sabato 27 febbraio 2016

Perché mi sono impegnato nel Family Day

 
A chi mi chiede come mai ho preso così decisamente posizione per il Family Day rispondo che il mio interesse è dettato dalla questione in sé del ddl contestato (istituzionalizzazione innecessaria delle unioni omosessuali, apertura all’utero in affitto e via cantando) ma anche dalla necessità di contrastare  il processo che le èlite angloamericane, vincitrici della guerra, hanno innescato. Un processo culturale, politico e sociale ben chiaro. Le radici culturali sono quelle calviniste secolarizzate americane (il successo come segno di una predestinazione positiva, il disprezzo dei poveri, il profitto ad oltranza ben rappresentato da Paperon dei Paperoni) e quelle dell’empirismo inglese (homo homini lupus di Hobbes, individualismo, ciò che si può fare va considerato legittimo, …). Non occorrono dietrologie per accorgersi che il loro progetto sociale è la disgregazione della morale occidentale tradizionale con la creazione di individui attenti solo ai diritti, forti consumatori e acritici perché soggetti all’enorme pressione omologante dei mezzi di comunicazione da loro controllati. All’ondata dei diritti non c’è limite: libertà di manipolazione degli embrioni umani  (vedi Inghilterra), depenalizzazione della pedofilia, eutanasia, e … staremo a vedere. Gli aspetti economico-politici del progetto sono: trasferimento della crisi economica ai paesi più poveri (in Italia ne stiamo pagando le conseguenze), guerre (ormai è ammissione comune che l’ISIS è stato promosso dall’Occidente), destabilizzazione politica degli altri paesi. E’ notorio che le 80 persone più ricche al mondo hanno un reddito pari a 3 miliardi e mezzo di persone più povere.
In passato ci sono stati imperi più crudeli ma a noi tocca salvare il salvabile e far fiorire una civiltà che non consideri il profitto individuale l’unico bene. Questo è compito nostro che comincia dal rispettare i cristiani che non la pensano come noi e che punta a creare una cultura dell’intelligenza, della solidarietà e della temperanza.
E’ una sintesi semplificata ma serve per dire che d’ora in avanti non è tempo di polemiche ma di costruire.

giovedì 25 febbraio 2016

Grazie agli organizzatori dell'Ora di Guardia e del Family Day

Vorrei ringraziare gli organizzatori dell'ora di guardia e del Family Day. Senza di loro il ddl Cirinnà sarebbe passato integralmente.
L'iniziativa dell'ora di guardia ha ricordato che la preghiera è lo "strumento" principale. Parola di Gesù che disse "senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,8).
Il Family Day ha dimostrato che in Italia c'è un popolo per la famiglia. E' stato un bene che la gerarchia cattolica non abbia sponsorizzato l'iniziativa. La famiglia è un bene naturale e non è patrimonio dei soli cattolici. Non bisogna coinvolgere direttamente la Gerarchia nelle vicende politiche anche se essa deve alzare coraggiosamente la sua voce per annunciare la verità . Il popolo per la famiglia ora ha una sua identità autonoma, deve continuare ad esprimersi, creare cultura e condizionare le scelte politiche con energia. E' nata qualcosa che prima non c'era e questo è un altro motivo per ringraziare gli organizzatori del F.Day.
Questo popolo per la famiglia si trova a combattere da solo contro gli ambienti internazionali che controllano i media e influiscono sulla politica e la magistratura dei paesi. Non ci facciamo illusioni: la forza dei mezzi di comunicazione è capace di omologare le coscienze. Per fortuna in Italia ancora c'è un nucleo capace di reagire quando si mettono le mani sui bambini e sulla famiglia. Dobbiamo diventare una forza attiva. Ben vengano tutte le iniziative che lavorano in questa direzione.

Sull'emporio culturale per la famiglia


Ho avuto diversi riscontri per l’idea di creare sul web un emporio culturale, o una rete di empori, in cui vengano raccolti spunti, idee, suggerimenti utili per genitori e figli che, per definizione, oggi hanno poco tempo a disposizione. Provo a immaginare l’organizzazione di un emporio del genere. Mi vengono in mente i negozietti col cartello: tutto a un euro. Ogni testo, video, audio non dovrebbe richiedere più di tre minuti, con un rimando ad un approfondimento se necessario. Questo il primo requisito: la brevità.
Secondo requisito: la leggerezza, che non vuol dire superficialità. Oggi siamo appesantiti da tanti impegni mentre l’informazione e l’intrattenimento stanno diventando anch’essi pesanti. L’informazione, specie quella televisiva, per concorrenza gareggia a chi dà la notizia più terribile. L’intrattenimento presenta spesso situazioni familiari e morali problematiche, che inquietano gli animi più che distenderli. C’è bisogno di sorridere e, possibilmente, di cantare. Perciò la leggerezza è necessaria per poi aprire le porte agli approfondimenti. I filmati su WhatsApp non superano i tre minuti, sui giornali tendiamo a leggere i titoli e i piccoli riquadri con i punti salienti, il giornale radio è sintetico per natura, sul web Twitter è telegrafico e Facebook  taglia dolcemente… Se poi la leggerezza è spumeggiante ci soffermiamo volentieri.
Il terzo requisito è la varietà. Una famiglia ha bisogno di essere aggiornata su tutto. A questo punto non ci resta che metterci al lavoro…

giovedì 18 febbraio 2016

C'è bisogno di un emporio culturale

 
 Dopo i tre family day la famiglia italiana ha una identificazione sociale che prima non aveva. Si dava per scontato che la famiglia c’era ed era la forza del Paese anche in tempi difficili e con politiche dissennate. Ora la famiglia sta diventando militante e ha bisogno di essere attrezzata culturalmente e politicamente. I genitori sono sempre impegnati e proprio per questo l’ultimo family day si è presentato come “eroico”: tempo, denaro e viaggi sono stati impiegati superando i disagi. Ora c’è bisogno che la famiglia sia informata e viva in un clima culturale costruttivo e tonificante, tenendo sempre presente che il tempo da dedicare all’autoformazione è poco. Sarebbe da auspicare che si raccolgano segnalazioni di dati scientifici, notizie, libri, video… che meritino di essere visti e conosciuti, presentati da brevi recensioni. Esempi ce ne sono: le conversazioni di Franco Nembrini su Dante di Tv2000 raccolte su YouTube o le chiacchierate con i giovani di Alessandro D’Avenia; tanti articoli di Tempi che meritano di essere conservati; l’articolo di Marina Corradi su Avvenire sugli esperimenti inglesi sugli embrioni; i libri di Costanza Miriano sull’impegno per la felicità matrimoniale; il romanzo gradevolissimo “Il risveglio della signorina Prim”; libri buoni per bambini… Un emporio culturale in cui la famiglia può pescare. Già ci sono bei siti di documentazione (documentazione.info) o per scegliere un film (familycinematv.it). Occorre continuare con iniziative del genere.

giovedì 11 febbraio 2016

Francesco e Kirill: preghiamo e speriamo

 
L’incontro fra Papa Francesco e il patriarca Kirill fa sperare non solo nella saldatura di una frattura storica tra oriente ed occidente ma anche nella creazione di un nuovo scenario storico, culturale e religioso. Una cristianità unita da Lisbona a Vladivostock è una prospettiva che apre alla speranza di una nuova entità che si sottragga all’egemonia del capitalismo cupo di marca calvinista che affonda le sue radici nell’empirismo inglese di Hobbes, quello dell’homo homini lupus: una concezione della persona e dei rapporti umani lontana da quella solidaristica cristiana che proprio in questi anni sta mostrando il suo volto più feroce, triste ed avido. La linea politica di Putin incoraggia questa speranza. Il leader russo, molto amato in patria, non condivide l’individualismo disgregatore di marca angloamericana, non permette che i bambini orfani russi siano adottati dalle coppie omosessuali occidentali e ha addirittura regalato a Papa Francesco un’icona della Madonna, baciandola lui per primo. Un gesto che appare epocale a chi ricorda la profezia di Fatima e la paura di chi paventava i cosacchi russi che avrebbero abbeverato i loro cavalli nelle fontane di San Pietro, inviati da “Baffone”, il terribile Stalin. Ora la minaccia viene da un Occidente che dal ‘68 in poi diffonde la droga, il libero amore, la mortificazione del matrimonio, la permissività dell’aborto, gli esperimenti sugli embrioni umani, l’eutanasia e compagnia cantando. La Provvidenza provvede: preghiamo e speriamo.

mercoledì 3 febbraio 2016

L'allegria della famiglia salverà il mondo

Il successo del Family Day è aver dimostrato che le famiglie italiane hanno un’identità e vogliono far rispettare i propri diritti. Non bisogna scoraggiarsi se i politici misconoscono l’importanza della manifestazione né se i media affermano che non esiste differenza fra uomo e donna, che i bambini non hanno diritto ad una mamma e un papà, che non vanno messi limiti alla manipolazione della vita umana e così via. Siamo di fronte a un fanatismo che porta l’Occidente al declino, che accampa ragioni senza ragione, che rende impossibile il dialogo con chi così non la pensa. I cristiani hanno vissuto momenti peggiori lungo la storia e hanno vinto con la perseveranza nel bene. Oggi i genitori devono attrezzarsi culturalmente, avendo cura di ciò che leggono, per non farsi influenzare e per rinnovare ogni giorno il loro amore reciproco. Prima loro stessi e poi i figli. Ancora più importante è la cura del rapporto continuo con Dio (di cui poco si parla), un dialogo da riprendere continuamente come quello di Agostino nelle Confessioni. Frequentare ogni giorno il Vangelo, la Santa Messa e il rosario (non si perde il tempo, si moltiplica). La vita spirituale è una pianta che va nutrita e coltivata. Vanno evitati i grandi giornali laicisti e le abituali fiction televisive (i cui autori conducono normalmente una vita disordinata che si riflette nelle loro opere). Scegliere quel che di buono c’è in giro per divertirsi bene. Accettare i figli che vengono. L’allegria della famiglia salverà il mondo.

martedì 2 febbraio 2016

Zanda ritiene sgradevole lo slogan "ce ne ricorderemo". Ce ne ricorderemo

 
Luigi Zanda è una persona rispettabile ma uno scivolone l’ha fatto (sempre se il Corriere di oggi 2 febbraio ha riferito la verità) nel dichiarare a proposito del Family Day: “Ho trovato decisamente sgradevoli slogan del tipo “ce ne ricorderemo”.
Ricordiamo a lui alcuni fatti:
  1. Gli ultimi tre governi: Monti, Letta, Renzi non sono stati votati dagli italiani. Il “popolo” non ha potuto esprimersi.
  2. I partiti ormai decidono loro  i candidati alle elezioni. La gente deve scegliere fra i partiti ma non può decidere chi mandare in Parlamento. Altra mancanza di rappresentanza.
  3. La famiglia in Italia è trascurata dai governi e dalle istituzioni. Soltanto la regione Lombardia ha fatto qualcosa in proposito. Per il resto siamo gli ultimi in Europa sotto quest’aspetto. Ma nessuno lo dice.
  4. Diversi senatori hanno pubblicamente lamentato che il ddl Cirinnà sia stato portato affrettatamente in aula per la votazione senza l’esame adeguato della Commissione Giustizia del Senato. E’ un procedimento democratico questo?

Caro Zanda non trova legittimo che una rappresentanza delle famiglie cerchi di pesare sulle scelte dei governi e del Parlamento? E’ sgradevole ricordare che è rimasto a loro soltanto lo strumento disatteso che è il voto? Siamo forse diventati un’oligarchia ammantata malamente di democrazia?


giovedì 28 gennaio 2016

L'ondata disgregatrice ha finalmente trovato una barriera

 
La manifestazione del 30 gennaio ha già ottenuto un grande risultato. La mobilitazione delle famiglie da tutte le parti d’Italia non è più un episodio isolato ma una consuetudine che, dopo il primo Family Day e la manifestazione del 20 giugno, si può considerare radicata. E’ un fenomeno di cittadinanza perché riguarda non solo i cattolici ma le famiglie in quanto cellule vive della società italiana, di qualsiasi credo religioso. Non è una manifestazione della Chiesa Italiana. E’ bello che i vescovi diano il loro incoraggiamento e che il Papa ribadisca il valore del matrimonio, ma chi scende in piazza sono i cittadini italiani che non vogliono una legge dello Stato che nega ai bambini il diritto a un padre e una madre. Il vero successo è che ora le famiglie hanno una voce che si sente e che si vede pure. Sbaglia chi dice che le precedenti manifestazioni siano state un fallimento perché i politici non hanno ascoltato le loro richieste. La novità è che si sta creando un movimento d’opinione che va in direzione opposta alle forze disgregatrici della società. Un movimento laico che non agisce per mandato della gerarchia cattolica ma per conto proprio com’è giusto che sia. Non è un confronto fra Stato e Chiesa. E’ la rivendicazione di un popolo che ha sempre trovato nella famiglia il suo centro e la sua forza. Giù le mani dalla famiglia e soprattutto giù le mani dai nostri figli che non sono oggetto di sperimentazioni sessuali! L’ondata disgregatrice ha finalmente trovato una barriera.

martedì 26 gennaio 2016

 
Vorrei sgombrare il campo da un equivoco. Partecipare al Family Day non è un’aggressione contro qualcuno. “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15, 12) è il comandamento di Gesù da cui deriva il “distintivo” del cristiano: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13,35).
Il cristiano deve difendere i suoi fratelli e la società dall’escalation in corso (divorzio, aborto, esaltazione dell’omosessualità, snaturamento del matrimonio e prossimamente eutanasia e depenalizzazione della pedofilia). Questa valanga va fermata con energia perché fa male a tante persone. Per fermarla ci sono i mezzi a disposizione dei cittadini: il voto e le manifestazioni. Non si aggredisce nessuno.

L’atteggiamento salottiero per cui bisogna convincere con l’esempio e la vita bella ha un fondamento in un momento tranquillo, ma in questo caso è fuori luogo perché c’è un’aggressione in corso. I turchi sono stati fermati a Lepanto da una battaglia e allora sì che si dovettero uccidere delle persone, su richiesta del Papa. Giusta richiesta altrimenti ora staremmo col muezzin. Essere buoni non vuol dire essere buonisti ad ogni costo a spese del prossimo. Leonida non poteva brindare con i persiani, altrimenti addio cultura greca. Partecipare al Family Day è un atto di carità che non aggredisce nessuno.

Ciò posto dobbiamo rispettare i fedeli che in coscienza non ritengono di intervenire. Vanno lasciati in pace. Da parte mia la coscienza mi dice che devo partecipare.


mercoledì 20 gennaio 2016

L'ora di guardia

 
Fra le varie iniziative per dissuadere il Parlamento dall’approvare il ddl Cirinnà vorrei rilevare “l’ora di guardia” (così sul web). E’ promossa da alcuni laici che prendono sul serio le parole di San Paolo agli Efesini: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male”. Perché di questo si tratta. Il demonio tenta l’uomo promettendogli di diventare come Dio e di decidere lui cos’è bene e cos’è male. Non è demoniaca la cultura che deride la fedeltà d’amore nel matrimonio, che acconsente alla donna di sopprimere la vita che palpita sotto il suo cuore, di manipolare la vita umana, di far morire i vecchi improduttivi, di corrompere i bambini? Conclude San Paolo: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me”. Quando è che nel Vangelo Gesù loda qualcuno? Quando trova la fede, come per il centurione romano, l’emorroissa, il paralitico con i suoi amici spericolati. Ha scritto un santo dei nostri giorni: “In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto “in terzo luogo”, azione.” (Cammino n.82). Andrò in piazza il 30 gennaio ma non per dimostrare che “semo forti”. Non semo forti, sennò non saremmo arrivati a questo punto. Siamo piccoli e servi inutili però siamo cittadini italiani e quando ci vuole ci vuole. 


giovedì 14 gennaio 2016

Giù le mani dai nostri figli

 
L’anno nuovo è cominciato con due grandi successi popolari. Don Matteo in tv ha raggiunto i dieci milioni di spettatori e Checco Zalone ha sbancato il botteghino col film “Quo Vado”. La figura del sacerdote buono e intelligente nell’interpretazione di Terence Hill (Mario Girotti) appassiona gli italiani mentre Checco Zalone li diverte prendendo in giro sia il politically correct dei cosiddetti “civili” che i difetti dell’italiano “bamboccione” che vive coi genitori e non molla il posto fisso. Il messaggio comune dei due spettacoli è un elogio del buon senso della nostra tradizione e un rifiuto degli pseudo-valori che la cultura dominante vorrebbe imporre. E’ un messaggio di attualità mentre si discute il disegno di legge Cirinnà. L’ondata culturale modernizzante ha portato nel nostro Paese la legalizzazione del divorzio e dell’aborto, sia pure a certe condizioni. Ora vorrebbe imporre una visione soggettiva della sessualità che coinvolge anche i bambini. Qui c’è la linea del Piave. Ho partecipato alla manifestazione del 20 giugno (per la prima volta in vita mia) e il messaggio dominante era “giù le mani dai nostri figli”. I piccoli non sono oggetti per soddisfare esigenze affettive degli adulti, né animali su cui fare esperimenti sessuali. Bisogna resistere: non è un dibattito intellettuale è un’aggressione. Le Termopili e Lepanto hanno salvato la civiltà occidentale in passato, ora bisogna combattere per salvare l’Occidente dalle forze disgregatrici interne. Senza se e senza ma.

domenica 3 gennaio 2016

Gesù pensaci tu. La follia collettiva


Vorrei cominciare il nuovo anno con una preghiera: “Signore, che tutto hai creato, vedi che questo nostro bel mondo è funestato da terribili disparità. Le 80 persone più ricche guadagnano come i tre miliardi e mezzo di persone più povere. I ricchi provocano guerre, portatrici di morte e sofferenze terribili, per sfruttare meglio le materie prime e il petrolio dei paesi che li posseggono. Invece di aiutare i paesi in via di sviluppo li rendono instabili (droga, movimenti politici, magistratura giustizialista) perché non facciano loro concorrenza. Per rendere maggiori i loro profitti sconvolgono l’ordine sociale: attraverso i mezzi di comunicazione, da loro posseduti e pilotati, impongono modelli di consumo elevato e avversano l’istituzione familiare perché è risparmiatrice. Esaltano l’omosessualità e tendono a trasformare ogni desiderio in diritto, rendendo lecita ogni aberrazione come quella di far allevare un bambino non da una madre e un padre ma da due uomini o da due donne, oltre all’aborto libero e all’eutanasia. L’ adorazione verso di Te viene presentata come senza senso; vengono proibiti i simboli religiosi e fanno apparire le loro guerre come guerre di religione. Pervertono così anche le persone oneste che non si accorgono dell’inganno e diventano loro complici agguerriti. Chi cerca di illustrare i princìpi della natura che Tu hai creato viene considerato un nemico, mentre chi asseconda la follia collettiva viene lodato e portato come esempio. Nel nostro Paese è quasi impossibile sposarsi giovani e nascono pochi bambini perché la famiglia non viene aiutata. Gesù tu che hai detto “senza di me non potete fare nulla” aiutaci Tu ad uscire da questa situazione. Liberaci da ogni presunzione: sappiamo di essere piccoli e servi inutili. Amen”

giovedì 31 dicembre 2015

Il mio Te Deum

Te Deum 2015

A ben guardare il motivo di ringraziamento che s’impone lungo il corso della mia vita è aver visto alla guida della Chiesa Papi di statura imponente. Da bambino mi colpiva la devozione indiscussa che avvertivo in grandi e piccoli verso Pio XII. Quando il Papa morì, nel 1958, avvertii che si era creato un vuoto, anche se all’epoca (avevo sedici anni) mi consideravo lontano dalla Chiesa. Giovanni XXIII fu una sorpresa travolgente. Gli anni del suo pontificato furono anni felici, pervasi di ottimismo. Perfino la guerra fredda si stemperò. Il Concilio da lui indetto, con la memorabile serata d’apertura e il discorso della luna, apriva una stagione di speranza. La sua morte pose fine a quell’incanto.
 Giovambattista Montini quando diventò papa aveva già dato un contributo sostanziale alla formazione dei laici cattolici. Alcuni di questi, giovani professori formati dalla Fuci e dall’Università Cattolica, guidarono il paese verso traguardi mai sognati: l’Italia era diventata la quarta potenza industriale del mondo mentre pochi anni prima era distrutta dalla guerra. Il merito di quel miracolo fu anche di quella classe dirigente  che Montini contribuì a formare. Quando diventò papa si trovò a gestire un concilio che subiva un attacco mediatico internazionale: era come se la mentalità mondana cercasse d’insinuarsi nella vita della Chiesa. Un quadro ben descritto da Benedetto XVI nel suo incontro d’addio al clero romano: da una parte il Concilio reale com’è davvero stato, dall’altra il concilio mediatico che riuscì ad influire negativamente sulle coscienze. La poderosa tormenta spirituale si abbatté sul Santo Padre che resistette ribadendo il Credo cristiano e sconcertando tutti con l’Humanae Vitae: l’enciclica che teneva fermi i punti fondamentali della morale matrimoniale cristiana. Paolo VI ebbe un pontificato sofferto che si concluse tristemente con la supplica che il pontefice vecchio e malato diresse agli “uomini delle Brigate Rosse” affinché non uccidessero il suo caro discepolo e amico Aldo Moro. Nell’agosto del ’78, dopo la morte del Papa, la Chiesa sembrava una cittadella assediata da grandi forze contrarie, mentre al suo interno si respirava un’aria d’incertezza. Dopo la parentesi dolce di Giovanni Paolo I apparve un personaggio inaspettato e sconosciuto ai più: Karol Wojtyla che fin dal suo storico discorso d’inaugurazione del pontificato, nell’ottobre del ’78, rovesciò la situazione. Il capo degli assediati invitava gli assedianti a non avere paura di spalancare le porte a Cristo. Un discorso sorprendente che apriva un’epoca ancor più sorprendente. Giovanni Paolo II lasciò nel 2005 una Chiesa dotata di un prestigio che era impensabile all’inizio del pontificato. L’assedio mediatico fu frantumato da quel campione di Cristo. I suoi funerali sono stati i più solenni della storia. La gente, con una resistenza inimmaginabile, attese ore e ore in fila pur di salutarne la salma. Un evento unico nella storia della Chiesa e nella mia vita. Dopo la morte del Papa, dalla mezzanotte del 2 aprile alle sei del mattino del giorno successivo, con Michele Zanzucchi e un giornalista del tg restammo in studio, in onda su RaiUno, con continui collegamenti con Piazza San Pietro. Un vero dono: vegliare la notte della sua morte assieme agli italiani sbigottiti incollati alla tv.  La Provvidenza aveva impresso una virata incredibile alla storia della Chiesa e Joseph Ratzinger, con la sua profonda cultura e dignità, raccolse il testimone di Giovanni Paolo II portandolo fino all’arrivo di Papa Francesco. Memorabili le encicliche di Benedetto, i suoi libri su Gesù e i discorsi davanti a platee qualificate.
 Con Jorge Bergoglio è arrivato il Papa che tutti desideravano, uno che sembra San Pietro trasportato al giorno d’oggi. Un Papa che parla il linguaggio del Vangelo, un Papa che fa ringiovanire la Chiesa sotto tutti gli aspetti, un Papa che trova sul suo cammino gli ostacoli che i santi hanno sempre trovato. A mio avviso l’anno appena trascorso, il 2015, assieme a tanti avvenimenti significativi, è l’anno del discorso di Papa Francesco al Congresso americano. Un discorso che è un capolavoro:  incoraggiante, positivo, volto a superare i problemi che attanagliano la società più avanzata. Un discorso interrotto da numerose standing ovation da parte dei rappresentanti di quel Paese, fondato da protestanti e leader nel mondo. Davanti ai potenti della terra il Papa ha portato il volto del povero e di chi soffre.
 Con l’iniziativa del Giubileo della Misericordia il Papa ci fa alzare in piedi, ci fa abbandonare l’atteggiamento di autosoddisfazione e ci rimette in discussione. Siamo tutti pellegrini, bambini di Dio, che si devono sostenere l’un l’altro. Il Papa è il primo ad essere misericordioso e a cercare la pecora perduta: sconcerta i dottori della legge ma non muta una virgola della verità di Gesù, che sa spiegare col linguaggio dell’uomo della strada.
Per questi doni  Dio ti ringrazio. Questo è il mio Te Deum.

sabato 19 dicembre 2015

il bambino sono io...

 Tornerò ad adorare il Dio Bambino e mi meraviglierò un’altra volta contemplando l’Onnipotente che si fa piccolo, che sceglie la strada del disagio, dell’emigrazione, degli sconvolgimenti di vita. Con il presepe il Signore mi porta non solo a commuovermi ma anche a diventare più saggio. Ripensando alla mia vita mi accorgo che gli errori maggiori sono avvenuti quando mi sono preso sul serio. Viviamo in una cultura dell’uomo “che si fa da sé”: sembra che tutto dipenda da me, da come agisco e programmo il mio tempo. Per un cristiano è un atteggiamento sbagliato. Da piccoli ci dicevano di comportarci meglio e avevano ragione, ma da grande devo capire che sono piccolo. Gesù, “chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: in verità vi dico se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 2-3). In questo modo Gesù stesso m’insegna a guardare il presepe. Sono io che ho bisogno di tutto, come il Bambinello: questo vuol dire vivere di fede. Devo vivere nella fiducia che mio Padre Dio farà le cose prima, più e meglio. Che sono un servo inutile. La mia vita sarà feconda e allegra se Lo lascio fare. La preghiera è il grimaldello, l’unico strumento che aggiusta le cose. “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (Mt 16,25). Io avrei fatto entrare Gesù nella storia come un vincente condottiero a cavallo, Lui invece m’insegna la via giusta della creatura che vive affidandosi al Creatore. Il Bambinello mi chiama a seguirlo.

mercoledì 9 dicembre 2015

Maria, donna come Dio l'ha pensata

 
E’ passata da poco la festa dell’Immacolata Concezione e, come capita quando festeggio una persona che mi è cara, mi sembra di non averla festeggiata abbastanza. Mi è sempre piaciuto pensare che l’assenza del peccato originale in Maria la rendesse completamente donna come Dio l’aveva immaginata. Non mi aiuta considerarla una creatura irraggiungibile, mi piace vedere in lei le caratteristiche della vera femminilità. Eva fu creata da e per Adamo e Adamo trovò in lei un motivo di gioia profonda, tanto da prorompere in un inno di ringraziamento. Genesi 2,25 aggiunge: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”. Questa assenza di vergogna suggerisce la perfetta comunicazione dei loro cuori. La prima conseguenza del peccato sarà invece il desiderio di coprirsi. Incomincia la difficoltà di comunicazione fra uomo e donna, che sembra insormontabile malgrado l’aspirazione di entrambi ad una comunione perfetta. Maria, nell’essere perfetta donna, è capace di completa comprensione nei riguardi di ogni essere umano, anche il più degradato. Per questo mi commuove la festa dell’Immacolata perché è la festa della Donna che davvero mi comprende. Quella Donna a cui rivolgo lo sguardo di un amore che non conosce noia. Come Adamo ha fatto festa quando ha visto Eva, a maggior ragione mi va di festeggiare la Madre e l’Amica a cui posso dire tutto, che sempre mi comprende e m’insegna ad amare senza misura.  Mi dà il giusto criterio e mi porta per mano a imitare Gesù.

mercoledì 2 dicembre 2015

Come mi sto preparando al Giubileo?

 
Questa è la cartolina del Giubileo che m’impone d’interrogarmi su come mi sto preparando all’evento. Sento che prima di aprirmi alla misericordia di Dio mi devo convincere di averne bisogno. A chi oggi vorrei chiedere perdono? Ai miei genitori in primo luogo. Non c’è misura fra quanto mi hanno dato e quanto io ho dato a loro. Sono stato un figlio affettuoso ma loro mi hanno dato la vita, mi hanno dedicato un tempo infinito, mi hanno trasmesso la gioia di amare e tanto tanto altro. A loro chiedo perdono perché ora saprei ringraziarli meglio e tento di rimediare pregando per loro con tutto il cuore. A loro chiedo comprensione e misericordia sapendo che è già accordata. E a Dio? Se è così forte la relazione con i miei genitori perché è evanescente quella con Dio? Perché è così insoddisfacente? Meno male che ci sono i santi: loro si sono resi conto (per quanto possibile a una creatura) dell’amore di Dio che li ha creati e li ha salvati col Suo Sangue. Ma ci credo che Gesù è morto per me affinché io capissi che non devo vivere d’altro che d’amore? Non dovrò ringraziare la Trinità perché ha fatto per me più dei miei genitori? La grazia che chiedo è rendermi conto dell’amore di Dio per me e, di conseguenza, quanto è grave la mia trascuratezza e superficialità. Ho bisogno dello Spirito Santo come quel padre che (Mc 9,24) grida a Gesù: “Credo, Signore, aiuta la mia incredulità!”. Solo se mi rendo conto di quanto ho peccato saprò chiedere misericordia. Ho bisogno di una confessione contrita.

martedì 1 dicembre 2015

Imprenditore per amore: cose mai sentite...

 
In questi giorni mi capita spesso di parlare di santificazione del lavoro perché presento un libro che ho scritto sul tema. Ho la testa piena di princìpi tutti validi, primo fra i quali è che non ci può essere una vera relazione con gli altri se non si ha una forte relazione con Dio. Ma ciò che mi ha davvero insegnato qualcosa non sono le teorie, o le dottrine, ma l’esempio di alcune persone. Non a caso il punto forte del mio libro è una galleria di personaggi che portano con sé una ricchezza che non è circoscrivibile. Uno di questi è l’imprenditore per amore Gregorio Fogliani (1400 dipendenti, in crescita), che ha cominciato a fare impresa a 19 anni quando si è innamorato di colei che sarebbe diventata sua moglie e resta per lui “la donna più bella del mondo”. Spesso Gregorio parla ai giovani e poi si fa scrivere per mail gli argomenti che li hanno colpiti. La sintesi è questa: trasparenza, empatia, non esistono problemi ma opportunità, spirito di squadra e buon carattere, non aver paura di sbagliare, impegnarsi per obiettivi ambiziosi, desiderare di restituire ciò che si è ricevuto. Ciò che convince i giovani è l’evidenza che Gregorio vive ciò che dice. Sono affermazioni controcorrente, come essere disposti a cambiare lavoro ma non a cambiare la moglie. Ultimamente ha parlato a 350 direttori del personale facendoli ridere alle lacrime descrivendo quanto danneggia l’impresa il dipendente che divorzia. Ridere per non piangere. Gregorio ogni mattina legge un brano del Vangelo.


domenica 29 novembre 2015

Una recensione in dono. Da Sonia Vazzano

 
La bellezza è per entusiasmare al lavoro,
il lavoro è per risorgere

Cyprian Norwid, Promethidion: Bogumil vv. 185-186
Pisma wybrane, Warszawa 1968, vol. 2, p. 216




Ai nostri maestri


Questa recensione è un po’ particolare. E forse serve più a chi la scrive che non a chi il libro l’ha scritto. Ma l’intento vero è che serva comunque a chi ancora non l’ha letto (e che ci auguriamo continui nella lettura, o la intraprenda sul serio, anche dopo queste righe).

Pippo Corigliano è un amico e in genere degli amici amo parlare poco, e meno scriverne per un pubblico ampio, perché l’amicizia se la cominci a “svelare” poi non riesci a trattenerla più. E allora ti rimane sempre un po’ la paura di condividere troppo qualcosa che in fondo è un po’ solo per te. E se decidi di farlo, è perché c’è qualcosa di più nell’amico che senti di dover condividere.
E allora non dirò di Pippo e di questa sua ultima “fatica”, ma parlerò di maestri e di relazione, che, a mio avviso, sono i due cardini attorno ai quali ruotano queste sue pagine (Siamo in missione per conto di Dio. La santificazione del lavoro, pp. 140, Mondadori 2015).

La santificazione del lavoro, nel lavoro e degli altri con il lavoro – che Pippo Corigliano ha imparato da san Josemaría e nella vocazione all’Opus Dei – è la convinzione che non è difficile trasformare il lavoro in un dialogo di preghiera (cfr. Amici di Dio, Lavoro di Dio, pt. 67). E che nella barca di ciascuno di noi con naturalezza entra… il Maestro (cfr. Amici di Dio, Grandezza della vita quotidiana, pt. 21). Sì, proprio il Maestro, e i maestri…

Un adagio talmudico recita che «Il mondo sta in piedi solo per il respiro degli studenti» (Resh Laqish in nome di Yehudah Hanassi, bShabbat 119b). Ieri nella presentazione del libro di Pippo, ho capito che tale respiro è alimentato da passione, meraviglia e sorriso. E poi da legame, conoscenza e disposizione.
Pippo ha presentato (sì, proprio lui, e già questo la dice lunga sull’autore di queste pagine) con queste caratteristiche i suoi maestri. Quelli che riconosci e scegli come tali. Quelli che ti insegnano cose che non stanno sui libri. Quelli che ti trasmettono l’essere del maestro. Quelli che ti ricordano sempre la tua missione più grande: forse quella che non conosci ancora e che magari neanche loro conoscono, ma che di certo ti aiutano a scoprire.

I maestri di cui parla Pippo in questo libro sono tanti. Io oggi volevo ricordare quelli che a noi Pippo ha presentato ieri. E lasciare ai lettori la scoperta di tutti gli altri. Perché è inutile dire che è proprio bello avere tanti maestri così!

Alla sua destra Ettore Bernabei: la personificazione della passione. Chissà cosa ha significato per i suoi figli, per i suoi nipoti, per i suoi amici un uomo così? Bernabei “apre” il libro di Pippo e sembra in qualche modo accompagnarlo fino alla fine, con una narrazione che è frutto di un impegno di vita in cui il lavoro è la passione dominante, quella del perseverare con lo slancio del lavoro incominciato con passione umana e soprannaturale (cfr. Amici di Dio, Lavoro di Dio, pt. 63). Ora capisco perché Bernabei è stato un maestro per Pippo nella santificazione del lavoro: nella sua incessante missione di comunicarne la passione! Una passione che lega e che crea legami.

Accanto a Bernabei, l’unica donna della serata, e chiedere che fosse un’artista è stato veramente chiedere il massimo. Di Paola Grossi Gondi mi resta nel cuore la meraviglia. E se meravigliarsi fosse preghiera? Un inno a Dio per quello che dà all’uomo cui non si può rispondere con altro se non con la propria meraviglia? L’artista, ormai conosciuta soprattutto per una delle sue ultime opere Il filo rosso della Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma, ci racconta con semplicità i suoi occhi meravigliati sul mondo e sulle cose, che poi si traducono in gesti d’amore nei confronti di chi il Maestro per eccellenza decide di mettere sul nostro cammino. Come Bernabei è maestro di passione, Paola è maestra di meraviglia: di un lavoro ben fatto in cui si scopre che la santificazione nasce dalle piccole cose, tratti infiniti di un disegno in cui l’Artista guida la nostra mano e viene a cercarci proprio là, nell’esercizio della nostra professione (cfr. Cammino, pt. 799). Laddove la meraviglia e la ricerca della bellezza si fanno conoscenza.

E alla sinistra di Pippo c’è Pierluigi Bartolomei, testimonianza chiara e semplice di ciò che rende santo il lavoro di ogni giorno: il sorriso. Il sorriso di chi riesce a mantenerlo nonostante ciò che vede. Di chi continua a sorridere se anche nel percorso la tristezza rischia a volte di prendere il sopravvento. Di un padre e di un marito che prima di mettersi a lavorare ogni giorno, si ricorda della propria mission nel mondo: l’allegria di chi si sente figlio di Dio. E di chi lavora con le mani, di chi pianta alberi, di chi mette le ultime pietre (cfr. Cammino, pt. 42). Bartolomei è il volto della santità che sorride nonostante le difficoltà, in una professione che spesso forgia il cuore squarciato di fronte agli occhi che guardano la realtà difficile di tutti i giorni. Del cuore che si fa disposizione.

Tre testimonianze – di passione, di meraviglia e di sorriso – che raccontano chi sono i veri maestri di Pippo. Sono uomini e donne di relazione – di legame, conoscenza, disposizione – che spesso non vivono sotto i riflettori, che vanno piano mentre il mondo va veloce, che rimangono poveri perché hanno capito di aver bisogno di Dio. Che riconoscono come nulla accada a caso e che ogni persona che ci passa accanto è un miracolo da scoprire, con quello che abbiamo, che siamo e che desideriamo.

I santi sono un po’ dei supereroi? La missione di cui parla Pippo è impossibile oggi per tutti gli uomini? Forse un po’, e forse ci piace pensare che se proviamo ad essere santi sapendo che è difficile magari un po’ lo stiamo diventando già. Perché a volte non serve la santità che cambia il mondo, ma solo quella che si riconosce come dono. Un dono che prima di ricevere si è chiesto. Un dono che ancor prima di chiedere si è riconosciuto negli occhi del proprio maestro.

Pippo si è preso un bell’impegno con questo libro. Ha quasi “canonizzato” in terra dei personaggi ancora viventi. O questo almeno è quello che tanti potrebbero obiettare di fronte ad un titolo cosi. In realtà se è vero che i santi, come dice papa Francesco, sono uomini e donne che «hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri», è anche vero che «essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità. […] È una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome […], ha un volto: il volto di Gesù». Il volto del maestro. Ecco perché questo libro, lungi dall’essere una “canonizzazione anticipata”, è “solo” un inno ai maestri di ogni generazione, che non sono tali perché sono più anziani di noi, e che non sono tali perché qualcuno ce li ha presentati così. Ma solo perché di fronte ad essi non si può non ringraziare.

Questo libro mi ha insegnato una volta di più la fortuna di poter dire “grazie”, sempre e comunque. Perché nella mia giornata quotidiana, nel mio lavoro di ogni giorno, nel mio sforzo continuo di scoprire i miei doni e di provare a farne briciole di santità, posso dire anche io di avere avuto dei maestri. E forse sit mihi terra levis.


giovedì 19 novembre 2015

La relazione con Dio: canale di vitalità

 
La caratteristica che colpisce nei santi è la relazione con Dio. Per questo sono preziose le loro autobiografie o le biografie di chi li ha conosciuti nell’intimo, come la vita di Santa Caterina scritta dal suo confessore. Ho conosciuto un santo e son rimasto stupito per il continuo rapporto con Dio: con gli Angeli, con San Giuseppe, Maria, Gesù, lo Spirito Santo e così via: giorno e notte.  Ho appreso da lui questa dimensione che non mi era stata trasmessa chiaramente nel messaggio cristiano. 

Mi avevano insegnato a fare il mio dovere, a vivere la castità (tema insistentemente ripetuto), a rispettare i genitori con il seguito degli altri comandamenti. Il primo comandamento rimaneva però ermetico. Solo la rilettura dei Vangeli mi ha portato a scoprirlo come il vero segreto dei santi. La continua relazione di Gesù con Suo Padre ha incrinato la crosta della mia superficialità. Qual è la virtù che Lui più loda? La fede: più volte esplicitamente posta ad esempio nella donna cananea, nel centurione, nell’emorroissa… persone considerate ignoranti dai dottori della Legge. L’amore per il prossimo viene esemplificato in un samaritano, un personaggio da cui non ci si attende nulla di buono. 
Gesù pone se stesso come via (esempio) e verità (rivelazione), ma anche come vita: quella vitalità che ci stupisce negli Apostoli e nei santi. La relazione con Dio dà vita, nasce dalla fede e si riversa nell’amore. Preghiera mentale, confessione, Rosario, lettura spirituale, Santa Messa: canali di vitalità.

giovedì 12 novembre 2015

Castità

 

 La virtù della castità porta alle radici della fede. L’uomo è stato creato da Dio “a sua immagine”: “maschio e femmina” li creò  (Gn 1,27). Il linguaggio è mitico ma ci trasmette una verità. Gesù ricorda che l’uomo “si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”(Mc 10,8). L’unione è per sempre.
La castità, in particolare quella prematrimoniale, è incomprensibile senza la fede. Nella creazione l’uomo si distingue dagli animali perché il Signore plasmò l’uomo con polvere e soffiò nelle sue radici un alito di vita (Gen 2,7): gli animali sono creature di Dio ma l’uomo è “capace di Dio”. Gesù ristabilisce in pieno la relazione  dell’uomo con Dio e così l’uomo può vivere seguendo la “via” di Gesù. Se non decido di percorrere quella via (che prevede anche la castità prematrimoniale), se non ho capito che la logica di Gesù è diversa da quella mondana e passa per il dono di sé, per la croce di ogni giorno (che comporta la felicità di ogni giorno), come posso pretendere che un giovane non si comporti come un animale, mentre la cultura dominante impone l’idea che noi siamo animali come gli altri?
Conviene sposarsi presto anche se la società contemporanea mette ostacoli. Soprattutto conviene imparare a voler bene che è il primo dei comandamenti. Chi insegna oggi a voler bene? Occorre imparare ad amare. Come sono belli i coniugi vecchietti che si tengono per mano alla sera di una vita insieme!
La castità è una questione di fede e di amore, non di ragionamenti moralistici.


domenica 8 novembre 2015

Una recensione simpatica e inaspettata

Nel mio libro racconto quanto apprezzo le lezioni di Acquagym di Giordana che ha una grazia particolare nel muoversi e nel comunicare. Giordana ha letto il libro e mi ha mandato in What'sApp questa minirecensione che mi è piaciuta:


Ora che l'ho letto sai che immagine mi viene in mente quando ci penso? Immagina una strada piena di gente una folla tipo le strade di new york..io che cammino e ad un certo punto mi passa vicino..Leonardo Mondadori e io faccio...ooohh! Poi cammino e mi passa vicina e mi sorride Susanna Tamaro...e io faccio...oddio era lei! E poi cammino e mi passa vicino il Barone siciliano...e io faccio...oh dio forse l'uomo della mia vita mancato! E poi cammino e incontro Montanelli  e Bernabei e lì sono costretta a fermarli ad abbracciarli da parte tua e dopo faccio..oddio erano loro!! ...ecco mi viene in mente questo....una passeggiata un po' magica...come Alice nel paese delle meraviglie...si perché io con tutta questa gente IMPORTANTE non c'entro proprio niente Pippo!...buona serata!


giovedì 5 novembre 2015

La faccia dei salvati

 
Mi ha sempre divertito la frase di Nietzsche rivolta ai cristiani: “Crederò nel Salvatore quando vi vedrò con la faccia dei salvati”. Mi piace perché mette il dito nella piaga. Io stimo Gesù ma lo voglio rendere compatibile con i miei piccoli interessi. Non avrò mai la faccia del salvato se non imparo da Gesù a vivere d’amore, il che è possibile solo col Suo aiuto. I santi hanno avuto la faccia dei salvati: gente che era irresistibilmente attraente perché Gesù è venuto a ristabilire il giusto rapporto con Dio  e con il prossimo, con l’obbedienza e la carità. Questa è la salvezza.
Abbiamo spesso inteso la sequela autentica di Gesù come un cambiamento di stato di vita: farsi prete, suora, frate o monaco. Scelte meravigliose con cui la Provvidenza ha fatto giungere la fede fino a noi. Ma si può anche vivere d’amore senza cambiare stato. Chi ha la vocazione matrimoniale e si sente chiamato a vivere in questo mondo non è una mezza cartuccia. Può essere santo, un uomo di Dio. Allora sì i cristiani avranno la faccia dei salvati. Vivranno d’eucarestia e sapranno esprimere nel mondo del lavoro e della famiglia le virtù di cui il nostro mondo ha ardente bisogno. Impegnati nel proprio mestiere con cuore mite e umile, capaci di amare il coniuge fino alla morte. Gesù in croce è il vero albero della vita da cui scorre il Sangue che può diventare il mio sangue, malgrado le mie resistenze. Allora la Croce diventa il vero asse del mondo portando nel volto dei cristiani la vera immagine dei salvati.


mercoledì 28 ottobre 2015

Ripartire da zero

 
"Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo" dice Papa Francesco nella Laudato sì (n.53). Essere strumenti di Dio Padre è meraviglioso. Quando sento la frase: “Dobbiamo recuperare il senso del peccato” mi rattristo, non perché non sia d’accordo, ma perché soltanto quando c’è un reale rapporto con Dio allora nasce il dispiacere di non essere in sintonia con Lui. Occorre parlare di Dio. Anni fa si diceva: “Dio è morto”, ora non si dice più perché si dà per scontato che non esista, e poi ci chiediamo come mai abbiamo la sensazione di scivolare in un inferno. Io devo preporre a tutto il rapporto con Dio e allora scoprirò che il Paradiso comincia ora. Saper voler bene, sentirsi figli piccoli di Dio: è l’inizio di un sentiero che porta alla felicità propria e altrui. Liberiamoci dell’arte che non cerca la bellezza. Io cerco la bellezza, quella vera, perché mi parla di Dio. Devo contribuire ad una nuova cultura dove la bellezza e l’amore abbiano cittadinanza. Mi sento desolato quando sento parlare di bambini privati di una mamma o dell’utero in affitto: la bruttezza esala da queste parole, ma è un richiamo ad essere “strumento di Dio”, a propagare amore, bellezza e conoscenza del vero. Abbiamo l’opportunità di ripartire da zero, dal deserto, per costruire consapevolmente una nuova civiltà. E’ un compito che spetta in particolare a noi italiani. Non a caso i due ultimi Papi hanno scelto il nome di santi italiani. 


venerdì 23 ottobre 2015

il compito che ci attende

 
Le civiltà tramontano perché invecchiano e muoiono: così l’Occidente manifesta i segni del disfacimento. Basta pensare come i princìpi della cultura dominante mostrano la loro fragilità. “Time is money” si dice (non a caso in inglese) per dire che il tempo è denaro. Grande sciocchezza. Ricordo con quanta intensità San Josemaría diceva che il tempo è poco per amare. Il tempo è grazia non denaro. La democrazia e la libertà d’espressione, due punti cardini della civiltà occidentale, lasciano spazio alla sensazione che chi realmente governa siano le lobby finanziarie attraverso lo strumento della comunicazione, per imporre i loro indirizzi  attraverso l’apparente libertà. L’emancipazione femminile, frutto del fermento cristiano (al di fuori del cristianesimo la donna è avvilita), si sta tramutando nel suo opposto: mai come oggi la donna è costretta a faticare più dell’uomo. La valorizzazione della persona (eredità cristiana anche questa) si è ridotta alla concezione individualistica della società con la conseguenza negativa (fra le altre) del disprezzo della famiglia e delle comunità intermedie. Le arti, dapprima idolatrate, portano in sé un germe di dissoluzione: la bellezza e l’armonia sono relegate agli ambiti commerciali. Non è una visione pessimista è l’evidenza del compito che spetta ai cristiani. Tocca a noi far nascere il gusto del bello, dello splendore dell’amore, della fiducia di conoscere la verità. C’è da fare per i giovani: occorre educarli con l’esempio e con il coraggio.

lunedì 19 ottobre 2015

Una recensione "alla Miriano" di Siamo in missione...

di Costanza Miriano
La prima volta che ho pensato che ci si potesse fare santi facendo cose normali è stata per me una folgorazione. È successo quando avevo più o meno dieci anni, credo, leggendo Come un piccolo fiore, la storia di santa Teresina di Lisieux raccontata ai bambini. Era (è, a dire il vero, io l’ho comprato ai miei figli una ventina di anni dopo averlo letto) un libro con delle figure bellissime che avevo trovato a casa della zia Teresa, e mi è rimasto impresso a fuoco nella mente, anche perché dovendolo restituire lo avevo letto famelicamente cercando di memorizzarlo.
Mi ricordo come se fosse oggi che lei chiedendosi come da quel suo Carmelo potesse vivere il martirio, la missionarietà, decideva di accogliere tutte le occasioni che la circostanza le offriva per vivere con tutto l’amore di cui fosse capace: prendersi gli schizzi in faccia lavando i fazzoletti accanto a una consorella maldestra, accompagnare la sorella anziana e bisbetica al refettorio, togliere le ragnatele dal chiostro. Fare le cose con amore è la cosa più preziosa agli occhi di Dio, che vuole il nostro cuore, tutto intero. Per questo una giovane suora di clausura è diventata patrona delle missioni, perché Dio ha bisogno dei nostri cinque pani e due pesci, e poi ci pensa lui a moltiplicare. Il problema è che quei cinque pani e i due pesci sono tutto quello che abbiamo, e al momento di lasciarlo andare via fa male. A volte malissimo. Ma poi si diventa fecondi in modo stupefacente, dicono le vite dei santi.
Mi era sembrata una intuizione meravigliosa, ma comunque, mi dicevo da piccola, attuabile meglio in monastero, dove, pensavo, è più facile essere unitari, tutti consegnati a Dio. Solo molti anni dopo ho incontrato Pippo Corigliano, e con lui il carisma dell’Opus Dei, che lui incarna e vive, e insieme sa raccontare e comunicare benissimo, essendo questo, comunicare, il suo lavoro (è un ingegnere, in realtà, ma è napoletano, quindi una specializzazione di ingegneria a sé). L’idea di santificare il lavoro, la vita quotidiana, l’idea che la santità fosse non solo alla portata dei laici, ma anzi dovesse essere il loro obiettivo “normale”, esattamente come per i consacrati, è stata la grande novità portata nella Chiesa da san Josemaria Escrivà, che in questo ha anticipato il Concilio Vaticano II. Di cento anime, ce ne interessano cento, diceva.3Dnn+9_2C_pic_9788804658641-siamo-in-missione-per-conto-di-dio_original
Come la vita, così, cambi completamente prospettiva è il tema del nuovo libro di Pippo Corigliano, che nel frattempo, da quando ci siamo conosciuti per scambiarci i libri con dedica, è diventato praticamente uno di famiglia (se cucino un po’ meglio del solito i miei figli mi chiedono “ma perché non hai invitato Pippo?”, e la risposta è, nel caso in cui non sia invitato, “perché ci sono troppi calzini a terra, mi vergogno”). Si chiama “Siamo in missione per conto di Dio”, ed è pubblicato dalla Mondadori (mica cotiche). La citazione dei Blues Brothers non è casuale: quello è veramente il film preferito di Pippo, e i due fratelli delinquenti e squinternati che vanno in giro con gli occhiali da sole anche di notte e mezzo pacchetto di sigarette giusto per arrivare a Chicago hanno qualcosa in comune con l’elegante ingegnere: il senso dell’umorismo, e la tenace volontà di lavorare per lo stesso Principale. E quando Pippo incontra qualche collega che lavora per lo stesso Principale, cioè qualcuno che con umiltà e amore cerca di santificare il lavoro, di santificarsi nel lavoro, e di santificare gli altri col lavoro, drizza le antenne. Cerca di conoscerlo, di fare amicizia, di fare insieme un pezzo di strada, brevissimo o lungo una vita che sia, l’importante è che a strada porti in Paradiso.
In questo suo ultimo libro c’è quindi prima qualche riflessione – breve, è pur sempre un ingegnere – giusto quello che serve a inquadrare la questione (il lavoro) e a mettere a punto l’atteggiamento migliore da prendere (renderlo proprio il luogo e il mezzo in cui ci si santifica, non quella cosa nonostante la quale si fa il bene). Poi c’è una magnifica galleria di personaggi che provano o hanno provato a vivere la loro chiamata nel mondo prendendo il lavoro con passione, serietà, amore: e si va da Indro Montanelli a zia Lucrezia, dalla signora delle pulizie al direttore generale della Rai (Ettore Bernabei), da Leonardo Mondadori a Susanna Tamaro. Passando, va be’, per me, ma in quel caso Pippo è accecato dall’affetto, che gli rende perdonabile anche il fatto che durante le riunioni di lavoro a Rai Vaticano a volte metto lo smalto (d’altra parte mica ci vuole il cervello per passare una mano di color prugna sulla unghie: solo, non è elegantissimo da parte mia. E adesso la circostanza rimarrà immortalata nei secoli in questo volume: ormai è tardi per chiedere il ritiro delle copie dal commercio?). Comunque, a tutti i complimenti che mi riservano queste pagine va fatta una tara abbondantissima, io lo dico.
Che dire? Le storie raccontate sono appassionanti, sembra di ficcare il naso dietro le quinte di tanti snodi importanti nella storia del nostro paese (Bernabei, Mondadori Montanelli…), oppure nella casa di Susanna Tamaro, nei cuori di persone normali come la signora Pina, di cui Pippo sembra aver carpito il segreto più profondo, e sono certa che l’abbia fatto, non so come, guardando da lontano, con la sua discrezione e il rispetto delle distanze che lo caratterizza. Che poi alla fine a me è questo che interessa: il cuore, la verità delle persone.
Ovviamente nel libro c’è molto di più, ma si sa che ognuno coglie quello che vuole nelle pagine che ha davanti: c’è un excursus della concezione del lavoro nella storia della spiritualità, e nella storia vera e propria, ci sono ritratti di città e realtà diverse, storie di aziende cardine per il nostro paese, come la Rai, l’Olivetti, la Mondadori, ci sono riflessioni sulla professionalità e sulla preparazione, sulla bellezza, sull’umiltà, l’inventiva e la capacità di trovare soluzioni. E ci sono momenti in cui la piccola Teresa di Lisieux torna alla mente, come nelle parole sulla signora Pina, forse la mia preferita: “Mai l’ho sentita lamentarsi per le cose da fare ogni giorno, tutti i giorni, nel servizio del marito e dei figli. E ho sempre presente il suo senso di donazione nel cucinare bene un pranzo, con un’attenta preparazione, con la fettina cotta al momento perché sia mangiata ben calda, col pensiero al piatto preferito di ciascuno. «Mi aiuta l’esempio di chi sa dire di sì fino all’ultimo dettaglio, quando si è stanchi e magari c’è da preparare un vassoietto con una camomilla per qualcuno che sta male. Sono momenti in cui serve un pensiero soprannaturale perché umanamente la voglia sarebbe a zero. “Gesù, voglio preparare questa camomilla per te” e così ci metto quell’ingrediente in più d’affetto. La persona che riceve la camomilla non verrà mai a saperlo. Mi aiuta tanto sapere che Dio mi vede sempre e che conosce le mie tensioni, i miei sforzi”.

Domenica 25 ottobre nell'ambito di "Bookcity" Gianarturo Ferrari presenterà con Pippo C. "Siamo in missione per conto di Dio/La santificazione del lavoro" alle 17 nella libreria Mondadori in Piazza Duomo. I milanesi, e non, sono invitatissimi.


venerdì 16 ottobre 2015

Santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri col lavoro

 


 La professionalità è di moda. Se dico a una persona “lei ha professionalità” la rendo felice. Ma quali sono le motivazioni per lavorare con impegno? Spesso lo stimolo è il guadagno, l’autosoddisfazione, la considerazione sociale, mantenere la famiglia oppure semplicemente il senso del dovere. Ho incontrato una persona che mi ha insegnato a lavorare per amore: è San Josemaría Escrivá. E ho conosciuto un Papa che mi ha fatto capire che “l’uomo può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo” (Benedetto XVI,  Parigi 12.9.08). Nel lavoro si riflette il mio atteggiamento nei confronti di Dio. Nell’Antico Testamento è predominante l’invito a riconoscere la potestà dell’unico Dio. Nel Nuovo Testamento Dio è presentato come un Padre che ci richiede amore (per Dio e per il prossimo: parabola del buon samaritano) e l’atteggiamento umile (parabola del fariseo e del pubblicano). Devo riscoprire come fondamentale l’atteggiamento di umiltà e di amore mentre talvolta il cristianesimo mi è stato presentato erroneamente come una morale rigida, un sistema dottrinale o un’ideologia. Umiltà e amore mi devono accompagnare anche al momento di lavorare e ciò comporta l’accoglienza verso chiunque, lo sforzo di far bene e riconoscere serenamente i miei limiti. Detto meglio: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri col lavoro. Ogni sentiero porta ad una destinazione. Il sentiero dei figli di Dio porta in Paradiso, perciò si può e anzi si deve lavorare con allegria.

mercoledì 14 ottobre 2015

Napoli: un modello di amore per il lavoro

L'Avvenire del 13 ottobre dedica al libro un estratto dal titolo:

NAPOLI: UN MODELLO DI AMORE PER IL LAVORO

L’amore c’entra con il lavoro. Quando l’Olivetti nel dopo guerra impiantò una fabbrica a Pozzuoli (Napoli), gli operai lavoravano a cottimo, cioè venivano pagati in base alla produzione. Le donne napoletane, che avevano figli a casa in condizioni disagiate, sbalordirono tutti perché riuscivano a produrre tre volte di più delle colleghe del Nord. La relazione tra cuore e lavoro, tra umanità ed efficienza, è sorprendente.
Napoli, per esempio, scoraggia tutti quelli che hanno una cultura sociologica ed economica moderna. È una città che nell’insieme non funziona e non dà speranze di funzionare. Persino Aldo Cazzullo, nel suo L’Italia s’è ri-desta (un noto libro sulla ripresa dell’Italia), quando arriva a Napoli le dedica un capitolo affettuoso ma sfiduciato. E invece, per capire Napoli, per capire la differenza fra Napoli e una qualsiasi città economicamente depressa, bisogna partire dall’animo dei napoletani. Bisogna capire come pensano, qual è la loro affettività, come intendono la vita, come percepiscono l’arte, come cantano. e qui si apre un mondo. Si potrebbe ricordare che la Napoli dei Borboni, malgrado la leggenda nera creatale attorno, era una città fiorente dove le arti, l’industria, l’istruzione, la religiosità prosperavano grazie a una grande tradizione.
Napoli era nel Seicento, con 400.000 abitanti, più popolosa di Londra e di Parigi, mentre Roma arrivava a stento a 100.000 abitanti. Sant’Alfonso de’ Liguori, protagonista del Settecento napoletano, esprimeva bene le eccellenze di Napoli nella musica (fra l’altro ha composto Tu scendi dalle stelle e altri canti popolari), nella pittura, nella cultura: è stato l’ultimo Dottore della Chiesa nel senso classico, riformatore della teologia morale. Tutto questo si è spento con la fine dell’autonomia: una vicenda che non si può approfondire in questa sede. È stata tolta la speranza a una città popolosa le cui attuali condizioni di vita non consentono una ripresa socioeconomica. Napoli può contare quasi unicamente sulle risorse interiori derivanti dalla sua cultura, e perciò è interessante. Chi va a Napoli parte con la paura di essere scippato, ma torna col desiderio di coltivare amicizie con napoletani o di trovare un marito o una moglie partenopei. Prova ne sia che, in tutta Italia, quando in un ambiente c’è un napoletano si respira aria di simpatia, di libertà, di umorismo. E questo che c’entra con il lavoro? C’entra. Perché chi concepisce il lavoro umano come la prestazione di una macchina o unicamente come mezzo per ottenere soldi e incarichi (in altre parole: chi è figlio della cultura dominante) ha una concezione di vita e di lavoro riduttiva. Il lavoro umano o è umano o è schiavitù interiore. Perciò è utile lo shock di una visita a Napoli, perché lì si capisce che l’uomo dipende non solo dalle condizioni economiche ma anche e soprattutto dalle risorse interiori.
Nei miei vent’anni, con alcuni amici avevamo organizzato un doposcuola per i ragazzi delle scuole medie del quartiere popolare di forcella. Molte famiglie erano in condizioni disagiate. Ricordo, fra l’altro, la sorpresa nel trovare tanta allegria in una famiglia con sei figli che viveva in una sola stanza. Per parlare di un’esistenza felice e della santificazione del lavoro, occorre partire dal cuore dell’uomo non dal suo reddito. La situazione di Napoli è, da questo punto di vista, un caso limite che fa riflettere.