domenica 1 dicembre 2019

Catechismo

Non mi sono mai occupato di catechesi in senso stretto ma verifico che c’è differenza tra imparare nozioni teoriche su  Dio e coltivare un rapporto d’amore con Dio. Mi chiedo pertanto se non c’è da aggiungere qualcosa nel modo di trasmettere ai giovani la fede cristiana.
Ultimamente un maestro di scuola primaria statale mi ha raccontato un episodio che mi ha fatto pensare. Il maestro è un buon cattolico ma la direzione della scuola e l’ambiente generale gli proibiscono di dare ai bambini elementi di formazione cristiana. Per esempio, durante una gita scolastica, non gli è consentito di far recitare ai bambini le preghiere quando vanno a letto. Tempo fa, durante una gita, ha sentito un po’ di trambusto la sera nella stanza delle bambine. L’indomani ha chiesto a una di loro cosa fosse successo la sera precedente e la bambina più o meno gli ha risposto così: “con alcune amiche volevamo recitare le preghiere della sera ma non c’era un Crocifisso, allora mi sono ricordata che mio padre (un filippino) al momento della partenza mi ha infilato nello zaino una corona del rosario che porta attaccato un piccolo Crocifisso. Allora abbiamo messo la corona per terra e noi ci siamo inginocchiate tutte intorno e abbiamo recitato le preghiere.”
E’ un piccolo episodio che però fa comprendere l’importanza di avere un rapporto vivo con Dio nel proprio cuore, che può compensare l’assenza di un riferimento esteriore come il Crocifisso. Non mi trattengo sulla sciocca e pretestuosa motivazione di non ferire la sensibilità altrui con segni tangibili di devozione cristiana. E’ una stupidaggine che si commenta da sola. Invece mi preme sottolineare l’importanza della formazione del cuore al rapporto con Dio, come era il caso di quella bambina. Indubbiamente è utile conoscere il catechismo e molti di noi ricordano quelle formule brevi del Catechismo di San Pio X che rimangono nella memoria e danno chiarezza: ma non basta semplicemente conoscere quelle formulette. Anche i demoni conoscono la dottrina cristiana in modo sorprendente come riferiscono gli esorcisti. L’importante è che Gesù sia un amico, che nel mio cuore ci sia lo Spirito Santo e che mi renda conto che Dio è Padre e che è davvero onnipotente.
A me non è toccato di avere una formazione religiosa fin da fanciullo, eccezion fatta del momento della Prima Comunione. Solo a scuola mi è nata una tenera devozione per la Madonna rappresentata da un bel quadro posto accanto all’altare nella cappella dell’istituto. Ma vedo, nei figli piccoli dei miei amici cristiani, come fiorisce e come è creativa la devozione dei bambini. Come è noto spesso vengono fuori  dai fanciulli espressioni che ci lasciano allibiti. Ad esempio il figlio di un mio amico, quando aveva sei o sette anni, disse: “Ho capito! Dio sembra sempre che perde ma poi vince sempre”. Una sintesi di teologia della storia.
Per me essere contemplativo significa vivere con la sensibilità dei bambini per le cose di Dio. Non sono io che me lo invento: Gesù ripete tante volte nei Vangeli che il Regno dei Cieli è per chi diventa come un bambino. Pertanto quando si fa catechismo occorre raccontare storie che toccano il cuore, far vedere com’è bello pregare e ricorrere alla Provvidenza in ogni circostanza. Sono semi che forse rimarranno nascosti per anni ma che a un certo momento fioriranno e daranno frutti.
Per me quella scena delle bambine che pregano in circolo davanti alla corona del rosario è commovente e mi fa capire meglio come pormi davanti alla Divinità.

giovedì 21 novembre 2019

Mogol

Ho conosciuto Mogol. Due chiacchiere prima del suo spettacolo al Festival d’autunno di Catanzaro. Due chiacchiere molto pregnanti perché gli ho chiesto, e mi ha raccontato, la storia del messaggio che Lucio Battisti gli ha inviato dall’aldilà. Un messaggio inequivocabile pervenuto da più parti. Mi ha colpito l’impegno con cui voleva trasmettermi questa esperienza del soprannaturale che, guarda caso, è confluita in una canzone, cantata da Celentano e musicata da Gianni Bella con parole (bellissime) dello stesso Mogol. Aldilà di questa toccante testimonianza mi ha colpito il candore da vero poeta che ha manifestato durante lo spettacolo. Il testo delle canzoni di Battisti nasce dalla vita e dalle esperienze di Mogol. Una di queste è stata preceduta da un’affermazione che mi ha commosso. All’incirca Mogol ha detto: io sento che non riesco a fare tutto il bene che vorrei fare, a differenza di mia moglie che riesce a fare cose incredibili; perciò ho dedicato una canzone a una donna anziana che prega sola in una chiesa, a una prostituta che torna a casa e mette sul comodino dello sfruttatore i soldi che ha portato a casa, a una ragazza madre che si occupa, sola, del suo bambino. Spunta allora una canzone il cui testo è suggestivo ma che, con questa spiegazione, diventa commovente: “Anche per te” è il titolo.
Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro a te Che poi entri in chiesa e preghi piano E intanto pensi al mondo, ormai, per te così lontano 
Per te che di mattina torni a casa tua, perché Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te
Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme E aggiungi ancora un po' d'amore a chi non sa che farne
Anche per te vorrei morire ed io morir non so Anche per te darei qualcosa che non ho
E così, e così, e così Io resto qui A darle i miei pensieri A darle quel che ieri Avrei affidato al vento, cercando di raggiungere chi Al vento avrebbe detto sì
Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai
Per te che un errore ti è costato tanto Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto
Anche per te vorrei morire ed io morir non so Anche per te darei qualcosa che non ho
E così, e così, e così Io resto qui A darle i miei pensieri
A darle quel che ieri Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi Al vento avrebbe detto sì

Conoscere Mogol mi ha confermato che il poeta vero ha lo stile dell’eterno fanciullo, lo sguardo e la semplicità del bambino. Non è irriverente dire questo; Gesù diceva che il regno dei cieli è di chi si fa simile a un bambino. Mi è sembrato chiaro che il poeta e il santo si assomigliano. Ci sono vari tipi di poeti. C’è il poeta vate, il poeta pensatore… ma i massimi poeti sono completi, riuniscono in sé i vari aspetti e sanno esprimersi col cuore. Anche i santi si esprimono col cuore, che è pieno di Spirito Santo. I santi non sono mai noiosi, non tengono la loro fede nel freezer della cultura accademica. Basti pensare a San Francesco. Può esistere un testo più commovente e suggestivo del cantico delle creature? Poesia pura.
«Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so' le laude, la gloria e 'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimu, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle, in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che 'l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si' mi' Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi' Signore' et ringratiate et serviateli cum grande humilitate»
Non è irriverente accostare i due poeti: uno riverso sull’umanità dolente, l’altro illuminato dalla grazia anche davanti agli eventi più terribili come la morte, la sorella morte. In entrambi vibra la corda dell’amore e della compassione.

domenica 10 novembre 2019

La compagnia dei defunti


Per un napoletano è sconveniente parlare della morte perché sa che una reazione negativa è immediata negli ascoltatori; ciò non ostante i napoletani sono fedeli al ricordo dei propri congiunti defunti, preparano dei dolci particolari nel mese di novembre e vanno nei cimiteri.
 Tuttavia, a Napoli come altrove,  è lecita la domanda su cosa accadrà al compimento della vita terrena e bene ne parlò Papa Benedetto: “Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il Cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di nuovo che il Cristianesimo rimane un «frammento» se non pensiamo a questa meta … e dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita eterna il Cristianesimo rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo”. (Dall’omelia per la S. Messa con la Pontificia Commissione Biblica, 17 aprile 2010).
San Paolo racconta che “fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare” (seconda lettera ai Corinzi); e questa è, apparentemente, una fregatura. Abbiamo un testimone che è stato in cielo e ci viene a dire che non è lecito pronunziare quello che udì, lasciandoci a bocca asciutta. Nella prima lettera ai Corinzi si esprime in modo analogo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano”. In realtà qualcosa di interessante Paolo ci dice: ciò che ci aspetta è talmente al di sopra della nostra immaginazione che è impossibile trasmetterlo con mezzi umani. Questo è già di conforto.
La mia e nostra incapacità a immaginarci il Paradiso è legittimata.
Su quest’argomento Gesù si pronuncia chiaramente approfittando di un tranello che i sadducei gli tendono:
  Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
 I sadducei l’avevano pensata bene: apparentemente è un agguato senza uscita. Il loro errore è simile al nostro quando pensiamo con un metro troppo umano.
  Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
 Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

San Paolo pone la risurrezione di Cristo come pilastro della fede e rimprovera chi non crede:   
Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono…Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. E aggiunge l’elenco delle persone che hanno visto Cristo risorto, centinaia di persone, fra cui lui stesso per ultimo. In sintesi i Vangeli con tutto il Nuovo Testamento parlano continuamente della vita eterna.
 A questo proposito ricordo l’impressione cocente che mi lasciò la scena di mio padre, morto, messo in una bara come se si trattasse di un sacco di patate: lui che era una persona interessante, con un mondo interiore vivo, capace di affetto profondo. Era difficile immaginare che stesse vivendo altrove. Qui interviene la fede: grazie a un testimone autorevole, che parla in nome di Dio, riesco a credere a cose che non vedo e che mi sembrano inverosimili. Mio padre stava vivendo altrove in un modo che per me è inimmaginabile.
Queste considerazioni mi servono per far dileguare dalla mia mente gli ostacoli a credere con tutto il cuore, e allora capisco cosa vuol dire la comunione dei santi e sto bene con le persone defunte a cui voglio bene. Mi rendo conto che pregare ha un senso e io, da parte mia, mi sento incoraggiato da loro a non fare lo scemo e ad affrontare la vita senza paura. Senza paura della vita e senza paura della morte, diceva San Josemaría.



domenica 3 novembre 2019

Gli amici e Dio


L’uomo è felice quando è in sintonia con Dio. Una creatura sta bene quando ha un immediato rapporto col suo creatore. E’ anche una mia esperienza personale. Dopo la confessione avverto una particolare leggerezza, un’euforia che nasce, credo, dalla grazia di Dio e dalla mia seppur scarsa corrispondenza.
 Un problema si presenta quando desidero avvicinare i miei amici a Dio. Alcuni in verità procedono speditamente ma ci sono altri che sembrano refrattari. Mi viene in mente la fatica di Santa Monica che ha pregato giorno e notte per la conversione di suo figlio. Ha sofferto, ha versato mote lacrime, si è data da fare, coinvolgendo anche Sant’Ambrogio, ma alla fine il risultato è stato splendido. Agostino l’ha sorpresa facendosi addirittura monaco senza limitarsi al buon matrimonio che Monica si aspettava.
Ettore Bernabei, il grande papà della Rai, era un autentico cristiano e desiderava avvicinare a Dio i suoi amici. E’ arrivato a scrivere un libro assieme a un suo amico per avere l’occasione di stargli accanto. L’amico soffriva per la recente vedovanza e Ettore desiderava trasmettergli la fede nella vita eterna promessa da Gesù.
Leonardo Mondadori, una volta convertito, desiderava trasmettere la sua gioia agli amici e, fra l’altro, si adoperò con successo per diffondere in tutto il mondo il primo libro di un papa: Varcare la soglia della speranza, di Giovanni Paolo II.
Il Signore rispetta la volontà dell’uomo, per questo le conversioni non si ottengono facilmente: lo stesso Gesù trasformò l’acqua in vino ma quando propose a un giovane ricco di seguirlo non riuscì a cambiargli il cuore e si trovò davanti un rifiuto. Ciò non ostante in un altro momento disse: “La messe è molta ma gli operai sono pochi, pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe” (Luca 10). Le conversioni dipendono dalla preghiera. Ci troviamo di fronte al mistero dell’azione della grazia di Dio che agisce pur rispettando la libertà dell’uomo.
Ho un elenco di amici e parenti che vorrei avvicinare a Dio. Lo leggo e prego ogni mattina per loro. La preghiera arriva sempre al bersaglio ma “cosa avverrà” resta nel mistero della volontà di Dio.
Mi è capitato di preoccuparmi fin troppo per il desiderio che le persone per cui prego arrivino alla completa conversione. Sono stato anche in ansia nel vedere istituzioni apostoliche rallentare il ritmo. Ora no. Resto nella gioia dello Spirito Santo che soffia dove vuole. A me resta il compito di non smettere di pregare. Nell’Antico Testamento, libro dell’Esodo 17, c’è una scena che rappresenta in modo incisivo la necessità della preghiera: durante una battaglia, finché Mosè teneva le braccia alzate Israele vinceva, quando le abbassava Israele perdeva, tanto che Aronne e Cur intervengono e lo aiutano a tenere le braccia alzate fino alla vittoria finale di Giosuè. Un esempio convincente della necessità della preghiera.
Gesù sceglie gli apostoli dopo un’intera notte passata pregando. Racconta  San Luca al capitolo 6: “In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli”. C’è una stretta connessione fra la notte passata in preghiera e la scelta degli apostoli.
Una morale c’è: devo accompagnare i miei buoni desideri con la preghiera. Più prego meglio è.

domenica 27 ottobre 2019

Un amico

L’amicizia

Le radici dell’amicizia affondano nel mistero della creazione dell’uomo da parte di Dio: ci parlano della somiglianza fra Dio e l’uomo.
La gratuità è una delle caratteristiche dell’amicizia: se è interessata non è più amicizia.
La grazia di Dio è gratuita: è l’amicizia che Dio ha per l’uomo; essendo divina sostiene, modifica e migliora la vita dell’uomo.
Gratuite sono le cose più importanti della vita: l’amore dei genitori, l’amore degli innamorati.
Per questi motivi è difficile definire con completezza cosa è l’amicizia: lo si capisce vivendo. 

Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro.
Per un amico fedele non c'è prezzo, non c'è misura per il suo valore.
Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore.
Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici.” (La Bibbia, libro del Siracide)
E’ un passo molto conosciuto, veritiero, che stabilisce anche un nesso fra la capacità di amicizia e il rapporto con Dio: solo colui che teme il Signore troveranno amici veri e i suoi amici gli assomiglieranno, afferma il Siracide.

Nell’antichità era già noto il valore dell’amicizia anche al di fuori della cultura giudaico—cristiana. Castore e Polluce, Achille e Patroclo, Enea e Pallante… tutti simboli di un’amicizia vera e profonda, propria di un’umanità nobile.

Nel discorso più importante del Vangelo di San Giovanni – quello dell’Ultima Cena - Gesù chiama “amici” gli apostoli, chiarendo che il miglior amico è colui che dà la vita per i suoi amici, com’è il caso di Cristo.
In Gesù si trova una caratteristica che ho riscoperto in San Josemaría Escrivá: l’amicizia che costruisce la Chiesa. Gesù è venuto per tutti ma è particolarmente “amico” degli apostoli, che saranno i pilastri della sua Chiesa, i patriarchi delle nuove tribù del nuovo Israele.

San Josemaría si comportava così. Benevolenza per tutti, ma l’amicizia vera è l’unico apostolato del laico cristiano: è il canale in cui si riversa naturalmente l’amore di Dio. E’ inconcepibile per Escrivá un’amicizia che non sia apostolica. Può essere rispettosa, ma sempre apostolica. Perché noi, se siamo di Dio, parliamo di Lui anche senza accorgercene.

Prima di essere cristiano avevo un solo amico, dopo è stato naturale averne una dozzina - quindicina che seguo strettamente, e poi un insieme di persone a cui voglio bene: parenti e conoscenti. Ho un elenco di persone per cui prego ogni giorno al mattino alla presenza di Dio: la preghiera è sempre efficace e mi suggerisce spunti su cosa posso fare per loro .

L’amicizia è spontanea ma può anche essere cercata e provocata. Da questo punto di vista è simile all’innamoramento. In particolare cerco di coltivare l’amicizia con le persone che ho vicino: far sentire che si accetta l’altro così com’è, stimarlo, ridere insieme.

Da un certo punto di vista l’amicizia è più nobile dell’amore coniugale. L’amicizia, ripeto, accetta l’amico così com’è. La moglie no: ha delle pretese che possono offuscare l’amicizia. L’ideale nel matrimonio è che gli sposi siano amici fra loro: sembra scontato ma non lo è. L’amicizia è simile all’amore di Dio per noi.

domenica 20 ottobre 2019

Il giusto vive di fede

San Paolo cita una frase che continua a meravigliarmi e stimolarmi: “Il giusto vive di fede” (Lettera ai Romani, 1). Da una parte il messaggio è chiaro. Nella Bibbia il giusto è colui che teme Dio e rispetta i suoi comandamenti. Ma c’è uno stimolo in quel “vivere di fede” che non esprime solo un’adesione della mia intelligenza al contenuto della Rivelazione di Dio ma mi invita a confrontare ogni mia azione con la volontà di Dio, anzi a chiedere ispirazione allo Spirito Santo prima di decidere cosa fare.
Viviamo in un’epoca in cui c’è un tentativo massiccio di espellere il concetto di Dio dal nostro modo di pensare. Nel mio caso, fin da bambino sono stato educato da genitori rispettosi della fede ma non praticanti. Non mi sono mai addormentato mentre mia madre mi faceva dire le preghiere. La mia formazione religiosa è arrivata, con molti limiti, per altri canali. Ma dobbiamo renderci conto che l’ateismo diffuso è un fenomeno soltanto europeo (e, un po’ meno, americano) che riguarda solo gli ultimi due secoli. L’Occidente è nato nelle abbazie dell’Alto Medio Evo e, per secoli, il rapporto con Dio è stato costitutivo nella vita di tutti. Non solo, ma se guardiamo al di là dei confini dell’Occidente, si vede che l’ateismo non esiste e che c’è rispetto e attenzione per la Rivelazione cristiana. Siamo i soli, e da poco tempo, che pretendiamo di fare a meno di Dio.
Non è strano quindi che “vivere di fede” sia una scoperta, una maniera nuova di camminare sulla faccia della terra. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento tutto parla di fede. E’ per la fede in Dio che Davide abbatte Golia. Da bambino mi piaceva questo episodio perché il giovane Davide era bravo a maneggiare la fionda ma quando ho letto il Primo libro di Samuele, nella Bibbia, mi sono accorto che Davide, prima del suo colpo magistrale, aveva detto: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani”. Chi abbatte Golia è la Provvidenza di Dio attraverso la perizia di Davide: c’è una bella differenza…
Tutto l’Antico Testamento ha come tema dominante la necessità di riconoscere Dio come l’Unico e che non c’è altro Dio fuori di lui. Nel Nuovo Testamento Dio viene alla ricerca dell’uomo, muore per lui, si fa mangiare da lui, si fa chiamare “Abbà” cioè papà. Il rapporto con Dio entra nell’intimo del cuore, come dice Sant’Agostino. La fede che la Chiesa mi propone è quella di Maria che dice “ecco l’ancella del Signore,  mi sia fatto secondo la tua parola”. Sono chiamato come cristiano a ripetere, come nel Padre Nostro: “Sia fatta la Tua volontà”.
D’altra parte il Signore non mi manda un angelo ogni mattina che mi dica cosa devo fare e con quali disposizioni interiori. Si aspetta da me (che leggo il Vangelo, che lo ricevo nella Comunione) che io interpreti con la mia volontà e intelligenza ciò che Lui vuole secondo una retta coscienza. E qui casca l’asino, che sarei io. Sono stato allevato nella cultura del self-made man: sono abituato a cavarmela da solo, a decidere da solo, ad arrangiarmi da solo. E’ per questo che quella frase (“il giusto vive di fede”) mi suona stimolante. Non sono solo, mi posso appoggiare in Dio, e più mi appoggio meglio è. Non mi viene naturale, perché non sono stato abituato fin da piccolo e guardo con invidia chi ha avuto fin da bambino una guida che lo aiutava a confidare in Dio, perciò ringrazio San Paolo per quella citazione e cerco ogni giorno quale sia la volontà di Dio anche se, come i bambini, mi distraggo continuamente.

venerdì 4 ottobre 2019

Lo Spirito Santo


Mi capita di conoscere ogni tanto una persona che mi colpisce per la semplicità e la positività con cui affronta fatti e situazioni umane. Quasi sempre è un cristiano. Non è partigianeria dire così. Il cristianesimo semplifica la vita interiore e conferisce coraggio e chiarezza di giudizio.
Qualcuno potrà dire che ha conosciuto in ambienti clericali personalità non semplici. Ma, senza giudicare nessuno, bisogna distinguere fra chi ha un reale rapporto con Dio da chi, alle volte per fini personali, bazzica in ambienti ecclesiastici. Tutti noi abbiamo presente predicatori che si esprimono con parole che arricchiscono e fanno vibrare l’animo. Si potrebbero fare esempi concreti.  E’ evidente che lo Spirito Santo quando c’è si fa riconoscere.
Signore perché quando sono vicino a Te mi semplifico? Si annullano tutte le complicazioni? Riesco ad accettare situazioni incresciose con animo leggero? Perché Tu sei l’Unico Necessario. La scena di Gesù con Marta e Maria mi torna continuamente in mente. Marta si lamenta perché Maria non l’aiuta a preparare il pranzo e Gesù invece la rimprovera perché Maria ha scelto la parte migliore…
Forse che Maria, se fosse stata sola, avrebbe lasciato digiuno Gesù e i suoi accompagnatori? No. Avrebbe preparato, ma a tempo debito. Quando c’è Gesù bisogna stare ad ascoltare. Fare altro significa meritare un rimprovero perché la “parte migliore” va riconosciuta e valorizzata. Io sono come un bambino che si distrae ma, con pazienza, mi devo “portare” ad ascoltare Gesù, a dedicare tempo a Lui.
Un modo efficace per stabilire un rapporto facile e cordiale con Gesù è confessarsi spesso. Molti vedono difficoltà  nella confessione perché si parla di “peccati” e non mi piace riconoscermi peccatore. Nell’episodio citato Marta commette un “peccato” perché trascura Gesù. Penso che devo pensare al peccato non come una trasgressione che verrà ripresa da un superiore severo. Il senso vero del peccato è dato dalla frase che ripetiamo spesso: “che peccato!”. Che peccato che io pensavo ad altre cose mentre Gesù mi parlava! Che peccato lasciare che si appesantisca la mia coscienza di tanti piccoli rimorsi senza andare ad abbracciare il Padre nella confessione, come il figliol prodigo della parabola!
Che peccato dimenticarmi che le cose che mi stanno a cuore devo affidarle a Gesù e stare tranquillo! Gesù pensaci tu. Ecco che la vita si semplifica, diventa luminosa perché lascio fare a Dio come un bambino che da solo non è capace di risolvere nulla. Gesù lo ha detto: “Senza di me non potete fare nulla” e invece io voglio fare il bene (ciò che credo sia il mio bene) da solo, senza di Lui.
Questa è la semplicità del cristiano. Sapere di essere poca cosa, quasi nulla, di fronte al mio gran Papà, il Padre Nostro.
Non a caso la tristezza è l’alleata del nemico. Direi che ne è la puzza. Suona male ma è così: la tristezza è la puzza del demonio. Se mi rendo conto di questo, è molto più facile scoprire le trame diaboliche. Quando comincio a essere triste: zac! Qui c’è di mezzo il diavolo, colui che divide. Quando sono sereno, malgrado il dolore o la contrarietà, significa che ho in me lo Spirito del Signore, lo Spirito Santo.
Un segno che mi fa capire se sono vicino a Dio è quando sono contento per il bene di un altro. Se ho un moto di insofferenza o di invidia devo capire subito che chi si muove in me è l’egoismo. Se mi lascio guidare da Gesù tutto credo, tutto spero, tutto sopporto. E’ San Paolo che lo dice. Non sto a fare i conti se mi hanno trattato male, divento paziente e sorridente, non sto a considerare quanto ho fatto di bene senza ricevere ringraziamenti, ho stima degli altri…
Com’è bello vivere fra cristiani veri…

domenica 29 settembre 2019

Il futuro


Qual è il nostro futuro? Se ne parla poco se non in termini tecnici. Salvare il pianeta, l’evoluzione del web, le biotecnologie… Tutte cose che riguardano il futuro ma non lo esauriscono: riguardano il nuovo ma non il futuro in senso ampio. Cosa avremo nel cuore in avvenire? come sarà la comunità umana? ci saranno ancora guerre in Occidente? Si parla di novità ma non di speranza.
Ben diverso era il clima di fine ottocento e inizio novecento. Allora l’idea di progresso sembrava avvincente: si prospettava una stagione d’oro per l’umanità. Due terribili guerre in Occidente non sono servite a spegnere la speranza nel progresso anche se costituivano una terribile smentita delle rosee aspettative d’inizio secolo. Ciò non ostante, dalle macerie della guerra si è continuato a sperare in un mondo migliore, in un Occidente riconciliato, in un’umanità più concorde. Quando è finita la speranza? Forse dalla grande disillusione del dopo ’68 quando la fantasia al potere e i fiori nei cannoni non hanno prodotto nessuno dei miglioramenti sperati o forse, più vicino a noi, dopo la crisi finanziaria del 2008 che non si è ancora conclusa, almeno in Italia. L’America si chiude in se stessa e guarda in cagnesco il resto del mondo, l’Europa sembra una tecnocrazia senza cuore e senza intese… perché allora si pensa al nuovo ma non al futuro con speranza?
Diciamolo chiaro, malgrado la censura imposta dalla cultura dominante: la causa della crisi che attanaglia il mondo occidentale, e che si riflette sulla restante parte del globo, è l’abbandono del cristianesimo. La civiltà occidentale, così umana rispetto a quella feroce pagana, è nata dalla fede. Tante deviazioni, tante brutture, tanti peccati ci sono stati, ma c’era la fede come propulsore. La vita civile che rinasceva attorno ai monasteri, lo splendore del sapere delle università fondate da francescani e domenicani, l’architettura della Divina Commedia e le meraviglie del Rinascimento nascono da lì. Solo da lì. «Io sono la vite e voi i tralci» (Gv 15,5). Se si taglia la vite, i tralci appassiscono. Niente frutti. È quanto sta accadendo.
«L’uomo ha bisogno di Dio o le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?»: è la domanda che si poneva Benedetto XVI durante una catechesi. «In una prima fase dell’assenza di Dio, quando la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo ... “perde” sempre di più la vita.»
Occorre che chi ha fede mostri coi fatti che lo stile cristiano di vita è il più umano. Io per primo devo perdere ogni ritegno nel far capire che la creatura in sintonia col Creatore sta veramente bene. Basta prudenze, è l’ora di proclamare dai tetti ciò che abbiamo ascoltato dalle parole di Gesù.
Bisognerebbe studiare nelle scuole il discorso che Benedetto XVI rivolse al mondo della cultura a Parigi il 12 settembre 2008. Un discorso che si conclude con una frase significativa: «Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura». La necessità di operare una sintesi di un argomento così vasto fa sì che ogni paragrafo meriti di essere letto accuratamente e meditato. Il Papa parla di un passato che si riallaccia alla tarda romanità, eppure il suo discorso è di tale attualità da mettere a disagio alcuni dei presenti che si erano opposti alla citazione delle radici cristiane dell’Europa nella stesura della Costituzione Europea (che non arrivò mai all’edizione definitiva). Ma non si tratta solo di una precisazione storica, il Papa addita la via d’uscita dalla crisi attuale della cultura occidentale, prendendo spunto dall’atteggiamento dei monaci. Per loro lo studio della parola era il modo di attingere al Verbo di Dio Gesù e il lavoro era la continuazione della creazione. «Del monachesimo fa parte,» disse Benedetto XVI «insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos (stile di vita) e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione.» In altre parole: quando si trascura il rapporto con Dio si va incontro alla catastrofe. Forse è questo il motivo per cui oggi si parla del nuovo ma non si parla del futuro.
Cosa possono fare oggi i cristiani? Le risposte nascono dalla fede. Innanzitutto fiducia nella Provvidenza e pregare. La seconda risposta è che la vita dell’anima cristiana assomiglia a quella del corpo: ha bisogno di alimentazione. Oggi sappiamo tanto sulle diete, sui cibi adatti e sugli integratori... Siamo più o meno tonici, palestrati e col peso giusto (a cui aspiriamo invano). Viceversa la mia vita spirituale, prima di incontrare un santo, era in uno stato di denutrizione da Sahel (crisi alimentare e siccità). Ho bisogno dei consigli del medico (direzione spirituale e Confessione), del cibo ricostituente (l’Eucarestia), di frequentare gli amici giusti (Gesù, lo Spirito Santo, Maria e i santi), avere una visione del mondo (lettura continua dei Vangeli e dei libri fondanti del cristianesimo, da sant’Agostino a Joseph Ratzinger) con una solida cultura sociale adatta ai tempi (dottrina sociale della Chiesa). Con questa alimentazione sarò capace dell’impegno fondamentale del cristiano: saper voler bene («da questo riconosceranno che siete miei discepoli»). Saper voler bene è un’arte che influisce nella vita familiare, nel mio lavoro e nel mio rapporto col mondo. È un’arte che non si finisce mai d’imparare, ma è quella che caratterizza lo stile del cristiano «popolo in cammino». Non occorre improvvisare partiti politici. Occorre l’esempio di Gesù, con l’aiuto di Gesù. Dopo di che la Provvidenza provvederà.

sabato 28 settembre 2019

Il problema della Chiesa

Il vero problema della Chiesa non è la polemica sullo IOR, sui preti pedofili, o altre questioni del genere. Il vero problema è la formazione alla fede del laicato. In teoria questa non è una novità: il messaggio centrale del Concilio Vaticano II è la chiamata universale alla santità. In altre parole il Concilio ha ribadito che non sono chiamati alla santità soltanto i preti, i monaci, i frati, le suore ma tutti i battezzati. 
Certamente, dalla conclusione del Concilio a oggi sono apparse molte iniziative che hanno come scopo la formazione del laicato. Alcune di queste realtà hanno avuto origine prima del Concilio, basti pensare all’Opus Dei, Comunione e Liberazione, i Focolarini, la Comunità di Sant’Egidio e così via. Altre sono nate o cresciute dopo, come il Rinnovamento dello Spirito, i Neocatecumenali e, recentemente, Nuovi Orizzonti di Chiara Amirante, una fondatrice che è nata addirittura dopo la conclusione del Concilio. 
Tuttavia nella mentalità comune ancora resta lontana l’idea che il Battesimo e la Cresima siano davvero una prospettiva di santità. Ancora si pensa che il buon cristiano è uno che sente il dovere di andare a Messa la domenica, punto e basta. 
La Provvidenza provvede e sta alla grazia di Dio il compito di far dilagare l’incendio dell’amore per Gesù, che ci ha amati per primo e ci ha manifestato chiaramente che in Cielo non abbiamo un Controllore ma un Padre, anzi un papà, che ci segue con una pedagogia che spesso non riusciamo a interpretare, fatta di dolori e di dolcezze, ma che è più buono dei padri affettuosi di questa terra. Ma la Provvidenza richiede anche la collaborazione di noi mortali. “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” dice Gesù ai suoi discepoli e non mancano le parabole che invitano a vigilare e a impegnarsi: la casa sulla roccia e non sulla sabbia, le lucerne provviste dell’olio che non si può acquistare all’ultimo momento, i talenti che vanno impegnati e fatti fruttare. La chiamata di Gesù è una chiamata alla sveglia. 
Nello stesso tempo Gesù ci invita a non preoccuparci troppo: “non vi affannate” dice, piuttosto guardate gli uccelli del cielo e i fiori dei campi: il Padre celeste provvede a nutrirli. Cosicché si ha l’apparente paradosso che il cristiano da una parte è un inviato da Dio e dall’altra è come un bambino che si abbandona alla sicurezza di avere un Padre che ci pensa. Non vi affannate…
Non è un impegno da poco perché da una parte occorre avere la fortezza dei martiri e la consapevolezza dei grandi santi e dall’altra una fede tale da non preoccuparsi delle forze contrarie al messaggio evangelico, forze che sembrano gigantesche. Devo vivere sereno e fiducioso. Perché? Perché ho fiducia in mio padre Dio.
Un sacerdote napoletano, morto in odore di santità e venerato non solo a Napoli, don Dolindo Ruotolo, ha diffuso un messaggio ricevuto da Gesù: 
 Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose…Se mi dite davvero: "sia fatta la tua volontà", che è lo stesso che dire: "pensaci tu", io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse.

 Nel mio animo questa convivenza fra impegno e abbandono non si esaurisce con l’assenso di un momento, perché il mio stato d’animo è mutevole. Ecco che devo mettere a fuoco un’idea centrale: il mio spirito ha l’esigenza di un continuo nutrimento così come avviene per il mio corpo. Normalmente ho bisogno di colazione, pranzo e cena e talvolta anche di uno spuntino tra l’uno e l’altra. Ebbene per la mia anima succede lo stesso. Ho bisogno ogni giorno di una serie di brevi appuntamenti con Dio che mi servono da alimento. Lo Spirito soffia dove vuole dice Gesù, ma una cosa è certa: se non tengo le finestre aperte lo Spirito non può entrare. Fuori di metafora occorre che io mi confessi periodicamente, che riceva Gesù nell’Eucarestia il più spesso possibile, che tenga viva la mia cultura cristiana con opportune letture (soprattutto dei Vangeli), che coltivi la devozione alla Madonna, che dedichi un po’ di tempo alla preghiera a tu per tu con Dio… Eh ma che esagerazione! Questo è il punto. I santi non lo sono diventati oziando e disperdendo la loro attenzione, lo sono diventati pregando e operando.
Se la Chiesa potrà essere formata da cristiani che vivono così, sereni e impegnati, ben alimentati spiritualmente, allora avverrà quello che diceva Sant’Agostino: “Se i cristiani fossero davvero cristiani non ci sarebbe nessun pagano”. Gesù pensaci tu…

La vitamina V

La vitamina V
La vitamina V. Così dico quando dò il consiglio di leggere qualche minuto di Vangelo ogni giorno: un flash e via! Lasciando il segno nella pagina, in modo da continuare leggendo per intero i quattro vangeli e poi gli altri libri del Nuovo Testamento. E' la vitamina V, da assumere, come dicono i medici, una volta al dì, preferibilmente al mattino. Chiarisco (non bisogna dar niente per scontato) che per Nuovo Testamento si intende la raccolta dei 4 Vangeli, Atti degli Apostoli, le lettere di San Paolo e altri apostoli e l’Apocalisse di San Giovanni.
L'incontro con i Vangeli fu memorabile per me. Fin da bambino (8 anni circa) ero rimasto colpito leggendo nel vangelo di Luca (6, 27-35): 
" Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano. A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l'altra; e a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica. Da' a chiunque ti chiede; e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare. E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro. Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi."
Mi sembrò incantevole e notai il contrasto con la mentalità comune. Lo mostrai entusiasmato a mia madre che non si scompose troppo. Forse temeva che prendessi davvero alla lettera quelle parole. 
Poi venne il periodo dell'incertezza filosofica, dello scetticismo maturato durante il liceo. Nel libro di storia della filosofia Gesù veniva a stento citato, come se non avesse importanza nella storia del pensiero. E poi c'era chi metteva in dubbio la storicità dei vangeli. Invece ho scoperto il contrario. I libri del Nuovo Testamento sono espressione di una comunità che ha vissuto un evento che ha cambiato loro la vita. Una comunità che si era raccolta accanto a Gesù e già allora diffondeva il suo messaggio: dopo la sua morte e risurrezione, ha cercato di raccogliere accuratamente ciò che Gesù ha fatto e detto. Ne è venuto fuori un concerto bellissimo in cui tutto quadra pur nella diversità degli strumenti. 
Appresi che i vangeli hanno goduto di credibilità fin dai tempi antichi. Fin dal secondo secolo dopo Cristo nelle cerimonie liturgiche venivano letti brani del vangelo che erano messi sullo stesso piano dei testi dei profeti dell'Antico Testamento. C'era la convinzione forte e unanime che quegli scritti ci collegavano direttamente con la persona di Gesù e, nella misura del possibile, ci facevano partecipi della sua vita. Gli studi condotti in merito sono analitici e dettagliati ma l'idea di fondo è che ci si può fidare dei vangeli così come sono stati sempre letti.
I vangeli hanno alimentato la vita spirituale dei santi e hanno costruito l'ordito della nostra civiltà. Persino le fiabe con il bel finale che abbiamo ascoltato da bambini presuppongono il vangelo perché si è creata una tradizione in cui alla fine il bene trionfa.  In altre culture le storie che si tramandano rappresentano avventure epiche con esito incerto. Noi abbiamo la resurrezione di Gesù. Il punto su cui si costruisce tutto. Alla fine la vita vince e il male è sconfitto.
E' stata utile la critica razionalista, che insidiava la mia fede nei primi anni, perché è servita ad approfondire gli studi che danno la certezza che quei testi sono credibili. Gesù è figlio del suo tempo (l'ambiente ebraico di quell'epoca è rappresentato fedelmente dai Vangeli) e nello stesso momento è un personaggio di rottura. Chiama Dio “Abbà”, cioè papà, il che è scandaloso per la cultura giudaica dell'epoca. Di fronte alla legge, Gesù non ha l'atteggiamento dei farisei ostinati sui dettagli dell'osservanza esteriore; la sua attenzione verte sullo spirito della legge. Il suo atteggiamento nei confronti del sabato e delle purificazioni legali, rappresenta una discontinuità con il mondo rabbinico. Parla con l'autorità di Dio e questo fece scandalo e provocò la sua uccisione.
Le miserie degli apostoli e dei discepoli sono descritte impietosamente. Non c'è niente di mitico. Tutto è di un realismo che rende evidente l'autenticità del racconto. Gesù non è superman, è un uomo e Dio allo stesso tempo: un Dio che serve. Un re che non manda gli altri a morire per lui ma muore lui per gli altri.
I vangeli sono un capolavoro di comunicazione. Tutti sono in grado di capirli. I contenuti sono quelli necessari per riempire il cuore. Una scoperta perché la cultura dominante tende a ignorarli. Sono una vera porta perché entri in me lo Spirito Santo che alita sulle mie miserie, che sono le stesse dei personaggi descritti. Sono grato ai vangeli. Senza di loro la mia vita sarebbe stata scipita e inutile.
Rileggendo in continuazione, a poco a poco, il Nuovo Testamento non ho mai avuto la sensazione di rileggere un testo già letto. Ogni volta mi è sembrato nuovo. Mi piace il gusto del particolare: quando il figliol prodigo ritorna dopo aver dissipato la sua eredità, il padre per far festa non dice "ammazzate un vitello grasso", che sarebbe molto, ma "il" vitello grasso (Luca 15,23). Quel vitello grasso doveva essere un personaggio nella stalla... Non dice "portate una bella veste" ma "la veste più bella". E poi l'anello al dito. Insomma una festa che è una signora festa. Gesù era un ottimo raccontatore, oggi si direbbe sceneggiatore…
Poi c'è l'episodio dei quattro amici che sfondano il tetto per calare il paralitico. Ogni volta che lo rileggo mi viene da ridere e da stupirmi. Ma che iniziativa quei ragazzi! Arrivare a calarlo da un buco nel soffitto... Stento a rendermi conto di come abbiano fatto. Hanno dovuto portare la barella fin sopra il tetto della casa, e già questa è un'operazione complicata. Immagino la paura del paralitico: un passo falso e giù! Poi gli amici sfondano il tetto. Ma com'era questo tetto? ammettiamo che fosse di paglia (anche se la casa era così grande da accogliere una folla). E' facile fare un buco dall'alto e calare un paralitico? E poi l'operazione finale della calata della barella davanti a Gesù.. un capolavoro di suspense (anche in senso letterale). Se Gesù non avesse fatto il miracolo cosa avrebbe detto il padrone di casa? Me lo immagino mentre diceva due paroline agli intraprendenti giovanotti.
Un passo essenziale è il discorso di Gesù nell'ultima cena a cui teneva ardentemente. In latino: "desiderio desideravi", con desiderio ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi (Luca 22). Che atmosfera intensa! Mi pare di leggere nel cuore di Gesù consapevole di quanto stava accadendo. San Giovanni nel suo vangelo si dilunga nel raccontare le varie fasi del discorso di Gesù. "Vi ho chiamati amici... Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici... Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (13,35). Volersi bene è un comandamento che Gesù chiama "nuovo". In effetti continua a restare nuovo. Mi sembrano pochi coloro che considerano questa l'essenza del cristianesimo. Sembra che il messaggio di Gesù sia una dottrina o una morale e invece è l'amore... Pochi sanno che l'arte di voler bene è l'arte del cristiano. Un'arte che non si finisce mai d'imparare... San Josemaría aveva fatto scrivere le frasi essenziali di quel discorso su un cartiglio delle dimensioni di un quadro e lo aveva posto nella sala di studio. Lo chiamava il Mandatum novum, il comandamento nuovo. Quando, dopo la guerra civile spagnola, rientrarono in quell’appartamento trovarono intatto solo quel quadro.
Si potrebbe andare avanti all'infinito. Il punto è che il Vangelo apre un mondo in cui è bello stare e non ci si stanca mai. Un film sempre nuovo e appassionante. Ultimamente ho rivisto, approfittando di una convalescenza, il Gesù di Zeffirelli. E' un lavoro fatto bene, un aiuto alla fede. La lettura continuata del Vangelo mi ha consentito di avere il mio film, sempre nuovo, con angolature sorprendenti. Il regista è lo Spirito Santo...
In conclusione la vitamina V ha accompagnato per tutta la vita il mio cuore e continuerà a darmi energia...



Ferragosto

Ferragosto. La festa che è il culmine delle vacanze italiane è anche una delle feste più grandi dedicate alla Madonna. La devozione a Maria è ben solida nella tradizione cattolica: non è solo il frutto del sentimento collettivo verso una Madre ma è ben radicata nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
Quando Dio maledice il serpente nel Paradiso Terrestre parla dell'inimicizia fra lui e la donna e predice che "ipsa conteret!!!": "Lei calpesterà" come ripeteva volentieri Giovanni Paolo II (Genesi 3,15).
Nella Bibbia si trovano nascite miracolose, cominciando da Sara moglie di Abramo che in tarda età partorì Isacco e circostanze analoghe appaiono per le madri di Samuele e di Sansone.
Isaia annuncia come segno divino che "la vergine concepiràe partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele". Emmanuele significa Dio con noi.
Lo stesso saluto dell'Angelo che noi traduciamo "Ave Maria" in ebraico è "Gioisci Maria", un verbo che i profeti usano solo quando annunciano il Messia.
L'allusione allo Spirito Santo riporta al momento della creazione quando lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Ora di nuovo agisce lo Spirito Santo perché siamo al momento di una nuova creazione. E’ proprio così: la nascita di Cristo rappresenta un discrimine fra una vecchia e nuova umanità. Non a caso contiamo gli anni dalla nascita di Gesù.
Lo Spirito Santo fa sobbalzare il piccolo Giovanni nel seno di sua madre Elisabetta. Lo Spirito e la gioia vanno sempre uniti: gioisci!
La stessa Arca dell'Alleanza è considerata un'immagine di Maria.
Eva fu creata da e per Adamo e Adamo trovò in lei un motivo di gioia profonda, tanto da prorompere in un inno di ringraziamento. Genesi 2,25 aggiunge: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”. Questa assenza di vergogna suggerisce la perfetta comunicazione dei loro cuori. La prima conseguenza del peccato sarà invece il desiderio di coprirsi. Incomincia la difficoltà di comunicazione fra uomo e donna, che sembra insormontabile malgrado l’aspirazione di entrambi ad una comunione perfetta. Maria, nell’essere perfetta donna, è capace di completa comprensione nei riguardi di ogni essere umano, anche il più degradato. Per questo mi commuove la festa dell’Immacolata, l’altra grande festa di Maria,  perché è la festa della Donna che davvero mi comprende. Quella Donna a cui rivolgo lo sguardo di un amore che non conosce noia. Come Adamo ha fatto festa quando ha visto Eva, a maggior ragione mi va di festeggiare la Madre e l’Amica a cui posso dire tutto, che sempre mi comprende e m’insegna ad amare senza misura.  Mi dà il giusto criterio e mi porta per mano a imitare Gesù.
La delicatezza di Maria si rivela nelle nozze di Cana: “non hanno più vino” ma in quella circostanza, a noi così ben nota, si rivela anche la potenza della sua intercessione. A Gesù che dice: “Non è venuta la mia ora”, Maria non risponde ma dice ai servi “fate ciò che Lui vi dirà”. E’ un episodio che non mi stanco di meditare. Maria è consapevole di chi è suo Figlio e la sintonia fra i due non ha bisogno di parole. Non è venuta l’ora? Se c’è sintonia con Gesù l’ora è sempre quella giusta. Il cuore di Maria è capace di smuovere il cuore di Gesù. Se il Vangelo ci riporta con dettagli l’episodio è perché lo Spirito Santo vuole che comprendiamo quale prodigio ha compiuto creando Maria.
Maria c’insegna a pregare. La fede non ci consente di vedere il futuro: significa camminare nel buio affidandoci a Dio e a quanto ci ha rivelato. Maria non conosce nei particolari ciò che accadrà ma medita gli avvenimenti nel suo cuore e tira le conclusioni. Il suo dialogo con Dio segue gli avvenimenti rapportandoli alla volontà di Dio e ne accetta le conseguenze.

Una cosa sa Maria del suo futuro: che una spada le trapasserà l’anima. La profezia di Simeone le resta nel cuore ma è un dolore che la rende grande. Mentre Abramo obbedisce a Dio dandogli suo figlio e ne riceve una benedizione imperitura, in modo analogo Maria offre suo Figlio. In entrambi i casi la Provvidenza tramuterà quei dolori in gioia ma all’origine c’è una risposta di amore e di fede. Come Abramo è padre della nostra fede così Maria è la madre della nostra fede: “Beata colei che ha creduto”, le dice Elisabetta.

Maria è la madre della nostra allegria. L’angelo quando la saluta dice “gioisci”. Usa le stesse parole che hanno usato i profeti che, oltre alle punizioni che Dio infliggerà al suo popolo, più volte predicono la grande felicità che visiterà Gerusalemme e che ricadrà su tutti i popoli. E perché Maria gioirà? Perché è piena di Spirito Santo. Lo Spirito Santo (cioè la grazia di Dio) porta la più grande felicità. Comprendiamo che così si risolve l’apparente contraddizione fra la valle di lacrime in cui ci troviamo e la grande felicità di Gesù risorto. Come lo Spirito Santo fece balzare nel seno di Elisabetta il piccolo Giovanni, per noi incontrare Maria è sobbalzare di gioia perché ci porta Gesù.

Maria è figura della Chiesa proprio per questo: Maria ci porta Gesù e il compito della Chiesa è questo: portarci Gesù. 
Non a caso il momento solenne di Pentecoste, quando comincia davvero il cammino della Chiesa su questa terra, giunge mentre Maria prega con gli Apostoli. Maria stavolta è nominata per prima. Un altro segno che lo Spirito di Dio vuole che la nostra fede tenga in conto Maria in modo privilegiato.

Come si fa a non tenere in conto la maternità di Maria quando Gesù dice a Giovanni “ecco tua madre” e a lei “ecco tuo figlio”? Un affidamento cosmico che fa sì che per Maria siamo tutti figli unici e che lei sa vedere anche nel più disgraziato degli uomini l’umanità di suo figlio Gesù. Dobbiamo approfittare, anzi abusare di questa maternità
Maria è anche madre della mia vocazione cristiana. Il ritorno alla vita di fede è dovuto alla devozione alla Madonna che è rimasto in me sempre assopito quando credevo di averlo relegato lontano dal mio cuore. Poi ho scoperto che anche per gli altri è stato così. All’inizio di ogni chiamata cristiana c’è lo zampino di Maria che fa rinascere nel cuore Gesù.

L'Ave Maria è un succedersi di complimenti alla Madonna tratti dal Nuovo Testamento e dal Concilio di Efeso ("Madre di Dio"). C'è una sola richiesta: "prega per noi peccatori ora e nell'ora della nostra morte"...  Ora e in quell'ora della morte. Mi colpisce il riferimento a quel momento e mi vengono in mente le immagini della Pietà così numerose in tutta la storia dell'arte: Maria che si china pietosamente sul Figlio morto. Ecco, io sto chiedendo questo: che Maria in quell'ora si chini su di me (su di noi) con lo sguardo amorevole della madre. Diceva Joseph Ratzinger che i santi svelano un particolare aspetto del volto di Dio. Maria ne svela il volto misericordioso: quello che si scorge nello sguardo di una madre addolorata. E' grande la Provvidenza di Dio che non si è limitato all'incarnazione ma ci ha dato una madre così cara, così femminile, che provvede ora e in quell'ora... Chiedo e spero di avere Maria vicina in quell’ora.

Diceva San Josemaría: “A Gesù si va – e si “ritorna”- sempre per Maria” (Cammino 495).

 Una volta mi chiesero di mandare una email di incoraggiamento ad una persona che attraversava un momento di crisi coniugale. Non sapendo che pesci pigliare buttai giù una preghiera a Maria. Non so che effetto abbia avuto ma la preghiera mi è diventata cara e la rileggo ogni mattina:

Maria, madre e regina mia, 
dammi la felicità di saper amare. Soprattutto quelli che sono vicino a me, malgrado i loro difetti e grazie ai loro difetti. Perché questa è la vera felicità: saper voler bene. Questa è la mia vocazione, a cui mi chiami col tuo esempio. 
dammi la forza di essere buono. Le cattiverie mie e altrui sono conseguenza della debolezza. Con la tua forza saprò essere buono, sereno e comprensivo. 
dammi la serenità di vedere in ogni avvenimento, anche doloroso, la mano della Provvidenza e la forza redentrice della sofferenza. Ricordami che ogni dolore ha un valore fecondo quando è unito alle sofferenze di tuo Figlio. 
difendimi dalla tristezza, che è l'alleata del nemico, e aiutami a essere fonte di gioia e ottimismo per quelli che mi stanno attorno. 
Ti bacio caramente come tuo figlio piccolo, stammi vicino. Ogni mia preghiera e azione cominci con te e finisca con te. 




La nuova rubrica Cuore inquieto

Il cuore inquieto

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile (Sal 144,3; 146,5). E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.” 
Questo è il bellissimo incipit delle Confessioni di Sant’Agostino. Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio… Quest’affermazione oggi è messa in dubbio dalla cultura dominante eppure nel fondo del mio cuore provoca un’eco di verità. Credo che ciò avvenga, a suo modo, per ogni persona.
 In queste chiacchierate parleremo di come la cultura occidentale, che affonda le sue radici nei monasteri benedettini dell’alto Medioevo, voglia oggi ignorare queste radici anzi le voglia tagliare mentre tuttavia la fiaccola della fede cristiana cova sotto le ceneri ed è destinata a provocare un nuovo incendio di amore e di fede che rinnoverà la nostra cultura rendendola più umana e felice, mentre l’ubriacatura del “Dio è morto” passerà. E’ un argomento fondamentale, perciò vale la pena approfondirlo nelle successive chiacchierate o Letture che dir si voglia.


Cominciamo col parlare dei giovani. Oggi è un luogo comune dire che i giovani sono irrecuperabili. Non solo non vogliono sentire parlare di Dio ma sono incapaci perfino di orientarsi per una vita dignitosa, basata sul lavoro e sulle relazioni familiari e professionali. Una gioventù perduta. 
 Una volta il professor Franco Nembrini cominciò una relazione sul mondo dei giovani con tre citazioni simili tra loro. In un modo o nell’altro dicevano la stessa cosa: che le nuove generazioni sono irrecuperabili e che non si sa dove andremo a finire, certamente incontro a un disastro. Poi si vide che delle tre citazioni una era contemporanea, una di Platone e l’altra assiro babilonese… Sempre il pessimismo della generazione adulta ha avuto timore che la nuova generazione fosse disastrosa. Se poi aggiungiamo la visione del mondo dei giovani che ci offrono i telegiornali, allora il futuro disastro diventa una certezza.
Non è così.
Per prima cosa “i giovani” esistono come categoria sociologica ma nella realtà esistono solo persone giovani. Questi meritano ognuno un’attenzione “personale”, appunto. Occorre dedicare tempo a ognuno per ascoltare, condividere e consigliare. Ogni persona è come un diamante che va tagliato e seguito secondo la propria natura. Le “cose da fare” possono aspettare quando si tratta di dedicare attenzione a un giovane.
In secondo luogo conviene trattarli con stima, avendo presente ciò che possono diventare. Dimostrare che mi interessa ciò che essi sono “dentro” e che considero la loro vita una ricchezza inestimabile.
Infine occorre aprire orizzonti. Far capire che dal fatto che noi ci comportiamo come Dio vuole dipendono molte cose grandi. “Ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare…”: è una frase tratta dal film Blade Runner di grande effetto suggestivo. Penso che convenga dimostrare a un giovane che il suo futuro può essere grandemente fecondo e inimmaginabile rispetto a ciò che si vede ora. Far capire che il mondo oggi soffre per una grande povertà spirituale dalla quale derivano tante storture. A costo di andare controcorrente dobbiamo essere persone di cuore e d’intelligenza, che si pongono le domande fondamentali sul senso della vita e sanno trovare le risposte. Non si tratta di illuderli ma di far intuire quante possibilità ci sono dentro di loro.
Penso che i santi e i grandi maestri si siano comportati così con i loro discepoli. Noi dobbiamo guardare a quei santi e maestri e ispirarci a loro.
C’è una differenza fra la mentalità dei giovani degli anni ’70 e quelli di oggi. In quegli anni i giovani sentivano l’obbligo di contestare gli anziani, qualsiasi cosa dicessero. Oggi, al contrario, la persona matura si sente apprezzata e ascoltata. Purtroppo è la paura del futuro e l’insicurezza che li spinge a cercare guide e maestri, ma un aspetto positivo c’è: nella misura in cui io ritengo valida una mia esperienza posso trasmetterla. Naturalmente il problema in questo caso è chi sono io e che cosa ho fatto della mia vita. Ma questo dipende dalla coscienza di ciascuno. L’importante è rendersi conto che, se vogliamo salvare una generazione, bisogna dedicarsi a formarla. Naturalmente nella libertà e nella responsabilità.
Si ritorna a chi sono io e se il mio cuore è inquieto o no. Sono del parere che conviene ascoltare Sant’Agostino: “Tu sei grande Signore… e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.