giovedì 1 marzo 2012

La crisi ha un aspetto positivo: i ciarlatani e i buffoni ora sono fuori moda. Il mondo ha bisogno di persone che sappiano voler bene.

 
Ma questa crisi è proprio un guaio? Certamente sì. Tanta gente non ha come arrivare alla fine del mese, ci sono tanti motivi di autentico dolore. Ma un aspetto positivo c’è. Sta passando la voglia di dire e fare cose inutili.
Sono stato ad una trasmissione di una rete tv commerciale per parlare del Paradiso. Mi son prima dovuto sorbire un’ora di ammiccamenti e battutine sessuali che potevano apparire trasgressivi a ragazzini inibiti degli anni ’50 ma che ormai non fanno ridere nemmeno un po’, ora che il sesso è ostentato, inflazionato, oggetto di largo consumo.
Leggo su un quotidiano nazionale un’intervista sull’Opus Dei al nuovo direttore dell’ufficio informazioni Bruno Mastroianni. Le risposte sono intelligenti e spiritose ma le domande sono di una banalità disarmante. Ancora siamo al complotto, al segreto, al cilicio e ad altre balle alla Dan Brown.
Ormai è il momento di essere seri. Come scrive Mastroianni in un altro contesto: “oggi c'è un precariato persino più insidioso per l'uomo ed è quello del cuore. Quante persone soffrono l'abbandono, l'indifferenza, l'infedeltà?” Il mondo ha bisogno di gente solida che sappia prendersi sulle spalle le sorti degli altri, c'è bisogno di amici veri, di mariti e mogli fedeli, di giovani pieni di voglia di costruire il futuro. Il mondo ha bisogno di persone che sappiano voler bene. E' su questo che si potrà costruire la stabilità che dura davvero.
Questo è il lato positivo della crisi: i ciarlatani e i buffoni ormai sono fuori moda.


martedì 21 febbraio 2012

Ma che vita è la nostra se non c'è il Paradiso? San Paolo lo spiega



 
Celentano è un discoletto. Il suo passaggio a Sanremo ha lasciato risentimenti che verranno assorbiti dalla capacità di dimenticare che ci accomuna. Ma una cosa vera l’ha detta: ma che “caspita” di vita è la nostra se non c’è il Paradiso? E’ un’idea che, in altri modi espressivi, è cara al Papa ed è un concetto dominante nelle lettere di San Paolo. Quando verrà disfatto questo corpo …riceveremo un’abitazione da Dio… E’ Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato l’anticipo dello Spirito (2 Cor). Più chiaro di così… Lo Spirito Santo è la “caparra”, è l’anticipo della vita eterna. Ed è per questo che i santi sono sempre contenti mentre chi si lascia andare è triste.
Nella nostra storia c’è uno scendere e un salire. Lo scendere è di Adamo che sospetta di Dio e vuol decidere lui cos’è bene e male. Una discesa che porta alla sofferenza durante la vita e alla morte che la conclude. Il salire è di Gesù che sceglie la via del servizio al Padre e agli uomini. La via di Gesù porta il sole dell’allegria nella nostra valle di lacrime e conduce alla vita eterna. Lo Spirito di Dio, che sta nel profondo del nostro cuore, rende lieti i nostri giorni e ci fa seguire l’esempio di Gesù che lava i piedi ai suoi amici e s’immola per loro. E’ il mistero della nostra vita: chi si dà ritrova la gioia. Chissà perché tendo sempre a dimenticarlo. Perciò cerco ogni giorno di assumere ogni giorno la vitamina V: leggere il Vangelo con il resto del Nuovo Testamento fra cui le lettere del grandissimo San Paolo.


       

mercoledì 15 febbraio 2012

Benedetto ha anticipato Celentano di due anni



Circa due anni fa, parlando - come direbbe Celentano - a "preti e frati" per di più teologi, il Papa ha detto quanto segue: 
Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il Cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di nuovo che il Cristianesimo rimane un «frammento» se non pensiamo a questa meta … e dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita eterna il Cristianesimo rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.

Benedetto XVI
(dall’omelia per la S. Messa con la Pontificia Commissione Biblica, 17 aprile 2010)

Ferma restando la solidarietà ad Avvenire e a Famiglia Cristiana, non mi pare che sia una novità ciò che ha osservato Adriano. "Preferisco il Paradiso" aveva detto San Filippo Neri, non alla tv ma a un cardinale. 


giovedì 9 febbraio 2012

Se leggo, ascolto e medito ciò che dice Benedetto troverò Giovanni Paolo II




“Non riesco a trovare con questo Papa la sintonia che avevo con Giovanni Paolo II”. E’ un’affermazione che tutti abbiamo sentito più volte  e conviene soffermarsi a considerarla. Giovanni Paolo II era un modello non solo di sacerdote ma di uomo, di cristiano. Niente mancava alle sue corde: è stato un battistrada della santità, un esempio di come Dio vuole che sia il cristiano oggi. Joseph Ratzinger ha collaborato in vicinanza fisica con lui per quasi 25 anni. La stima e l’affetto di Wojtyla nei suoi confronti erano evidenti, come evidente è stato il contributo di Ratzinger alla solidità dottrinale di quel pontificato.
  Quando Ratzinger fu fatto vescovo scelse come motto “Collaboratori della verità”: fin da giovane è stato attratto dalla verità più che da ogni altra cosa. Il suo carattere dolce, gentile e leale, aiutato dalla grazia di Dio, lo portava a questo. Perciò come professore di teologia è stato sempre apprezzato dai suoi allievi. Le sue lezioni erano affollate oltre misura: dicevano che in lui la teologia diventava preghiera. E’ la sua missione: riportarci alla vera figura di Gesù. Questo è il senso del Catechismo da lui elaborato da cardinale, dei suoi bellissimi libri scritti da papa, del prossimo anno della fede da lui indetto, oltre che della sua immensa produzione teologica e di magistero. Darci Gesù, così come Gesù è davvero: è un compito meraviglioso che sta svolgendo in modo meraviglioso. Leggerlo e ascoltarlo è continuare a stare con Giovanni Paolo II.



venerdì 3 febbraio 2012

Homo homini lupus. Il cristiano non è così





“Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. Sono parole di Gesù (Mt10,16) rivolte ai discepoli in partenza per una missione apostolica. Quando Gesù usa il paragone della pecora non allude alla debolezza remissiva, indica il coraggio di andare laddove il pericolo è superiore alle nostre forze. Il richiamo alla pecora fa capire che il messaggio da diffondere non è aggressivo: è un messaggio suadente per la sua verità intrinseca. Si tratta di proporre non di imporre. Sarà la grandezza di Dio a dare efficacia alla testimonianza.
Subito dopo dice ai discepoli “siate semplici come colombe e astuti come serpenti”. Le due cose sono compatibili. Non bisogna essere ingenui ma astuti, e nello stesso tempo con la semplicità di chi porta la pace dentro e fuori di sé.
Il cristiano è chiamato a testimoniare Gesù nell’ambiente di lavoro e in famiglia. Nel lavoro spesso sembra che il filosofo inglese Hobbes avesse ragione quando ripeteva la frase antica homo homini lupus: l’uomo è un lupo per l’uomo. Frase orribile e antipatica per chi ha un cuore cristiano. Il seguace di Gesù non è un lupo ma un amico. “Vi ho chiamato amici” afferma Gesù. L’amico è chi accetta l’altro per quello che è, lo giustifica e l’aiuta.
Lo stesso in famiglia dove il cristiano deve desiderare di rendere contenti gli altri, stimandoli, senza avere un’idea troppo elevata di se stesso (S. Paolo, Romani 12).
Ecco, nella famiglia e nell’ambiente di lavoro, Gesù mi chiede questo: saper essere un amico sincero, umile e affettuoso.



sabato 28 gennaio 2012

Un rimedio per la crisi? Ascoltare Gesù. Cartolina per la crisi.




Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri. Non è Rockefeller che parla di finanza ma è Gesù. Così si conclude la parabola dei talenti, con un rimprovero al pigro che non ha fatto fruttare il denaro. In un'altra circostanza Gesù racconta di un amministratore che fa degli sconti illegali per ottenere benefici: il padrone del patrimonio lo viene a sapere e loda non certo l’onestà ma l’astuzia dell’uomo.
In un altro contesto Gesù dice che non si possono servire due padroni, Dio e Mammona (la divinità della sicurezza materiale e del guadagno a tutti i costi). Poi racconta di un tale che aveva accumulato molto nei suoi granai e decide di mangiare e dormire senza preoccuparsi d’altro, ma Dio gli chiede la vita quella notte stessa.
Il rapporto del cristiano col denaro è chiaro: il denaro è uno strumento che va utilizzato bene e per il bene. Se diventa un fine è un tradimento nei confronti di Dio che non comporta benefici, perché la vita è breve e non serve accumulare.
Un insegnamento di grande attualità: un monito per gli speculatori che vivono d’angoscia, seminano l’angoscia e moriranno nell’angoscia; un incoraggiamento per l’intraprendenza e un invito a superare l’inerzia di chi pensa che non c’è nulla da fare. Invece sveglia! Occorre far fruttare i talenti, sia quelli in denaro che quelli dell’intelligenza e della fantasia. E’ sorprendente: il Vangelo ci aiuta a vivere anche la situazione critica che stiamo vivendo.  Dobbiamo reagire, gli uomini di fede devono darsi da fare.




lunedì 23 gennaio 2012

De Maria numquam satis. La Madonna principio di ogni conversione.




De Maria numquam satis dicono i teologi, il che significa che con la Madonna non si può esagerare nel ricorrere a lei e nel tesserne le lodi. Ho letto una giusta osservazione del mariologo francese René Laurentin sul costante aumento della devozione mariana rispetto ai primi secoli del cristianesimo quando occorreva diffondere la notizia della risurrezione di Cristo. Era logico che in quel periodo ci si concentrasse su Gesù perché occorreva far comprendere la straordinaria novità del Dio che si fa uomo, muore per noi e risorge. Col passar del tempo il desiderio di conoscere Gesù porta sempre di più a riconoscere Maria come colei che può farci incontrare suo figlio. Ecco che Maria, viene meglio riconosciuta per quello che è: la strada per trovarlo, conoscerlo e amarlo. Principio primo di ogni conversione.
Sono rimasto colpito dell’immediatezza con cui Leonardo Mondadori rispose a chi gli chiedeva come avesse fatto a convertirsi dalla sua condotta di tombeur de femmes. “Sono ricorso alla Madonna – rispose immediatamente - ed è grazie a lei che ora vivo la castità”. Leonardo, allora presidente dell’editrice Mondadori, non faceva misteri sulla sua fede ritrovata e la testimoniava apertamente. Non solo per la castità ma per ogni momento della nostra attività la Madonna è consigliera e ausiliatrice. Siamo ancora all’inizio del nuovo anno e mi propongo di “foderare” ogni cosa che faccio con la devozione a Maria, garanzia per non andare fuori strada e filare dritti in Paradiso.



lunedì 16 gennaio 2012

Il volto di Cristo ci viene incontro. Grazie ad Antonello da Messina. Zio Paperone? No grazie.


 Sui giornali si scrive di uno spettacolo che si svolge davanti ad un enorme ritratto di Gesù che viene bersagliato e sfigurato. C’è chi protesta e c’è chi dice che non è il caso, ma sembra che quel volto, oltraggiato o meno, ci venga incontro perché ne abbiamo bisogno. Stiamo attraversando un periodo di povertà materiale: le banche non prestano soldi, il prezzo della benzina aumenta, le notizie diffuse dai media creano un clima di sfiducia. Il mondo sembra in mano a pochi oligarchi, che dopo aver provocato per ingordigia una crisi finanziaria, ora speculano sull’Europa e sull’Italia per arricchirsi a spese della povera gente. Il Papa ricorda che all’origine della crisi economica c’è una crisi spirituale e ha ragione: la nostra povertà spirituale sta diventando così grande da non avvertire più la mancanza di Dio come una mancanza. Viviamo come animali raffinati e quindi sempre più animali. Soli in questo mondo, senza un Padre, ci sentiamo legittimati a fare qualsiasi cosa. Chi si arricchisce usando altri uomini non si sente in colpa.


Il volto di Cristo ritorna ancora una volta ad essere oltraggiato ma chi sta soffrendo è l’uomo. “Cercate il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” dice Gesù (Mt 6, 33). La bella immagine di Antonello da Messina che campeggia in quel teatro mi viene incontro e mi invita a guardarla con fede e speranza e ad aiutare gli altri a fare altrettanto. E allora l’Europa ritornerà se stessa e supereremo la crisi spirituale ed economica.




domenica 15 gennaio 2012

Perché mi piace lo stile di Renzo Arbore. Un contributo per un libro.




Renzo Arbore è un signore. Sembrerebbe un’affermazione generica: si potrebbe dire che è un regista, jazzista, presentatore, clarinettista, doppiatore di dromedari, cantante, direttore d’orchestra e così via. Ma la sua caratteristica fondamentale è di essere un signore. Chi è un “signore”? “Signori si nasce” dice il barone Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazà, interpretato da Totò nell’omonimo film. Ebbene sembra proprio che Renzo “signore lo nacque”. Tratta gli altri col massimo rispetto, sa ascoltare quando un altro parla, se lo chiami al telefono e non lo trovi ti richiama poco dopo. Valorizza i talenti altrui, non è invadente, ha l’umorismo partenopeo (perfettamente adottato) di chi vede nelle situazioni il lato comico, non si considera una persona importante. E può bastare anche se potrei continuare.
Sono stato il direttore dell’Ufficio Informazioni dell’Opus Dei per quarant’anni e per Renzo ho fatto l’unica eccezione ad una regola rigorosa: chi ha quell’incarico non può esprimere pubblicamente nessun parere su questioni professionali, politiche, artistiche di qualunque specie, per il semplice motivo che i fedeli dell’Opus Dei sono liberi di pensarla come vogliono e sono uniti solo nei contenuti di fede cattolica: non hanno un rappresentante per ciò che riguarda quei temi. Per quarant’anni mi sono attenuto a questa condotta, ma è venuto un giorno del 2010 in cui Renzo mi ha invitato alla presentazione alla stampa dell’edizione in DVD del “Pap’occhio”. Sono andato e, quando già i giornalisti stavano chiudendo i loro taccuini, Renzo mi ha chiesto se volevo dire qualcosa. Allora ho fatto “l’eccezione”. Ho detto che stimavo Renzo Arbore e il suo modo di fare spettacolo, il suo stile familiare che coinvolge il pubblico facendolo sentire a casa sua, come in una festa di famiglia, senza mai essere volgare. Ho detto che quel film proponeva un’immagine del  Papa simpatica, sportiva e interessata ai giovani; che il monologo di Benigni era “apostolico” perché parlava del giudizio universale e distingueva il cristianesimo dal marxismo; che il film meritava la prima serata su RaiUno perché era sereno, positivo e divertente. Il giorno dopo una trentina di giornali annunciava che “l’Opus Dei aveva sdoganato il Pap’occhio” e a tutt’oggi wikipedia cita quest’intervento nella voce relativa al film.
Non sono pentito di aver fatto uno strappo alla regola perché penso davvero che lo stile di Arbore sia uno stile cristiano. Lui dice di sé che è “cattolico, apostolico, foggiano”, ma non mi riferisco all’aspetto confessionale. Penso che l’Italia abbia dato al mondo degli artisti che sono cristiani perché umani (i cristiani hanno un Dio che è umano. L’allegria, la musica sono anticipi del Paradiso). Umani, ironici e autoironici: chi sa ridere di se stesso è una persona che non si prende sul serio, che ha il senso del limite e non é fanatico. Uomini che non si nascondono dietro paraventi professionali o di maniera, ma mostrano se stessi così come sono. Basti pensare a Guareschi che ha fatto ridere l’Italia del dopoguerra dilaniata dalle fazioni politiche; a Flaiano, Fellini, Saba, Totò e soprattutto Carosone, grande ispiratore di Renzo Arbore.
Una volta ho presentato in televisione un mio libro sul Paradiso. Il giorno dopo mi ha telefonato Arbore che voleva il titolo esatto del libro per comprarlo. E’ da notare che non voleva averlo in omaggio perché “i libri vanno comprati”. Avevo detto in trasmissione che in Paradiso staremo come “a casa”, come quando torno in Calabria nella casa di mio nonno, vedo i vecchi mobili e dico: “che bello sono a casa! sto fra le persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene”. Questo concetto gli era piaciuto. Perché Arbore è fatto così: con lui “si sta a casa”.