giovedì 3 giugno 2021

Colazione con Dio

 Col passare del tempo mi sono reso conto sempre meglio che è la Provvidenza che guida i nostri passi. Siamo nella civiltà del progetto: sembra che tutto dipenda da come disegniamo il futuro e invece a un certo punto si capisce che è Dio che determina gli avvenimenti: ciò che accade fuori e dentro di noi. Il libro di Giusi Sorci “Colazione con Dio” (Ed. Ares) è un mosaico di racconti particolari della vita dell’autrice che forma il grande quadro di un’esistenza vissuta con una sensibilità deliziosa e guidata da una Provvidenza che non sempre rivela subito il finale. Dio non solo sta a colazione con l’autrice ma balla con lei e la conduce con la leggerezza della brava ballerina o con la docilità di chi sta imparando a nuotare: alla fine qualcosa si chiarisce. Sto leggendo il libro per la seconda volta e lo sto gustando più di prima perché non ho fretta. Ho capito che, come dicono i francesi, “c’est le ton qui fait la chanson”, è lo stile ciò che conta, e lo stile di Giusi è quello di una sensibilità affascinante. Si alternano episodi piccoli, pregni di significato, a grandi dolori come la morte del marito amato o quello lacerante di una figlia giovane e bella: alla fine si ha l’impressione di aver vissuto un poema. 

Non ci sono grandi voli, tutto è piccolo, come è la vita vera, ma si ha un quadro sulla fecondità dell’amore. In un libro precedente “Il vestito di Arlecchino” erano i figli i grandi interlocutori di Giusi, ora sono soprattutto i nipoti che, nella loro immediatezza infantile, dicono grandi verità. “Questa è stata la mia prima barzelletta, me l’ha insegnata la nonna, lo ricordo come se fosse ora… la prima a insegnarmi come si raccontano le barzellette è stata lei’ e mi indichi guardandomi negli occhi con uno sguardo carico di tante ore passate insieme che credevo tu avessi dimenticato…e vado scoprendo che in ogni persona c’è una dimensione silenziosa dove si depositano quelle parole e quei gesti, apparentemente insignificanti, che possedevano sostanza di amore”. E’ un piccolo libro che consiglio di leggere e rileggere.

 

 


venerdì 21 maggio 2021

Gesù dentro

 Quando faccio la Comunione penso che il fine dell’Incarnazione di Gesù è proprio questo: venire dentro di me, trasformare questo piccolo essere sbandato in un figlio di Dio. L’accorato discorso di Cristo durante l’ultima cena è mirato a questo: farmi capire che il fine della vita di Gesù era farmi diventare amico suo e amico degli altri. Gesù trasforma l’umanità in una grande famiglia di persone che amano Lui e si vogliono bene tra loro. Alle volte penso che troppa teologia possa distrarre. Il punto centrale è questo: Gesù viene dentro di me, stabilisce un rapporto con me e rende gli altri miei fratelli a cui voglio bene. 

 Il Sacrificio della Croce è una realtà e anche una pista: mi insegna come si ama. Ma chi mi dà la forza di amare? Gesù dentro di me. Perciò lo Spirito Santo che Gesù promette non è una consolazione da poco. E’ la grande forza che trasforma il mondo. La storia non è quella che si studia a scuola, fatta di guerre, di trattati, di costituzioni. Quella è una storia. La storia è guidata dalla Provvidenza e non ci vuol molto a notare come l’Incarnazione di Gesù abbia contribuito a un nuovo tipo di civiltà, con le sue ombre ma con un connotato nuovo dovuto al primo comandamento dell’amore.

 Non sta a noi conoscere i criteri della Provvidenza ma sta a me comprendere il tesoro della Santa Messa, comunicarmi col Corpo e Sangue di Gesù, diffondere la pratica della confessione e comunione e, nella misura delle mie possibilità, dare l’esempio di un uomo che sa volere bene.




mercoledì 12 maggio 2021

Maria Amica

 Il cristiano fa un bel passo avanti quando smette di credere che Dio lo può aiutare a fare la propria volontà e comincia a credere che è lui che vive per attuare la volontà di Dio. Tanto per fare un paragone si potrebbe dire che il cristiano diventa una lampadina accesa quando è avvitata a Gesù: paragone che è la trasposizione elettrotecnica dell’immagine evangelica della vite e dei tralci, che sono fecondi solo quando sono uniti alla vite. Ricordo questi principi perché per attuare questi bei propositi il cristiano deve essere un lettore della Sacra Scrittura e , in particolare, del Nuovo Testamento. In questo compito è utile il metodo di Andrea Mardegan che rivisita le Sacre Scritture con la calma del buongustaio. Mardegan non è uno scrittore che inventa i collegamenti tra un passo e l’altro del testo sacro, piuttosto assapora ogni parola e ne trae tutto il succo possibile. Nel recente libro, edito dall’Ares in tempo per il mese di maggio (Maria come Amica), Mardegan percorre la storia di Maria nella chiave dell’amicizia. Basta scorrere l’indice per capire che aria tira: Amica di Dio Padre è il primo capitolo e, a seguire, Amica di Gabriele, Amica di Elisabetta, Amica di Zaccaria, Amica di Giuseppe, Amica della Parola, Amica di Gesù, Amica degli sposi e così via fino allo Spirito Santo e Amica mia. Mardegan non modifica nulla ma ti fa sentire un superficiale perché trae da ogni frase del Vangelo un succo saporito che arricchisce l’anima. Un esempio fra i tanti. Sul dialogo con l’arcangelo Gabriele, scrive: “Maria si percepisce conosciuta da Gabriele in tutta la sua storia e nella profondità del suo animo, come se fosse Dio stesso che le parla. Non ha bisogno dunque di tante spiegazioni…. La domanda è solo per capire come avverrà ciò che le è stato proposto”.

In conclusione Mardegan scrive: “Maria può essere amica mia perché Dio ci ha affidato a lei personalmente, chiamandoci per nome, dal momento che con il Battesimo a ciascuno di noi ha dato la dignità di figlio di Dio nel Figlio Gesù”.




lunedì 3 maggio 2021

Bernabei

 Il 16 maggio 2021 sono cento anni dalla nascita di Ettore Bernabei. Non so se gli italiani si rendono conto di quanto devono a Bernabei che ha sempre operato con intelligenza per il bene del Paese senza apparire più di tanto. Per una serie di circostanze ho cominciato a frequentarlo dalla fine degli anni 80 fino alla sua morte, avvenuta a 95 anni nel 2016. Ogni domenica alle 19 lo andavo a trovare e stavamo insieme un’ora fino all’inizio del Tg1 alle 20. Ho trovato sempre interessanti questi incontri, senza eccezione. Ettore apriva orizzonti, comunicava esperienze: erano una sua forma di generosità che dedicava non solo a me ma a chiunque fosse interessato. La mia opinione personale è che fosse un santo come oggi il Signore vuole. Un uomo di fede che viveva consapevolmente la sua vocazione di persona impegnata professionalmente che mira a realizzare il bene comune.

 La vocazione cristiana di un fedele normale esige non solo una visione di fede e di pratiche di pietà ma anche una responsabilità civile e in questo Ettore era l’esempio più completo che abbia conosciuto. In tutti gli incarichi che ha ricoperto (direttore di un quotidiano di Firenze, poi del Popolo, poi della Rai, dell’Italstat e infine creatore della casa di produzione televisiva Lux Vide) ha usato il suo potere mai per fini personali (ha sempre condotto una vita modesta) ma per il bene comune. La Rai diretta da lui era un’amica degli italiani, istruttiva e di alta qualità (forse la migliore al mondo per quei tempi). Dette grande sviluppo all’Italstat, società dell’Iri che finanziava progetti di costruzioni, fra i quali il famoso porto iraniano di Bandar Abbas e il Centro Direzionale di Napoli. Con la Lux Vide realizzò, fra l’altro, il ciclo di trasmissioni sulla Bibbia che ebbe il record di vendite in tutto il mondo. Tuttora il ciclo di don Matteo riscuote un successo costante. Per convincere Terence Hill a partecipare lo andò a trovare. Già in Rai aveva impegnato Renato Rascel per un ciclo di sceneggiati su Padre Brown, un sacerdote detective ideato da G.K. Chesterton.

 Per avere un’idea dello stile del personaggio consiglio di vedere l’intervista che concesse a Monica Mondo pochi mesi prima di morire. Su You Tube basta cliccare “Ettore Bernabei Soul”.

  Dimostrava l’affetto con i fatti. Se era fuori Roma telefonava per avvisare spostando l’appuntamento o mi invitava in campagna. Una sua caratteristica particolare era che s’intendeva di buoni prodotti per fare la spesa: una qualità sorprendente in una persona abituata a trattare questioni di gran livello professionale. D’altra parte aveva una famiglia con ben otto figli. Una volta mi regalò una scatola di cioccolatini con gentilezza ma come se gli fosse capitata in mano per caso e non sapesse cosa farne, precisando però che sapeva che la cioccolata mi piaceva.




domenica 25 aprile 2021

Risurrezione 2

Per noi è impossibile immaginare la vita eterna e la nostra risurrezione. Se ci crediamo, e lo affermiamo nel Credo, è perché è stato Gesù che ne ha parlato più volte. 

Chi crede ha la vita eterna… Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

“Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6)

Durante l’ultima cena San Matteo (26,29) riporta: “Io vi dico che da ora non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio.”

La risurrezione di Gesù, come dice San Paolo, è la primizia della nostra: la primizia è il primo frutto di stagione a cui seguono molti altri.

Sempre San Paolo descrive la sua esperienza del Paradiso: “Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori dal corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo… fu rapito in Paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare (2 Corinzi 12)”. Apparentemente questa è una fregatura: parole indicibili. E noi che invece vorremmo sapere… Però un messaggio c’è: che si tratta di una realtà vera. Vera e per noi irraggiungibile. Il Paradiso c’è ed è così meraviglioso che non riusciamo nemmeno a parlarne. Viceversa San Paolo se la prende con chi mette in dubbio la risurrezione. Un dubbio che non è dei nostri giorni e che è presente anche in Israele prima della venuta di Gesù: l’esistenza della vita eterna era una questione che divideva i farisei dai sadducei che non ci credevano. 

Così reagisce San Paolo nella sua lettera ai Corinzi (1,15):

E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente?  Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore!  Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Non lasciatevi ingannare.

Tutto ciò ci conforta perché se avvertiamo in noi la difficoltà a immaginare la vita eterna non vuol dire che siamo dei perversi materialisti. Ci conforta perché si tratta di una realtà troppo bella per essere espressa. 

 

 


 

venerdì 16 aprile 2021

Corpo glorioso

 Pierluigi Diano è un artista laureato in medicina. Pubblica su Facebook interessanti aggiornamenti sul Covid con digressioni anche poetiche. Due giorni fa ha pubblicato l’incipit di una poetessa contemporanea, Mariangela Gualtieri, che trascrivo:

“Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare leggére.

Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà le particelle lucenti.

Sii dolce con me. Maneggiami con cura.”

La poesia continua, incantevole.

Spero di non essere pedante se aggiungo una buona notizia: nella risurrezione potremo farci carezze vere perché avremo le mani. Il nostro corpo non è destinato alla polverizzazione ma addirittura a essere animato dalla grazia di Dio: sarà “un corpo glorioso”, il nostro stesso corpo divinizzato. L’esempio è Gesù risorto che afferma di non essere un fantasma, si fa toccare e mangia pesce arrosto. Posso indicare pubblicazioni autorevoli che trattano l’argomento.

La poesia resta incantevole ma non è necessario sentire la nostalgia delle carezze. Saranno possibili anche allora. Saremo dolci e gentili, come dice Mariangela.




martedì 13 aprile 2021

La Comunione

 Chi si converte da adulto alla fede cristiana ha un vantaggio: si rende più conto di quanto gli vien detto. Ad esempio: la prima Comunione. E’ senz’altro bello farla da piccoli. “Gesù viene da te…”. “Ora devi essere più buono…” tutte affermazioni belle e vere ma che rischiano di diventare stagionate, stereotipate. Oggi, tornando dalla comunione ho pensato: sto mangiando Dio! Mi è girata la testa. Sto mangiando Dio. Ma chi e dove dice questo? Che cosa strana, che privilegio è “mangiare Dio?”. Io essere così mortale che morirà fra poco… mangio Dio? Dio creatore del cielo e della terra, Dio al di sopra del tempo e dello spazio… io lo mangio! Ma che cosa posso fare se non farmi portare da Lui, cercare di non rassegnarmi ai meccanismi della distrazione, della stanchezza. Creare il vuoto dentro di me perché Lui lo riempia. Sento che più creo spazio per Lui, più divento umano, comprensivo… divento me stesso. Gli aerei hanno il pilota automatico, Dio è molto di più. Come faccio a essere così sciocco da distrarmi. E’ come avere un collaboratore più bravo di me e ostinarmi a fare le cose da solo… E’ come se scegliessi il cibo insipido mentre ho a disposizione il cibo più buono e saporito. Credo che i santi avessero la grazia di rendersene conto quasi sempre. Dico “quasi” perché anche loro erano creature, bambini che si distraggono appena sentono un suono o vedono una luce. Quando faccio spazio a Dio dentro di me la vita diventa saporita, dedicata alle cose di Dio.

Prego per me e per te, lettore, affinché Dio ci aiuti in questo.

 

venerdì 26 marzo 2021

Giovedì Santo 4

Non riesco a immaginare la mia vita senza la Santa Messa. E’ stato un avvicinamento graduale. All’inizio mi coinvolgeva la devozione con cui il sacerdote del centro dell’Opus Dei di Napoli la celebrava (don Michele Pelaez, che è ormai novantenne) e mi piaceva la corrispondenza di ragazzi della mia età che rispondevano utilizzando il messale. Ero liceale; ancora non c’era stata la riforma liturgica e nelle chiese la santa messa veniva seguita in modo approssimativo. Ricordo anche come per la prima volta seguii le cerimonie della Settimana Santa in una bella chiesetta di Napoli. Mi si apriva un mondo di consapevolezza e fin da allora il Giovedì Santo fece breccia nel mio animo. Che commozione contemplare Gesù commosso che fa mangiare il Suo Corpo e il Suo Sangue. Pensare che quella fu la prima Messa della storia e che da allora in poi si ripetono gli stessi gesti e le stesse parole. Mi spiegarono che il sacerdote nella consacrazione opera impersonando Gesù, dicendo le Sue parole. Quella frase storica mi veniva in mente “Senza la Messa non possiamo vivere”: in tempo di persecuzione non si esitava a correre il rischio del martirio pur di avere la Messa.

Nel Giovedì Santo c’è quella “prima volta” e non solo. Avere la possibilità di custodire Gesù nel tabernacolo delle chiese è un beneficio grande. Posso andare a parlarGli più direttamente e rinnovare la mia fede nella Sua presenza reale. Tutte queste fortune si realizzano nel primo Giovedì Santo. I giorni successivi sono pieni di accadimenti: la Passione del venerdì e la Risurrezione della domenica. Tutti fatti preannunciati nel Giovedì Santo e contemplati nel loro significato. Se non pensassi questo sarei proprio un ingrato.




mercoledì 24 marzo 2021

Giovedì Santo 3

 

Durante l’ultima cena del giovedì santo Gesù fa un discorso memorabile che San Giovanni trascrive dal suo cuore dove è rimasto impresso. Gesù annuncia una novità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Giovanni 13). Già uno scriba aveva lodato Gesù che aveva affermato che il primo dei comandamenti era amare Dio e il prossimo come se stessi (Marco 12). Ma qui Gesù annuncia una novità, “la” novità: amare come lui ha amato perché “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15). L’amore più grande: dare la vita. Questa è la strada per la Risurrezione. L’amore si dimostra più forte della morte nella risurrezione di Cristo.

Nell’essere uomini è inscritto il destino della morte: siamo mortali. Ma nel cuore dell’uomo abita il desiderio di eternità. Dio si è fatto uomo e perciò muore. Nella Risurrezione l’essere uomo non viene cancellato: Gesù assume la sua umanità nella divinità. Gesù resta uomo ma l’umanità è stata trasformata dalla divinità. Così cominciamo a capire che anche noi risorgeremo. Seguendo Gesù anche la nostra umanità rivivrà. Non come Lazzaro che poi morì di nuovo. Il nostro essere uomini sarà potenziato dallo Spirito Santo. Anima e corpo saranno uniti ma con una divinizzazione dell’anima che comporta la spiritualizzazione del corpo: corpo glorioso non corpo umano e basta. Nella novità dell’amore più forte della morte c’è la Trinità che trasformerà il nostro corpo.

Capire la nostra risurrezione è al di là delle nostre capacità ma Gesù ci indica una strada che sarà confermata dalla sua Risurrezione. La Risurrezione di Gesù è il fondamento della fede cristiana e nel giovedì santo il comandamento nuovo dell’amore ne è la chiave. L’amore che dà la vita e che restituisce la vita per l’eternità.

 



 

lunedì 22 marzo 2021

Giovedì Santo 2


 Ritorno sul giovedì santo che mi sollecita a riflettere su due punti. Il primo è il grande mistero della sofferenza. Dio stesso si sottopone alla condizione umana. Lavora per trent’anni, si affatica nella predicazione e soffre una morte dolorosa. Gesù è un apristrada. Ci fa capire, senza ombra di dubbio, che per giungere alla vita eterna felice occorre passare per il cammino della croce. Viene rifiutata la logica umana della ricerca del successo e viene indicata la strada dell’accettazione totale dei dolori della vita dandogli il senso di unione alle sofferenze di Gesù. 

E qui arrivo all’altro punto. Dio stesso si dà da mangiare e da bere. La strada dell’amore comporta il dono di sé fino all’immolazione. Dio si dà del tutto e ci invita a seguire il Suo esempio. Tutta la storia del cristianesimo è costellata di santi che hanno compiuto questo percorso. Dai primi martiri fino ai grandi Agostino, Benedetto, Tommaso, Francesco, Domenico, Caterina, … che giungono fino ai nostri giorni. Persone che hanno chiaro il messaggio di Gesù e ripercorrono la Sua strada con percorsi diversi ma sostanzialmente identici: il dono di sé.

La conseguenza per me è che devo prendere sul serio la frase di Gesù: il mio cibo è fare la volontà del Padre mio (Giovanni 4). Basta col considerare felice il cammino delle soddisfazioni: la vera felicità è fare ciò che Dio vuole. Perciò San Giuseppe è un uomo felice e non è un poveretto a cui capitano mille fregature. Giuseppe esegue la volontà di Dio e il fatto che non arrivi fino a noi nemmeno una sua parola non è un indice negativo. E’ un indice positivo: non c’è bisogno che io aggiunga nulla. La mia felicità è eseguire ciò che Dio mi chiede. Resta chiaro che il Signore non è un dittatore ma dà la Sua vita per me e mi insegna a vivere. Davvero ho un Padre nel cielo che mi sorveglia e mi aspetta.

Il valore della sofferenza e il dono di sé sono il messaggio del giovedì santo. Gesù, dopo averci dato il Suo corpo e il sangue, esce nella notte per andare incontro al Suo destino. A me tocca seguirlo restando sveglio, meditando e pregando.

sabato 20 marzo 2021

Il Giovedì Santo

 Il giorno dell’anno per me più coinvolgente è il Giovedì Santo. Lo è stato anche per Gesù che dice: “Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum”. Ho desiderato con desiderio di mangiare questa Pasqua con voi (letteralmente). Questa ripetizione mi commuove: mi fa sentire il battito del cuore di Gesù che ha consapevolezza del momento che sta per vivere: l’ho desiderato con desiderio, afferma. 

Nel giovedì santo c’è tutto. C’è l’amore di Dio che giunge a lavarci i piedi. San Giovanni racconta che Gesù “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto… - e alla fine disse - Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Tutta la civiltà occidentale passa da qui. Se non si fosse manifestato in Gesù l’amore di Dio e l’obbligo dell’amore reciproco, l’Occidente, con tutti i suoi difetti, non sarebbe stato come lo conosciamo ma un succedersi di sopraffazioni di un popolo sull’altro, come era stato in precedenza.

Nel Giovedì santo viene istituito il sacerdozio cristiano e il sacramento dell’Eucarestia accompagnato da un discorso infiammato d’amore che San Giovanni ci ha trasmesso nel suo vangelo. Si prefigura la prossima morte di Gesù e la Sua Risurrezione per rimanere sempre con noi soprattutto nella santa messa e nei tabernacoli. Infine Gesù esce nella notte per andare incontro al Suo destino e noi possiamo accompagnarlo nella preghiera davanti ai monumenti, detti comunemente sepolcri, così radicati nella devozione popolare. Lì possiamo pregare in silenzio tenendogli compagnia, cercando di non lasciarlo solo come gli apostoli che si addormentano.

Sono ore di una devozione indicibile, di vero ringraziamento a Dio.

 

 


domenica 14 marzo 2021

Essere bambini

 Essere bambini davanti a Dio. I teologi definiscono quest’atteggiamento “infanzia spirituale” e quasi tutti i santi l’hanno assunto. C’è un perché. Non si tratta di una maniera vezzosa di rivolgersi a Dio ma identificarsi con Gesù, il Figlio, e un figlio è sempre piccolo davanti a suo padre. Anche James Bond o Sandokan davanti al proprio padre non possono assumere atteggiamenti da eroi, farebbero solo ridere. Di fronte al proprio padre e alla madre si è sempre piccoli anche se non si “bambineggia” più.

Credo che questo sia il motivo di fondo delle parole di Gesù: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.” (Matteo 18). Diventare come bambini non è un optional: è necessario per entrare nel regno dei cieli, dice Gesù, che chiama il Padre “papà”, Abbà. 

Siamo figli piccoli di Dio. Il bambino sa di non essere autonomo, che dipende dai genitori, e non si irrita per questo: lo trova naturale. Per il bambino è spontaneo sentirsi figlio. Identificarsi con Gesù significa identificarsi col Figlio sentendosi dipendenti dal Padre e desiderosi di fare la Sua volontà.

Se il bambino combina un guaio, piange e si fa consolare proprio da chi dovrebbe rimproverarlo. Così fa il cristiano, consapevole che la bontà di Dio ha braccia ospitali.

Allo stesso modo il bambino cerca la madre sapendo che in lei, in Maria, trova comprensione e perfino complicità. 

Il bambino è amico di tutti e non soffre di pregiudizi. Tutti, se vogliono, diventano amici suoi. 

Se subisce una contrarietà piange ma presto torna a sorridere se chi lo consola gli sorride; 

il bambino sa di non essere bravo e non si affligge se non riesce a fare qualcosa ma chiede aiuto e riprova.

Il bambino accetta le verità di fede senza spirito critico, sa meravigliarsi: non a caso i bambini ci sorprendono quando fanno i “teologi”.

Il bambino non perde la speranza di poter migliorare, trova logico che ogni giorno può fare di più e meglio.

Il bambino cerca ciò di cui ha desiderio ma non possiede nulla. E’ “povero” nel senso che tutto è di suo padre e come povero merita il Regno di Dio (Luca 6).

“Essere piccolo: le grandi audacie sono sempre dei bambini. —Chi chiede... la luna? —Chi non si ferma davanti ai pericoli per realizzare il suo desiderio?
“Mettete” in un bambino “così” molta grazia di Dio, il desiderio di fare la sua Volontà (di Dio), molto amore per Gesù, tutta la scienza umana che le sue capacità gli permettono di acquistare... e avrete il ritratto del carattere degli apostoli d'oggi, così come senza dubbio li vuole Dio.” San Josemaría Cammino 857. Il bambino non sta a prevedere le contrarietà, procede e basta…

Mi conviene “convertirmi” in un bambino…

giovedì 11 marzo 2021

San Giuseppe

 

Quest’anno la Quaresima capita in un periodo in cui, su invito di Papa Francesco, meditiamo sulla figura di San Giuseppe.

La quaresima ricorda i 40 giorni nel deserto di Gesù in cui si prepara alla vita pubblica, con la preghiera e le ferme risposte alle tentazioni di Satana.

La figura di Giuseppe è ben illustrata dal Santo Padre. Vediamo Giuseppe che vien fuori dal cliché di colui che ha subìto tante contrarietà, anche se compensate da altrettante gioie: il poveretto sposa una donna meravigliosa e scopre che è votata allo Spirito Santo, vorrebbe proteggere il bambino e gli capita una stalla come nursery, vorrebbe avere un po’ di pace e deve scappare in Egitto e rifarsi una vita, per poi andare a Nazaret, cittadina conosciuta perché da lì non può venire nulla di buono. Deve assistere alla profezia di  Simeone che preannuncia a Maria un cuore trafitto da una spada di sette tagli e si angoscia nella ricerca di Gesù che sta fra i dottori. Maria stessa dice “Tuo padre e io ti cercavamo…” E’ Lei a citare Giuseppe che in tutto il Vangelo non dice una parola: riceve ed esegue indicazioni avute in sogno…

Sembra che una figura così susciti più compassione che ammirazione e invece non è così. Io sono figlio di un’epoca in cui è considerato fortunato chi realizza i propri sogni: i sogni che fa lui, non i sogni in cui gli angeli danno indicazioni. Nella mia mentalità c’è una radicale resistenza all’idea che il mio cibo è fare la volontà del Padre (Giovanni 4) come dice Gesù. Sono stato allevato con la mentalità di chi, ogni tanto, rivolge un grazioso pensiero a Dio e poi, per il resto, si aspetta che Dio lo aiuti a realizzare la propria volontà.

Giuseppe sta a significare il contrario: che l’uomo felice (felice!) è quello che vive secondo la volontà di Dio e sa che ha ricevuto da Dio una missione da compiere e che riuscirà a compierla solo col Suo aiuto. Un uomo così è in continua sintonia con Dio e la sua preghiera è pregnante e interessante.

Non faccio un favore a Dio quando vado a Messa anche in un giorno feriale o recito il Rosario. E’ Dio che lo fa a me perché mi ha chiamato con la vocazione cristiana. Tutti gli attimi della mia vita acquistano sapore e interesse quando sono proteso a realizzare ciò che Dio vuole, nello scenario della famiglia, del lavoro e della vita quotidiana. Se penso ai “fatti miei” la vita è angosciata, se il mio cibo è fare la volontà di Dio la vita è saporita.

Giuseppe non è un poveretto che ha dovuto sopportare tante contrarietà: Giuseppe è l’uomo forte e felice che realizza la volontà di Dio e muore sereno con Gesù e con Maria.

 

 


lunedì 1 marzo 2021

Saper voler bene

 

 


Vorrei pregare meglio. Ultimamente mi limito soprattutto a chiedere che Gesù entri dentro di me nella direzione indicata da San Paolo: “ non vivo più io, ma Cristo vive in me.” (Galati 2). Recentemente mi sono imbattuto in un noto brano del vangelo di Matteo: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!”. San Luca nel suo vangelo ripete le stesse parole ma nel finale c’è una variante: “quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”. Non si promettono più le “cose buone” ma “lo Spirito Santo”. Il senso è lo stesso: la cosa più buona che possiamo desiderare è ricevere dentro di noi lo Spirito Santo, che è equivalente alla presenza di Gesù.

Nell’esercitazione pratica di preghiera che Gesù fa fare agli apostoli e a noi, cioè nella recita del Padre Nostro, siamo invitati a fare tre richieste che sono equivalenti (Venga il tuo regno, sia santificato il Tuo Nome, sia fatta la Tua Volontà). Resta chiaro che dobbiamo volere le stesse cose che Dio vuole e questo è il primo punto.

 Poi chiediamo il nostro sostentamento, che include le richieste pratiche che ci stanno a cuore. Poi chiediamo perdono con la misura della nostra capacità di perdonare: una misura che fa pensare e tremare. Infine chiediamo di non essere abbandonati nel momento della tentazione. La tentazione è sempre la stessa: metterci contro la volontà di Dio in un modo o nell’altro.

 In fin dei conti chiediamo di sopravvivere (il pane quotidiano) e di vivere secondo lo stile misericordioso di Dio (rimetti i nostri debiti come…). Gesù lo precisa in altra occasione: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6). In altre parole a Dio importa che sopravviviamo ma soprattutto vuole che sappiamo perdonare e voler bene. Certo: essere onesti, casti e così via… ma se non sappiamo voler bene non ci siamo.

Ora io mi chiedo: è chiara ai cristiani questa priorità? Ho l’impressione di no. I catechisti insegnano a perdonare, a identificarmi con Gesù, a chiedere lo Spirito Santo, a volere la volontà del Padre? Si e no. Mi pare che devo cominciare da me stesso, da Gesù in me… Mi chiedo se sulla mia tomba si potrà scrivere: “qui giace un uomo che sapeva voler bene”. Come sarebbe bello…

 

venerdì 26 febbraio 2021

QUARESIMA

 Da ragazzo avevo un’idea molto approssimativa della Quaresima. Ricordo che si trattava soprattutto di digiuno e astinenza dalle carni: una serie di normative che venivano, almeno nel mio ambiente, prese un po’ sul serio solo alla vigilia della Pasqua e nulla più. Sempre meglio mi accorgo che ciò che conta è l’atteggiamento interiore di imitazione di Gesù che dà senso a queste normative, che altrimenti resterebbero prive del senso vero. Gesù si ritira nel deserto per 40 giorni e quaranta è un numero simbolico che richiama i 40 anni del popolo eletto nel deserto e altro ancora. Mi rimane chiaro che questa è un’occasione per andare alla radice del mio rapporto con Dio. Il deserto è il luogo del silenzio, della solitudine, l’allontanamento dalle vicende quotidiane, dal rumore e dalla superficialità (G. Ratzinger). E questo è il punto. La Quaresima è l’opportunità per diventare un cristiano vero. Quando mi convinco di questo allora il digiuno acquista il suo senso: trovare nella sobrietà quella leggerezza di spirito che mi rende sensibile ai richiami della fede. Allora anche le norme dell’astinenza e digiuno sono desiderate e considerate opportune perché io, come tutti, ho bisogno della solidità dei fatti affinché lo spirito segua.

Il deserto è il luogo dove Gesù m’insegna a rispondere alle tentazioni del demonio. La risposta chiave è: “Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Luca 4 e Matteo 4). La realtà che mi circonda induce a pensare che la questione del pane, cioè del lavoro e del benessere mio e altrui, è al primo posto. Quando c’è la salute c’è tutto dice il detto popolare. E invece no. C’è tutto quando sono in sintonia con Dio. C’è tutto quando mi sono confessato e quando concepisco la vita come una missione per conto di Dio, come ripetevano non a caso  i Blues Brothers. Anche se lo dicevano quegli strampalati non cessa di essere una verità. Se non faccio così anche il pane mi diventa amaro e non si risolvono le questioni sociali, perché i mezzi per dare pane a tutti ci sono: manca l’efficace volontà di realizzare la giustizia e la carità sociale.




martedì 23 febbraio 2021

San Giuseppe

 Il desiderio spirituale di un buon cristiano è quello di mantenere la presenza di Gesù nel proprio cuore lungo la giornata. Ciò non ostante mi capita di pensare totalmente ad altro e di ritrovarmi a chiedermi come ho fatto a dimenticare Gesù per un bel po’ di tempo. Mi conforta aver sentito dire a san Josemaría che più volte al giorno riviveva la parabola del figliol prodigo. Un ragazzo presente gli chiese: “Padre come è possibile? Il figliol prodigo si allontana e torna dopo un certo tempo”. E il Padre confermò che gli capitava proprio questo. Noi ci meravigliammo perché era evidente la presenza continua di Dio nei pensieri e nelle azioni di San Josemaría, ma l’episodio ci confortò perché a noi capitava e capita la stessa cosa. Fra parentesi, il ragazzo che gli fece la domanda ora è un sacerdote: don Diego.

Come mi è stato consigliato, si possono prendere accorgimenti per risvegliare il ricordo: mantenere un piccolo crocifisso sul tavolo o altro del genere. Il Papa ha dedicato a San Giuseppe quest’anno e un amico mi ha chiesto: “perché non scrivi una preghiera a San Giuseppe breve come l’Ave Maria? Le preghiere per San Giuseppe sono un po’ lunghe e anche un troppo lamentose”. Ho scritto per me e per il mio amico questa preghiera: 

Ave Giuseppe che hai protetto la vita di Gesù,

col tuo lavoro lo hai sostenuto e col tuo esempio lo hai educato

chiedi per noi la grazia di vivere seguendo la volontà di Dio.

San Giuseppe, padre mio,

aiutami a morire come te, in compagnia di Gesù e di Maria

La mantengo scritta sullo schermo del computer. Al mattino e più volte al giorno la rileggo e così faccio un po’ meno il figliol prodigo.

sabato 30 gennaio 2021

La carità

Per i cristiani è chiaro che la virtù più importante è la carità, che non termina mai. Papa Francesco sottolinea la necessità della carità sociale ma richiama anche a vivere la carità nella situazione di ogni giorno, con i propri vicini. La maldicenza, i modi bruschi, il rancore, l’incomprensione, la vendetta e altri atteggiamenti poco delicati sembrano normali (anche per i cristiani praticanti) mentre Gesù è misericordioso ed esplicitamente raccomanda di non insolentire nessuno, pena l’inferno (Matteo 5).

Alcuni consigli pratici possono essere utili. Tanto per incominciare è bene non pensare “io sono buono”. Lo dice esplicitamente Gesù: nessuno è buono (Marco 10). Mi deve essere chiaro che io sono capace di compiere qualsiasi infamità se il Signore non mi tiene le mani sulla testa. La preghiera, la confessione, la santa Messa e le altre pratiche mi aprono alla grazia di Dio e allora posso sperare di comportarmi da “buono”. Avere Dio dentro di noi. Chiedere a Gesù di scambiare il nostro cuore col Suo.

Con l’aiuto di Dio posso “saper” voler bene: provare simpatia per ognuno che mi sta attorno. La simpatia si può indurre se non è spontanea: basta guardare l’altro con l’occhio di sua madre poiché, come è noto, il piccolo scarafaggio è bello per sua madre… Ogni persona ha il suo “genio”, la sua nota distintiva. Sta a me scoprirla e valorizzarla…

Poi il buon umore. Il cristiano non ha il diritto di essere musone perché non corrisponde alla sua visione del mondo. Essere allegri o almeno sereni è un gran regalo per chi mi sta attorno, senza drammatizzare nulla… Ripeteva don Dolindo Ruotolo: “Non vedo in me altro che nullità e miseria”. Sembra strano ma non sentirsi importanti rende sereni.

Essere operativi col desiderio di servire gli altri: “dedicarsi agli altri è di tale efficacia che il Signore lo premia con un’umiltà piena di allegria” diceva San Josemaría.

Si potrebbe continuare per ore… resta solo da raccomandare la continua compagnia di Maria, mia e nostra Madre.

venerdì 22 gennaio 2021

Castità e carità

 Ho l’impressione che nella mentalità comune dei cristiani ci sia un’alterazione nella valutazione delle virtù rispetto a quanto il Vangelo e il Magistero della Chiesa ci propone.

La virtù della castità sembra tenere saldamente il primo posto e nessuno si sogna di contestarne l’importanza. Gesù dice all’adultera: “Va e non peccare più”. Poi afferma che “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio” (Matteo 5). Si trovano altri riferimenti nel Nuovo Testamento, tuttavia non si può dire che ci sia una particolare insistenza su questo tema.

Per quanto riguarda la carità invece i richiami sono numerosi ed espliciti. Nel Padre Nostro, dopo  il nostro sostentamento simboleggiato dal pane quotidiano, chiediamo  di ottenere misericordia così come noi siamo misericordiosi. Una richiesta impegnativa perché, se il riferimento siamo noi e la nostra capacità di rimettere i debiti agli altri, siamo messi maluccio. Tutto il Vangelo di San Giovanni è un inno alla carità e all’amore, e le sue lettere sono piene di affermazioni categoriche sulla necessità di una raffinata carità. L’apostolo, ha affermato Papa Francesco, ha capito cos’è l’amore, lo ha sperimentato, ed entrando nel cuore di Gesù, ha capito come si è manifestato. «Noi amiamo Dio perché Egli ci ha amato per primo». La seconda cosa che l’apostolo dice «senza mezze parole» è questa: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo». La menzogna è la caratteristica del diavolo…

Si potrebbe continuare a lungo citando il Nuovo Testamento sulla carità, eppure non pare che nella cultura e nella pratica cristiana ci sia l’attenzione che questa virtù merita..

Il peccato contro la castità è così presente nella mentalità dominante che addirittura la mela morsicata, immagine del peccato originale, è stata usata come simbolo delle rappresentazioni erotiche, mentre l’erotismo non c’entra niente col peccato dei progenitori. La mentalità puritana presente nella cultura nordamericana e inglese vittoriana ha fatto breccia nel nostro modo di pensare. Viceversa la vendetta e l’aggressività sono considerate normali nella letteratura e nei film anglosassoni. 

Mi pare che il tema della carità meriti un approfondimento nel nostro modo di pensare.

 

 

giovedì 31 dicembre 2020

Pane e vino

E’ tradizionale parlare dell’imitazione di Cristo nella cultura cristiana. Una delle immagini non molto usate è quella di farsi pane per gli altri come Gesù ha fatto per noi. Pane e anche vino. 

In questi giorni sto vivendo una particolare accoglienza nei confronti di Gesù, ben sapendo che pur essendo piccolo e indifeso, è lui che conduce il gioco. E allora come la mettiamo questo farsi pane per gli altri?

Credo che l’importante sia farsi aiutare meglio da Lui. Intanto farsi pane significa voler bene. Il pane, quello buono, non quello sofisticato che dura solo un giorno ma quello genuino, un po’ paesano: sembra comprensivo e disponibile. Sa aspettare il momento in cui io, che mangio più del necessario, torno ad avere appetito e lui è lì che mi aspetta. Ricordo che da ragazzi in Calabria giocavamo con gli amici e veniva un momento nel pomeriggio in cui il ragazzo che ci ospitava apriva la dispensa e ci offriva pane. Pane e basta. Ho nostalgia di quel pane e di quella fame. Quindi prima caratteristica: essere genuino. Non farmi trascinare in complicazioni sofisticate. Voler bene e basta. Adattarmi allo stomaco degli altri. Essere allegro, interessato e partecipe. Essere commestibile.

Poi c’è anche il vino. Essere vino potrebbe dire essere spiritoso, non nel senso di chi vuol esserlo a tutti i costi, ma di chi si lascia andare così com’è con la vitalità che Dio mi concede. La persona simpatica è quella in cui si può leggere dentro, sincera. Non a caso si dice che il vino buono è sincero. Il vino che Gesù fa bere a Cana, trasformandolo miracolosamente dall’acqua, viene lodato per la sua qualità. Un vino senza sofisticazioni e spiritoso, alcolico al punto giusto. Soprattutto se si vuol trasmettere lo spirito di Dio non si può essere pesanti e musoni. I santi quasi sempre erano divertenti o almeno molto interessanti.

Potrei continuare ma mi fermo qui perché pane e vino non possono essere presi in troppa quantità.


 

martedì 15 dicembre 2020

 La lettera apostolica di Papa Francesco su San Giuseppe offre tanti spunti di riflessione. Uno è quasi divertente. Il Papa sostiene che, quando si ha fiducia nella Provvidenza come San Giuseppe, si diventa creativi e ricorda gli amici di un paralitico che, come raccontano i vangeli, hanno l’iniziativa di issare il paralitico sul tetto di una casa, sfondare il tetto (che presumibilmente era almeno in parte di paglia) e  calarlo giù davanti a Gesù. Immagino la scena. La folla che si stringe attorno a Gesù a un certo punto comincia a guardar su, anche perché qualcosa dal soffitto sarà pure caduta e appare una barella traballante col poveraccio sopra (spero che lo avessero legato) che viene calato lentamente ai piedi di Gesù. Roba da fiato sospeso. La scena non finisce con un miracolo e basta. Prima Gesù dice al paralitico che gli sono perdonati i peccati, suscitando lo sdegno di alcuni dei presenti, al che Gesù afferma: “ Che cosa è più facile: dire «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati, prendi la tua barella e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua». Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò”. Il Papa menziona l’episodio per sottolineare la fiducia nella Provvidenza degli amici del paralitico: la stessa fiducia che consente a Giuseppe di seguire le indicazioni dell’angelo e il proprio buon senso. Il cristiano che ha fede vive di fiducia in Dio.

  Un altro spunto confortante è che il comportamento di Giuseppe non si basa su una spiegazione ma su un’accoglienza. Giuseppe non chiede quale sia la logica delle richieste del Signore: le accetta e basta. Ci insegna così a “fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza” perché Dio può far germogliare fiori anche dalle rocce. Come l’angelo dice a Giuseppe di non temere così noi possiamo raddrizzare la nostra vita anche se il nostro cuore ci rimprovera, perché, come scrive San Giovanni, Dio è più grande del nostro cuore. Quest’idea è confortante. Può capitare che mi formi una cattiva opinione di me stesso attribuendo a Dio la stessa mia rigidezza e pusillanimità, invece Dio mi accetta così come sono, con le mie debolezze. L’importante è che il cuore si apra all’aiuto di Dio. E’ uno scherzo demoniaco farmi credere che Dio non possa accettarmi così come sono, mentre Dio ha cuore di padre e di madre. Non è poco rispettoso pensare col detto napoletano che “ogni scarrafone è bello a’ mamma soia”. Il piccolo scarafaggio è bello per la sua mamma e così posso essere  accetto a Dio. Come Dante fa dire a Manfredi nel canto terzo del Purgatorio: “la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei”.

  Ci sono altri spunti nella lettera del Papa. Non resta che meditarla.

 

 

giovedì 3 dicembre 2020


 Questo Natale che viene è diverso dagli altri. E’ il Natale del dolore e della paura. Il dolore per i cari defunti a causa del virus e la paura che ci impedisce di stare insieme in grandi e festose adunate. Ciò non ostante il Natale getta una luce in queste tenebre. Dio viene da noi e ci porta ogni tipo di speranza: dalla guarigione delle malattie, alla felice vita eterna, assieme alla consolazione del volerci bene fra di noi, come testimoniano i doni che ci portiamo. Ripropongo delle considerazioni che ho scritto l’anno scorso perché sono utili a me e anche spero al lettore:

 la consuetudine di preparare il presepe è estesa in tutto il mondo ma trova a Napoli un suo speciale radicamento. Edoardo De Filippo ha scritto una tenera commedia che tanti conoscono, Natale in casa Cupiello, in cui si confrontano due mondi. Quello dell’anziano Lucariello fatto di tradizioni, di unione familiare pur in mezzo alle immancabili asprezze derivate dalla convivenza (il figlio viziato e dispettoso che dice: “nun me piace ‘o presepe”) e, in contrapposizione, il mondo moderno in cui si agitano nuove esigenze di felicità egoistiche che generano tradimenti e fratture familiari. Lucariello (pur un mezzo a piccoli contrasti con la moglie che non sa fare il caffè ma resta la regina della frittata di cipolle) è intento a preparare con impegno il suo presepe mentre intorno si svolge una tragedia di cui non si rende conto: la figlia vuole mandare all’aria il matrimonio e vuol vivere col suo amante, generando tensioni terribili. Quando finalmente Lucariello si accorge del dramma intorno a lui, ne muore. Lo consola il figlio scapestrato che finalmente ammette: “me piace ‘o presepe”.

Vorrei ribadire che anche a “me piace ‘o presepe”.

 Mi piace il Natale e non lo trovo affatto una festa ormai paganizzata: intanto continua a chiamarsi Natale il che vuol dire che qualcuno è nato. Che poi questo qualcuno sia Dio in persona sta alla nostra fede crederlo: una fede sempre mancante, anche la mia, per cui non mi posso lamentare; posso invece pregare.

Quando si tentò di scrivere la costituzione europea ci fu chi si rifiutò di fare riferimento alle radici cristiane d’Europa. Andreotti senza scomporsi osservò che, comunque, la data bisognava metterla, e la data segna gli anni che ci separano dal Natale di Gesù…

 Tante luminarie rappresentano la continuità con la luce che “avvolse i pastori” (Luca 2,9) e con la luce della stella che guidò i Re Magi. Perciò quando vedo le strade illuminate con decorazioni particolari o il palazzo della Rinascente con una cascata di luci, penso che quelle luci sono la continuazione delle luci che attraggono i pastori e guidano i Re Magi: non stanno lì a caso.

 Tutti, pastori e Magi, portano regali e noi ci scambiamo doni per questo. La consuetudine di farsi i regali viene da lì: ce li scambiamo fra di noi ma in realtà sono un omaggio all’amore del Bambino. Scambiarsi doni è il massimo della festa, vuol dire che ritorniamo alla nostra vocazione originaria dell’amore.

I Magi sono costanti e determinati finché non raggiungono la meta, i pastori vanno “senz’indugio” come dice San Luca (2,9) cioè di fretta, così com’era andata Maria a trovare la cugina Elisabetta. Questa determinazione e questa fretta m’insegnano cos’è che conta davvero.

Ho vissuto dieci begli anni a Milano e ricordo che il verbo più usato era ed è: “scappare”. Devo “scappare”. Ma dove scappo? E da cosa scappo? Ecco: i pastori, i Magi e Maria mi fanno capire a cosa tende la fretta vera: cosa vale davvero la pena. Troppe volte sento il bisogno di correre o distrarmi o divertirmi: tutti verbi che alludono al distacco da ciò che ho intorno. Il Natale m’insegna a vedere la profondità delle cose, il significato a cui i fatti e le situazioni alludono. Il Bambino non è solo un bambino, i doni non sono oggetti: sono un riflesso del mio cuore; le luci sono quelle che devono illuminare la mia mente distratta.

Come osserva il Papa, anche la rappresentazione di scene di vita ordinaria nel presepe ricorda il divino nascosto nella mia vita di ogni giorno di cui mi devo accorgere. Soprattutto i presepi napoletani sono ricchi di osterie, mercanzie, scene di vita campagnola, uomini che giocano a carte, massaie dentro le case che sbrigano faccende, luci che fanno intravedere l’interno accuratissimo degli appartamenti, negozi sovrabbondanti di generi alimentari, ponticelli, cascate. Non sono un’evasione di ciò che avviene nella santa grotta ma indicano come la vita di tutti i giorni è contemporanea al divino, non gli è estranea. 

A loro volta i personaggi che circondano la Grotta sono una lezione per me. Non pensano a se stessi ma emettono radiazioni d’amore cominciando da Maria e Giuseppe. Persino il personaggio classico di Benino, il pastore che dorme, mi ricorda la mia incapacità di accorgermi della grandezza dei disegni di Dio e mi sollecita a svegliarmi.

Ben venga il Natale di un Dio deposto in una mangiatoia che chiede solo la mia attenzione.

Mi piace il Natale e “me piace ‘o presepe”.

Giorgio Del Lungo ha disegnato il bue e l’asinello che cantano “Silent Night”

domenica 27 settembre 2020

2 ottobre


 

Oggi è il 2 ottobre anniversario della fondazione dell’Opus Dei. In giorno come questo, nel 1928, San Josemaría Escrivá, ,“vide” l’Opera mentre era immerso in preghiera. 

La portata del messaggio di Sant’Escrivá è di tale importanza che  mi sembra difficile valutare. Dopo duemila anni di cristianesimo per la prima volta nasce un’istituzione che non ha un fine specifico di carità o di spiritualità ma si propone di giungere a tutti i battezzati rinnovandone l’adesione e l’entusiasmo proprio dei primi cristiani. Una cura ricostituente non per una particolare famiglia religiosa ma per tutto l’immane campo dei comuni fedeli.

Ferma restando la totale libertà del rapporto di ciascuno con Dio, Escrivá ha proposto una continua formazione spirituale, nella convinzione che, come il corpo ha bisogno di un continuo nutrimento, così l’anima ha bisogno di un’alimentazione completa: l’Eucarestia innanzi tutto, con la confessione e direzione spirituale, la lettura continua del Nuovo Testamento e della letteratura cristiana, vero tesoro della Chiesa. Le Confessioni di Sant’Agostino, la Storia di un’anima di Teresina, la biografia di Santa Caterina da Siena, tanto per citare alcuni libri fondamentali; i manuali di buona teologia, come gli scritti di Joseph Ratzinger, e infiniti altri testi cristiani, tutti buon pane dell’anima.

Il tesoro affettuoso del Santo Rosario, la grande miniera dell’orazione mentale, a cui dedicare un tempo fisso, l’esame di coscienza… tutte pratiche classiche del cristiano che vanno vissute con completezza e continuità. Col tempo si era persa l’idea che il battezzato e cresimato fosse chiamato alla santità e invece san Josemaría rende centrale questa esigenza la cui portata è quella di un mare senza sponde. Non c’è problema umano che non sia affrontabile con la santità dei credenti. La civiltà odierna, nata dalle radici cristiane, si rinnova con questo nuovo zelo che si radica nelle realtà umane più normali. La virtù della povertà vissuta da un padre di famiglia non è identica a quella di un francescano, mentre la capacità di amore fra i coniugi si alimenta direttamente dall’amore di Cristo. Uno stile cristiano di vita rinnovato vien fuori da questa impostazione dove tutte le realtà terrene vengono valorizzate nel loro aspetto positivo, “amando il mondo appassionatamente” come diceva San Josemaría.

Ho voluto accennare a tutto questo per rinnovare la meraviglia per il messaggio dell’Opera.

A questo scopo ho scritto per Mondadori un libro su “Il cammino di San Josemaría. Il fondatore dell’Opus Dei e i giovani”: i primi anni dell’Opus Dei furono dedicati soprattutto alla loro formazione. Organizzava delle chiacchierate di un’oretta che chiamava “circoli” e arrivò a realizzare  fino a sei circoli al giorno. In queste riunioni spiegava i diversi aspetti della vita cristiana, dalle virtù umane all’apostolato, dalla Santa Messa a come vivere un’estate intelligente. La formazione dei giovani era essenziale per lui: sarebbero stati il futuro dell’Opera e così fu. 

La presentazione di questo libro è stata ritardata dalla pandemia del Covid. Ora lo ripropongo nella convinzione che la formazione dei giovani è comune anche agli anziani. Tutti abbiamo bisogno di un continuo alimento spirituale.

Rendo grazie al Signore per il gran dono di aver incontrato San Josemaría.

 

Buon umore

 

Mi sono sempre chiesto come mai alcuni sentono il bisogno di interrogarsi su Dio e di mettersi in rapporto con Lui, mentre altri sembrano refrattari e indifferenti. Con gli anni mi sono reso conto che per tutti l’appuntamento con Dio arriva in un modo o nell’altro. Mi rimane l’interrogativo, comune a tutti, su come vivere al meglio questo rapporto.
A 18 anni ho sentito che il Signore mi chiedeva di impegnarmi come il buon Samaritano con cui mi piaceva identificarmi perché, essendo samaritano, non ci si aspettava nulla di buono da lui.
Da allora il rapporto con Dio, sostenuto dalla Comunione quotidiana, si è rafforzato anche se, come per tutti i mortali, resta sempre incompleto anche se appagante. Rimane perciò l’impegno a migliorare sempre questo rapporto…
Quando ero giovane mi risultava spontaneo impegnarmi per diffondere il rapporto con Dio fra compagni e colleghi. Ero io che agivo, con l’aiuto di Dio.
Più in là ho capito che il vero impegno è la preghiera che poi trascina con sé l’azione. Sollecitavo Dio perché si realizzassero gli obiettivi apostolici necessari. Aver conosciuto il messaggio entusiasmante di San Josemaría Escrivá mi rendeva fremente per portare a tanti il messaggio di santità in mezzo al mondo.
Ora mi sembra chiaro che l’importante è che si faccia la volontà di Dio, il che non vuol dire rimanere inerti ma operativi con la pace nel cuore. Per un napoletano essere di buon umore è la posizione interiore stabile ma per un cristiano la serenità è la condizione giusta. L’unico attentato alla serenità è se mi rifiuto di accettare la volontà di Dio, ma se guardo a Gesù non c’è nessun motivo per perdere non solo la pace ma il buon umore.
Il buon umore non è un atteggiamento egoistico, anzi l’egoista non è mai di buon umore perché gli manca sempre qualcosa. Il buon umore non assicura solo la pace all’anima ma la trasmette agli altri: direi che il primo gesto di carità è stare di buon umore perché, anche senza accorgersi, si illumina la vita agli altri.
Lo sapevo già, non è una scoperta recente, ma ora mi è particolarmente chiaro che il mio primo impegno è di stare contento perché comunque mi piace la volontà di Dio, poi viene il resto…
Può sembrare irrispettoso ma mi sembra importante dire che la volontà di Dio: “mi piace”. Spero che il Signore mi sostenga in questo atteggiamento.