giovedì 31 dicembre 2015

Il mio Te Deum

Te Deum 2015

A ben guardare il motivo di ringraziamento che s’impone lungo il corso della mia vita è aver visto alla guida della Chiesa Papi di statura imponente. Da bambino mi colpiva la devozione indiscussa che avvertivo in grandi e piccoli verso Pio XII. Quando il Papa morì, nel 1958, avvertii che si era creato un vuoto, anche se all’epoca (avevo sedici anni) mi consideravo lontano dalla Chiesa. Giovanni XXIII fu una sorpresa travolgente. Gli anni del suo pontificato furono anni felici, pervasi di ottimismo. Perfino la guerra fredda si stemperò. Il Concilio da lui indetto, con la memorabile serata d’apertura e il discorso della luna, apriva una stagione di speranza. La sua morte pose fine a quell’incanto.
 Giovambattista Montini quando diventò papa aveva già dato un contributo sostanziale alla formazione dei laici cattolici. Alcuni di questi, giovani professori formati dalla Fuci e dall’Università Cattolica, guidarono il paese verso traguardi mai sognati: l’Italia era diventata la quarta potenza industriale del mondo mentre pochi anni prima era distrutta dalla guerra. Il merito di quel miracolo fu anche di quella classe dirigente  che Montini contribuì a formare. Quando diventò papa si trovò a gestire un concilio che subiva un attacco mediatico internazionale: era come se la mentalità mondana cercasse d’insinuarsi nella vita della Chiesa. Un quadro ben descritto da Benedetto XVI nel suo incontro d’addio al clero romano: da una parte il Concilio reale com’è davvero stato, dall’altra il concilio mediatico che riuscì ad influire negativamente sulle coscienze. La poderosa tormenta spirituale si abbatté sul Santo Padre che resistette ribadendo il Credo cristiano e sconcertando tutti con l’Humanae Vitae: l’enciclica che teneva fermi i punti fondamentali della morale matrimoniale cristiana. Paolo VI ebbe un pontificato sofferto che si concluse tristemente con la supplica che il pontefice vecchio e malato diresse agli “uomini delle Brigate Rosse” affinché non uccidessero il suo caro discepolo e amico Aldo Moro. Nell’agosto del ’78, dopo la morte del Papa, la Chiesa sembrava una cittadella assediata da grandi forze contrarie, mentre al suo interno si respirava un’aria d’incertezza. Dopo la parentesi dolce di Giovanni Paolo I apparve un personaggio inaspettato e sconosciuto ai più: Karol Wojtyla che fin dal suo storico discorso d’inaugurazione del pontificato, nell’ottobre del ’78, rovesciò la situazione. Il capo degli assediati invitava gli assedianti a non avere paura di spalancare le porte a Cristo. Un discorso sorprendente che apriva un’epoca ancor più sorprendente. Giovanni Paolo II lasciò nel 2005 una Chiesa dotata di un prestigio che era impensabile all’inizio del pontificato. L’assedio mediatico fu frantumato da quel campione di Cristo. I suoi funerali sono stati i più solenni della storia. La gente, con una resistenza inimmaginabile, attese ore e ore in fila pur di salutarne la salma. Un evento unico nella storia della Chiesa e nella mia vita. Dopo la morte del Papa, dalla mezzanotte del 2 aprile alle sei del mattino del giorno successivo, con Michele Zanzucchi e un giornalista del tg restammo in studio, in onda su RaiUno, con continui collegamenti con Piazza San Pietro. Un vero dono: vegliare la notte della sua morte assieme agli italiani sbigottiti incollati alla tv.  La Provvidenza aveva impresso una virata incredibile alla storia della Chiesa e Joseph Ratzinger, con la sua profonda cultura e dignità, raccolse il testimone di Giovanni Paolo II portandolo fino all’arrivo di Papa Francesco. Memorabili le encicliche di Benedetto, i suoi libri su Gesù e i discorsi davanti a platee qualificate.
 Con Jorge Bergoglio è arrivato il Papa che tutti desideravano, uno che sembra San Pietro trasportato al giorno d’oggi. Un Papa che parla il linguaggio del Vangelo, un Papa che fa ringiovanire la Chiesa sotto tutti gli aspetti, un Papa che trova sul suo cammino gli ostacoli che i santi hanno sempre trovato. A mio avviso l’anno appena trascorso, il 2015, assieme a tanti avvenimenti significativi, è l’anno del discorso di Papa Francesco al Congresso americano. Un discorso che è un capolavoro:  incoraggiante, positivo, volto a superare i problemi che attanagliano la società più avanzata. Un discorso interrotto da numerose standing ovation da parte dei rappresentanti di quel Paese, fondato da protestanti e leader nel mondo. Davanti ai potenti della terra il Papa ha portato il volto del povero e di chi soffre.
 Con l’iniziativa del Giubileo della Misericordia il Papa ci fa alzare in piedi, ci fa abbandonare l’atteggiamento di autosoddisfazione e ci rimette in discussione. Siamo tutti pellegrini, bambini di Dio, che si devono sostenere l’un l’altro. Il Papa è il primo ad essere misericordioso e a cercare la pecora perduta: sconcerta i dottori della legge ma non muta una virgola della verità di Gesù, che sa spiegare col linguaggio dell’uomo della strada.
Per questi doni  Dio ti ringrazio. Questo è il mio Te Deum.

sabato 19 dicembre 2015

il bambino sono io...

 Tornerò ad adorare il Dio Bambino e mi meraviglierò un’altra volta contemplando l’Onnipotente che si fa piccolo, che sceglie la strada del disagio, dell’emigrazione, degli sconvolgimenti di vita. Con il presepe il Signore mi porta non solo a commuovermi ma anche a diventare più saggio. Ripensando alla mia vita mi accorgo che gli errori maggiori sono avvenuti quando mi sono preso sul serio. Viviamo in una cultura dell’uomo “che si fa da sé”: sembra che tutto dipenda da me, da come agisco e programmo il mio tempo. Per un cristiano è un atteggiamento sbagliato. Da piccoli ci dicevano di comportarci meglio e avevano ragione, ma da grande devo capire che sono piccolo. Gesù, “chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: in verità vi dico se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 2-3). In questo modo Gesù stesso m’insegna a guardare il presepe. Sono io che ho bisogno di tutto, come il Bambinello: questo vuol dire vivere di fede. Devo vivere nella fiducia che mio Padre Dio farà le cose prima, più e meglio. Che sono un servo inutile. La mia vita sarà feconda e allegra se Lo lascio fare. La preghiera è il grimaldello, l’unico strumento che aggiusta le cose. “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Mt 16,25). Io avrei fatto entrare Gesù nella storia come un vincente condottiero a cavallo, Lui invece m’insegna la via giusta della creatura che vive affidandosi al Creatore. Il Bambinello mi chiama a seguirlo.

mercoledì 9 dicembre 2015

Maria, donna come Dio l'ha pensata

 
E’ passata da poco la festa dell’Immacolata Concezione e, come capita quando festeggio una persona che mi è cara, mi sembra di non averla festeggiata abbastanza. Mi è sempre piaciuto pensare che l’assenza del peccato originale in Maria la rendesse completamente donna come Dio l’aveva immaginata. Non mi aiuta considerarla una creatura irraggiungibile, mi piace vedere in lei le caratteristiche della vera femminilità. Eva fu creata da e per Adamo e Adamo trovò in lei un motivo di gioia profonda, tanto da prorompere in un inno di ringraziamento. Genesi 2,25 aggiunge: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”. Questa assenza di vergogna suggerisce la perfetta comunicazione dei loro cuori. La prima conseguenza del peccato sarà invece il desiderio di coprirsi. Incomincia la difficoltà di comunicazione fra uomo e donna, che sembra insormontabile malgrado l’aspirazione di entrambi ad una comunione perfetta. Maria, nell’essere perfetta donna, è capace di completa comprensione nei riguardi di ogni essere umano, anche il più degradato. Per questo mi commuove la festa dell’Immacolata perché è la festa della Donna che davvero mi comprende. Quella Donna a cui rivolgo lo sguardo di un amore che non conosce noia. Come Adamo ha fatto festa quando ha visto Eva, a maggior ragione mi va di festeggiare la Madre e l’Amica a cui posso dire tutto, che sempre mi comprende e m’insegna ad amare senza misura.  Mi dà il giusto criterio e mi porta per mano a imitare Gesù.

mercoledì 2 dicembre 2015

Come mi sto preparando al Giubileo?

 
Questa è la cartolina del Giubileo che m’impone d’interrogarmi su come mi sto preparando all’evento. Sento che prima di aprirmi alla misericordia di Dio mi devo convincere di averne bisogno. A chi oggi vorrei chiedere perdono? Ai miei genitori in primo luogo. Non c’è misura fra quanto mi hanno dato e quanto io ho dato a loro. Sono stato un figlio affettuoso ma loro mi hanno dato la vita, mi hanno dedicato un tempo infinito, mi hanno trasmesso la gioia di amare e tanto tanto altro. A loro chiedo perdono perché ora saprei ringraziarli meglio e tento di rimediare pregando per loro con tutto il cuore. A loro chiedo comprensione e misericordia sapendo che è già accordata. E a Dio? Se è così forte la relazione con i miei genitori perché è evanescente quella con Dio? Perché è così insoddisfacente? Meno male che ci sono i santi: loro si sono resi conto (per quanto possibile a una creatura) dell’amore di Dio che li ha creati e li ha salvati col Suo Sangue. Ma ci credo che Gesù è morto per me affinché io capissi che non devo vivere d’altro che d’amore? Non dovrò ringraziare la Trinità perché ha fatto per me più dei miei genitori? La grazia che chiedo è rendermi conto dell’amore di Dio per me e, di conseguenza, quanto è grave la mia trascuratezza e superficialità. Ho bisogno dello Spirito Santo come quel padre che (Mc 9,24) grida a Gesù: “Credo, Signore, aiuta la mia incredulità!”. Solo se mi rendo conto di quanto ho peccato saprò chiedere misericordia. Ho bisogno di una confessione contrita.

martedì 1 dicembre 2015

Imprenditore per amore: cose mai sentite...

 
In questi giorni mi capita spesso di parlare di santificazione del lavoro perché presento un libro che ho scritto sul tema. Ho la testa piena di princìpi tutti validi, primo fra i quali è che non ci può essere una vera relazione con gli altri se non si ha una forte relazione con Dio. Ma ciò che mi ha davvero insegnato qualcosa non sono le teorie, o le dottrine, ma l’esempio di alcune persone. Non a caso il punto forte del mio libro è una galleria di personaggi che portano con sé una ricchezza che non è circoscrivibile. Uno di questi è l’imprenditore per amore Gregorio Fogliani (1400 dipendenti, in crescita), che ha cominciato a fare impresa a 19 anni quando si è innamorato di colei che sarebbe diventata sua moglie e resta per lui “la donna più bella del mondo”. Spesso Gregorio parla ai giovani e poi si fa scrivere per mail gli argomenti che li hanno colpiti. La sintesi è questa: trasparenza, empatia, non esistono problemi ma opportunità, spirito di squadra e buon carattere, non aver paura di sbagliare, impegnarsi per obiettivi ambiziosi, desiderare di restituire ciò che si è ricevuto. Ciò che convince i giovani è l’evidenza che Gregorio vive ciò che dice. Sono affermazioni controcorrente, come essere disposti a cambiare lavoro ma non a cambiare la moglie. Ultimamente ha parlato a 350 direttori del personale facendoli ridere alle lacrime descrivendo quanto danneggia l’impresa il dipendente che divorzia. Ridere per non piangere. Gregorio ogni mattina legge un brano del Vangelo.


domenica 29 novembre 2015

Una recensione in dono. Da Sonia Vazzano

 
La bellezza è per entusiasmare al lavoro,
il lavoro è per risorgere

Cyprian Norwid, Promethidion: Bogumil vv. 185-186
Pisma wybrane, Warszawa 1968, vol. 2, p. 216




Ai nostri maestri


Questa recensione è un po’ particolare. E forse serve più a chi la scrive che non a chi il libro l’ha scritto. Ma l’intento vero è che serva comunque a chi ancora non l’ha letto (e che ci auguriamo continui nella lettura, o la intraprenda sul serio, anche dopo queste righe).

Pippo Corigliano è un amico e in genere degli amici amo parlare poco, e meno scriverne per un pubblico ampio, perché l’amicizia se la cominci a “svelare” poi non riesci a trattenerla più. E allora ti rimane sempre un po’ la paura di condividere troppo qualcosa che in fondo è un po’ solo per te. E se decidi di farlo, è perché c’è qualcosa di più nell’amico che senti di dover condividere.
E allora non dirò di Pippo e di questa sua ultima “fatica”, ma parlerò di maestri e di relazione, che, a mio avviso, sono i due cardini attorno ai quali ruotano queste sue pagine (Siamo in missione per conto di Dio. La santificazione del lavoro, pp. 140, Mondadori 2015).

La santificazione del lavoro, nel lavoro e degli altri con il lavoro – che Pippo Corigliano ha imparato da san Josemaría e nella vocazione all’Opus Dei – è la convinzione che non è difficile trasformare il lavoro in un dialogo di preghiera (cfr. Amici di Dio, Lavoro di Dio, pt. 67). E che nella barca di ciascuno di noi con naturalezza entra… il Maestro (cfr. Amici di Dio, Grandezza della vita quotidiana, pt. 21). Sì, proprio il Maestro, e i maestri…

Un adagio talmudico recita che «Il mondo sta in piedi solo per il respiro degli studenti» (Resh Laqish in nome di Yehudah Hanassi, bShabbat 119b). Ieri nella presentazione del libro di Pippo, ho capito che tale respiro è alimentato da passione, meraviglia e sorriso. E poi da legame, conoscenza e disposizione.
Pippo ha presentato (sì, proprio lui, e già questo la dice lunga sull’autore di queste pagine) con queste caratteristiche i suoi maestri. Quelli che riconosci e scegli come tali. Quelli che ti insegnano cose che non stanno sui libri. Quelli che ti trasmettono l’essere del maestro. Quelli che ti ricordano sempre la tua missione più grande: forse quella che non conosci ancora e che magari neanche loro conoscono, ma che di certo ti aiutano a scoprire.

I maestri di cui parla Pippo in questo libro sono tanti. Io oggi volevo ricordare quelli che a noi Pippo ha presentato ieri. E lasciare ai lettori la scoperta di tutti gli altri. Perché è inutile dire che è proprio bello avere tanti maestri così!

Alla sua destra Ettore Bernabei: la personificazione della passione. Chissà cosa ha significato per i suoi figli, per i suoi nipoti, per i suoi amici un uomo così? Bernabei “apre” il libro di Pippo e sembra in qualche modo accompagnarlo fino alla fine, con una narrazione che è frutto di un impegno di vita in cui il lavoro è la passione dominante, quella del perseverare con lo slancio del lavoro incominciato con passione umana e soprannaturale (cfr. Amici di Dio, Lavoro di Dio, pt. 63). Ora capisco perché Bernabei è stato un maestro per Pippo nella santificazione del lavoro: nella sua incessante missione di comunicarne la passione! Una passione che lega e che crea legami.

Accanto a Bernabei, l’unica donna della serata, e chiedere che fosse un’artista è stato veramente chiedere il massimo. Di Paola Grossi Gondi mi resta nel cuore la meraviglia. E se meravigliarsi fosse preghiera? Un inno a Dio per quello che dà all’uomo cui non si può rispondere con altro se non con la propria meraviglia? L’artista, ormai conosciuta soprattutto per una delle sue ultime opere Il filo rosso della Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma, ci racconta con semplicità i suoi occhi meravigliati sul mondo e sulle cose, che poi si traducono in gesti d’amore nei confronti di chi il Maestro per eccellenza decide di mettere sul nostro cammino. Come Bernabei è maestro di passione, Paola è maestra di meraviglia: di un lavoro ben fatto in cui si scopre che la santificazione nasce dalle piccole cose, tratti infiniti di un disegno in cui l’Artista guida la nostra mano e viene a cercarci proprio là, nell’esercizio della nostra professione (cfr. Cammino, pt. 799). Laddove la meraviglia e la ricerca della bellezza si fanno conoscenza.

E alla sinistra di Pippo c’è Pierluigi Bartolomei, testimonianza chiara e semplice di ciò che rende santo il lavoro di ogni giorno: il sorriso. Il sorriso di chi riesce a mantenerlo nonostante ciò che vede. Di chi continua a sorridere se anche nel percorso la tristezza rischia a volte di prendere il sopravvento. Di un padre e di un marito che prima di mettersi a lavorare ogni giorno, si ricorda della propria mission nel mondo: l’allegria di chi si sente figlio di Dio. E di chi lavora con le mani, di chi pianta alberi, di chi mette le ultime pietre (cfr. Cammino, pt. 42). Bartolomei è il volto della santità che sorride nonostante le difficoltà, in una professione che spesso forgia il cuore squarciato di fronte agli occhi che guardano la realtà difficile di tutti i giorni. Del cuore che si fa disposizione.

Tre testimonianze – di passione, di meraviglia e di sorriso – che raccontano chi sono i veri maestri di Pippo. Sono uomini e donne di relazione – di legame, conoscenza, disposizione – che spesso non vivono sotto i riflettori, che vanno piano mentre il mondo va veloce, che rimangono poveri perché hanno capito di aver bisogno di Dio. Che riconoscono come nulla accada a caso e che ogni persona che ci passa accanto è un miracolo da scoprire, con quello che abbiamo, che siamo e che desideriamo.

I santi sono un po’ dei supereroi? La missione di cui parla Pippo è impossibile oggi per tutti gli uomini? Forse un po’, e forse ci piace pensare che se proviamo ad essere santi sapendo che è difficile magari un po’ lo stiamo diventando già. Perché a volte non serve la santità che cambia il mondo, ma solo quella che si riconosce come dono. Un dono che prima di ricevere si è chiesto. Un dono che ancor prima di chiedere si è riconosciuto negli occhi del proprio maestro.

Pippo si è preso un bell’impegno con questo libro. Ha quasi “canonizzato” in terra dei personaggi ancora viventi. O questo almeno è quello che tanti potrebbero obiettare di fronte ad un titolo cosi. In realtà se è vero che i santi, come dice papa Francesco, sono uomini e donne che «hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri», è anche vero che «essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità. […] È una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome […], ha un volto: il volto di Gesù». Il volto del maestro. Ecco perché questo libro, lungi dall’essere una “canonizzazione anticipata”, è “solo” un inno ai maestri di ogni generazione, che non sono tali perché sono più anziani di noi, e che non sono tali perché qualcuno ce li ha presentati così. Ma solo perché di fronte ad essi non si può non ringraziare.

Questo libro mi ha insegnato una volta di più la fortuna di poter dire “grazie”, sempre e comunque. Perché nella mia giornata quotidiana, nel mio lavoro di ogni giorno, nel mio sforzo continuo di scoprire i miei doni e di provare a farne briciole di santità, posso dire anche io di avere avuto dei maestri. E forse sit mihi terra levis.


giovedì 19 novembre 2015

La relazione con Dio: canale di vitalità

 
La caratteristica che colpisce nei santi è la relazione con Dio. Per questo sono preziose le loro autobiografie o le biografie di chi li ha conosciuti nell’intimo, come la vita di Santa Caterina scritta dal suo confessore. Ho conosciuto un santo e son rimasto stupito per il continuo rapporto con Dio: con gli Angeli, con San Giuseppe, Maria, Gesù, lo Spirito Santo e così via: giorno e notte.  Ho appreso da lui questa dimensione che non mi era stata trasmessa chiaramente nel messaggio cristiano. 

Mi avevano insegnato a fare il mio dovere, a vivere la castità (tema insistentemente ripetuto), a rispettare i genitori con il seguito degli altri comandamenti. Il primo comandamento rimaneva però ermetico. Solo la rilettura dei Vangeli mi ha portato a scoprirlo come il vero segreto dei santi. La continua relazione di Gesù con Suo Padre ha incrinato la crosta della mia superficialità. Qual è la virtù che Lui più loda? La fede: più volte esplicitamente posta ad esempio nella donna cananea, nel centurione, nell’emorroissa… persone considerate ignoranti dai dottori della Legge. L’amore per il prossimo viene esemplificato in un samaritano, un personaggio da cui non ci si attende nulla di buono. 
Gesù pone se stesso come via (esempio) e verità (rivelazione), ma anche come vita: quella vitalità che ci stupisce negli Apostoli e nei santi. La relazione con Dio dà vita, nasce dalla fede e si riversa nell’amore. Preghiera mentale, confessione, Rosario, lettura spirituale, Santa Messa: canali di vitalità.

giovedì 12 novembre 2015

Castità

 

 La virtù della castità porta alle radici della fede. L’uomo è stato creato da Dio “a sua immagine”: “maschio e femmina” li creò  (Gn 1,27). Il linguaggio è mitico ma ci trasmette una verità. Gesù ricorda che l’uomo “si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”(Mc 10,8). L’unione è per sempre.
La castità, in particolare quella prematrimoniale, è incomprensibile senza la fede. Nella creazione l’uomo si distingue dagli animali perché il Signore plasmò l’uomo con polvere e soffiò nelle sue radici un alito di vita (Gen 2,7): gli animali sono creature di Dio ma l’uomo è “capace di Dio”. Gesù ristabilisce in pieno la relazione  dell’uomo con Dio e così l’uomo può vivere seguendo la “via” di Gesù. Se non decido di percorrere quella via (che prevede anche la castità prematrimoniale), se non ho capito che la logica di Gesù è diversa da quella mondana e passa per il dono di sé, per la croce di ogni giorno (che comporta la felicità di ogni giorno), come posso pretendere che un giovane non si comporti come un animale, mentre la cultura dominante impone l’idea che noi siamo animali come gli altri?
Conviene sposarsi presto anche se la società contemporanea mette ostacoli. Soprattutto conviene imparare a voler bene che è il primo dei comandamenti. Chi insegna oggi a voler bene? Occorre imparare ad amare. Come sono belli i coniugi vecchietti che si tengono per mano alla sera di una vita insieme!
La castità è una questione di fede e di amore, non di ragionamenti moralistici.


domenica 8 novembre 2015

Una recensione simpatica e inaspettata

Nel mio libro racconto quanto apprezzo le lezioni di Acquagym di Giordana che ha una grazia particolare nel muoversi e nel comunicare. Giordana ha letto il libro e mi ha mandato in What'sApp questa minirecensione che mi è piaciuta:


Ora che l'ho letto sai che immagine mi viene in mente quando ci penso? Immagina una strada piena di gente una folla tipo le strade di new york..io che cammino e ad un certo punto mi passa vicino..Leonardo Mondadori e io faccio...ooohh! Poi cammino e mi passa vicina e mi sorride Susanna Tamaro...e io faccio...oddio era lei! E poi cammino e mi passa vicino il Barone siciliano...e io faccio...oh dio forse l'uomo della mia vita mancato! E poi cammino e incontro Montanelli  e Bernabei e lì sono costretta a fermarli ad abbracciarli da parte tua e dopo faccio..oddio erano loro!! ...ecco mi viene in mente questo....una passeggiata un po' magica...come Alice nel paese delle meraviglie...si perché io con tutta questa gente IMPORTANTE non c'entro proprio niente Pippo!...buona serata!


giovedì 5 novembre 2015

La faccia dei salvati

 
Mi ha sempre divertito la frase di Nietzsche rivolta ai cristiani: “Crederò nel Salvatore quando vi vedrò con la faccia dei salvati”. Mi piace perché mette il dito nella piaga. Io stimo Gesù ma lo voglio rendere compatibile con i miei piccoli interessi. Non avrò mai la faccia del salvato se non imparo da Gesù a vivere d’amore, il che è possibile solo col Suo aiuto. I santi hanno avuto la faccia dei salvati: gente che era irresistibilmente attraente perché Gesù è venuto a ristabilire il giusto rapporto con Dio  e con il prossimo, con l’obbedienza e la carità. Questa è la salvezza.
Abbiamo spesso inteso la sequela autentica di Gesù come un cambiamento di stato di vita: farsi prete, suora, frate o monaco. Scelte meravigliose con cui la Provvidenza ha fatto giungere la fede fino a noi. Ma si può anche vivere d’amore senza cambiare stato. Chi ha la vocazione matrimoniale e si sente chiamato a vivere in questo mondo non è una mezza cartuccia. Può essere santo, un uomo di Dio. Allora sì i cristiani avranno la faccia dei salvati. Vivranno d’eucarestia e sapranno esprimere nel mondo del lavoro e della famiglia le virtù di cui il nostro mondo ha ardente bisogno. Impegnati nel proprio mestiere con cuore mite e umile, capaci di amare il coniuge fino alla morte. Gesù in croce è il vero albero della vita da cui scorre il Sangue che può diventare il mio sangue, malgrado le mie resistenze. Allora la Croce diventa il vero asse del mondo portando nel volto dei cristiani la vera immagine dei salvati.


mercoledì 28 ottobre 2015

Ripartire da zero

 
"Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo" dice Papa Francesco nella Laudato sì (n.53). Essere strumenti di Dio Padre è meraviglioso. Quando sento la frase: “Dobbiamo recuperare il senso del peccato” mi rattristo, non perché non sia d’accordo, ma perché soltanto quando c’è un reale rapporto con Dio allora nasce il dispiacere di non essere in sintonia con Lui. Occorre parlare di Dio. Anni fa si diceva: “Dio è morto”, ora non si dice più perché si dà per scontato che non esista, e poi ci chiediamo come mai abbiamo la sensazione di scivolare in un inferno. Io devo preporre a tutto il rapporto con Dio e allora scoprirò che il Paradiso comincia ora. Saper voler bene, sentirsi figli piccoli di Dio: è l’inizio di un sentiero che porta alla felicità propria e altrui. Liberiamoci dell’arte che non cerca la bellezza. Io cerco la bellezza, quella vera, perché mi parla di Dio. Devo contribuire ad una nuova cultura dove la bellezza e l’amore abbiano cittadinanza. Mi sento desolato quando sento parlare di bambini privati di una mamma o dell’utero in affitto: la bruttezza esala da queste parole, ma è un richiamo ad essere “strumento di Dio”, a propagare amore, bellezza e conoscenza del vero. Abbiamo l’opportunità di ripartire da zero, dal deserto, per costruire consapevolmente una nuova civiltà. E’ un compito che spetta in particolare a noi italiani. Non a caso i due ultimi Papi hanno scelto il nome di santi italiani. 


venerdì 23 ottobre 2015

il compito che ci attende

 
Le civiltà tramontano perché invecchiano e muoiono: così l’Occidente manifesta i segni del disfacimento. Basta pensare come i princìpi della cultura dominante mostrano la loro fragilità. “Time is money” si dice (non a caso in inglese) per dire che il tempo è denaro. Grande sciocchezza. Ricordo con quanta intensità San Josemaría diceva che il tempo è poco per amare. Il tempo è grazia non denaro. La democrazia e la libertà d’espressione, due punti cardini della civiltà occidentale, lasciano spazio alla sensazione che chi realmente governa siano le lobby finanziarie attraverso lo strumento della comunicazione, per imporre i loro indirizzi  attraverso l’apparente libertà. L’emancipazione femminile, frutto del fermento cristiano (al di fuori del cristianesimo la donna è avvilita), si sta tramutando nel suo opposto: mai come oggi la donna è costretta a faticare più dell’uomo. La valorizzazione della persona (eredità cristiana anche questa) si è ridotta alla concezione individualistica della società con la conseguenza negativa (fra le altre) del disprezzo della famiglia e delle comunità intermedie. Le arti, dapprima idolatrate, portano in sé un germe di dissoluzione: la bellezza e l’armonia sono relegate agli ambiti commerciali. Non è una visione pessimista è l’evidenza del compito che spetta ai cristiani. Tocca a noi far nascere il gusto del bello, dello splendore dell’amore, della fiducia di conoscere la verità. C’è da fare per i giovani: occorre educarli con l’esempio e con il coraggio.

lunedì 19 ottobre 2015

Una recensione "alla Miriano" di Siamo in missione...

di Costanza Miriano
La prima volta che ho pensato che ci si potesse fare santi facendo cose normali è stata per me una folgorazione. È successo quando avevo più o meno dieci anni, credo, leggendo Come un piccolo fiore, la storia di santa Teresina di Lisieux raccontata ai bambini. Era (è, a dire il vero, io l’ho comprato ai miei figli una ventina di anni dopo averlo letto) un libro con delle figure bellissime che avevo trovato a casa della zia Teresa, e mi è rimasto impresso a fuoco nella mente, anche perché dovendolo restituire lo avevo letto famelicamente cercando di memorizzarlo.
Mi ricordo come se fosse oggi che lei chiedendosi come da quel suo Carmelo potesse vivere il martirio, la missionarietà, decideva di accogliere tutte le occasioni che la circostanza le offriva per vivere con tutto l’amore di cui fosse capace: prendersi gli schizzi in faccia lavando i fazzoletti accanto a una consorella maldestra, accompagnare la sorella anziana e bisbetica al refettorio, togliere le ragnatele dal chiostro. Fare le cose con amore è la cosa più preziosa agli occhi di Dio, che vuole il nostro cuore, tutto intero. Per questo una giovane suora di clausura è diventata patrona delle missioni, perché Dio ha bisogno dei nostri cinque pani e due pesci, e poi ci pensa lui a moltiplicare. Il problema è che quei cinque pani e i due pesci sono tutto quello che abbiamo, e al momento di lasciarlo andare via fa male. A volte malissimo. Ma poi si diventa fecondi in modo stupefacente, dicono le vite dei santi.
Mi era sembrata una intuizione meravigliosa, ma comunque, mi dicevo da piccola, attuabile meglio in monastero, dove, pensavo, è più facile essere unitari, tutti consegnati a Dio. Solo molti anni dopo ho incontrato Pippo Corigliano, e con lui il carisma dell’Opus Dei, che lui incarna e vive, e insieme sa raccontare e comunicare benissimo, essendo questo, comunicare, il suo lavoro (è un ingegnere, in realtà, ma è napoletano, quindi una specializzazione di ingegneria a sé). L’idea di santificare il lavoro, la vita quotidiana, l’idea che la santità fosse non solo alla portata dei laici, ma anzi dovesse essere il loro obiettivo “normale”, esattamente come per i consacrati, è stata la grande novità portata nella Chiesa da san Josemaria Escrivà, che in questo ha anticipato il Concilio Vaticano II. Di cento anime, ce ne interessano cento, diceva.3Dnn+9_2C_pic_9788804658641-siamo-in-missione-per-conto-di-dio_original
Come la vita, così, cambi completamente prospettiva è il tema del nuovo libro di Pippo Corigliano, che nel frattempo, da quando ci siamo conosciuti per scambiarci i libri con dedica, è diventato praticamente uno di famiglia (se cucino un po’ meglio del solito i miei figli mi chiedono “ma perché non hai invitato Pippo?”, e la risposta è, nel caso in cui non sia invitato, “perché ci sono troppi calzini a terra, mi vergogno”). Si chiama “Siamo in missione per conto di Dio”, ed è pubblicato dalla Mondadori (mica cotiche). La citazione dei Blues Brothers non è casuale: quello è veramente il film preferito di Pippo, e i due fratelli delinquenti e squinternati che vanno in giro con gli occhiali da sole anche di notte e mezzo pacchetto di sigarette giusto per arrivare a Chicago hanno qualcosa in comune con l’elegante ingegnere: il senso dell’umorismo, e la tenace volontà di lavorare per lo stesso Principale. E quando Pippo incontra qualche collega che lavora per lo stesso Principale, cioè qualcuno che con umiltà e amore cerca di santificare il lavoro, di santificarsi nel lavoro, e di santificare gli altri col lavoro, drizza le antenne. Cerca di conoscerlo, di fare amicizia, di fare insieme un pezzo di strada, brevissimo o lungo una vita che sia, l’importante è che a strada porti in Paradiso.
In questo suo ultimo libro c’è quindi prima qualche riflessione – breve, è pur sempre un ingegnere – giusto quello che serve a inquadrare la questione (il lavoro) e a mettere a punto l’atteggiamento migliore da prendere (renderlo proprio il luogo e il mezzo in cui ci si santifica, non quella cosa nonostante la quale si fa il bene). Poi c’è una magnifica galleria di personaggi che provano o hanno provato a vivere la loro chiamata nel mondo prendendo il lavoro con passione, serietà, amore: e si va da Indro Montanelli a zia Lucrezia, dalla signora delle pulizie al direttore generale della Rai (Ettore Bernabei), da Leonardo Mondadori a Susanna Tamaro. Passando, va be’, per me, ma in quel caso Pippo è accecato dall’affetto, che gli rende perdonabile anche il fatto che durante le riunioni di lavoro a Rai Vaticano a volte metto lo smalto (d’altra parte mica ci vuole il cervello per passare una mano di color prugna sulla unghie: solo, non è elegantissimo da parte mia. E adesso la circostanza rimarrà immortalata nei secoli in questo volume: ormai è tardi per chiedere il ritiro delle copie dal commercio?). Comunque, a tutti i complimenti che mi riservano queste pagine va fatta una tara abbondantissima, io lo dico.
Che dire? Le storie raccontate sono appassionanti, sembra di ficcare il naso dietro le quinte di tanti snodi importanti nella storia del nostro paese (Bernabei, Mondadori Montanelli…), oppure nella casa di Susanna Tamaro, nei cuori di persone normali come la signora Pina, di cui Pippo sembra aver carpito il segreto più profondo, e sono certa che l’abbia fatto, non so come, guardando da lontano, con la sua discrezione e il rispetto delle distanze che lo caratterizza. Che poi alla fine a me è questo che interessa: il cuore, la verità delle persone.
Ovviamente nel libro c’è molto di più, ma si sa che ognuno coglie quello che vuole nelle pagine che ha davanti: c’è un excursus della concezione del lavoro nella storia della spiritualità, e nella storia vera e propria, ci sono ritratti di città e realtà diverse, storie di aziende cardine per il nostro paese, come la Rai, l’Olivetti, la Mondadori, ci sono riflessioni sulla professionalità e sulla preparazione, sulla bellezza, sull’umiltà, l’inventiva e la capacità di trovare soluzioni. E ci sono momenti in cui la piccola Teresa di Lisieux torna alla mente, come nelle parole sulla signora Pina, forse la mia preferita: “Mai l’ho sentita lamentarsi per le cose da fare ogni giorno, tutti i giorni, nel servizio del marito e dei figli. E ho sempre presente il suo senso di donazione nel cucinare bene un pranzo, con un’attenta preparazione, con la fettina cotta al momento perché sia mangiata ben calda, col pensiero al piatto preferito di ciascuno. «Mi aiuta l’esempio di chi sa dire di sì fino all’ultimo dettaglio, quando si è stanchi e magari c’è da preparare un vassoietto con una camomilla per qualcuno che sta male. Sono momenti in cui serve un pensiero soprannaturale perché umanamente la voglia sarebbe a zero. “Gesù, voglio preparare questa camomilla per te” e così ci metto quell’ingrediente in più d’affetto. La persona che riceve la camomilla non verrà mai a saperlo. Mi aiuta tanto sapere che Dio mi vede sempre e che conosce le mie tensioni, i miei sforzi”.

Domenica 25 ottobre nell'ambito di "Bookcity" Gianarturo Ferrari presenterà con Pippo C. "Siamo in missione per conto di Dio/La santificazione del lavoro" alle 17 nella libreria Mondadori in Piazza Duomo. I milanesi, e non, sono invitatissimi.


venerdì 16 ottobre 2015

Santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri col lavoro

 


 La professionalità è di moda. Se dico a una persona “lei ha professionalità” la rendo felice. Ma quali sono le motivazioni per lavorare con impegno? Spesso lo stimolo è il guadagno, l’autosoddisfazione, la considerazione sociale, mantenere la famiglia oppure semplicemente il senso del dovere. Ho incontrato una persona che mi ha insegnato a lavorare per amore: è San Josemaría Escrivá. E ho conosciuto un Papa che mi ha fatto capire che “l’uomo può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo” (Benedetto XVI,  Parigi 12.9.08). Nel lavoro si riflette il mio atteggiamento nei confronti di Dio. Nell’Antico Testamento è predominante l’invito a riconoscere la potestà dell’unico Dio. Nel Nuovo Testamento Dio è presentato come un Padre che ci richiede amore (per Dio e per il prossimo: parabola del buon samaritano) e l’atteggiamento umile (parabola del fariseo e del pubblicano). Devo riscoprire come fondamentale l’atteggiamento di umiltà e di amore mentre talvolta il cristianesimo mi è stato presentato erroneamente come una morale rigida, un sistema dottrinale o un’ideologia. Umiltà e amore mi devono accompagnare anche al momento di lavorare e ciò comporta l’accoglienza verso chiunque, lo sforzo di far bene e riconoscere serenamente i miei limiti. Detto meglio: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri col lavoro. Ogni sentiero porta ad una destinazione. Il sentiero dei figli di Dio porta in Paradiso, perciò si può e anzi si deve lavorare con allegria.

mercoledì 14 ottobre 2015

Napoli: un modello di amore per il lavoro

L'Avvenire del 13 ottobre dedica al libro un estratto dal titolo:

NAPOLI: UN MODELLO DI AMORE PER IL LAVORO

L’amore c’entra con il lavoro. Quando l’Olivetti nel dopo guerra impiantò una fabbrica a Pozzuoli (Napoli), gli operai lavoravano a cottimo, cioè venivano pagati in base alla produzione. Le donne napoletane, che avevano figli a casa in condizioni disagiate, sbalordirono tutti perché riuscivano a produrre tre volte di più delle colleghe del Nord. La relazione tra cuore e lavoro, tra umanità ed efficienza, è sorprendente.
Napoli, per esempio, scoraggia tutti quelli che hanno una cultura sociologica ed economica moderna. È una città che nell’insieme non funziona e non dà speranze di funzionare. Persino Aldo Cazzullo, nel suo L’Italia s’è ri-desta (un noto libro sulla ripresa dell’Italia), quando arriva a Napoli le dedica un capitolo affettuoso ma sfiduciato. E invece, per capire Napoli, per capire la differenza fra Napoli e una qualsiasi città economicamente depressa, bisogna partire dall’animo dei napoletani. Bisogna capire come pensano, qual è la loro affettività, come intendono la vita, come percepiscono l’arte, come cantano. e qui si apre un mondo. Si potrebbe ricordare che la Napoli dei Borboni, malgrado la leggenda nera creatale attorno, era una città fiorente dove le arti, l’industria, l’istruzione, la religiosità prosperavano grazie a una grande tradizione.
Napoli era nel Seicento, con 400.000 abitanti, più popolosa di Londra e di Parigi, mentre Roma arrivava a stento a 100.000 abitanti. Sant’Alfonso de’ Liguori, protagonista del Settecento napoletano, esprimeva bene le eccellenze di Napoli nella musica (fra l’altro ha composto Tu scendi dalle stelle e altri canti popolari), nella pittura, nella cultura: è stato l’ultimo Dottore della Chiesa nel senso classico, riformatore della teologia morale. Tutto questo si è spento con la fine dell’autonomia: una vicenda che non si può approfondire in questa sede. È stata tolta la speranza a una città popolosa le cui attuali condizioni di vita non consentono una ripresa socioeconomica. Napoli può contare quasi unicamente sulle risorse interiori derivanti dalla sua cultura, e perciò è interessante. Chi va a Napoli parte con la paura di essere scippato, ma torna col desiderio di coltivare amicizie con napoletani o di trovare un marito o una moglie partenopei. Prova ne sia che, in tutta Italia, quando in un ambiente c’è un napoletano si respira aria di simpatia, di libertà, di umorismo. E questo che c’entra con il lavoro? C’entra. Perché chi concepisce il lavoro umano come la prestazione di una macchina o unicamente come mezzo per ottenere soldi e incarichi (in altre parole: chi è figlio della cultura dominante) ha una concezione di vita e di lavoro riduttiva. Il lavoro umano o è umano o è schiavitù interiore. Perciò è utile lo shock di una visita a Napoli, perché lì si capisce che l’uomo dipende non solo dalle condizioni economiche ma anche e soprattutto dalle risorse interiori.
Nei miei vent’anni, con alcuni amici avevamo organizzato un doposcuola per i ragazzi delle scuole medie del quartiere popolare di forcella. Molte famiglie erano in condizioni disagiate. Ricordo, fra l’altro, la sorpresa nel trovare tanta allegria in una famiglia con sei figli che viveva in una sola stanza. Per parlare di un’esistenza felice e della santificazione del lavoro, occorre partire dal cuore dell’uomo non dal suo reddito. La situazione di Napoli è, da questo punto di vista, un caso limite che fa riflettere.

martedì 13 ottobre 2015

Ho visto la luce...

Siiiii!!!... Ho visto la luce! Così dice il nuovo libro "Siamo in missione per conto di Dio" che oggi nasce in libreria. O almeno dovrebbe esserci perché ormai le librerie sono come le edicole che esauriscono presto le scorte...
Comunque grazie per l'attenzione e ... al lavoro!

lunedì 12 ottobre 2015

Ricordo di Odoardo Sannipoli

Avevo appena aderito all'Opus Dei quando ho conosciuto un "fratello maggiore" ingegnere, di una saggezza antica. Ecco come mi piace ricordarlo:

 Odoardo è sullo sfondo

 In primo piano a sinistra San Josemaría
Urio, Lago di Como. 1968

Aveva un amore grande all’Opus Dei e a San Josemaría: lo manifestava senza troppe parole ma con uno sguardo intenso. Aveva fatto grandi cose per la crescita dell’Opera in Italia ma non ne parlava cosicché a noi che siamo venuti dopo restano nella memoria soprattutto i suoi detti sapienziali: comunicava dati di esperienza in forma sintetica e da ingegnere. Per esempio. Qual è l’età ideale per una ragazza che si sposa? “L’età del marito diviso due più sette. Se è più giovane, meglio”. Si rideva per queste affermazioni da ingegnere ma si capiva che c’era un pensiero, una saggezza di fondo. Qual è la traiettoria ideale di un’auto in curva? Quella più larga (contrariamente all’istinto che porta a stringere): è la cosiddetta “legge del pirolo” che Odoardo aveva codificato. Basta verificare. Come si comporta il tempo atmosferico? Odoardo spiegava che, nel nostro emisfero settentrionale, le perturbazioni vanno da Ovest a Est. La perturbazione è un vortice che ha un senso antiorario. L’approssimarsi della perturbazione è caratterizzata quindi dal vento del sud fino all’arrivo del centro del vortice, con tuoni, pioggia, venti disordinati per poi passare al vento di tramontana, segno del bel tempo che arriva. Uno schema semplificato ma utile. Non sempre le perturbazioni hanno le stesse dimensioni, possono prenderci di striscio passando sopra o sotto il punto in cui siamo, possono essere più o meno veloci e consistenti, però la legge generale con cui procedono è sempre quella. Quando consulto le previsioni del tempo, Odoardo mi è presente.
Quanto abbia fatto Odoardo per lo sviluppo dell’Opus Dei in Italia è difficile riassumerlo. Grazie ai ricordi di Antonpaolo Savio qualcosa si può mettere insieme. Odoardo aveva chiesto l’ammissione all’Opera dopo aver conosciuto Armando Serrano, il portoghese che guidava l’auto di San Josemaría e scattava le foto destinate a documentare i primi tempi dell’Opus Dei dopo il trasferimento del Fondatore a Roma. Armando era intraprendente e andava ad ascoltare le lezioni all’Università in differenti facoltà. Odoardo apprese da lui lo slancio apostolico e, un giorno del ’51, notò uno studente d’ingegneria un po’ più giovane di lui, abilissimo nel disegno. A sua volta Antonpaolo aveva apprezzato un progetto di Odoardo su case a schiera, situate a Gubbio, sua città natale. Nacque così l’amicizia e un giorno Odoardo, sulla scalinata di San Pietro in Vincoli (presso la facoltà d’ingegneria), propose ad Antonpaolo di andare ad assistere ad una meditazione predicata di don Salvatore Canals. Antonpaolo andò e poco dopo chiese l’ammissione all’Opus Dei: cominciò così un percorso che vide i due quasi sempre insieme nel progettare ed eseguire la costruzione di centri dell’Opera in Italia.
Odoardo lavorò alla realizzazione di Salto di Fondi: una tenuta agricola che don Alvaro aveva voluto realizzare per garantire gli approvvigionamenti per gli allievi del Collegio Romano e della sede centrale dell’Opera. Si era nel dopoguerra ed erano periodi di scarsità alimentare.
Ogni tanto Odoardo lasciava lo studio che condivideva con Antonpaolo in Via Lucrezio Caro per qualche missione speciale. Era portato ad avere un rapporto diretto con gli operai ed era diventato famoso il suo metodo “maieutico”. Non diceva direttamente come dovevano fare ma lo faceva dire a loro intervenendo solo se necessario. Una “missione speciale” fu la realizzazione del centro dell’Opera a Napoli al Vomero, tuttora esistente in via Luca Giordano. Dice la leggenda che Odoardo non avesse previsto i rubinetti dell’acqua calda perché i membri dell’Opera vivevano una vita piuttosto austera (si era alla fine degli anni ’50).  Fortunatamente don Pedro Casciaro (uno dei primi dell’Opera che seguiva lo sviluppo delle attività in Italia) intervenne in tempo e l’acqua calda ci fu…
Odoardo lavorò con altri alla realizzazione della RUI, la residenza universitaria in zona Eur a Roma. Anche qui ci fu la collaborazione, oltre del solito Antonpaolo, di don Pedro Casciaro e di un giovane architetto bergamasco, Elia Acerbis ora don Elia. A quest’ultimo si deve in particolare la realizzazione del bellissimo oratorio (cappella).
Nel periodo nordico di Odoardo ci fu una delle tante ristrutturazioni del Castello di Urio, centro di convegni sul lago di Como. In particolare Odoardo era orgoglioso per l’eleganza del fregio barocco messo sulla sommità del frontone con lo stemma del castello. Successivamente progettò l’oratorio con uno stile così adeguato all’epoca originaria da farlo sembrare esistito da sempre. Anche stavolta collaborarono con lui don Pedro Casciaro (nei primi tempi) e don Elia Acerbis.
Nel centro analogo di Castelgandolfo diresse il cantiere e progettò l’oratorio della Villa in stile rinascimentale. I marmisti che completarono l’oratorio erano gli stessi che avevano lavorato a Urio e provenivano da Como: una conferma del prestigio dei maestri comacini. In particolare Odoardo curò con passione la realizzazione della Madonna in ceramica, copia di un Della Robbia, in Toscana, con gli stessi metodi di lavorazione del Quattrocento. In particolare mise i monti dello stemma della città di Gubbio sopra i braccioli del trono della Madonna, modificando leggermente l’originale che aveva dei monti stilizzati ma non di Gubbio… Il suo amore per Gubbio era proverbiale e si attribuiva a lui la convinzione che il centro del mondo fosse il birillo bianco posto nel mezzo del biliardo del caffè principale della città. Non so come fosse nata questa leggenda.
Nel frattempo Odoardo lavorò all’ampliamento del Centro Elis con la palestra e le aule professionali. Si occupò anche del Casale Nuovo di Ovindoli e della sistemazione del Centro di Tre Fontane.
Odoardo aveva modi tipicamente umbri che sembravano bruschi a chi non conosce quella regione ma non perdeva mai la calma. Una volta gli sentii dire che aveva imparato da suo padre, che era capace di arrabbiarsi più volte al minuto: per reazione aveva deciso di non arrabbiarsi mai.
Si illuminava quando gli si parlava di San Josemaría o quando gli raccontavano che qualcuno si era avvicinato al nostro apostolato. Un grande cuore, un uomo solido, un maestro di vita.



domenica 11 ottobre 2015

Appuntamenti e video per "Siamo in missione per conto di Dio"

Martedì 13 ottobre è in libreria "Siamo in missione per conto di Dio / La santificazione del lavoro" Ed. Mondadori

Domenica 25 ottobre Gianarturo Ferrari presenterà il libro nella libreria Mondadori di Piazza Duomo alle 17

Venerdì 27 novembre alle 21 presso l'Icef di Piazzale Belle Arti il libro sarà presentato a Roma

Javier Martinez Brocal mi ha intervistato sul tema del libro. Cliccare su: https://www.youtube.com/watch?v=wIkEdTRzFnw



giovedì 8 ottobre 2015

Questo Papa è più cattolico di me

 
Si sa che i bambini dicono verità che lasciano sconcertati. Il figlio di sei anni di un mio amico ha detto: “ho capito. Dio sembra che perde sempre, ma poi vince sempre”. Mi è venuto in mente quest’episodio rivedendo il discorso del Papa al Congresso degli Stati Uniti. Tanti applausi e tante standing ovation per la prima volta di un Papa davanti al parlamento del Paese più potente del mondo che è nato protestante (viene in mente il discorso di Paolo all’aeropago di Atti 17, 22-31). Evento importante anche perché quel discorso ci dice molto dello stile di Francesco. Non è partito da concetti astratti ma dall’esempio storico di 4 grandi americani, e ha incoraggiato l’intero popolo americano, attraverso i suoi rappresentanti, a seguirne l’esempio. Tutto in chiave positiva e stimolante, senza trascurare i temi caldi sul tappeto: libertà per tutti (con possibilità di obiezione di coscienza), integrazione razziale, pena di morte, traffico di armi, attenzione ai poveri, intenso rapporto personale con Dio.
A chi si chiede corrucciato se questo Papa è cattolico direi di star sereno: questo Papa è più cattolico di me e di tanti. Chi si scandalizzò perché Gesù mangiava con gli amici di Matteo (Matteo 9, 9-13) non si deve oggi preoccupare per questo Papa che parte dalle persone reali per portarle alla verità, la via e la vita, come osserva il Cardinal Scola. Preghiamo ora per il Sinodo ma senza timori. Ne nascerà un grande impulso per la famiglia, che è il punto  di attacco del demonio.

domenica 4 ottobre 2015

Siamo in missione per conto di Dio...

Il libro sarà in vendita dal 13 ottobre.
Racconta cosa ho capito sulla santificazione del lavoro grazie a San Josemaría Escrivá e all'esempio di alcuni personaggi che mi hanno insegnato qualcosa. Ho dovuto limitarmi ad alcuni anche se ho imparato (poco) da molti di più. Ecco chi sono:

Ettore Bernabei
Floriano Noto
Gregorio Fogliani
Pina Cannas
Tutto il centro ELIS
Pierluigi Bartolomei
per la prima parte "Santificare il lavoro"

Mia zia Lucrezia
San Josemaría
Don Alvaro e Giovanni Paolo II
Indro Montanelli
Giusi Sorci
per la parte "Santificarsi nel lavoro"

Leonardo Mondadori
Susanna Tamaro
Alessandro D'Avenia
Costanza Miriano
Paola Grossi Gondi
Tonino Battiata
per la parte "Santificare gli altri col lavoro"



venerdì 2 ottobre 2015

Lo sguardo di Maria

 
 L’amore è una cosa meravigliosa, recitava una nota canzone: ma dir così è poco. Noi viviamo d’amore, siamo nati dall’amore, siamo cresciuti nell’amore:  ci ha dato forza l’amore. Diceva Gesù a Santa Caterina: “Non siete fatti d’altro che d’amore”. Mi piacciono i quadri della Madonna che mi guarda. Così come guarda me guarda chi  si ferma davanti a lei, ed è giusto che sia così. Per lei siamo tutti figli unici. Lo sguardo racconta l’animo: “la lampada del corpo è l’occhio” dice Gesù (Mt 6,22). Nello sguardo che i grandi pittori hanno attribuito alla Vergine vedo l’amore che ha per noi. Scelgo sempre le immagini della Madonna che mi guarda, anche se sono belle quelle in cui è pensosa. 



Le cose che più valgono sono riconducibili agli sguardi. Lo sguardo dell’amico del cuore, lo sguardo della donna innamorata è esplosivo. Nel Paradiso non ci stuferemo di guardare Dio, come capita agli innamorati.
Il mese di ottobre è un mese di particolare devozione alla Madonna. A lei affidiamo il Sinodo sulla Famiglia che tratterà dell’ambiente in cui s’impara ad amare, dove tutto è gratuito: l’ambiente prezioso in cui nasce il bene. Non vale la pena ascoltare chi racconta solo le inadempienze e le problematiche della famiglia: anche quelle insegnano a comprenderci fra noi, che siamo tutti limitati. Chi non ricorda con affetto i difetti del proprio padre e della propria madre? Anche quelli sono serviti per educarci. Non ci preoccupiamo più di tanto. Guardiamo Maria e i suoi dolci occhi recitando il Rosario.

giovedì 24 settembre 2015

La causa della crisi è l'abbandono del cristianesimo

 
 Ma diciamolo una buona volta. La causa della crisi che attanaglia il mondo occidentale, e che si riflette sulla restante parte del globo, è l’abbandono del cristianesimo. La civiltà occidentale così umana rispetto a quella feroce pagana è nata dalla fede. Tante deviazioni, tante brutture, tanti peccati sì, ma c’era la fede come propulsore. La vita civile che rinasceva attorno ai conventi, lo splendore del sapere delle università fondate da francescani e domenicani, l’architettura della Divina Commedia e le meraviglie del Rinascimento nascono da lì. Solo da lì. “Io sono la vite e voi i tralci” (Gv 15,5). Se si taglia la vite i tralci appassiscono. Niente frutti. E’ quanto sta accadendo.
Devo cominciare da me e dire con gli Apostoli: Signore aumentami la fede! (Luca 17,5). Devo convincermi che il vero strumento è la preghiera e la vera strategia è accettare la volontà di Dio, allora soltanto i talenti si moltiplicano e divento operatore di pace.
In questi giorni il Papa è in America e incontrerà i rappresentanti di tutto il mondo. Sosteniamolo con la mia e nostra preghiera. Confortiamo i dubbiosi che pensano che il Papa non fa ciò che loro vorrebbero. E’ lui che ha la grazia di stato. E’ il padre comune. Cerchiamo di capirlo, vogliamogli più bene, siamo meno presuntuosi. Santa Monica c’insegna che la preghiera ottiene ciò che sembra più difficile: convertire i cuori induriti, come quello di Agostino. E’ ciò che sta tentando di fare il Papa. Ci riuscirà se comincio da me a convertirmi.

mercoledì 23 settembre 2015

Dal 13 ottobre nelle librerie il nuovo libro di Pippo Corigliano sulla santificazione del lavoro


Ebbene sì, ho sempre avuto dubbi se io stessi davvero santificando il lavoro, santificando me e gli altri. Per chiarirmi le idee ho scritto un libro che la Mondadori recensisce così:
http://www.librimondadori.it/libri/siamo-in-missione-per-conto-di-dio-pippo-corigliano.
Ho conosciuto alcune persone che lavorano bene e che ammiro: parlo anche di queste.
Un caro saluto
Pippo

venerdì 18 settembre 2015

Preghiamo per il viaggio del Papa

 
Durante il prossimo viaggio in America desidero accompagnare il Papa con una preghiera speciale. Un viaggio delicato non solo perché sigilla la pace Cuba-USA a cui la Santa Sede ha contribuito, non solo per il significativo incontro mondiale delle famiglie a Filadelfia, ma per il valore internazionale dell’incontro col Presidente e il Congresso Usa,  e dell’intervento all’ONU.
L’immagine del bambino morto sulla spiaggia, che non riesco a guardare senza lacrime (e credo di essere in buona compagnia), può segnare una svolta nel grande dramma dell’umanità, che per la prima volta nella storia, può pensare a se stessa come un’unica comunità globalizzata. Gli squilibri esistenti, efficacemente denunciati dal Papa, fanno sì che il reddito delle 80 persone più ricche sia pari a quello di tre miliardi e mezzo di persone più povere. E’, più o meno, come se in Italia ci fosse un solo ricco mentre il resto della popolazione muore di fame. Da qui derivano le migrazioni e le tensioni.
Il Papa non va a denunciare soltanto, va a proporre rimedi. Il miracolo sarebbe che nel paese più ricco del mondo ci fosse chi raccoglie i suoi appelli e dia vita ad un serio progetto di sviluppo mondiale. L’America del piano Marshall ha consentito la ripresa dei paesi europei distrutti. Si potrebbe proseguire su questa linea.
E’ una speranza senza troppe speranze, ma chi crede nella preghiera non perde la fiducia perché la Provvidenza c’è. Quel bambino, che ora gioca nelle braccia del Creatore, ce lo chiede.

martedì 15 settembre 2015

Sia fatta la tua volontà


 Sia fatta la Tua volontà. Quante volte ho ripetuto questa preghiera… Ora mi sembra di riscoprirla. Da giovane tendevo a pregare Dio perché mi aiutasse nelle faccende personali. Più tardi ho cominciato a pregarLo perché riuscissi a servirLo, come se il mio compito fosse quello di aiutare Dio col mio apostolato, con la scrittura, con gli studi. Non ne avevo coscienza esplicita, ma implicitamente pensavo che occorresse, per dir così, dare una mano al Padre Eterno. Forse non sono il solo con questo atteggiamento: senza il mio intervento Dio è nei pasticci. Fa proprio ridere. Ora mi è più chiaro che devo lasciar fare tutto a Lui e che i miei programmi si riducono a uno solo: assecondare la Sua volontà. Fiat voluntas Tua.
E’ incredibile quante energie si sprigionano quando si dice a Gesù: pensaci Tu! Si diventa più operosi, sereni e creativi. Sembrerebbe il contrario. Abbandonarsi nelle mani di Dio parrebbe una specie di sonno. Invece no. Vanno via le tensioni inutili che frenano le ruote della nostra attività e si procede leggeri. Umili perché è Dio che fa tutto, senza la preoccupazione del proprio prestigio e delle piccole ansie che opprimono il cuore. Gesù fai Tu! Si faccia la Tua volontà. Io desidero solo servirti. Si confida nella preghiera sapendo che la Provvidenza provvede e guida le vicende umane. In questi giorni un’intenzione doverosa è accompagnare il Santo Padre nel difficile viaggio negli Stati Uniti dove ci sono molti che non lo capiscono. Gesù pensaci Tu! Fiat voluntas Tua.

venerdì 4 settembre 2015

Il tesoro della vita sono le persone

 Nello spazio di pochi mesi mi è arrivata la notizia della morte, prima l’uno e poi l’altro, in diverse città, di due miei compagni di classe (per la precisione: sezione A del liceo Sannazaro di Napoli). Si parla sempre bene dei defunti ma in questo caso ben a ragione. Entrambi, Gianfranco e Corrado, erano dei signori: mai un commento negativo, sempre disponibili per gli altri. Anche se ognuno ha preso la sua strada e ci siamo rivisti solo in occasione di ricorrenze speciali, la conoscenza, che si fa in quegli anni, di una persona resta, ed è profonda. A quell’età, tra i 15 e i 18 anni, si vede come l’altro affronta le circostanze tristi e allegre, come prende forma il suo carattere. I ricordi di quegli anni restano nel cuore di ognuno e assumono un contorno incantato. Tutto sembra bello col passare del tempo: il primo amore, le prime esperienze di vita, di sport, d’iniziative insieme. C’è poi il ricordo comune dei nostri professori, ognuno caratterizzato da pregi e difetti stigmatizzati senza pietà ma con simpatia.
Sono contento di occuparmi oggi della formazione di giovani. Credo che sia l’attività più importante del mondo. Il resto è carta d’imballaggio. Le persone sono la realtà. Non a caso nostro Signore muore per le persone, dandosi come alimento per la vita di ciascuno. In questo il Papa ci fa da maestro. Ci indica le dimensioni dei problemi mondiali ma partendo dalla famiglia e dall’attenzione al singolo, specie se bambino o malato. Il tesoro della vita sono le persone.