sabato 28 giugno 2014

Pubblicare o no le lettere che mi arrivano?

Finora non ho pubblicato lettere ricevute a proposito dei miei libri: mi sembra un autopromozione fuori luogo. Faccio un'eccezione per queste due perché spero che facciano del bene.

 
Caro Pippo! Mi sento di chiamarti così dato che con questo nome ti ho conosciuto. Oggi ho visto che è il tuo compleanno e ho deciso di scriverti dopo ormai tre anni che ho letto il libro “Preferisco il Paradiso”. Intanto auguri! Spero di farti un piccolo regalo scrivendoti queste due parole. In un periodo molto duro e buio mi è capitato per caso di avere per le mani il tuo libro..era un momento in cui soffrivo così tanto che non riuscivo a parlare con nessuno né volevo cercare risposte. Eppure, quando avevo particolari momenti di sconforto, oltre ad andare davanti a qualunque Tabernacolo, prendevo il libro e lo leggevo. Ero stata vicina all'Opera ma poi non più..e l'unica salvezza in quei mesi era la mia preghiera a tu per Tu con Dio. Trovavo nel tuo libro come una voce amica che mi faceva vedere cose che non volevo sentire da nessuno. In poche parole..davvero mi ha accompagnato su quella strada che poi a poco a poco, con TANTA Grazia, si è appianata facendomi vivere tutta la potenza della Risurrezione e la chiarezza della mia vocazione. Ormai appunto è passato qualche anno ma non posso non ricordare con grandissimo affetto “Preferisco il Paradiso” e il suo autore. Con questo voglio dirti grazie per essere stato fedele a Dio quando ti chiedeva di parlare a molte persone, scrivendo. E' davvero incredibile come i nostri gesti arrivino così lontano, anche a chi non conosciamo e in molti casi siano determinanti per la vita delle persone. Tanto da essere parte di veri e propri miracoli.. Tanti auguri e buon proseguimento!! 

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Un pezzo di Lei alle Maldive... Ho regalato questo libro ad una amica in partenza x le Maldive e mi ha mandato questa foto, ringraziandomi per la bellezza delle cose lette.. Mi sembrava carino farglielo sapere e ringraziarla a mia volta



mercoledì 25 giugno 2014

Mi fido delle persone che hanno devozione alla Madonna

 
Io mi fido delle persone che hanno devozione alla Madonna. E’ un’affermazione generica che può sembrare ingenua ma ha il suo fondo di verità. E’ difficile che una persona abbia un tenero affetto per Maria e poi sia un mascalzone a tutto tondo. Viceversa i popoli che non hanno nella loro cultura la devozione alla Madonna sono più portati agli eccessi e alla crudeltà. La moglie di Scott Hann descrive il suo avvicinamento al cattolicesimo nel libro  “Rome sweet home” (ed. Ares in italiano). Figlia di un pastore protestante, racconta come la resistenza maggiore per avvicinarsi al cattolicesimo fosse proprio la devozione mariana: in particolare le restava un’innata repulsione a recitare l’Ave Maria. Un giorno in chiesa una bambina si avvicina e le chiede: “il confessore mi ha detto di recitare un’Ave Maria, mi aiuti a recitarla?”. E così Kimberly per la prima volta recitò un’Ave Maria. L'apertura del cuore alla Madonna è l'inizio della pace di Cristo nell'anima. Maria è una garanzia di ortodossia ed è madre dell’amore bello. Chi l’ama diventa una persona dolce ed equilibrata, affidabile e capace di comprensione. I popoli devoti a Maria sono allegri ed umani, cantano e ballano. Maria ci preparara la strada sicura e libera dai pericoli, anche se non ce ne rendiamo sempre conto. L'invito di Gesù ad essere come bambini si realizza mettendosi nelle sue braccia. Nei pericoli mi afferro al suo manto azzurro e mi sento sicuro. La Trinità è famiglia e che famiglia c'è senza una madre?

giovedì 19 giugno 2014

Tutto il resto in sovrappiù


Grande Ratzinger. Ogni volta che leggo pagine scritte da lui c’è una freccia che mi colpisce. Scrive: “nel Vecchio Testamento tra Dio e l’uomo non c’è comunione: la trascendenza del Creatore è insormontabile”. Solo in seguito, con l’Incarnazione di Dio, l’uomo entra in comunione con Gesù. Il nostro punto d’arrivo è San Paolo quando dice: “Vivo, ma non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). La legge, le tradizioni sono legate all’Antico Testamento, nel Nuovo si apre, in più, il grande spazio dell’interiorità, del dialogo con Dio che è diventato “Abbà”, Papà, Padre nostro e non più l’Innominabile. Ci colpiscono e stimiamo le tradizioni ebraiche e le preghiere musulmane. Noi abbiamo le parole del cuore con un Dio che si presenta come Sacro Cuore.  La vocazione del cristiano è l’identificazione con Gesù, che avviene soprattutto col sacramento della Comunione. La comunione con Dio! Chi ha questo dono? In quale religione c’è qualcosa di simile? Dice Ratzinger “ Ricevere il Signore nell’Eucaristia significa entrare nell’essere di Cristo”. Anch’io che non sono nulla, non ho nulla, non so nulla, sono chiamato a quest’identificazione ma l’iniziativa non è mia. E’ Gesù che pilota la barca, io sono un garzone che pulisce il ponte. La mia preghiera è il silenzio perché Gesù parli, perché Maria mi accudisca. Occorre gridare perché i cristiani ambiscano a quest’identificazione. Tutto il resto (la vita matrimoniale, professionale, civile, politica) ci viene dato in sovrappiù.


Il nuovo libro per l'estate di Costanza Miriano

Costanza Miriano nel suo libro più recente, “Obbedire è meglio”, mette insieme le due tecniche di racconto che prediligo. La prima è  raccontare i fatti propri mescolandoli ai fatti degli altri. Sembra strano ma tanti ignorano quali sono i livelli di attenzione. Il primo livello è quando si raccontano i fatti propri (uno si chiede perché, ma è così). Il secondo livello è quando si raccontano i fatti degli altri. Il terzo è quando si usano immagini, parabole, metafore, fiabe. Il quarto livello, il più basso, è  quando si fanno teorie: in genere chi scrive ha studiato all’università ed ha assimilato il metodo scientifico, crede di essere almeno un piccolo Aristotele e riesce a far stramazzare di noia anche il più volenteroso lettore. Costanza ti seduce raccontandoti tutti i guai che ha combinato lungo la giornata assieme alla descrizione pittoresca di ciò che fa e non fa una sua amica e poi… Questo è il punto: ciò che spunta alla fine. Siamo condotti alla conclusione portati da una corrente di buonumore, come se andassimo nel paese dei balocchi e invece ci si trova ai vertici di un trattato di ascetica e mistica ovvero di un corso di teoria e tecnica della spiritualità e santificazione. In fondo Costanza viene incontro ad un’esigenza forte e urgente che è la domanda di come ci si possa identificare con Cristo vivendo con molti figli, con l’orario d’ufficio, con le difficoltà del traffico, con i mille impegni necessari o superflui e dovendo pagare tante tasse. Se uno scorre nel messale le festività dei santi trova una sequenza di personaggi meravigliosi (fondatori, regnanti, monaci, papi…) nessuno dei quali ha condotto una vita simile alla nostra. E allora bisogna trovare la strada, occorre inventarsela e Costanza ci racconta come se la inventa lei e ti offre una pista senza farti faticare. Abbiamo un bel dire che la gente dovrebbe leggere di più, ma ci rendiamo conto qual è il genere di vita di un cittadino medio? Nell’800 si leggeva molto ma si aveva anche il tempo di un personaggio agreste di Tolstoj. Come si può pretendere che nei piccoli spazi di tempo disponibili uno si legga un mattone che forse leggerebbe volentieri se fosse in campagna su una sedia a dondolo? Perciò viva Costanza Miriano che ti seduce facendoti ridere e poi ti mette in testa lo stile di un vero mistico. Morale: quest’estate portatevi sotto l’ombrellone “Obbedire è meglio”. Imparerete ad essere contenti di ciò che avete e ad evitare la nostalgia del magari: magari non mi fossi sposato, magari avessi studiato ingegneria… Oggi, adesso ho davanti il quadro della mia vocazione: sta nella mia vita così com’è. Là imparo ad amare Dio e gli altri e posso farlo sorridendo.

lunedì 16 giugno 2014

La forza politica della preghiera

 
Sono passati alcuni giorni ma l’incontro del Papa con Peres e Abu Mazen non è un evento ordinario da dimenticare. Ancora una volta la logica cristiana dimostra la sua solidità rispetto alle vittorie effimere del laicismo. Il Papa ha costruito l’incontro sulla roccia solida della preghiera: senza l’aiuto di Dio non possiamo far nulla. In secondo luogo ha messo in rilievo il coraggio necessario per la pace: occorre avere la forza di superare il criterio degli interessi materiali e dello spirito di vendetta. La violenza è una debolezza. Siamo agli antipodi della mentalità dominante, nata dalla riforma protestante e dallo spirito della rivoluzione francese, che considera l’uomo fattore di se stesso e che vuole la giustizia oggi e adesso usando metodi violenti (dalla ghigliottina alle guerre del novecento). Questa mentalità ha creato l’idea dello scontro di civiltà con il mondo musulmano (Occidente contro Islam) ma già Giovanni Paolo II si sottrasse a questa logica con l’incontro di Assisi. Ora Papa Francesco prosegue quest’opera affermando lo spirito evangelico che porta frutti duraturi di pace. Qualcosa sta cambiando. Lo vediamo anche nella mentalità dominante nel nostro Paese: piccoli segni di vitalità dello spirito cristiano anche nei media. Don Matteo fa incetta di ascolti in tv, una suora fa recitare il Padre Nostro in una trasmissione popolare. In politica si fa strada il desiderio di onestà e di affidabilità. Piccoli segni di una primavera che nasce dalla preghiera.

lunedì 9 giugno 2014

Solo con i cristiani si vive in modo libero e civile

 
Un conto è essere orgogliosi, un altro essere consapevoli. Essere orgogliosi comporta una stima esagerata di sé e disprezzare gli altri, mentre l’umile riconosce le cose come stanno. I cristiani devono essere consapevoli non solo del dono della fede, che viene da Dio, ma anche delle conseguenze che la fede porta con sé. San Benedetto nacque nel 480 mentre l’Impero Romano si disfaceva: dai suoi monasteri nacque la cultura europea, il vivere civile, l’agricoltura, le arti e i semi che hanno generato quella civiltà occidentale che i popoli emergenti adottano come modello di sviluppo. Il Medio Evo ha visto nascere le università ad opera di uomini di Chiesa: la prima a Bologna nel 1158, mentre l’università di Oxford (1284) ha ancora come motto “Dominus illuminatio mea”. E che dire di Agostino e di Tommaso, di Caterina da Siena, la mistica analfabeta che cambiò il corso della storia? Ogni aspetto positivo della civiltà occidentale ha dietro di sé il volto di un santo. San Vincenzo dei Paoli è stato il primo a concepire un’assistenza sistematica e costante ai bisognosi: feriti di guerra, orfani, anziani, carcerati..: dappertutto arrivavano le sue dame di carità coadiuvate dalle coraggiose suore della Carità. San Camillo de Lellis fu il primo a dire che il malato è Gesù Cristo creando una tradizione ospedaliera che i musulmani c’invidiano. Basta con le intimidazioni della cultura di stampo illuminista. Saranno i cristiani a dimostrare come si può  vivere oggi in modo libero e civile.

Piccole comunicazioni agli amici

Il blog di Preferisco il Paradiso ha superato le 100.000 visite.

Presto le edizioni Ares pubblicheranno in un libro la raccolta delle cartoline dal Paradiso che sono state pubblicate settimanalmente dalla rivista Tempi. Le cartoline vanno dal luglio 2011 al luglio 2014: tre anni di messaggi.

Costanza Miriano ha scritto la prefazione al libro, sfiziosa come al solito anche se l'autore del libro la trova sovradimensionata...



mercoledì 4 giugno 2014

Voglio la mamma

 
Mario Adinolfi ha pubblicato un documentato libro dal titolo chiarissimo: “Voglio la mamma”. Ho assistito ad una presentazione dell’autore per un pubblico di universitari. Mi ha colpito l’autenticità di Mario che considera sua missione difendere i deboli: il più debole di tutti è il neonato che ha il diritto di avere una mamma e, più tardi, di sapere chi sono i suoi genitori. In questo clima post-elettorale di un’Europa moralmente inceppata, sempre più diversa dalla bella unione che avevano pensato i fondatori, l’ondata dei nuovi squadristi fa forte pressione perché sia approvata la liberticida legge antiomofobica, presentata come urgentissima, pur essendo l’Italia il paese più tollerante al mondo e pur trovandosi il nostro Paese in una morsa di problemi economici mai vissuti dal dopoguerra in poi. Se passerà quella legge chiunque legga ad alta voce alcuni passi del Vecchio e Nuovo Testamento potrebbe essere processato e finire nelle mani della magistratura. E’ sempre più evidente che laddove fiorisce il cristianesimo si respira un clima di libertà mentre i cultori della dea ragione (cioè del sentimentalismo che salva le balene e uccide bambini e vecchi) ti portano alla ghigliottina. I cristiani hanno il fondamentale mezzo della preghiera. Occorre pregare, pregare e pregare. Il Papa già lo fa e la veglia di preghiera indetta alla vigilia di un intervento armato è esempio chiaro di come procedere. Poi l’azione, come quella, tanto per cominciare, di non votare i politici complici.

giovedì 22 maggio 2014

Il Rosario di maggio

 
Ieri, secondo una consuetudine che ho appreso da San Josemaría, sono stato a recitare il Rosario con uno studente nel parco delle catacombe di San Callisto, di fronte alla Chiesa del Quo Vadis a Roma. I rumori della città scompaiono entrando nel parco; il viale è circondato da prati con i colori della primavera, ed è accompagnato per un tratto da cipressi, mentre più in là costeggia un uliveto che riluce al sole. Maggio è il momento opportuno per pregare la Madonna e affidarle i prossimi tempi. Abbiamo riso pensando a come dovrebbe essere la sua futura moglie. Nell’ordine: allegra, cattolica, affettuosa. Lo studente, un tipo brillante reduce da un corso di ritiro (esercizi spirituali), sta vivendo, a suo dire, il periodo più felice della vita. E’ incredibile quanto fa bene ritirarsi alcuni giorni in preghiera. Diventa evidente che la creatura è fatta per il creatore, mentre tutto intorno sembra spingerci al contrario: allo stordimento e all’autosufficienza. Il futuro sarà di chi sa amare, di chi farà nascere figli dal proprio amore. Chi si identifica con Cristo sembra sempre in minoranza ma quella minoranza è il lievito, come diceva Gesù. Il ragazzo confidava che era innamorato della Madonna e trovava bellissima una sua statua situata nel parco. A dir la verità a me sembrava una statua un po’ ordinaria ma mi ha fatto piacere che gli sembrasse bellissima. Aveva ragione, abbiamo una Madre che è bellissima sempre. Maggio è il suo mese: tornerò in quel luogo a dire il rosario.

domenica 18 maggio 2014

Ancora Suor Cristina


Mi sono chiesto perché mi piace tanto suor Cristina, la suora che sta superando le tappe del concorso The Voice of Italy su RaiDue. Ho messo sul tavolo i motivi del mio entusiasmo (parlo spessissimo di suor Cristina e prima di dormire mi vedo qualche pezzo suo su YouTube). Questa è la diagnosi. Punto primo: suor Cristina è siciliana e io ritengo i siciliani una razza superiore per intelligenza e sensibilità. Secondo, e questo credo che sia il motivo più vero, attraverso lo sguardo di suor Cristina vedo l’amore bello di Gesù. Sul web ci sono immagini di Cristina prima della risposta alla vocazione. Ebbene quello sguardo non c’è ancora. Dopo aver accettato la vocazione lo sguardo di suor Cristina è diventato una porta spalancata sul suo cuore, un cuore che si è aperto al dono di sé. Dopo il sì suor Cristina è diventata attraente, non più una comune ragazza. L’amore di Dio dà una luce speciale. Madre Teresa di Calcutta era bella anche se non rispondeva ai canoni comuni della bellezza. Prego per suor Cristina perché il Signore la conservi con quello sguardo, fedele e apostolica. Terzo punto: J-Ax. Altro che demonio! E’ una persona di una sensibilità particolare: ha capito subito chi è Suor Cristina e attraverso di lei è affascinato da Dio. Inoltre suor Cristina balla bene. Mi piacciono le persone che sentono la musica dentro di sé. Infine è la più elegante di tutti col suo abito e le scarpe tacco 1. E’ bello che le consorelle siano unite a lei in questa testimonianza originale.


venerdì 9 maggio 2014

La preghiera


Come ha scritto Joseph Ratzinger (Il Cammino Pasquale, ed. Ancora) il modo migliore per conoscere Gesù è pregare. San Tommaso d’Aquino, considerato il maggior teologo della Chiesa Cattolica,  metteva la testa nel tabernacolo: solo dopo scriveva. Santa Caterina da Siena stava ore in contemplazione nella sua cella e, pur essendo illetterata, cambiò la storia dell’Italia e del mondo. La preghiera è identificazione: Gesù scambia il suo cuore con il cuore di Caterina. "Se sarete ciò che dovete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero", lei diceva. Karol  Wojtyla pregava anche di notte. La preghiera era l’asse portante della vita di Gesù stesso. Comincia la vita pubblica con 40 giorni di orazione nel deserto e prega fin sulla croce. La cultura occidentale aggredisce lo stile di vita dei cristiani con leggi (divorzio, aborto, omofobia, ecc.) e comportamenti inaccettabili. Ma se i cristiani pregano diventano fonti luminose d’amore e libertà. Se io non prego, a nulla mi serve l’attivismo proprio di una cultura che privilegia il fare. “Senza di me non potete fare nulla” e nulla non vuol dire “qualcosa”, vuol dire “niente”. Non mi devo agitare né spaventare. Devo dedicare tempo alla preghiera fino a trasformare la mia attività (studio, lavoro, relazioni) in preghiera cioè in esercizio di amore e di servizio, come hanno fatto Gesù e i suoi santi. Gli oppositori portano tristezza e oppressione: i cristiani portano luce e calore. Se prego metterò fuoco in Italia e nel mondo.

sabato 3 maggio 2014

Bocelli canta San Karol




Una delle scene più significative della recente cerimonia di canonizzazione è stata una signora sui sessanta che emergeva da un sacco a pelo sul selciato di Via della Conciliazione nelle prime ore del mattino. Tale è la gratitudine e l’affetto verso i due Papi da provocare una testimonianza di questo tipo, assieme a tante altre di cui siamo stati spettatori. Ora è il momento di trasmettere bene ai giovani il messaggio di queste due importanti figure: non è giusto che la canonizzazione sia un voltar pagina per lasciare la memoria agli anziani. I mezzi di comunicazione ci consentono di rivisitare immagini e opere. Le memorabili encicliche di Papa Giovanni e in particolare il “Giornale dell’anima” sono utili per comprendere la vita interiore di un uomo di preghiera. Per Giovanni Paolo II le immagini hanno una particolare importanza. I gesti dell’uomo sono eloquenti quanto i suoi scritti. Fra le tante trasmissioni belle che sono state confezionate ce n’è una che è particolarmente suggestiva. Alberto Michelini ha realizzato un programma in cui non c’è voce di commento: partendo dalle immagini del funerale (mai nella storia dell’umanità c’è stato un funerale come quello) si rivedono tanti momenti del pontificato di Wojtyla, si sente solo il Papa che parla e Andrea Bocelli che canta l’Ave Maria, il Credo e altri inni sacri con voce partecipata e commossa. Non è un documentario, è un’opera d’arte. Su Rai.tv si trova “Credo, Giovanni Paolo II” dove si canta un Papa innamorato dell’Amore.


venerdì 25 aprile 2014

Karol e la Divina Misericordia




Dio ci ha preparato una festa. Una festa per il più grande regalo concesso a noi contemporanei. La canonizzazione di Wojtyla è il vertice di una storia di misericordia. Nel momento più duro e difficile per la Chiesa dei nostri giorni è arrivato un uomo che ha conquistato il mondo alla causa di Cristo. Fra le tante meraviglie, un’osservazione: nel 2000 Giovanni Paolo II ha istituito la festa della Divina Misericordia, è morto il sabato sera che la precede, verrà canonizzato in quello stesso giorno. Come non vedere un disegno della Provvidenza? Anche Papa Francesco ci parla continuamente della misericordia di Dio. E’ l’ora di imparare a rivolgermi alla Sua misericordia con tutto il cuore. Davanti ai pericoli, davanti alle mie fragilità, davanti alle aggressioni contro la tua Chiesa, Signore, Tu m’inviti ad affidarmi a Te che sei la Misericordia. Devo imparare che assomigliarTi significa essere misericordioso, è ora che io impari ad amare. Solo così m’identifico con Te e la nostra comunione è vera. Perdonare, saper voler bene: è questo il cammino della felicità e della vita eterna. “Non abbiate paura!”, ci dice Karol, di “spalancare le porte” del nostro cuore. Sembra sempre che i Tuoi amici siano minoranza, perseguitati e sbeffeggiati, ma Tu ci inviti a lavorare, pregare, sorridere e perdonare. Alla fine il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria, immagine della tua misericordia, prevarranno. E grazie Signore per i Tuoi continui regali, per averci dato Papa Roncalli e Papa Wojtyla.



mercoledì 16 aprile 2014

Una scoperta sul Giovedì Santo

 
Il giovedì santo è stato sempre per me il giorno più intimo e commovente. Mentre la domenica di Pasqua è il giorno della gioia vera, profonda, smisurata, la cena del giovedì è un momento raccolto: Gesù parla con parole infiammate, spiega l’amore di Dio e il comandamento “nuovo” di amarci come Lui ci ha amato. Lui stesso si dà da mangiare e crea l’unione più intima che si possa immaginare. Finita la cena Gesù esce nella notte, va nel Getsemani, dove prega, suda sangue mentre gli apostoli si addormentano e non riescono a vegliare. Joseph Ratzinger afferma in un suo scritto (Il cammino Pasquale, ed. Ancora) che la Chiesa commemora questo itinerario di Gesù portando il Santissimo fuori dal tabernacolo in una cappella laterale rappresentando così il percorso di Gesù fuori della casa, nella solitudine e nell’angoscia. A noi, a me, tocca il compito di accompagnarlo. Sembrerà strano ma confesso che non mi ero reso conto pienamente del significato di questa liturgia. Quelli che da bambino sentivo chiamare “sepolcri” e che da grande mi avevano fatto contemplare l’Eucarestia,  ora li vedo con questa luce nuova. Sono l’occasione di rispondere a Gesù che mi dice: non sei stato capace “di vegliare un'ora sola con me?” Veglia e prega... (Mt 26,40). Questa scoperta mi accompagnerà il prossimo Giovedì Santo. Ringrazio Joseph Ratzinger che mi offre alimento solido per la fede. Per gratitudine, alla mia preghiera per Papa Francesco aggiungerò d’ora in poi: “e per il caro Papa emerito Benedetto”.  

martedì 8 aprile 2014

Ancora Karol


Sto collaborando a programmi Rai su Giovanni Paolo II e, oltre alla gioia di rivivere quei momenti, ascolto testimonianze di chi l’ha conosciuto. Fra questi c’è il professor Stanislaw Grygiel che accompagnava Karol nelle gite in montagna con i suoi allievi, mettendo a punto le tesi universitarie. Un giorno Stanislaw non si era portato da mangiare e Wojtyla con discrezione spezzò a metà il suo panino e gli dette il suo tè da bere. Un dettaglio piccolo ma eloquente. Una volta sposato, Grygiel invitava spesso a cena il neovescovo di Cracovia che arrivava stanco e sul tardi. Una volta i bambini erano già a letto e Karol restò contrariato; dopo qualche minuto si alzò, li svegliò e ingaggiò una battaglia a cuscinate. Poi rimise i bambini a dormire e tornò rasserenato a cenare. Sono episodi che gettano una luce sulla personalità di quel Papa che avrebbe stupito il mondo con i suoi gesti così umani e divini a un tempo. Dio è nella vita di tutti i giorni, non solo nei momenti interamente dedicati alla preghiera, e Wojtyla lo faceva capire con il suo stile. Rideva di gusto guardando i piccoli, le sue riunioni di lavoro erano serie ma divertenti. Quando Montanelli andò a cena da lui descrisse il suo sguardo come “sciabolate d’azzurro”. L’ho visto ridere alle lacrime mentre un universitario interpretava la parte del pagliaccio in un incontro con studenti nel pomeriggio di Pasqua. Il Papa parlava di Dio anche senza parole. Mi ha aiutato a semplificare e a consolidare il mio rapporto con Gesù.

mercoledì 2 aprile 2014

Suor Cristina canta l'amor di Dio



Suor Cristina sta superando i 40 milioni di visitatori su You Tube nella sequenza di The Voice of Italy, un programma di lancio di nuovi cantanti su RaiDue. Davanti a un fenomeno di ascolti così imponente diversi commentatori cattolici si sono cimentati in distinguo critici: può una suora partecipare ad un programma così laico? Avrebbe avuto tanto successo se non fosse stata una suora? Non è in pericolo la sua perseveranza? Ma pensate alla vostra perseveranza! Tutti i battezzati sono fedeli e, se non lo sono, sono infedeli. Il fenomeno suor Cristina merita attenzione ed è confortante. Intanto i giudici non la vedevano mentre cantava perché erano girati: l’approvazione della voce (espressa nel far girare la propria sedia) è avvenuta prima di accorgersi che la cantante è suora. Ciò che attrae il pubblico sono poi le risposte di genuino candore di suor Cristina: “sono una suora verissima”. “Ho un dono e ve lo dono”. “Aspetto una telefonata di Papa Francesco perché è lui che ci spinge ad uscir fuori ad evangelizzare perché Dio non toglie ma aggiunge…” A questo punto il pubblico applaude fortemente,a lungo, e J-AX, il rapper maledetto che canta la droga, piange senza ritegno. Ebbé? Vi pare poco? Non è evangelizzazione questa? In altre sequenze su You Tube suor Cristina racconta la propria vocazione con realismo e incanto, da vera siciliana sensibile e intelligente. Dio mio aiutami ad amarti come suor Cristina che compone canzoni d’amore per te. “Gesù dolce, Gesù amore” diceva Santa Caterina.

lunedì 31 marzo 2014

E' tempo di GMG non di Woodstock


Sono tornato ad occuparmi della formazione alla fede per studenti universitari e liceali: attività che ho sempre tenuto d’occhio ma che mi ha visto particolarmente impegnato negli anni ’70. Noto una differenza fra i giovani d’allora e quelli di adesso. In quegli anni lontani (e ancora così vicini) per i giovani vigeva l’obbligo di contestare il mondo degli adulti: non era ammissibile che un adulto dicesse qualcosa e un giovane in qualche modo non lo contestasse. C’era un clima di rinnovamento generale. Il mondo del passato andava superato e la fantasia doveva andare al potere. C’era quasi una lotta di classe fra giovani e adulti. Per far passare il messaggio cristiano bisognava metterne in luce il lato perennemente rivoluzionario. Oggi no. I giovani sono in continua richiesta di una guida da parte degli adulti o, meglio, sono alla ricerca di adulti che abbiano qualcosa da insegnare. Nel film La notte prima degli esami (2006) il professore rivela all’allievo la sua nostalgia di Woodstock (1969) e gli chiede un po’ di droga. E’ la scena più schifosa vista negli ultimi anni. Il professore ha un’autorità di facciata ma è più sbandato dell’allievo. E’ il tradimento del padre. Oggi non ci sono più le Woodstock ma le Giornate Mondiali della Gioventù con adunate più numerose degli hippies di allora. Ora non ci sono difficoltà pregiudiziali per avviare i giovani alla fede. I ragazzi chiedono solo un esempio e una testimonianza. Devo solo non deluderli e dedicarmi davvero a loro… 



mercoledì 26 marzo 2014

Wojtyla e i giovani

 
Santo subito

Quattro puntate di RaiDue e RaiVaticano attraversano gli ultimi tre pontificati nell’imminenza della canonizzazione di Giovanni Paolo II. La prima trasmissione è sabato 29 marzo alle 8.15 del mattino

I giovani di allora sono i testimoni di adesso. Alla vigilia delle canonizzazioni di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII quattro puntate ripercorrono il cammino che parte dall’elezione di Papa Wojtyla e continua col pontificato di Papa Bergoglio. Con la supervisione di Massimo Milone e Stefano Rizzelli e la consulenza di Giuseppe Corigliano, Costanza Miriano racconta la nascita delle giornate mondiali della gioventù avvalendosi della testimonianza di Gioacchino Navarro, portavoce del Papa polacco, e dell’amico di Wojtyla Stanislaw Grygiel. Il punto di partenza è rappresentato dall’incontro Di Giovanni Paolo II con i giovani dell’Univ che mostrano come il Papa amasse dialogare e stare con i giovani. Da quegli incontri e dalle prime celebrazioni con i giovani della diocesi di Roma Papa Wojtyla fu “trascinato”, come diceva lui scherzosamente, alle Giornate Mondiali della Gioventù. Navarro Valls osserva che i giovani erano attratti non solo dalla capacità comunicativa del Papa ma dal fatto che diceva loro la verità. Secondo Grygiel la sua pastorale fin dall’inizio fu molto semplice: “Lui prima di tutto stava con noi, era presente nella nostra vita, nelle nostre gioie, nelle nostre difficoltà”. Pierluigi Bartolomei racconta come il Papa capì che era un romano che si era infilato in un gruppo di cantanti messicani per poterlo salutare: da quel primo incontro, tutta la sua vita portò l’impronta di Giovanni Paolo II. Così testimonia una madre di sette figli e un sacerdote, ora portavoce della diocesi di Roma, Walter Insero che decise di diventare sacerdote durante la GMG di Denver. Nelle quattro puntate, montate da Pierluigi Lodi, le immagini e gli eventi più significativi dei tre ultimi pontificati che hanno coinvolto i giovani in modo unico nella storia.

venerdì 21 marzo 2014

Karol


Sto collaborando a quattro trasmissioni su Giovanni Paolo II per RaiDue. In sala di montaggio dò spettacolo mio malgrado. Appena appare Wojtyla sento un’emozione particolare e dopo qualche minuto mi scendono lacrime irrefrenabili. Una collaboratrice provvede a un mazzetto di fazzoletti di carta. Giovanni Paolo II è stato un dono di Dio ed è anche un pezzo della vita di ciascuno di noi: a lui sono legati ricordi, conversioni, aperture della mente e spettacoli della fede che hanno lasciato un segno duraturo. Fin dall’inaugurazione del Pontificato, in quell’ottobre del ’78, percepimmo che stava iniziando un capovolgimento. La Chiesa sembrava assediata culturalmente, spiritualmente e anche politicamente ed ecco che il capo degli assediati gridava con voce potente, non ai suoi ma agli assedianti: “non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!”. Un vero contrattacco, una marcia che non è finita più, fino a quando il grande campione, il caro Papa, con l’ultimo respiro ha smesso di insegnarci come si vive e come si muore. Prima di lui la cultura dominante ancora offriva illusioni (basti pensare al mito del marxismo e del ’68). Dopo di lui son caduti i falsi idoli. Il capitalismo selvaggio, l’individualismo incapace d’amare, la sfrenatezza sessuale, il disprezzo della vita ora mostrano il loro volto effimero e malvagio. Le folle di giovani mobilitate da lui continuano a seguire i suoi successori con l’entusiasmo dell’amore. Grazie Signore per averci dato  Karol!

giovedì 13 marzo 2014

Solo Dio può dire per sempre


Sul Foglio del 6 marzo Costanza Miriano scrive un articolo sul tema della famiglia, oggetto del prossimo sinodo dei vescovi. Riporto alcuni passi: “Il paradosso dell'amore è che due infiniti bisogni di essere amati si incontrano con due limitate capacità di amare. Sono domande che solo a partire dal '900 sono diventate di massa in Occidente, dove si è affermata la visione romantica dell'amore, quell'amore ideale ed emotivo che non resiste all'impatto con il reale, e che vive solo…nell'attesa mai compiuta del congiungimento (che è esattamente il motivo per cui i film finiscono al bacio finale, tendina, the end, disperazione della spettatrice che non sa mai come vivranno insieme lui e lei, se saranno felici, quanti figli avranno, mai, in nessuno dei film caposaldo dell'educazione sentimentale delle fanciulle: Cenerentola, Harry ti presento Sally, Cime tempestose, Pretty Woman e via baciando)”. “A me interessa che la Chiesa m’insegni che il cuore va educato, e che mi ricordi che l'uomo da solo non è buono, non è capace di amare, che solo Dio con la sua tenerezza infinita per l'uomo può dire per sempre, che ci si sposa in tre, io, lui e Dio, e che la fedeltà è una lotta, è non smettere di lavorare sul matrimonio, è ricondurre ogni sera lo sguardo, a volte è anche come mordere un sasso…”. E conclude: “l’amore è molto più a forma di croce che non di cuore. Di questo annuncio il mondo ha un bisogno disperato”. In sintesi: soltanto se si è di Cristo si capisce il matrimonio cristiano.

sabato 8 marzo 2014

Un amore che è molto più a forma di croce che non di cuore... di Costanza Miriano

 
Credo che sia ormai ufficiale: non sarò mai una vaticanista. Ci sono realtà con cui uno deve fare i conti. Eppure era il mio sogno. D’altra parte anche atletica leggera l’ ho cominciata perché ero innamorata di Sara Simeoni, ma poi ho scoperto che l’asticella mi metteva l’ansia e mi tuffavo sul tappetone passandoci sotto. In compenso ero bravissima nel riscaldamento (ho ripiegato sul mezzofondo).
Volevo fare la vaticanista, ma sono troppo figlia della Chiesa per essere in grado di leggerne in filigrana movimenti interni, fila politiche, correnti. Aspetto con abbandono filiale le sue decisioni, e mi godo enormemente il privilegio di avere una madre tanto esperta, intelligente, prudente. Credo che la Chiesa raccolga le migliori intelligenze del nostro tempo, credo che credere affini il logos e scolpisca come con uno scalpello l’intelligenza dell’uomo.
Non ho paura del sinodo, so che è un cammino. So che ha sempre avuto questo metodo di lavoro – partire dalle istanze del reale per rispondere. So che i questionari si sono sempre fatti, i lineamenta sono le domande preliminari, non le risposte. Quello che è cambiato in questo caso è semmai la pubblicità e la risonanza, di cui forse non è sempre consapevole, paradossalmente, il Papa comunicatore, quello della copertina di Time.
La Chiesa non cambierà assolutamente la dottrina sulla indissolubilità del matrimonio, questo nessuno lo mette seriamente in dubbio e questa è senz'altro la cosa più importante. Che poi si affronti il problema di chi ha sbagliato non mi disturba, se rimane chiaro il fatto che ha sbagliato, perché non si affievolisca la lotta di chi sta combattendo, a volte anche a costo di enormi fatiche.
Il reale interpella la Chiesa. C'è stato un tempo in cui un forte esoscheletro conteneva i cuori e le passioni delle persone, che si mantenevano fedeli al loro posto in famiglia non per chissà quale trasporto e adesione, ma perché la pressione sociale non lasciava molta scelta, e anche perché non ci si aspettava che il matrimonio colmasse tutti i desideri infiniti del cuore umano. Perché il paradosso dell'amore, come dice Rilke, è che due infiniti bisogni di essere amati si incontrano con due limitate capacità di amare. Sono domande che solo a partire dal '900 sono diventate di massa in Occidente, dove si è affermata la visione romantica dell'amore, quell'amore ideale ed emotivo che non resiste all'impatto con il reale, e che vive solo nell'impedimento, nell'ostacolo, nell'attesa mai compiuta del congiungimento (che è esattamente il motivo per cui i film finiscono al bacio finale, tendina, the end, disperazione della spettatrice che non sa mai come vivranno insieme lui e lei, se saranno felici, quanti figli avranno, mai, in nessuno dei film caposaldo dell'educazione sentimentale delle fanciulle: Cenerentola, Harry ti presento Sally, Cime tempestose, Pretty Woman e via baciando).
A me interessa che la Chiesa mi dica qualcosa sull'amore, mi aiuti a decifrare il cuore, questa cosa misteriosa e imprevedibile da cui esce, come dice il Vangelo, ciò che contamina l'uomo, le cattive intenzioni che portano al male, e che non è quella cosa rossa e luccicante da marketing. A me interessa che la Chiesa mi insegni che il cuore va educato, e che mi ricordi che l'uomo da solo non è buono, non è capace di amare, che solo Dio con la sua tenerezza infinita per l'uomo può dire per sempre, che ci si sposa in tre, io, lui e Dio, e che la fedeltà è una lotta, è non smettere di lavorare sul matrimonio, è ricondurre ogni sera lo sguardo, a volte è anche come mordere un sasso, o come dice la mia amica Paola, come pestare un Lego a piedi nudi. È un giudizio, alla fine, l'amore è un giudizio e non solo un sentimento, e, definitivamente, un comandamento.
Queste cose a me le hanno dette solo uomini e donne di Chiesa, vivi o morti, cioè vivissimi: è nel depositum fidei che ho cercato la verità su me stessa, ed ho trovato qualcosa che ne avesse il profumo. Di questo davvero l'uomo contemporaneo ha un bisogno disperato: qualcuno che gli dica chi è, e cioè una creatura, maschio o femmina, feconda nella differenza, ferita dal peccato originale, e quindi con un bug nel suo software, un difetto di funzionamento all'origine. Questa è la missione della Chiesa, che davvero, davvero è madre, ed è rimasta l’unica, in questo mondo liquido, coriandolare, nebulizzato, a svelare all'uomo il suo vero volto, a educarlo, a dirgli “tu non sei capace da solo di amare, tutto il bene viene da Dio, chiedilo a lui, e non fidarti solo di te stesso, perché il primo comandamento è esattamente l'opposto, Shemà, Israel”.
Se in un mondo che dice esattamente il contrario – tutta la produzione pseudoculturale del secolo del benessere non è che un invito a “seguire il tuo cuore” (la mia nonna non si chiedeva come realizzarsi ma come sopravvivere, nel senso proprio della sussistenza), un'esaltazione dell'emozione à la carte, una perlustrazione delle altre vite possibili, un chiedersi cosa succederebbe uscendo alla prossima apertura delle sliding doors – se in un mondo che ha anche, dal '900, abolito il principio di autorità e dato cittadinanza all'inconscio, che Freud ha prima scoperto e poi sdoganato, se in un mondo così, dove tanta gente, la stragrande maggioranza, si è persa, e ha storie d'amore sballate, la Chiesa si chiede come riacchiapparla, bene, questo non mi scandalizza. Anzi, mi richiama alla necessità della mia conversione, perché non dimentichi la sollecitudine per nessuno.
Non mi disturba che la Chiesa cerchi di capire come farsi vicina a chi si è perso. Credo fermamente che lo Spirito Santo non abbia smesso di agire nella storia, e credo che farà nuove tutte le cose, perché lo Spirito non ha forma, si adatta e rinnova dal profondo. Credo che Cristo sia sposato indissolubilmente con la sua sposa, la Chiesa, e non le sarà infedele, perciò non permetterà che si perda.
Sono certa che i nostri padri, i vescovi, sapranno trovare una via per esprimere vicinanza ai divorziati risposati, una via senza scorciatoie clericali, una via fatta di accoglienza e di accompagnamento personale, una fatica e una strada fatta impolverando le scarpe: il nostro padre Maurizio Botta alla Chiesa Nuova chiama tutti per nome, alla messa della domenica, tutti si sentono suoi, e di coppie divorziate, conviventi, di ogni tipo, coppie che fanno solo la comunione spirituale lui ne accoglie tantissime, senza sconti sulla verità, ma con le braccia e il cuore spalancato e una talare morbida su cui appoggiarsi. Questo è dare accoglienza senza scandalizzare i piccoli, le famiglie che si sforzano di essere fedeli alla loro chiamata, non tanto per difendere il privilegio del fratello maggiore che si crede giusto, quanto per continuare ad annunciare la verità sull'amore, un amore che è molto più a forma di croce che non di cuore. Di questo annuncio il mondo ha un bisogno disperato.

Dal Foglio del 6 marzo 2014



venerdì 7 marzo 2014

Il filo rosso


L’artista Paola Grossi Gondi inaugura in questi giorni un’opera permanente presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Nell’enorme ingresso dell’edificio un consistente filo rosso parte dal lucernario penetra nella parete, fuoriesce in un altro punto, s’affonda nel pavimento, riemerge, volteggia e scompare ancora nel muro. L’opera ingentilisce la maestosità dell’edificio magniloquente e attiva la fantasia. Viene presentata allo spettatore come l’ispirazione artistica che viene dall’alto. Conoscendo l’artista so che c’è di più. C’è la luce del lucernario e da questa procede il filo che si cuce nella nostra umanità con il rosso dello spirito. C’è la Trinità che penetra nella vita dell’uomo e la trasforma. Quest’opera mi fa meditare. Non sono stato educato al rapporto con Dio Creatore che s’incarna e ci assiste col suo Spirito. La consapevolezza di essere figlio amato da Dio è una conquista continua che i santi mi aiutano a compiere. “Tu mi dici: non vorrei essere assorbito dalle cose mondane e io ti rispondo che siamo noi che le rendiamo mondane perché tutto procede dalla bontà divina” diceva Santa Caterina: una frase che mi ripeto ogni giorno e che il filo rosso raffigura. Siamo in un’epoca folle che vuole staccare la creatura dal creatore ma la natura umana si ribella e attraverso l’arte torna a dire che c’è un mistero d’amore nell’universo. Dio viene da me e mi parla col mio linguaggio malgrado la resistenza delle mie pareti. Dio mi accetta perfino come sono.

giovedì 27 febbraio 2014

L'imprenditore che ci vuole

Gregorio Fogliani
 
Sono cresciuto nel dopoguerra con un’opinione pubblica avversa agli imprenditori. L’imprenditore era visto comunque come uno sfruttatore e un colpevole: persino l’illuminato Olivetti veniva guardato con sussiego. La cultura marxista era penetrata. Ora che le aziende vengono spazzate via dalla crisi, è diventato evidente che l’imprenditore è indispensabile per la società. La settimana scorsa ho portato un mio amico imprenditore a parlare ad una cinquantina di universitari. Sono rimasto colpito dalle cose semplici e fondamentali che ha detto. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro ma non a cambiare moglie. Conviene tornare a casa alle 19, tanto non si fa più nulla di sostanziale e va dedicato tempo alla famiglia. Saper semplificare: è molto più facile complicare che semplificare. Occorre trovare soluzioni non problemi. La parte creativa del lavoro non è in ufficio ma in relazione con le persone. Ha 1.300 dipendenti, la maggior parte donne, e se una, preoccupata, viene a dire che è incinta, si festeggia. In collaborazione con i sindaci e la Caritas  ha inventato una tessera che consente alle famiglie in difficoltà di comprare cibo sano e invenduto. Sta cercando di semplificare la legge che rende difficile la distribuzione di cibo buono imponendo celle frigorifere, mentre molti poveri vanno a recuperarlo nei cassonetti. Lo scopo dell’imprenditore non è il solo profitto ma creare lavoro. Mi sembrava di assistere ad un’esercitazione pratica della dottrina sociale della Chiesa.


venerdì 21 febbraio 2014

L'ultima volta che ho visto San Josemaría


L’ultima volta che ho visto San Josemaría Escrivá gli parlai di tanti giovani che stavano abbracciando con convinzione l’ideale di una vita cristiana coerente. Commentò in spagnolo: “Es cuestión de fé, no es cuestión de otras cuestiones”. E’ questione di fede, non è questione di altre questioni. Questa frase mi è stata di conforto e di stimolo continuo. Di conforto perché le vocazioni al cristianesimo autentico non sono quante vorrei e questa per me è una spina, ma la fede mi dice che la Provvidenza provvede e non devo preoccuparmi più del giusto. Di stimolo perché è la fede che genera la fede fra di noi. Più vivo di fede più contagerò gli altri con questo virus benedetto che proviene dallo Spirito Santo, non certo dalle mie capacità. La Provvidenza provvederà anche a convertire in bene questo festival dell’idiozia che riempie le pagine dei giornali. Un’altra frase di quel giorno mi stimola: “La cosa peggiore che possa succedere è che non si notasse che ci vogliamo bene”. Si deve notare che ci vogliamo bene. Fede e volersi bene, cominciando dai vicini e dai vicini di fede in particolare. Ho cari amici fra i parroci, fra i focolarini, i neocatecumenali, di Comunione e Liberazione… e sento che questa è una cosa giusta. Direbbe Francesco che non dobbiamo aver paura di volerci bene fino alla tenerezza. Fede e affetto. Il demonio teme che ci vogliamo bene. La preghiera ci sosterrà uniti per portare allegria in questa triste Europa e in questo mondo che impazzisce lontano da Gesù. 



giovedì 13 febbraio 2014

La rivoluzione del cristiano è la preghiera

 
3 febbraio, scrive l’Ansa: “La grande riforma del diritto di famiglia a lungo annunciata dal governo socialista francese non si farà, almeno per il 2014… Esultano i movimenti della Manif pour tous … scesi in piazza anche ieri a Parigi e Lione”. Complimenti ai francesi della Manif. In Italia è difficile che ci siano mobilitazioni del genere e non so se affliggermi. Mi viene in mente Papa Francesco che, alla vigilia di un probabile intervento armato delle potenze occidentali in Siria, ha indetto una veglia di preghiera: l’intervento armato poi non c’è stato. Mi viene in mente De Maistre che, di fronte agli orrori della rivoluzione, disse: “Contro la rivoluzione non ci vuole la controrivoluzione ma il contrario della rivoluzione”. Cioè la vita ordinaria operosa. Mi viene in mente San Pietro in carcere. La comunità cristiana prega e Pietro è liberato dall’angelo. La forza del cristiano è la preghiera. Forse, come cittadini, dovremo organizzare manifestazioni, ma prima, come cristiani, occorre che adoperiamo la preghiera per affermare la vita contro la morte, l’amore coniugale contro il divorzio, l’affetto per i malati contro l’eutanasia, la gioia della differenza fra uomo e donna contro l’omologazione fra i generi e così via. Vorrei che qualcuno m’invitasse ad una veglia di preghiera per le persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese; per i giovani che non sanno amare e buttano la loro vita; perché ci sia il lavoro che, come ripete Francesco, dà dignità alle persone.



martedì 11 febbraio 2014

L'Elis compie 50 anni

21 novembre 1965 Paolo VI saluta San Josemaría

Io c’ero… E’ una frase che si può usare solo in riferimento ad imprese epiche. L’Elis è stata ed è un’impresa epica. C’ero il 21 novembre del 1965 quando Paolo VI, assieme a diversi Padri Conciliari, venne ad inaugurare ufficialmente il Centro mentre uno splendido tramonto d’autunno incorniciava la cerimonia. C’ero ancora prima, nell’estate del ’62 e del ’63 quando si fecero a Napoli riunioni preparatorie di più settimane per progettare l’attività futura. C’erano quelli che sarebbero stati i pilastri su cui l’Elis si sarebbe innalzato. Persone che hanno dedicato la vita a quest’impresa: Joseph Schmitt, Gilberto Balducci, Silvio e Remo Rigirozzi, Enea de Maria, Carmelo Buttitta, Luciano Iavazzo, Enrico Achiardi, Mario Romano, Emanuele Siddi, a cui si aggiunsero Suso Gonzalez e Alberto Vardiero, e altri che oggi sono anziani a cui va la riconoscenza per un lavoro meraviglioso svolto nel silenzio.  C’ero nella prima notte trascorsa all’Elis nell’estate del ’64 con i materassi ancora avvolti nel cellofane su cui non era facile dormire a causa del rumore che accompagnava ogni movimento. L’edificio era stato progettato dall’ingegner Anton Paolo Savio con una linea e con accorgimenti di vivibilità che valsero diversi premi al progettista. L’entusiasmo era alle stelle mentre cominciava un’impresa in un’area che allora era far west: una periferia disagiata e pericolosa come oggi è difficile immaginare.


Ogni volta che tornavo all’Elis c’era qualcosa di nuovo. La scuola professionale (disegnatori, meccanici, elettrotecnici, saldatori), la scuola alberghiera e il centro sportivo cominciarono subito, poi si aggiunsero, nei nuovi edifici, gli orafi e gli orologiai. Negli anni ’80 cominciarono per i diplomati corsi sostenuti dalle aziende, che poi formarono il consorzio Elis: nuove tecnologie, informatica, tecnica della manutenzione. Poi la consulenza alle aziende con le tesi dei laureandi; lo start up di nuove imprese, la prima CISCO Networking Academy nata in Italia… La marcia continua tuttora inarrestabile: ogni volta si assiste a nuove iniziative fino ai recenti corsi per manager e, fra poco, per imprenditori.
San Josemaría Escrivá lo aveva predetto: l’Elis sarebbe diventata un’università del lavoro. Senza perdere la vocazione iniziale di scuola di frontiera, che trasforma in diligenti operai ragazzi con una storia disagiata alle spalle, si mantiene viva la tradizione dell’artigianato d’eccellenza degli orafi e orologiai, e si fornisce una formazione d’avanguardia a diplomati che sono fortemente richiesti dal mondo del lavoro. Sul mondo del lavoro ora all’Elis si riflette, si studia per aprire nuove strade e soluzioni che rendano più umana l’attività professionale.
Chi viene all’Elis viene attratto da un fascino speciale come se degli alchimisti avessero trovato una pietra filosofale che rende compatibili fenomeni che quasi mai vanno insieme: l’allegria, la capacità di ascolto e di stare con gli altri, l’educazione e la familiarità, la laboriosità e la serenità. Viene voglia di partecipare a quest’impresa che ha radici cristiane e denominazioni inglesi, com’è il caso dei cosiddetti “fellows” che non sono altro che persone generose, di elevate capacità professionali, che dedicano tempo per formare questi giovani.
Nel cuore dell’Elis c’è la preghiera di San Josemaría che ha forgiato uno spirito cristiano capace di trasformare il lavoro in preghiera e la vita ordinaria in occasione d’amore a Dio e agli altri. Il segreto dell’Elis è la preghiera e il sacrificio di tante persone che hanno saputo sorridere, lavorare, perdonare e dedicarsi ai propri compiti senza far rumore.


domenica 9 febbraio 2014

Saper voler bene


In questi giorni ho una spina nel cuore. Un mio amico di 35 anni con tre figli – il maggiore ha otto anni – si sta separando dalla moglie. Il matrimonio aveva retto finora ma la moglie è decisa e sta istruendo le pratiche per la separazione. Nulla di nuovo: siamo purtroppo abituati a notizie come queste. Altra cosa è seguire da vicino avvenimenti come questo. I bambini che telefonano al padre per sapere perché non viene a casa; il padre costretto a cercarsi un appartamento e non ce la fa con le spese; gli accorgimenti per preparare documenti e accuse da presentare al giudice. Non riesco a immaginare una tristezza più nera e mi domando perché. Penso che un esame di coscienza come cristiano lo devo fare. Non sarà che ho parlato troppo di morale, di battaglie contro il divorzio e non ho saputo parlare d’amore? Solo Dio riempie il cuore e aiuta l’uomo a vivere nel modo migliore. Santa Caterina diceva: “Gesù dolce, Gesù amore”. Chi contempla Dio sa amare. Occorre riscoprire l’importanza della contemplazione, della vita di preghiera anche per chi ha la giornata piena. Piena di che? Dedico una chiacchierata al portiere, al barista, all’amico e non posso stare un po’ con Dio? Si può amare anche senza credere in Dio ma quale maestro migliore di chi dà la vita per i propri amici? Gesù m’insegna a sopportare tutto con infinita pazienza ed è Lui che mi sostiene. Ho bisogno d’imparare a voler bene. Solo così si trasmette l’amore. E chi insegnerà l’amore a quei bambini? Gesù aiutaci tu.