di Costanza Miriano
La prima volta che ho pensato che ci si potesse fare santi facendo
cose normali è stata per me una folgorazione. È successo quando avevo
più o meno dieci anni, credo, leggendo
Come un piccolo fiore,
la storia di santa Teresina di Lisieux raccontata ai bambini. Era (è, a
dire il vero, io l’ho comprato ai miei figli una ventina di anni dopo
averlo letto) un libro con delle figure bellissime che avevo trovato a
casa della zia Teresa, e mi è rimasto impresso a fuoco nella mente,
anche perché dovendolo restituire lo avevo letto famelicamente cercando
di memorizzarlo.
Mi ricordo come se fosse oggi che lei
chiedendosi come da quel suo Carmelo potesse vivere il martirio, la
missionarietà, decideva di accogliere tutte le occasioni che la
circostanza le offriva per vivere con tutto l’amore di cui fosse capace:
prendersi gli schizzi in faccia lavando i fazzoletti accanto a una
consorella maldestra, accompagnare la sorella anziana e bisbetica al
refettorio, togliere le ragnatele dal chiostro. Fare le cose con amore è
la cosa più preziosa agli occhi di Dio, che vuole il nostro cuore,
tutto intero. Per questo una giovane suora di clausura è diventata
patrona delle missioni, perché Dio ha bisogno dei nostri cinque pani e
due pesci, e poi ci pensa lui a moltiplicare. Il problema è che quei
cinque pani e i due pesci sono tutto quello che abbiamo, e al momento di
lasciarlo andare via fa male. A volte malissimo. Ma poi si diventa
fecondi in modo stupefacente, dicono le vite dei santi.
Mi era sembrata una intuizione meravigliosa, ma comunque, mi dicevo
da piccola, attuabile meglio in monastero, dove, pensavo, è più facile
essere unitari, tutti consegnati a Dio. Solo molti anni dopo ho
incontrato Pippo Corigliano, e con lui il carisma dell’Opus Dei, che lui
incarna e vive, e insieme sa raccontare e comunicare benissimo, essendo
questo, comunicare, il suo lavoro (è un ingegnere, in realtà, ma è
napoletano, quindi una specializzazione di ingegneria a sé). L’idea di
santificare il lavoro, la vita quotidiana, l’idea che la santità fosse
non solo alla portata dei laici, ma anzi dovesse essere il loro
obiettivo “normale”, esattamente come per i consacrati, è stata la
grande novità portata nella Chiesa da san Josemaria Escrivà, che in
questo ha anticipato il Concilio Vaticano II. Di cento anime, ce ne
interessano cento, diceva.

Come la vita, così, cambi completamente prospettiva è il tema del
nuovo libro di Pippo Corigliano, che nel frattempo, da quando ci siamo
conosciuti per scambiarci i libri con dedica, è diventato praticamente
uno di famiglia (se cucino un po’ meglio del solito i miei figli mi
chiedono “ma perché non hai invitato Pippo?”, e la risposta è, nel caso
in cui non sia invitato, “perché ci sono troppi calzini a terra, mi
vergogno”). Si chiama “
Siamo in missione per conto di Dio”, ed è pubblicato dalla Mondadori (mica cotiche). La citazione dei
Blues Brothers
non è casuale: quello è veramente il film preferito di Pippo, e i due
fratelli delinquenti e squinternati che vanno in giro con gli occhiali
da sole anche di notte e mezzo pacchetto di sigarette giusto per
arrivare a Chicago hanno qualcosa in comune con l’elegante ingegnere: il
senso dell’umorismo, e la tenace volontà di lavorare per lo stesso
Principale. E quando Pippo incontra qualche collega che lavora per lo
stesso Principale, cioè qualcuno che con umiltà e amore cerca di
santificare il lavoro, di santificarsi nel lavoro, e di santificare gli
altri col lavoro, drizza le antenne. Cerca di conoscerlo, di fare
amicizia, di fare insieme un pezzo di strada, brevissimo o lungo una
vita che sia, l’importante è che a strada porti in Paradiso.
In questo suo ultimo libro c’è quindi prima qualche riflessione –
breve, è pur sempre un ingegnere – giusto quello che serve a inquadrare
la questione (il lavoro) e a mettere a punto l’atteggiamento migliore da
prendere (renderlo proprio il luogo e il mezzo in cui ci si santifica,
non quella cosa nonostante la quale si fa il bene). Poi c’è una
magnifica galleria di personaggi che provano o hanno provato a vivere la
loro chiamata nel mondo prendendo il lavoro con passione, serietà,
amore: e si va da Indro Montanelli a zia Lucrezia, dalla signora delle
pulizie al direttore generale della Rai (Ettore Bernabei), da Leonardo
Mondadori a Susanna Tamaro. Passando, va be’, per me, ma in quel caso
Pippo è accecato dall’affetto, che gli rende perdonabile anche il fatto
che durante le riunioni di lavoro a Rai Vaticano a volte metto lo smalto
(d’altra parte mica ci vuole il cervello per passare una mano di color
prugna sulla unghie: solo, non è elegantissimo da parte mia. E adesso la
circostanza rimarrà immortalata nei secoli in questo volume: ormai è
tardi per chiedere il ritiro delle copie dal commercio?). Comunque, a
tutti i complimenti che mi riservano queste pagine va fatta una tara
abbondantissima, io lo dico.
Che dire? Le storie raccontate sono appassionanti, sembra di ficcare
il naso dietro le quinte di tanti snodi importanti nella storia del
nostro paese (Bernabei, Mondadori Montanelli…), oppure nella casa di
Susanna Tamaro, nei cuori di persone normali come la signora Pina, di
cui Pippo sembra aver carpito il segreto più profondo, e sono certa che
l’abbia fatto, non so come, guardando da lontano, con la sua discrezione
e il rispetto delle distanze che lo caratterizza. Che poi alla fine a
me è questo che interessa: il cuore, la verità delle persone.
Ovviamente nel libro c’è molto di più, ma si sa che ognuno coglie
quello che vuole nelle pagine che ha davanti: c’è un excursus della
concezione del lavoro nella storia della spiritualità, e nella storia
vera e propria, ci sono ritratti di città e realtà diverse, storie di
aziende cardine per il nostro paese, come la Rai, l’Olivetti, la
Mondadori, ci sono riflessioni sulla professionalità e sulla
preparazione, sulla bellezza, sull’umiltà, l’inventiva e la capacità di
trovare soluzioni. E ci sono momenti in cui la piccola Teresa di Lisieux
torna alla mente, come nelle parole sulla signora Pina, forse la mia
preferita: “Mai l’ho sentita lamentarsi per le cose da fare ogni giorno,
tutti i giorni, nel servizio del marito e dei figli. E ho sempre
presente il suo senso di donazione nel cucinare bene un pranzo, con
un’attenta preparazione, con la fettina cotta al momento perché sia
mangiata ben calda, col pensiero al piatto preferito di ciascuno. «Mi
aiuta l’esempio di chi sa dire di sì fino all’ultimo dettaglio, quando
si è stanchi e magari c’è da preparare un vassoietto con una camomilla
per qualcuno che sta male. Sono momenti in cui serve un pensiero
soprannaturale perché umanamente la voglia sarebbe a zero. “Gesù, voglio
preparare questa camomilla per te” e così ci metto quell’ingrediente in
più d’affetto. La persona che riceve la camomilla non verrà mai a
saperlo. Mi aiuta tanto sapere che Dio mi vede sempre e che conosce le
mie tensioni, i miei sforzi”.
Domenica 25 ottobre nell'ambito di "Bookcity" Gianarturo Ferrari presenterà con Pippo C. "Siamo in missione per conto di Dio/La santificazione del lavoro" alle 17 nella libreria Mondadori in Piazza Duomo. I milanesi, e non, sono invitatissimi.