi hanno dichiarato che in pratica è già in atto l’eutanasia dei bambini affetti da malattie gravi. Questo avviene nella capitale dell’unione europea. E’ giusto desiderare l’unità di un’Europa che è stata, in passato, troppo divisa ma è giusto porsi il problema di quale Europa vogliamo costruire. Papa Ratzinger con gli intellettuali francesi nel 2008 al Collège des Bernardins iniziò con la frase: “Vorrei parlarvi stasera … delle origini della cultura europea”. E’ un discorso che tutti i liceali dovrebbero assimilare. Ratzinger ricordò, riferendosi ai monaci benedettini, “che non era loro intenzione di creare una cultura... La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio.” Obiettivo elementare ma fondamentale. Poiché cercavano Dio è venuta fuori una cultura luminosa. E chi fonderà l’Europa del futuro? O saranno i cristiani o verrà fuori il mostro che già s’intravede. Salveranno l’Europa gli uomini che sanno amare, credere e sperare. Perciò è venuta l’ora che i cristiani smettano di essere dei poveri cristi e comincino a riporre la fiducia in Dio (da cui proviene la forza) e a svolgere un apostolato simile a quello dei primi cristiani.


venerdì 14 giugno 2013

Italia, il miracolo ucciso dalle lobby. Dall'Avvenire dell'11 giugno.

                                                 Ettore Bernabei con Pippo Corigliano
 
Bernabei: Italia, il miracolo ucciso dalle lobby
«Non ho inteso e non intendo fare lo storico». La premessa di Ettore Bernabei è dettata da umiltà, ma anche da consapevolezza: «Non ne ho né la preparazione scientifica né la mentalità filologica». Ma quando parli con lui ti accorgi subito di avere davanti un fiume in piena. Un uomo che nonostante gli anni, ottimamente portati, ha il vivo desiderio di ricordare le ragioni dei fasti del boom economico e, di conseguenza, i motivi per cui da quel momento in poi l’Italia ha inanellato una serie di disavventure e vere e proprie sventure politiche, sociali ed economiche. Argomentazione utilizzate ampiamente nel libro intervista con Pippo Corigliano Italia del "miracolo" e del futuro. E qui vale per intero la premessa: quello di Bernabei non è il racconto di uno storico, ma è un racconto di vita che nasce dall’esperienza di giornalista e manager di primissimo livello; che attinge, come lui stesso tiene a sottolineare, alle frequentazioni e alle confidenze di personaggi come Giovanni Battista Montini, Giovanni Benelli, Agostino Casaroli, per cominciare con gli ecclesiastici; Giorgio La Pira, Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Palmiro Togliatti, Giorgio Almirante, Bettino Craxi, Giovanni Malagodi, per concludere con i politici. Ma soprattutto che è animato dal desiderio di «ricordare ai cattolici di questo Paese come siano stati capaci di portarlo in pochi anni al boom economico e al quarto posto fra le economie più industrializzate, senza sposare le logiche economiche del liberismo, con un sano connubio fra contributo pubblico e impegno privato».
Perché questa annotazione specifica sui cattolici?
«Perché i cattolici hanno dimenticato quello di cui sono stati capaci in quegli anni, proprio grazie all’applicazione in politica economica delle logiche sottese alla dottrina sociale della Chiesa. Perché i cattolici sono stati travolti da una certa propaganda "anticattolica" costruita a tavolino e hanno finito per crederci, smettendo di fare politica. Non si può più continuare a fare da supporto alla destra o alla sinistra. I cattolici devono tornare a fare politica in prima persona portando avanti i valori della fede».
Questo come si traduce in politica economica?
«Smettendo di far pagare ai poveri gli errori di strategia economica fatti dai ricchi, come sta avvenendo dall’inizio di questa crisi, frutto di un’ideologia economica che aveva già mostrato il suo fallimento nel ’29. È il momento che quei poveri possano tornare a essere meno poveri rapidamente, che si possa ricostituire la classe media che è stata la nostra forza. Bisogna cominciare a ridare un po’ di speranza alla gente, che non sa più dove battere la testa anche politicamente».
Nel libro lei sostiene che l’attuale prostrazione del Paese, anche dal punto di vista politico, è il frutto di una terza guerra mondiale.
«Una guerra condotta in guanti bianchi, dalla quale il sistema di economia sociale costruito sulla collaborazione fra pubblico e privato, ispirato dal pensiero cattolico, che ci ha dato benessere, ricchezza e libertà, è uscito sconfitto in seguito a una lunga serie di attacchi, condotti dall’ideologia liberista e dalla finanza di speculazione, che ha la sua forza e il motore reale nelle lobby economiche americane e inglesi e che ha avuto in Ronald Reagan e in Margaret Thatcher i suoi paladini. Una terza guerra mondiale che per noi è stata molto più rovinosa della seconda».
Quando è cominciata?
«Qui, senza partire dal principio, bisogna dire che quando De Gasperi aderì all’Alleanza Atlantica, specificò che l’Italia sarebbe stato un Paese fedele al blocco occidentale, ma declinò cortesemente l’invito ad aderire alle grandi organizzazioni lobbistiche angloamericane, convinto di poter attuare una politica di crescita economica e sociale alternativa. De Gasperi era un liberale nel senso tradizionale del termine: conservatore e credente. Dialogando con personaggi illuminati come Montini, comprese che gli ideali economico politici portati avanti dai giovani del gruppo di Camaldoli (i vari Fanfani, La Pira, Dossetti...), fondati in economia non su un mercato che si autoregola, ma sulle teorie di John Maynard Keynes, erano quelli giusti. Non fu semplice far accettare queste teorie nella Dc. La svolta venne dalla segreteria Fanfani fra il 1954 e il 1958, che pose le basi per il boom economico».
Quali erano queste basi?
«Le banche di Stato sostenevano le grandi aziende a partecipazione statale che dovevano fornire a basso costo l’energia, i servizi e gli strumenti necessari alle aziende private, consentendo loro di affrontare la concorrenza di Paesi che possiedono a basso costo quelle materie prime che noi non abbiamo. Questo fu il motore del miracolo economico. E abbiamo dimenticato che a ispirarlo fu un gruppo di economisti e politici cattolici. Tanto che furono proprio gli inglesi a parlare ironicamente di "miracolo" italiano, convinti come erano che i cattolici fossero costituzionalmente incapaci di dare solidità, benessere e libertà ai loro Paesi. Poi, col governo cosiddetto delle "convergenze parallele", diventammo la quarta potenza mondiale superando anche gli inglesi, perché lo stesso Togliatti aveva capito che bisognava utilizzare e appoggiare quel modello di sviluppo».
E la terza guerra mondiale quando è cominciata?
«Quando le potenti lobby economiche che fondano la loro ricchezza e il loro potere sul liberismo hanno compreso che il successo ottenuto dalla politica sociale intrapresa in Italia poteva mettere a rischio i loro interessi mondiali. Allora sono capitati una serie di eventi, dalla morte di Mattei al crollo dell’Olivetti. Allora la rivolta studentesca che in Europa è durata due anni da noi è durata 12 e si è trasformata in contestazione operaia, producendo, nei fatti, una riduzione della capacità produttive e culturali del Paese. Sono partite una serie di iniziative come le campagne sul divorzio e sull’aborto, promosse da lobby anticattoliche, per indebolire lo zoccolo duro del Paese. Poi i grandi attentati, la stagione del terrorismo, lo spostamento della centrale mondiale della droga in Sicilia, poi il giustizialismo per cancellare definitivamente la Dc e i suoi alleati. Le privatizzazioni sono state il definitivo colpo di grazia».
Viene in mente l’attuale caso dell’Ilva di Taranto.
«E dobbiamo pregare che queste ultime nefandezze non siano attuate e l’Ilva torni a essere un’azienda forte e non inquinante».
Tutto questo è accaduto in nome di una logica economica che ci ha condotto alla crisi attuale.
«Questa crisi si è mostrata fin dal principio più grave di quella del ’29, che era già stata una crisi del sistema e non, come si disse, una normale oscillazione ciclica. Nei fatti il liberismo in economia è un’ideologia che conduce ad abbandonare tutte le regole, anche quelle morali. Così i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma questo lo sapevano già a fine ’800 gli economisti più accorti».
Se le chiedessi una ricetta pratica, da dove comincerebbe?
«La grande idea di Fanfani a inizio degli anni ’60 fu quella di aumentare i salari, cioè il potere di acquisto dei prestatori d’opera. Quando arrivai in Rai nel 1961 i sindacati chiesero aumenti del 12%. L’Iri non voleva dare più del 6%. Andai da Fanfani che mi disse di offrire il 20. Così è cominciata la grande stagione della tv che seppe trainare culturalmente il Paese».

Roberto I. Zanini

contro l'onda di morte l'amore dell'Amore


L’ondata di opinione pubblica, provocata da lobby internazionali, che ha portato alla legittimazione del divorzio, dell’aborto e, in prospettiva, dell’eutanasia e del matrimonio gay, sembra inarrestabile anche se traspare sempre di più il volto demoniaco sottostante a queste operazioni, assieme ad aspetti ridicoli. In Francia l’immagine del neonato che dice “mia madre si chiama Roberto” è eloquente. La pretesa di chiamare matrimonio l’unione civile fra persone dello stesso sesso porta con sé la contraddizione della parola stessa, che contiene il concetto di maternità. La lunga battaglia per rendere dissolubile il matrimonio adesso è orientata a rendere indissolubile l’unione fra due gay. Ma c’è un risvolto positivo: siamo indotti a riflettere sul senso ultimo della vita e delle cose. La vita nostra è un dono, le cure dei genitori nell’allevarci è stato un dono, l’innamoramento è un dono e così è l’amicizia sincera. Il volontariato è un dono. La natura è un dono e così l’arte… Qui, invece, traspare il volto di Dio e, in particolare, il volto di Gesù. Quando Papa Francesco invita i sacerdoti a sostare a lungo davanti al tabernacolo, anche a costo di addormentarsi talvolta, invita in realtà a farsi irradiare dalla luce dell’amore. Il tabernacolo non è un piccolo mausoleo, è uno scrigno che contiene un dono d’amore, l’autore dell’amore. Un suggerimento ai pastori per contrastare l’onda di morte: chiedere a laici, religiosi e sacerdoti una lunga preghiera davanti all’Ostia consacrata.



giovedì 6 giugno 2013

Fede e professionalità. Basta con gli adulti smarriti

 
La pedagogia di Papa Francesco è chiara: da una parte induce ad uscire da se stessi, ad andare incontro agli altri, a darsi da fare per il bene materiale e spirituale delle persone. Dall’altra consiglia di coltivare un intenso rapporto con Dio: confessarsi, pregare un tempo consistente davanti al tabernacolo, recitare il rosario e così via. Il Papa elimina il dualismo tra vita attiva e contemplativa, fonte di equivoci. Oggi il problema principale della Chiesa non è il Vatileaks o lo Ior. E nemmeno la legislazione sulle nozze gay, l’aborto, l’eutanasia (temi importanti ma non decisivi). Il problema sta nei cristiani insipidi. Sant’Agostino diceva che se i cristiani fossero cristiani non ci sarebbe nessun pagano. De Gasperi non voleva che la Democrazia Cristiana si chiamasse così ma cedette per il pericolo comunista. Sappiamo che il nome cristiana è stato fonte di scandalo nel momento della decadenza ma sappiamo anche che nel dopoguerra c’erano politici che univano una profonda vita interiore, una fede vissuta, al desiderio di servire il Paese con grandi capacità professionali. Grazie a quegli uomini, e al lavoro di tutti gli Italiani, l’Italia ebbe uno sviluppo prodigioso. Oggi è il momento di formare i giovani su questo doppio binario, fede e professionalità, e la migliore formazione  è l’esempio. Basta con gli adulti smarriti: dobbiamo dare esempio e fiducia. Si veda che frequentiamo i sacramenti e che affrontiamo con serenità e determinazione le difficoltà del nostro tempo.


mercoledì 22 maggio 2013

La persona al primo posto


Non passa giorno che non mi arrivi una richiesta d’aiuto per trovare un posto di lavoro. Provo una sensazione di soffocamento nel veder persone soffrire senza che appaia all’orizzonte la luce che annuncia la fine del tunnel. Si sta calmando l’ondata illusoria di protesta contro gli untori che affamano il Paese, ormai è chiaro che la situazione è talmente seria che occorre tacere e lavorare. Solo Papa Francesco ha parole di speranza e non teme di dare indicazioni per uscire dalla crisi. “Il denaro deve servire non governare” dice il Papa, e questo è il punto. Appare chiaro che la vera esigenza è che i cattolici escano dallo stato d’intimidazione in cui sono stati messi dalla cultura dominante. Solo i cristiani hanno il bandolo della matassa: partono dalla persona e tutto il resto è una conseguenza. Occorrono pensatori, finanzieri, operatori che abbiano un cuore e una testa cristiani. In Italia abbiamo il conforto di un’esperienza positiva che nel dopoguerra ha portato il nostro Paese alla prosperità. Sono stati i cattolici che, assieme a tutti gli italiani, hanno lavorato bene. Ora è il momento di ricominciare. Occorrono professionisti che siano uomini di fede, persone con un rapporto vivo con Dio, che leggono il Vangelo, e che siano preparati, abbiano studiato i meccanismi della finanza e della comunicazione che oggi reggono il mondo. Fede e scienza aiuteranno i laici cristiani ad edificare una società più giusta e l’incontro del Papa con i movimenti indica la via della speranza.



lunedì 20 maggio 2013

La salvezza viene dal Sud?

 
Per presentare l’ultimo libro sto facendo un giro per l’Italia del Sud che ricorda gli annunci ferroviari degli espressi di una volta: Catanzaro, Reggio, Messina, Catania, Siracusa. Poi andrò a Terrasini, Agrigento, Trapani, Palermo, Caltanissetta. E’ una vera immersione fra la gente del Sud, soprattutto siciliani, per i quali ho un’ammirazione pregiudiziale. Qui una persona è considerata un fine e non un mezzo: è un’espressione approssimativa ma rende l’idea. Inoltre mi è capitato d’incontrare coppie di sposi giovani e sorridenti assieme a persone sposate da cinquant’anni e più. Sembra che qui il matrimonio sia più solido che altrove ed è uno dei motivi dell’allegria che si respira: occhi limpidi, sorrisi aperti, cordialità illimitata. Mi viene da chiedere perché nelle zone che si credono più civilizzate, perché il reddito pro capite è più elevato, si stia buttando la felicità della finestra, come se ci fosse un’intossicazione che fa sragionare. Ricordo gli anni ’70 passati a Milano sottolineati dai passi e gli slogan dei cortei urlanti, quando leggere il Giornale di Montanelli era un gesto pericoloso. Poi la follia collettiva passò. Ora deve passare quest’altra follia per la quale solo il disamore e la morte hanno cittadinanza. Solo il cristianesimo ci salva e Papa Francesco con il suo linguaggio evangelico segna il cammino. Anche qui nel Sud la gente è entusiasta di lui e entra in risonanza quando sente parlare di Vangelo, Confessione e Comunione. La salvezza verrà dal Sud?


Il vero pericolo non sono le aberrazioni ma i cristiani tiepidi

Sul supplemento Sette del Corriere del 3 maggio, sotto l’immagine di un bambino che si protende verso due papà, campeggia la scritta: Via libera dai pediatri Usa. Crescere con madri lesbiche o padri gay non danneggia la salute psicologica dei bambini. Nel 1967 i produttori cinematografici americani abbandonarono il codice Hays di autoregolamentazione per la moralità dei film, vigente fino ad allora negli Usa. Da allora il sesso è stato un elemento quasi costante nei film americani e non. Cominciò la lunga marcia per destrutturare la società occidentale: divorzio, aborto, eutanasia, libero amore, esaltazione dell’omosessualità e, prossima meta, la legalizzazione della pedofilia. E’ evidente il profilo demoniaco che mette in scena questa tragedia di morte progressiva. “Se Dio non esiste tutto è permesso!” scrisse Dostoevskij. De Maistre osservava che, contro la rivoluzione, non occorre la rivoluzione contraria ma il contrario della rivoluzione. Il contrario della rivoluzione è la vita ordinaria e ordinata in cui la creatura è in armonia col Creatore. In sede legislativa occorre resistere energicamente a queste follie mascherate da scienza e scelte d’amore, ma la soluzione sta nell’essere veri cristiani e non dei meri benpensanti. Leggere il Vangelo, confessarsi e ricevere Gesù nella Comunione. Dedicare tempo alla preghiera. Queste sono le uniche armi efficaci. Il vero pericolo non sono i rivoluzionari ma i cristiani insipidi. Gesù aiutami ad essere sale e la Provvidenza provvederà.



venerdì 3 maggio 2013

La ricomprensione del cristianesimo

 
Il 900 è stato il secolo della grande disillusione. L’illusione era quella della fine dell’800 quando si pensava che, sull’onda del progresso, si sarebbe arrivati ad un’epoca di pace, di luce e prosperità. Invece è cominciato un secolo di tragedie spaventose: le due guerre mondiali, l’Olocausto, l’atomica,i gulag... A metà del 900 c’è stato un rigurgito di saggezza dopo tante atrocità. In Italia una ripresa economica (grazie soprattutto ai politici cattolici) ha creato una fiorente classe media ma il liberismo di Reagan e della Thatcher ha rilanciato la corsa selvaggia del capitalismo senza regole a vantaggio dei pochi ricchi e a svantaggio dei poveri sempre più poveri e numerosi. Eppure s’intravede la via d’uscita che non è quella delle ruggenti economie orientali o di alcuni popoli emergenti. La via d’uscita sta nella ricomprensione del cristianesimo. Mentre i media mondiali attaccano la Chiesa Cattolica appigliandosi ad ogni pretesto, i Papi dal ’78 in poi hanno rotto l’assedio della cultura illuminista-capitalista presentando con un nuovo fascino il messaggio evangelico. Papa Francesco parla il linguaggio di Gesù: le pecore, la vecchietta, il perdono, l’autenticità che smaschera i farisei… e si mette a capo di una rivoluzione silenziosa che ha come meta non più Mammona ma il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Devo accorgermi dell’importanza di ciò che sta accadendo e devo lasciar spazio alla preghiera non solo per me ma per una nuova primavera della civiltà che sarà cristiana.


giovedì 25 aprile 2013

La santa sfacciataggine anche con i manager

 

In un’università pontificia ho tenuto una relazione per un incontro di manager dedicato all’educazione nell’impresa, nella famiglia e nella società. Il clima era simpaticamente costruttivo e mi ha colpito l’introduzione del sacerdote, che ha aperto l’incontro con un discorso esclusivamente culturale. Detto tra parentesi il sacerdote in questione è una delle persone più simpatiche e preparate che conosca. Ciò non ostante, data la circostanza, ha ritenuto opportuno restare su linee generali. Da parte mia non ho resistito al desiderio di approfittare dell’opportunità per andare giù duro e per affermare che se la creatura non è in pace col Creatore non può trasmettere agli altri serenità, forza e consapevolezza del significato del proprio lavoro: la cosa migliore per essere buoni educatori è cominciare col confessarsi. Forse non m’inviteranno più a tenere relazioni del genere ma non sono pentito perché i manager si sono mostrati contenti e soprattutto perché questa mi sembra la linea che Papa Francesco suggerisce: parlare chiaramente. Gli interventi del Papa sono di una semplicità sconcertante ma hanno una consistenza teologica e antropologica solidissima. Il suo insistere sul cuore non è sentimentalismo. Il cuore è il centro della personalità dove avviene la scelta definitiva fra bene e male. La ragione è un’ancella del cuore che lo aiuta ad andare sulla retta via. I santi sono sempre stati persone di gran cuore e mai ideologi senz’anima. Userò sempre la “santa sfacciataggine”!


martedì 2 aprile 2013

Caro Francesco da chi andremo? Tu solo hai parole...

  
“Certe volte sei un po’ arrabbiato con qualcuno? Lascia perdere… E se ti chiede un favore, faglielo.” Così Papa Francesco suggeriva ai giovani detenuti il Giovedì Santo scorso, dopo aver lavato e asciugato i loro piedi. E’ coinvolgente la pedagogia di questo Papa. “Sei arrabbiato? Lascia perdere..” Consigli pratici che portano con sé la sapienza dell’amore. Perfino quando legge testi liturgici trasmette il loro significato più personale. Suggestiva durante la Santa Messa della domenica di Pasqua la preghiera: “O Padre che …rendi possibile ciò che il nostro cuore non osa sperare”. Il Papa ci rappresenta un Dio che ci sorprende e va oltre la nostra migliore immaginazione. Durante il Regina Coeli di Pasqua ha ricordato che “Gesù non è tornato alla vita … terrena, ma è entrato nella vita gloriosa di Dio e ci è entrato con la nostra umanità, ci ha aperto un futuro di speranza.” La risurrezione di Cristo apre la strada alla nostra risurrezione personale. Il corpo di Gesù è in grado di farsi vedere, toccare: può mangiare assieme a noi. Ma ha qualità straordinarie: può apparire e scomparire ed entrare dove la porta è sbarrata. Ratzinger ha dedicato pagine meravigliose a questa consolante verità. Dobbiamo ringraziare Dio per il dono dei Pontefici che abbiamo avuto. Quanto più l’orizzonte sociale e politico si fa cupo tanto più convincente appare il loro messaggio cristiano, così che possiamo ripetere con Pietro: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).


venerdì 29 marzo 2013

Gesù esagera per insegnarci qualcosa


Il giorno di Pasqua Gesù risorge. Solo un Dio può risorgere dopo tre giorni. Il fondamento della felicità cristiana sta in quella risurrezione. Il giovedì santo si avverte palpitante l’umanità di Gesù: il suo cuore. Il giovedì santo è il giorno che più mi commuove. La Domenica di Pasqua è la fede che mi mostra il prodigio di Dio. Il giovedì precedente sento il cuore di Gesù ardere con un’intensità irraggiungibile che emana il calore sufficiente per riscaldare il mio povero cuore. Gesù comincia esagerando, inventandosi un gesto che ora è abituale ma allora doveva risultare sconvolgente. Lava i piedi ai suoi amici e lo fa bene, con l’asciugamano cinto in modo da asciugare dopo il lavacro. Ma perché fai questo Signore? Pietro, che ha il cuore grande, avverte l’eccezionalità del gesto e si ribella. Si ribella anche perché avverte che in quel gesto incombe la tragedia. Poi il pane e il vino. Vorrei non abituarmi mai e vedere in ogni Messa l’ultima cena. “Ho desiderato ardentemente” dice Gesù nella traduzione italiana del Vangelo. Il fuoco arde nel cuore di Gesù ed è il fuoco della redenzione, del rinnovato amore fra l’uomo e Dio. L’amore di Dio c’è sempre ma ora noi possiamo attingere al cuore di Gesù per infiammare il nostro. Che gran giorno il giovedì Santo! Quest’anno lo passeremo accanto all’ultimo dono che Dio ci ha fatto: un Papa che sa parlar d’amore, che lo trasmette. Un Papa che opera e parla con la dolce pedagogia del pastore che vuol nutrire al meglio le sue pecore. 



venerdì 22 marzo 2013

Il Papa prega e c'insegna a pregare

 
Grande Papa che si fa benedire dalla folla, che affida il suo predecessore alla Madonna “perché lo custodisca”, che si chiama Francesco perché predilige i poveri, la pace e la natura! Questo Papa piacerà ai veri governanti del nostro pianeta: quei paperoni di origine puritana che pensano che il mondo debba essere governato da loro mentre i cattolici devono occuparsi dei poveri, degli emarginati e dei moribondi. Ma non hanno capito bene: a loro sfugge che la vera forza di Papa Francesco, come di Madre Teresa di Calcutta, sta nella preghiera. Senza la Croce e senza la preghiera, ha ribadito Papa Francesco, la Chiesa sarebbe una organizzazione benefica non governativa. Quando Giovanni Battista mandò a chiedere a Gesù se fosse lui il messia, Gesù risponde: “ai poveri è annunziata la buona novella. E beato colui che non trova in me motivo di scandalo” (Lc 7,22). Non solo la cura del corpo ma anche la cura dell’anima che conduce la creatura a unirsi al Creatore, grazie alla salvezza portata da Cristo. Questo Papa umile che chiede la preghiera “di voi su di me” farà tremare le casseforti dei potenti e ci sveglierà dal torpore dell’anonimato. Mi invita ad avere faccia tosta, ad affermare l’efficacia della preghiera. C’è nell’aria la forza dei primi cristiani che hanno convertito l’impero romano. Per quelli che mettono il cuore nei tesori della terra dove la tignola consuma è il momento del ravvedimento. Dio è misericordioso – ricorda il Papa - sono io che devo chiedere perdono.


martedì 12 marzo 2013

Con il nuovo Papa una nuova Italia


Avere un nuovo Papa è l’occasione per un esame di coscienza, come cristiani e come italiani. Come cristiani dobbiamo far fruttificare l’eredità spirituale dell’unico lungo pontificato Wojtyla-Ratzinger, 35 anni dal 1978 al 2013, che ha visto la Chiesa diffondere in tutto il mondo un messaggio di speranza, di fede e di amore. Per noi italiani questo stesso messaggio ha un significato particolare. Basta con la caccia all’untore, basta col dire che i colpevoli sono gli altri! Cosa faccio io è quello che conta. Dio è contento di me? I miei cari lo sono? I miei amici e colleghi di lavoro possono esserlo? Forse qualcuno si è lasciato prendere dallo spirito giustizialista. Ci hanno fatto credere che la “casta” gode di privilegi alle nostre spalle, che c’è chi approfitta e ruba. E con questo? Se aspettiamo che finiscano gli scandali per cominciare a lavorare stiamo freschi e andremo tutti a picco, ladri e indignati. Dobbiamo reagire e non unirci alla folla di coloro che pensano che basta protestare. Devo avere speranza, accettare le contrarietà che Dio permette ed unirmi a Gesù che non aveva dove posare il capo. Devo diventare seminatore di pace, laboriosità, serenità. Non lamentarmi. Una persona contenta è una grazia di Dio e io devo esserlo. I cristiani sono portatori di una buona notizia. Da Maratona Filippide corse per 40 chilometri per annunciare agli ateniesi la vittoria sui persiani. E io devo annunciare la grande vittoria di Gesù sulla morte. Viva il Papa! Viva l’Italia!


martedì 5 marzo 2013

Ratzinger insegna ad appoggiarsi su Gesù


E’ tempo di far fruttificare in noi il seme dell’insegnamento di Papa Ratzinger. La sua umiltà e la sua fede riguardano anche noi. Viviamo immersi nella cultura dell’uomo che si fa da sé. Fin da bambini ci è stato insegnato che essere cristiani significava comportarsi bene. “Ma come – ci hanno detto – hai fatto la Comunione e ti comporti così!”. Ratzinger ci ha fatto capire che il cristiano non è un superuomo ma è un pover’uomo che “si appoggia” in Dio. L’atteggiamento di chi dipende da Dio, di chi trova in Gesù le sue forze: questo è l’atteggiamento cristiano. “Senza di me non potete fare nulla”. Questo è il punto da cui partire per risolvere le nostre crisi: la crisi culturale, economica, politica, sociale, familiare, personale. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” ha detto Gesù e Ratzinger lo ha ripetuto con l’esempio. L’umiltà è la porta delle virtù e della felicità. Essere cristiani non è una casacca, una stirpe, un partito, un gruppo, una corrente culturale: è vivere di fede. “Il giusto vive di fede” ha detto San Paolo e Ratzinger lo sta facendo: le sue dimissioni non sono sue, sono una “chiamata”. Devo essere consapevole che se non mi appoggio in Dio sono un animale poco razionale, pigro, sensuale, inaffidabile: è Gesù che ogni giorno mi sostiene e mi traccia la strada. Perciò ho bisogno della preghiera, di confessarmi, di comunicarmi, di leggere il vangelo, di studiare il messaggio cristiano. Allora sarò un eroe cristiano, un santo, come lo è stato Ratzinger.


martedì 26 febbraio 2013

Aldo Cazzullo e Costanza Miriano presentano il libro di Pippo


Dolcissimo Joseph prega per noi


Nel fiume di parole che sono scorse impetuose da quando il Papa ha annunciato le sue dimissioni non ho trovato un accenno all’interiorità del Santo Padre. Si è parlato, nel migliore dei casi, di umiltà e di coraggio ma senza inoltrarsi nell’atmosfera dei suoi sentimenti. Quando a Milano, nell’incontro delle famiglie, la bambina vietnamita gli ha chiesto com’era lui da piccolo, Benedetto ha aperto uno spiraglio nell’abituale velo di riserbo circa la sua persona. Per una volta non ha esposto con la solita nitidezza il panorama così chiaro del suo pensiero teologico ma ci ha fatto entrare nel suo cuore. Abbiamo visto una famiglia cristiana che, fin dal sabato si preparava alle letture della Messa del giorno seguente. La sensibilità musicale era elevata (Mozart, Schubert, Haydn) e il piccolo Joseph vedeva aprirsi il cielo ascoltando il Kyrie così ben cantato. Anche in famiglia si cantava e i piccoli segni di affetto procuravano gioia (anzi “cioia” come lui dice amabilmente). La bontà di Dio si rifletteva nell’amore reciproco. Le camminate nei boschi, le piccole avventure… tutto costituiva un anticipo di Paradiso, infatti “penso di andare a casa andando verso l'altra parte del mondo”. Dolcissimo Joseph. Sembra che il nostro mondo brutale non ti abbia capito, ma non è vero. L’affetto con cui i pellegrini ti hanno salutato negli ultimi giorni di pontificato sta a significare che la gente ti ha compreso. Ora prega per noi come tu sai fare e continuerai ad essere una guida per noi.


mercoledì 20 febbraio 2013

Su Benedetto la grande stampa ci è o ci fa?


A Roma si dice: ma ce fai o ce sei? La grande stampa italiana merita questa domanda: fa finta di essere ignorante o lo è davvero? La tesi dominante è che il Papa lascia perché sono troppo forti le tensioni che assillano la Chiesa e il Papa cede davanti a quest’enorme pressione. Ma un po’ di storia l’avete studiata? Gli attacchi di ora sono il tocco di una piuma rispetto alle aggressioni e alle divisioni interne dei secoli passati. Il Papa lascia perché sta invecchiando e pensa al bene della Chiesa che ha bisogno di essere guidata con mano ferma. Punto e basta. Ma non lascia cadendo vittima degli avversari, lascia da vincitore. Gesù è morto sulla croce da vittorioso. Nessuno come Gesù ha inciso nella Storia. La storia si ripete: il lungo, unico, pontificato di Wojtyla-Ratzinger è stato la riscossa della Chiesa che nel ’78 sembrava assediata da forze contrarie (Paolo VI è quasi morto assieme al suo amico Moro) dissanguata da un’emorragia interna. Ancora risuona il grido di riscossa “Non abbiate paura” che non è rivolto ai cattolici ma agli altri, agli assedianti, e quel colpo d’ariete: “Spalancate le porte a Cristo!”. La grande stampa non si accorge che viaggia sull’onda di una cultura di morte e di desolazione che è perdente anche se sembra irresistibile. Le vittorie dei fautori della morte (aborto, divorzio, eutanasia) sono vittorie in un deserto pieno di carcasse umane. Invece è vincente l’appello di Ratzinger che invita finalmente la creatura ad abbandonarsi nel Creatore.  






giovedì 14 febbraio 2013

Un saluto a Papa Ratzinger

 
Caro, carissimo Papa Ratzinger. Vorrei testimoniare con due righe l’affetto che ho per lui. Negli anni ’80 feci la grande scoperta del suo libro “Introduzione al cristianesimo”: un libro che con dolcezza, profondità, cultura spiegava il mistero dell’amore di Dio in termini comprensibili per l’uomo moderno. Quel libro mi entusiasmò talmente che confezionai un video  che invitasse a leggerlo: un video di un’ora che ora ho messo su youtube (col titolo Illustrazione del credo). Il cristianesimo ha il punto di maggior contraddizione proprio in Occidente. La ribellione protestante, nella sua veste secolarizzata, e illuminista tenta di soffocare il messaggio di Gesù e il Papa come un campione affronta quest’onda di morte che porta con sé la dissoluzione della famiglia, degli affetti e soprattutto della fede. Le encicliche, i suoi libri su Gesù e i vigorosi discorsi di Parigi, di Berlino e di Londra sono pietre miliari con cui il Pastore di Roma ha guidato il suo gregge. La civiltà europea nasce da San Benedetto (non a caso il Papa ne ha scelto il nome) – ha ricordato a Parigi – le leggi dello stato devono rispettare la natura dell’uomo – discorso al Bundestag -, la dottrina sociale della Chiesa è il criterio a cui ispirare il governo della società – discorso di Londra. Un Papa umile che non s’intimidisce di fronte a nessuno: è il vero vincente dell’epoca che è cominciata con Giovanni Paolo II, il cui pontificato s’è intrecciato ed è continuato con Papa Benedetto. Grazie caro Papa. 

grazie a Cavalleri per la recensione di "Quando Dio è contento"


La contentezza che viene dall'amicizia
di Cesare Cavalleri
13.2.13
 
«Il segreto della felicità» promesso nel sottotitolo del nuovo libro di Pippo Corigliano, Quando Dio è contento (Mondadori, pp. 120, euro 17,50) non va cercato negli aforismi o nei racconti sapienziali più o meno orientaleggianti e, infatti, Corigliano li accantona subito. Memore dell'ammonimento di Paolo VI secondo cui, oggi, si ascoltano più volentieri i testimoni che non i maestri (e ciò vale soprattutto per i giovani), allinea una serie di testimonianze di diverso rilievo esteriore, ma tutte ricollegabili a un'esperienza condivisa: non è forse vero che le persone più felici che ciascuno di noi ha incontrato sono persone che sanno voler bene al prossimo perché, innanzitutto, sanno di essere amate da Dio, e cercano di contraccambiare? È questo sforzo di contraccambio a far contento Dio, a rendere felici, come spiega la collaboratrice domestica di cui Corigliano parla nelle prime pagine del libro, la quale si applica a rendere gradevole la vita delle persone per cui lavora e che probabilmente non si renderanno mai conto di quanto quel lavoro, in certi momenti, le costi, mentre Dio è contento di vederla lavorare così, per amore.
Pippo Corigliano è napoletano e io, che lo conosco da una vita, posso assicurare che la sua napoletanità si è sviluppata e arricchita, negli ultimi anni, in misura inimmaginabile. E non c'è persona più simpatica di un napoletano che possiede tutti i lati positivi della napoletanità, l'accoglienza, la capacità di sdrammatizzare, uno humour mai amaro, una rassegnazione che diventa slancio, la capacità di godere delle cose buone della vita (compresi i cioccolatini di una certa marca) per condividerle con altri. Per questo il terzo libro di Pippo Corigliano, dopo Un lavoro soprannaturale e Preferisco il Paradiso (che erano simpatici, ma non come questo), ha la simpatia contagiosa della maturità, di un uomo che, napoletanamente, sa vincere il pudore di parlare anche di sé ma come in terza persona, perché quella cosa lì l'ha vissuta solo lui e vuole metterla a disposizione degli «altri» che non sono un anonimo «prossimo», ma una cerchia di amici che si vuole allargare, perché in quanti più siamo, tanto più siamo felici.
È un libro spiazzante, questo Pippo III, indifeso, disarmante. L'autore ha due maestri/testimoni da cui ha imparato e a cui si ispira, Giovanni Paolo II e san Josemaría Escrivá, e lo si vede bene dal tono atletico della sua ascetica e dalla serenità «normale» che ha messo in pagina. I riferimenti sono spesso inattesi, come quando si appropria del motto degli strampalati (e simpaticissimi) Blues Brothers, We're on a mission from God, siamo in missione per conto di Dio, dandogli pertinentemente un significato vocazionale.
Alla fine, il «segreto della felicità» viene condensato in tre «finestre» da tenere sempre aperte: riscoprire la Santa Messa; confessarsi e confessarsi bene; leggere sistematicamente il Vangelo. Ci voleva proprio un napoletano per dire così apertamente, e con il tono di chi l'ha sperimentato, che solo la pratica di vita cristiana rende felici, aggiungendo una testimonianza ulteriore, quella di Leonardo Mondadori, alla cui «conversione», messa anche in libro con Vittorio Messori, Pippo Corigliano non è estraneo. E ci si accorge che a far lievitare le pagine di Quando Dio è contento è, semplice e profondo, il senso dell'amicizia: «Non è un caso se tutti i santi sono sempre circondati da amici, mentre gli egoisti, i dittatori, i viveur, gli avari vivono nella solitudine...».

venerdì 8 febbraio 2013

L'unica cosa che conta: saper voler bene

 
Ci sono momenti della vita in cui un’indisposizione – tipo influenza– consente di sottrarsi al flusso dei doveri impellenti e di riflettere e pregare senza fretta. Sono momenti in cui ritornano i volti delle persone care e ti accorgi che tutte le persone sono care. La vita sembra uno scorrere di acque attraverso cui si vede qualcosa di fermo, un fondo pietroso, e quel fondo è il Vangelo, le cose dette e fatte da Gesù. “Vi ho chiamati amici…” chi è che ha costruito la Storia come Gesù? Cicerone e altri autori hanno scritto sull’amicizia, ma Gesù ne parla con una forza nuova perché nessuno ama come colui che dà la vita per i suoi amici (Gv 15,13). Solo l’amore incondizionato fa crescere. Ho appena letto Ogni angelo è tremendo, l’ultimo libro di Susanna Tamaro che descrive la maturazione della sua personalità fin da bambina: il gelo dei rapporti umani senza amore la paralizza, mentre l’incontro con una maestra comprensiva o di una tata amorosa fa fiorire nel suo animo temporanee primavere. Una prova in più che è l’amore il vero nutrimento dell’animo umano. I demòni sono ferrati in teologia ma aborriscono il volersi bene. Saper voler bene è la scienza suprema, di cui il maestro è Gesù e chi segue le sue orme: perciò i santi sono attraenti. Pietro dice a Gesù “Tu solo hai parole di vita eterna”. Lo dice non perché lo considera un filosofo (in quel momento Pietro non ha capito quanto Gesù ha appena detto) ma perché ha capito che Gesù parla d’amore vero, che è la verità eterna.


martedì 29 gennaio 2013

Beati voi quando, mentendo, diranno ogni male di voi per causa mia

 
La Chiesa, nella sua storia,  è stata sempre fonte di civiltà, una specie di toccasana della società. Dove ci sono stati i santi è sorta un’onda di bontà, di lavoro ben fatto, di cura dei bisognosi. Così come Gesù curava le malattie, scacciava i demoni e insegnava il giusto rapporto con Dio Padre, così la Chiesa ha continuato a offrirci Gesù attraverso il battesimo, la Comunione, la confessione e gli altri sacramenti. La Chiesa, ieri come oggi, cura, viene incontro ai più svariati bisogni dei carcerati, dei malati, degli emigrati,... In Africa i cattolici sono gli unici ad occuparsi dei bambini innocenti che nascono con l’AIDS, il 70% dell’istruzione e delle cure mediche sono fornite dai missionari. In Asia la Chiesa è l’unica che diffonde una spiritualità che rispetti la persona. Eppure, ieri come oggi, c’è un accanimento nel presentare i sacerdoti come malfattori e la Santa Sede come un polo di riciclaggio del denaro sporco o cose del genere. “Beati voi, quando vi insulteranno … e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia” ha detto Gesù (Mt, 5,11). Sembra che questa nota persecutoria sia una costante della storia. Basta pensare: cosa sarebbe l’Italia senza i parroci? Cosa sarebbe l’Europa se non ci fosse stato un germe cristiano unificatore, fonte di arte, di cultura, di vero progresso? Conviene che io mediti su queste cose e le dica ad alta voce. Non per polemizzare ma per indurre me e gli altri a riflettere e a ringraziare per aver avuto la Chiesa.


domenica 20 gennaio 2013

I cristiani sono chiamati all'unità dell'amore

 
Ho trovato una rappresentazione della Trinità in cui Dio Padre si protende verso il Figlio attraverso lo Spirito Santo. Il Padre porta al collo una fascia, a mo’ di marsupio, da cui spuntano tanti piccoli volti che rappresentano l’umanità intera. Mi è sembrato che la scultura riflettesse il discorso di Gesù durante l’ultima cena. Gesù dice “io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv10,30) e “chi ha visto me ha visto il Padre”(14,9) . Gesù ci vuol far capire la sua relazione stretta col Padre. Successivamente promette lo Spirito Santo che farà comprendere ciò che Gesù ha insegnato (14,26). Si delinea così la Trinità in cui siamo coinvolti, così come quella scultura suggerisce: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”(15,9), “Come il Padre ha mandato me così io mando voi”(17,18). A conclusione il comandamento nuovo. “Nuovo” perché appare per la prima volta nel Nuovo Testamento: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”(15,12-13). “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”(13,35). Essere in Dio vuol dire essere uniti con la forza dell’amore, come la Trinità. E’ il messaggio cristiano centrale da cui tutto il resto deriva. Ciò che importa non è la mia efficienza né la cultura ma che io sappia guardare gli altri con lo sguardo di un padre o di una madre, attingendo la forza dal rapporto con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e di Santa Maria.


venerdì 18 gennaio 2013

Il 6 febbraio in libreria il nuovo libro di Pippo


domenica 13 gennaio 2013

La mia vita vale quanto vale la mia orazione

 
Gesù, racconta san Luca, passò la notte in orazione (Lc 6,12). Gesù prega. Dopo il battesimo nel Giordano, prima di cominciare la vita pubblica, viene portato nel deserto dallo Spirito Santo: lo spirito di Dio porta Gesù a ritirarsi solo col Padre. Quando Gesù incontra la samaritana accanto al pozzo di Sicar le dice: “Se conoscessi il dono di Dio!”. La donna al momento era interessata soltanto al modo più sbrigativo di procurarsi l’acqua. Gesù si adatta alla sua mentalità e le promette un’acqua migliore, un’acqua “viva” che “diventerà una sorgente che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 1-40). Gesù ci conduce al rapporto con Dio presentandolo come qualcosa di desiderabile, qualcosa che appagherà per sempre le nostre aspirazioni. Una maniera, non moralistica, di spiegare che il rapporto con Lui è l’unica cosa che ci rende felici. Devo convincere me stesso che la vera carica, il vero dono, proviene da lì, non da altro.
Una volta, viaggiando in un affollato scompartimento di seconda classe, mi trovai a parlare con una suora che mi suggerì un’immagine suggestiva: quando siamo davanti a Gesù nel tabernacolo ne traiamo beneficio, anche se ci distraiamo, così come al sole ci abbronziamo, anche se stiamo pensando ad altro. Da San Josemaría ho imparato a “fare orazione” a trattenermi per un certo tempo con Gesù, ogni giorno. Sento che la mia vita vale quanto la mia preghiera. E’ un consiglio che posso dare a un amico per quest’anno della fede: almeno un quarto d’ora d’orazione al giorno.