venerdì 22 gennaio 2021

Castità e carità

 Ho l’impressione che nella mentalità comune dei cristiani ci sia un’alterazione nella valutazione delle virtù rispetto a quanto il Vangelo e il Magistero della Chiesa ci propone.

La virtù della castità sembra tenere saldamente il primo posto e nessuno si sogna di contestarne l’importanza. Gesù dice all’adultera: “Va e non peccare più”. Poi afferma che “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio” (Matteo 5). Si trovano altri riferimenti nel Nuovo Testamento, tuttavia non si può dire che ci sia una particolare insistenza su questo tema.

Per quanto riguarda la carità invece i richiami sono numerosi ed espliciti. Nel Padre Nostro, dopo  il nostro sostentamento simboleggiato dal pane quotidiano, chiediamo  di ottenere misericordia così come noi siamo misericordiosi. Una richiesta impegnativa perché, se il riferimento siamo noi e la nostra capacità di rimettere i debiti agli altri, siamo messi maluccio. Tutto il Vangelo di San Giovanni è un inno alla carità e all’amore, e le sue lettere sono piene di affermazioni categoriche sulla necessità di una raffinata carità. L’apostolo, ha affermato Papa Francesco, ha capito cos’è l’amore, lo ha sperimentato, ed entrando nel cuore di Gesù, ha capito come si è manifestato. «Noi amiamo Dio perché Egli ci ha amato per primo». La seconda cosa che l’apostolo dice «senza mezze parole» è questa: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo». La menzogna è la caratteristica del diavolo…

Si potrebbe continuare a lungo citando il Nuovo Testamento sulla carità, eppure non pare che nella cultura e nella pratica cristiana ci sia l’attenzione che questa virtù merita..

Il peccato contro la castità è così presente nella mentalità dominante che addirittura la mela morsicata, immagine del peccato originale, è stata usata come simbolo delle rappresentazioni erotiche, mentre l’erotismo non c’entra niente col peccato dei progenitori. La mentalità puritana presente nella cultura nordamericana e inglese vittoriana ha fatto breccia nel nostro modo di pensare. Viceversa la vendetta e l’aggressività sono considerate normali nella letteratura e nei film anglosassoni. 

Mi pare che il tema della carità meriti un approfondimento nel nostro modo di pensare.

 

 

giovedì 31 dicembre 2020

Pane e vino

E’ tradizionale parlare dell’imitazione di Cristo nella cultura cristiana. Una delle immagini non molto usate è quella di farsi pane per gli altri come Gesù ha fatto per noi. Pane e anche vino. 

In questi giorni sto vivendo una particolare accoglienza nei confronti di Gesù, ben sapendo che pur essendo piccolo e indifeso, è lui che conduce il gioco. E allora come la mettiamo questo farsi pane per gli altri?

Credo che l’importante sia farsi aiutare meglio da Lui. Intanto farsi pane significa voler bene. Il pane, quello buono, non quello sofisticato che dura solo un giorno ma quello genuino, un po’ paesano: sembra comprensivo e disponibile. Sa aspettare il momento in cui io, che mangio più del necessario, torno ad avere appetito e lui è lì che mi aspetta. Ricordo che da ragazzi in Calabria giocavamo con gli amici e veniva un momento nel pomeriggio in cui il ragazzo che ci ospitava apriva la dispensa e ci offriva pane. Pane e basta. Ho nostalgia di quel pane e di quella fame. Quindi prima caratteristica: essere genuino. Non farmi trascinare in complicazioni sofisticate. Voler bene e basta. Adattarmi allo stomaco degli altri. Essere allegro, interessato e partecipe. Essere commestibile.

Poi c’è anche il vino. Essere vino potrebbe dire essere spiritoso, non nel senso di chi vuol esserlo a tutti i costi, ma di chi si lascia andare così com’è con la vitalità che Dio mi concede. La persona simpatica è quella in cui si può leggere dentro, sincera. Non a caso si dice che il vino buono è sincero. Il vino che Gesù fa bere a Cana, trasformandolo miracolosamente dall’acqua, viene lodato per la sua qualità. Un vino senza sofisticazioni e spiritoso, alcolico al punto giusto. Soprattutto se si vuol trasmettere lo spirito di Dio non si può essere pesanti e musoni. I santi quasi sempre erano divertenti o almeno molto interessanti.

Potrei continuare ma mi fermo qui perché pane e vino non possono essere presi in troppa quantità.


 

martedì 15 dicembre 2020

 La lettera apostolica di Papa Francesco su San Giuseppe offre tanti spunti di riflessione. Uno è quasi divertente. Il Papa sostiene che, quando si ha fiducia nella Provvidenza come San Giuseppe, si diventa creativi e ricorda gli amici di un paralitico che, come raccontano i vangeli, hanno l’iniziativa di issare il paralitico sul tetto di una casa, sfondare il tetto (che presumibilmente era almeno in parte di paglia) e  calarlo giù davanti a Gesù. Immagino la scena. La folla che si stringe attorno a Gesù a un certo punto comincia a guardar su, anche perché qualcosa dal soffitto sarà pure caduta e appare una barella traballante col poveraccio sopra (spero che lo avessero legato) che viene calato lentamente ai piedi di Gesù. Roba da fiato sospeso. La scena non finisce con un miracolo e basta. Prima Gesù dice al paralitico che gli sono perdonati i peccati, suscitando lo sdegno di alcuni dei presenti, al che Gesù afferma: “ Che cosa è più facile: dire «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati, prendi la tua barella e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua». Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò”. Il Papa menziona l’episodio per sottolineare la fiducia nella Provvidenza degli amici del paralitico: la stessa fiducia che consente a Giuseppe di seguire le indicazioni dell’angelo e il proprio buon senso. Il cristiano che ha fede vive di fiducia in Dio.

  Un altro spunto confortante è che il comportamento di Giuseppe non si basa su una spiegazione ma su un’accoglienza. Giuseppe non chiede quale sia la logica delle richieste del Signore: le accetta e basta. Ci insegna così a “fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza” perché Dio può far germogliare fiori anche dalle rocce. Come l’angelo dice a Giuseppe di non temere così noi possiamo raddrizzare la nostra vita anche se il nostro cuore ci rimprovera, perché, come scrive San Giovanni, Dio è più grande del nostro cuore. Quest’idea è confortante. Può capitare che mi formi una cattiva opinione di me stesso attribuendo a Dio la stessa mia rigidezza e pusillanimità, invece Dio mi accetta così come sono, con le mie debolezze. L’importante è che il cuore si apra all’aiuto di Dio. E’ uno scherzo demoniaco farmi credere che Dio non possa accettarmi così come sono, mentre Dio ha cuore di padre e di madre. Non è poco rispettoso pensare col detto napoletano che “ogni scarrafone è bello a’ mamma soia”. Il piccolo scarafaggio è bello per la sua mamma e così posso essere  accetto a Dio. Come Dante fa dire a Manfredi nel canto terzo del Purgatorio: “la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei”.

  Ci sono altri spunti nella lettera del Papa. Non resta che meditarla.

 

 

giovedì 3 dicembre 2020


 Questo Natale che viene è diverso dagli altri. E’ il Natale del dolore e della paura. Il dolore per i cari defunti a causa del virus e la paura che ci impedisce di stare insieme in grandi e festose adunate. Ciò non ostante il Natale getta una luce in queste tenebre. Dio viene da noi e ci porta ogni tipo di speranza: dalla guarigione delle malattie, alla felice vita eterna, assieme alla consolazione del volerci bene fra di noi, come testimoniano i doni che ci portiamo. Ripropongo delle considerazioni che ho scritto l’anno scorso perché sono utili a me e anche spero al lettore:

 la consuetudine di preparare il presepe è estesa in tutto il mondo ma trova a Napoli un suo speciale radicamento. Edoardo De Filippo ha scritto una tenera commedia che tanti conoscono, Natale in casa Cupiello, in cui si confrontano due mondi. Quello dell’anziano Lucariello fatto di tradizioni, di unione familiare pur in mezzo alle immancabili asprezze derivate dalla convivenza (il figlio viziato e dispettoso che dice: “nun me piace ‘o presepe”) e, in contrapposizione, il mondo moderno in cui si agitano nuove esigenze di felicità egoistiche che generano tradimenti e fratture familiari. Lucariello (pur un mezzo a piccoli contrasti con la moglie che non sa fare il caffè ma resta la regina della frittata di cipolle) è intento a preparare con impegno il suo presepe mentre intorno si svolge una tragedia di cui non si rende conto: la figlia vuole mandare all’aria il matrimonio e vuol vivere col suo amante, generando tensioni terribili. Quando finalmente Lucariello si accorge del dramma intorno a lui, ne muore. Lo consola il figlio scapestrato che finalmente ammette: “me piace ‘o presepe”.

Vorrei ribadire che anche a “me piace ‘o presepe”.

 Mi piace il Natale e non lo trovo affatto una festa ormai paganizzata: intanto continua a chiamarsi Natale il che vuol dire che qualcuno è nato. Che poi questo qualcuno sia Dio in persona sta alla nostra fede crederlo: una fede sempre mancante, anche la mia, per cui non mi posso lamentare; posso invece pregare.

Quando si tentò di scrivere la costituzione europea ci fu chi si rifiutò di fare riferimento alle radici cristiane d’Europa. Andreotti senza scomporsi osservò che, comunque, la data bisognava metterla, e la data segna gli anni che ci separano dal Natale di Gesù…

 Tante luminarie rappresentano la continuità con la luce che “avvolse i pastori” (Luca 2,9) e con la luce della stella che guidò i Re Magi. Perciò quando vedo le strade illuminate con decorazioni particolari o il palazzo della Rinascente con una cascata di luci, penso che quelle luci sono la continuazione delle luci che attraggono i pastori e guidano i Re Magi: non stanno lì a caso.

 Tutti, pastori e Magi, portano regali e noi ci scambiamo doni per questo. La consuetudine di farsi i regali viene da lì: ce li scambiamo fra di noi ma in realtà sono un omaggio all’amore del Bambino. Scambiarsi doni è il massimo della festa, vuol dire che ritorniamo alla nostra vocazione originaria dell’amore.

I Magi sono costanti e determinati finché non raggiungono la meta, i pastori vanno “senz’indugio” come dice San Luca (2,9) cioè di fretta, così com’era andata Maria a trovare la cugina Elisabetta. Questa determinazione e questa fretta m’insegnano cos’è che conta davvero.

Ho vissuto dieci begli anni a Milano e ricordo che il verbo più usato era ed è: “scappare”. Devo “scappare”. Ma dove scappo? E da cosa scappo? Ecco: i pastori, i Magi e Maria mi fanno capire a cosa tende la fretta vera: cosa vale davvero la pena. Troppe volte sento il bisogno di correre o distrarmi o divertirmi: tutti verbi che alludono al distacco da ciò che ho intorno. Il Natale m’insegna a vedere la profondità delle cose, il significato a cui i fatti e le situazioni alludono. Il Bambino non è solo un bambino, i doni non sono oggetti: sono un riflesso del mio cuore; le luci sono quelle che devono illuminare la mia mente distratta.

Come osserva il Papa, anche la rappresentazione di scene di vita ordinaria nel presepe ricorda il divino nascosto nella mia vita di ogni giorno di cui mi devo accorgere. Soprattutto i presepi napoletani sono ricchi di osterie, mercanzie, scene di vita campagnola, uomini che giocano a carte, massaie dentro le case che sbrigano faccende, luci che fanno intravedere l’interno accuratissimo degli appartamenti, negozi sovrabbondanti di generi alimentari, ponticelli, cascate. Non sono un’evasione di ciò che avviene nella santa grotta ma indicano come la vita di tutti i giorni è contemporanea al divino, non gli è estranea. 

A loro volta i personaggi che circondano la Grotta sono una lezione per me. Non pensano a se stessi ma emettono radiazioni d’amore cominciando da Maria e Giuseppe. Persino il personaggio classico di Benino, il pastore che dorme, mi ricorda la mia incapacità di accorgermi della grandezza dei disegni di Dio e mi sollecita a svegliarmi.

Ben venga il Natale di un Dio deposto in una mangiatoia che chiede solo la mia attenzione.

Mi piace il Natale e “me piace ‘o presepe”.

Giorgio Del Lungo ha disegnato il bue e l’asinello che cantano “Silent Night”

domenica 27 settembre 2020

2 ottobre


 

Oggi è il 2 ottobre anniversario della fondazione dell’Opus Dei. In giorno come questo, nel 1928, San Josemaría Escrivá, ,“vide” l’Opera mentre era immerso in preghiera. 

La portata del messaggio di Sant’Escrivá è di tale importanza che  mi sembra difficile valutare. Dopo duemila anni di cristianesimo per la prima volta nasce un’istituzione che non ha un fine specifico di carità o di spiritualità ma si propone di giungere a tutti i battezzati rinnovandone l’adesione e l’entusiasmo proprio dei primi cristiani. Una cura ricostituente non per una particolare famiglia religiosa ma per tutto l’immane campo dei comuni fedeli.

Ferma restando la totale libertà del rapporto di ciascuno con Dio, Escrivá ha proposto una continua formazione spirituale, nella convinzione che, come il corpo ha bisogno di un continuo nutrimento, così l’anima ha bisogno di un’alimentazione completa: l’Eucarestia innanzi tutto, con la confessione e direzione spirituale, la lettura continua del Nuovo Testamento e della letteratura cristiana, vero tesoro della Chiesa. Le Confessioni di Sant’Agostino, la Storia di un’anima di Teresina, la biografia di Santa Caterina da Siena, tanto per citare alcuni libri fondamentali; i manuali di buona teologia, come gli scritti di Joseph Ratzinger, e infiniti altri testi cristiani, tutti buon pane dell’anima.

Il tesoro affettuoso del Santo Rosario, la grande miniera dell’orazione mentale, a cui dedicare un tempo fisso, l’esame di coscienza… tutte pratiche classiche del cristiano che vanno vissute con completezza e continuità. Col tempo si era persa l’idea che il battezzato e cresimato fosse chiamato alla santità e invece san Josemaría rende centrale questa esigenza la cui portata è quella di un mare senza sponde. Non c’è problema umano che non sia affrontabile con la santità dei credenti. La civiltà odierna, nata dalle radici cristiane, si rinnova con questo nuovo zelo che si radica nelle realtà umane più normali. La virtù della povertà vissuta da un padre di famiglia non è identica a quella di un francescano, mentre la capacità di amore fra i coniugi si alimenta direttamente dall’amore di Cristo. Uno stile cristiano di vita rinnovato vien fuori da questa impostazione dove tutte le realtà terrene vengono valorizzate nel loro aspetto positivo, “amando il mondo appassionatamente” come diceva San Josemaría.

Ho voluto accennare a tutto questo per rinnovare la meraviglia per il messaggio dell’Opera.

A questo scopo ho scritto per Mondadori un libro su “Il cammino di San Josemaría. Il fondatore dell’Opus Dei e i giovani”: i primi anni dell’Opus Dei furono dedicati soprattutto alla loro formazione. Organizzava delle chiacchierate di un’oretta che chiamava “circoli” e arrivò a realizzare  fino a sei circoli al giorno. In queste riunioni spiegava i diversi aspetti della vita cristiana, dalle virtù umane all’apostolato, dalla Santa Messa a come vivere un’estate intelligente. La formazione dei giovani era essenziale per lui: sarebbero stati il futuro dell’Opera e così fu. 

La presentazione di questo libro è stata ritardata dalla pandemia del Covid. Ora lo ripropongo nella convinzione che la formazione dei giovani è comune anche agli anziani. Tutti abbiamo bisogno di un continuo alimento spirituale.

Rendo grazie al Signore per il gran dono di aver incontrato San Josemaría.

 

Buon umore

 

Mi sono sempre chiesto come mai alcuni sentono il bisogno di interrogarsi su Dio e di mettersi in rapporto con Lui, mentre altri sembrano refrattari e indifferenti. Con gli anni mi sono reso conto che per tutti l’appuntamento con Dio arriva in un modo o nell’altro. Mi rimane l’interrogativo, comune a tutti, su come vivere al meglio questo rapporto.
A 18 anni ho sentito che il Signore mi chiedeva di impegnarmi come il buon Samaritano con cui mi piaceva identificarmi perché, essendo samaritano, non ci si aspettava nulla di buono da lui.
Da allora il rapporto con Dio, sostenuto dalla Comunione quotidiana, si è rafforzato anche se, come per tutti i mortali, resta sempre incompleto anche se appagante. Rimane perciò l’impegno a migliorare sempre questo rapporto…
Quando ero giovane mi risultava spontaneo impegnarmi per diffondere il rapporto con Dio fra compagni e colleghi. Ero io che agivo, con l’aiuto di Dio.
Più in là ho capito che il vero impegno è la preghiera che poi trascina con sé l’azione. Sollecitavo Dio perché si realizzassero gli obiettivi apostolici necessari. Aver conosciuto il messaggio entusiasmante di San Josemaría Escrivá mi rendeva fremente per portare a tanti il messaggio di santità in mezzo al mondo.
Ora mi sembra chiaro che l’importante è che si faccia la volontà di Dio, il che non vuol dire rimanere inerti ma operativi con la pace nel cuore. Per un napoletano essere di buon umore è la posizione interiore stabile ma per un cristiano la serenità è la condizione giusta. L’unico attentato alla serenità è se mi rifiuto di accettare la volontà di Dio, ma se guardo a Gesù non c’è nessun motivo per perdere non solo la pace ma il buon umore.
Il buon umore non è un atteggiamento egoistico, anzi l’egoista non è mai di buon umore perché gli manca sempre qualcosa. Il buon umore non assicura solo la pace all’anima ma la trasmette agli altri: direi che il primo gesto di carità è stare di buon umore perché, anche senza accorgersi, si illumina la vita agli altri.
Lo sapevo già, non è una scoperta recente, ma ora mi è particolarmente chiaro che il mio primo impegno è di stare contento perché comunque mi piace la volontà di Dio, poi viene il resto…
Può sembrare irrispettoso ma mi sembra importante dire che la volontà di Dio: “mi piace”. Spero che il Signore mi sostenga in questo atteggiamento.

sabato 19 settembre 2020

Piena di grazia

 

Devo confessare che mi distraggo molto quando recito il Rosario. Ultimamente ho trovato una maniera di concentrarmi che dà buoni risultati. Immagino di essere un bambino piccolo, come consigliava San Josemaría, che si rifugia in braccio alla Madonna. Da lì recito le Ave Marie sussurrandoLe all’orecchio le parole e già quando dico “piena di grazia” mi incanto. Ma che bel complimento! Anche nel linguaggio comune se dico a una donna che è piena di grazia la rendo felice. E’ un complimento nobile. Nel caso di Maria la parola grazia acquista il pieno valore soprannaturale ma rimanda sempre all’incanto di una donna che agisce con grazia. In questo modo non solo non mi distraggo ma ripeto come un disco guasto di una volta:  piena di grazia! piena di grazia… Il seguito della preghiera ormai è sull’onda del complimento: il Signore è con te, tu sei la benedetta…

Quando poi arrivo al “prega per noi”, siccome sono un bambino, dico prega per me… e per noi, e ripeto tante volte “prega per me”, perché ne ho bisogno da tanti punti di vista…

E così continuando anche il Padre nostro diventa colorito. Come sarebbe bello se io e tutti facessimo la Sua volontà come in Cielo… e poi dacci il pane quotidiano che può essere sia la meraviglia della Comunione che il pane buono, quello che mi piace, perché il pane quando è buono è proprio buono… Ogni parola può essere colorita. Ho letto che le amiche di Santa Caterina da Siena sentivano che la Santa quando diceva il Gloria Patri diceva: gloria al Padre, a Te e allo Spirito Santo. Aveva così presente Gesù che non si rivolgeva a Lui in terza persona…

Sono piccole cose ma aiutano a vivere con piacere il rapporto con Dio che dovrebbe essere piacevolissimo, come lo sarà un giorno…

venerdì 18 settembre 2020

Iesu Communio

 

Ho un amico spagnolo che ha due nipoti entrate a far parte di un nuovo istituto religioso femminile di nome Iesu Communio. Mi ha mostrato le loro foto e sono rimasto colpito dalla loro bellezza. Vengo a sapere che questo nuovo istituto, che è stato approvato dalla Santa Sede nel 2010, ha attirato a sé centinaia di giovani ragazze. Mi ha mostrato le foto delle suore tutte insieme: sono tantissime, la maggior parte giovani e con le belle facce che solo Cristo dà. La fondatrice, madre Veronica – mi aspettavo di vedere un’anziana un po’ decrepita – sembra Monica Bellucci nel film su Gesù di Mel Gibson, e quando parla (sul web ci sono alcune sue conferenze) dimostra una semplicità evangelica affascinante e uno spirito trascinante. Così capita nella Chiesa di Cristo. Ogni tanto appare un fenomeno di grande fecondità che presenta  sempre due caratteristiche in particolare: la capacità di attrarre i giovani e di utilizzare il linguaggio evangelico, il gusto di parlare di Gesù e di contemplare e capire ogni Sua parola e gesto. La Fondatrice quando parla – si trovano sul web diverse sue conferenze – cita Padri della Chiesa e teologi vari ma fondamentalmente rappresenta con dettagli le scene evangeliche traendone significati suggestivi: prova ne sia che il seguito fra le giovani sia di un crescendo vertiginoso.

Non si può assistere a fenomeni del genere senza trarne stimolo e insegnamento. Gesù è affascinante e quando non lo sappiamo presentare così dobbiamo accorgerci che la nostra fede ha bisogno di un supplemento di aiuto da parte del Signore. In particolare la capacità di attrarre i giovani è un dono di Dio e le istituzioni che beneficiano di questa benedizione sono destinate a fiorire.

 


martedì 1 settembre 2020

1 settembre

 Oggi 1° settembre. Sessant’anni fa ho chiesto l’ammissione all’Opus Dei come numerario. Un’enorme quantità di anni che richiedono un bilancio. 

Il bilancio c’è ed è che per sessant’anni ho avvertito il calore del cuore di San Josemaría, che si alimentava dell’amore di Gesù. Quel cuore è il centro dell’Opus Dei, con tutta l’originalità e la novità del suo messaggio nella sua semplice complessità. Tutto prende vita dal cuore di San Josemaría.

Il ritorno alla fede dei primi cristiani, la santificazione del lavoro, lo spirito di famiglia, lo slancio apostolico, una spiritualità laicale, sono tutti frutti di quel cuore caldo e sapiente.

Anche se può apparire complesso il discorso sulla santificazione del lavoro tutto si semplifica quando partiamo dall’amore per Gesù: tutto va al suo posto. Niente fanatismi, niente professioniti. La santificazione del lavoro nasce dall’amore e finisce con l’amore.

Anche la concezione della Chiesa come famiglia, con tutte le virtù connesse, nasce da quel cuore. La devozione al Papa, l’attenzione nel non sparlare né ferire persone di Chiesa, qualsiasi cosa abbiano fatto. L’ottimismo che faceva dire: amo la Chiesa malgrado tutto e quel “malgrado” erano i miei peccati e i tuoi.

Gran maestro di amore famigliare, si possono attribuire a San Josemaría gli anni felici di tanti sposi che, se non l’avessero conosciuto, avrebbero trovato difficoltà.

Per questi motivi questi sessant’anni non pesano per le mie inadempienze, sono leggeri perché sono intessuti di storie d’amore e di amicizia. Senza dubbio chiedo perdono per le tante insufficienze ma è la grazia di Dio che ci fa volare sopra i difetti miei e degli altri.

Resta la differenza fra lo zelo di San Josemaría e la modestia della fede e delle opere dei suoi figli cominciando da me. Accanto a lui ogni impegno sembrava poco, ogni orizzonte limitato. Lui spaziava e la differenza con le nostre anguste prospettive pesa e fa soffrire. Ma confido nella Sua incessante preghiera sapendo che le vie della Chiesa sono raramente trionfali. “Ti basta la mia grazia” è il messaggio di Gesù a San Paolo e così, davanti alla modestia del mio zelo e della mia fede, confido in nostro Signore e spero che, alla fine, la mia vita non sarà stata una vita sterile.

giovedì 20 agosto 2020

La messe è molta...

 Mi sono sempre chiesto coma mai nella storia della Chiesa appaiono nuove realtà (ordini, congregazioni, movimenti e così via…) che all’inizio raccolgono adesioni ed entusiasmi e poi a poco a poco perdono il loro slancio. I giovani aderiscono sempre meno, gli aderenti invecchiano e le relative strutture (siano esse organizzazioni che edifici) diventano difficili da sostenere. Fa eccezione l’istituzione fondamentale: la Chiesa fondata da Cristo che regge miracolosamente nei secoli, pur attraversando problematiche ma uscendone sempre ringiovanita e rinnovata. 

  Finora non ho trovato uno studio che approfondisca i motivi di quelle crisi ma alcune caratteristiche mi sembrano costanti. Le cito in disordine:

-       Per quanto riguarda le singole persone, cominciano a manifestarsi le crisi di identità: chi sono io? Mi sono realizzato? Le mie qualità vengono riconosciute? Viene da ridere al pensare San Pietro o San Paolo che si fanno domande del genere. Se c’è amore di Dio si va avanti nella missione che il Signore ci ha affidato senza il timore di affondare nell’acqua del mare…

-       La priorità agli aspetti economici. Guai a trascurare gli aspetti economici… ma non possono avere la priorità nella mentalità di chi deve prendere le decisioni. La priorità deve essere sempre immediatamente apostolica, cominciando dai giovani. Quanti giovani desidero avvicinare? Come prego per questo? 

-       Ricordo San Josemaría che diceva che, per essere di più, bisogna volere essere di più. Non a caso quando nascono nuove realtà ecclesiali queste pullulano di giovani. Un mio amico spagnolo mi ha fatto vedere la foto di due sue nipoti bellissime che, assieme ad altre ragazze, hanno popolato un convento di clausura. Nella Spagna di oggi… C’è una fondatrice che ha carisma… Forse qualcuno in passato avrà pensato di vendere quel convento per farne un albergo… invece ora è insufficiente e non crea problemi economici.

Nel Vangelo c’è una ricetta semplice. “La messe è molta, gli operai sono pochi, pregate il padrone della messe perchè mandi operai… (Luca 10)”. Più volte ho assistito a mobilitazioni economiche encomiabili, vorrei vedere più spesso delle campagne di preghiera per le vocazioni per la vigna del Signore. Naturalmente cominciando da me…

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giovedì 18 giugno 2020

San Josemaría


Il 26 giugno prossimo cade la festa di San Josemaría, il fondatore dell’Opus Dei. Tante considerazioni si affollano nella mia testa ma due punti in particolare meritano di essere chiariti.
Primo: il messaggio dell’Opus Dei è di un’originalità sorprendente. Per la prima volta nella storia della Chiesa sorge una realtà che non ha un fine caritatevole specifico ma si propone di riportare i comuni cristiani a quel livello di spiritualità che ha caratterizzato i primi tempi del cristianesimo. Ciò comporta un’introduzione alla vita contemplativa sorretta dalla Santa Messa quotidiana, l’orazione mentale, la lettura di testi teologici e di spiritualità oltre alla lettura del Vecchio e Nuovo Testamento, la recita del Rosario con un costante desiderio di offrire al Signore piccole rinunce e la sopportazione delle contrarietà della giornata con la percezione della presenza di Dio, con gioia e laboriosità, e così via..
Come si vede un programma impegnativo ma necessario perché la priorità da dare a Dio non deve restare un atteggiamento velleitario ma deve trovare spazio e tempo nella vita del cristiano che troverà così energie per lavorare bene, fare un buon uso del tempo e coltivare amicizie. In sintesi: cristiani con anima contemplativa e mentalità laicale, con una visione positiva della realtà creata da Dio, a patto che i beni terreni restino un mezzo e non un fine. Si apre così la porta a un nuovo umanesimo imbevuto di spiritualità.
Secondo punto: il cristianesimo non è un fenomeno teorico. Il cristianesimo è amicizia con Dio e, in particolare, con una persona: Gesù. I messaggi spirituali cristiani si sviluppano attraverso la vita concreta dei santi: Benedetto, Domenico, Francesco, Ignazio, Teresa e così via. Per comprendere e percorrere il cammino dell’Opus Dei è essenziale conoscere il Fondatore. Disponiamo non solo dei suoi scritti (che sono capolavori di spiritualità, a cominciare dal noto Cammino) ma anche di filmati che lo riprendono mentre parla con la gente. Questi documenti sono un tesoro perché illustrano lo stile della sua personalità e sono reperibili nel sito Opusdei.it nel settore dedicato a San Josemaría. Ogni volta che  vedo quei filmati sento una spinta a ricominciare daccapo il mio impegno nel corrispondere alla vocazione cristiana. E’ la prima volta nella storia della Chiesa che si dispone di un insieme organico di testimonianze filmate di un santo Fondatore. Conviene farne tesoro e, soprattutto in prossimità della sua festa: è bello rivedere San Josemaría che con tanta umanità ci parla delle cose di Dio.


sabato 30 maggio 2020

La Pentecoste


Fra pochi giorni si celebrerà la festa della Pentecoste che ricorda l’effusione dello Spirito Santo sulla Vergine e sugli Apostoli dopo 50 giorni dalla Risurrezione di Gesù. Il laico cristiano ha un modello di vita nel prezioso libro degli Atti degli Apostoli perché il rapporto con Dio di quei primi cristiani era di una consapevolezza esemplare.
Il rapporto con Dio dipende dalla Sua grazia e la Pentecoste conferma questo bisogno dell’uomo di ricevere l’aiuto di Dio. Basti pensare che gli Apostoli stessi, che pur avevano assistito a cose straordinarie dopo la Risurrezione di Gesù, trovano la forza di lanciarsi nella predicazione solo dopo la Pentecoste.
Ciò non ostante la fede presuppone da parte del cristiano un minimo di conoscenza della Rivelazione divina. Se si pensasse oggi di fare un’inchiesta su quanti cristiani sanno che esiste un libro chiamato “Atti degli Apostoli”, il risultato sarebbe prevedibile e sconcertante. Non si può amare ciò che non si conosce ed è evidente che occorre aumentare la formazione e l’informazione sui contenuti della fede cristiana.
Nella prossimità di questa festa posso chiedere allo Spirito Santo questa grazia: di saper essere un diffusore del Vangelo, anzi, per essere precisi, del Nuovo Testamento che è formato dai 4 Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere apostoliche di San Paolo e di altri Santi e l’Apocalisse. (E’ meglio precisare, tanto per capirsi).
E’ singolare che la nostra civiltà, che tutti concordemente definiscono originata congiuntamente dalla cultura greco-romana e da quella giudaico-cristiana, preveda nel sistema formativo una buona conoscenza dei classici greci e latini e non della Bibbia, cioè dell’Antico e Nuovo testamento. Se non sapessi che esistono l’Iliade e l’Odissea mi riterrei un ignorante mentre invece sto tranquillo se non ho mai letto i libri del Pentateuco o la Lettera a Filemone.
Che lo Spirito Santo mi illumini nel diffondere la Sua Parola.

giovedì 14 maggio 2020

La Comunione

“Mi spiego la tua ansia di ricevere ogni giorno la Santa Eucarestia, perché chi si sente figlio di Dio ha un imperioso bisogno di Cristo” (Forgia 830). Fra poco torneremo, in un modo o nell’altro, alla possibilità di assistere alla Santa Messa e di ricevere Gesù nella Comunione. Questo periodo travagliato ci ha consentito di riflettere sul nostro desiderio di ricevere Cristo. La consuetudine, un’inadeguata formazione religiosa, la cultura dominante e così via… ci hanno portati ad una concezione del cristianesimo come un semplice atteggiamento di bontà. Nell’epoca del selfmade man si è radicata l’idea che il cristiano è uno che è buono e fa il buono.
 Singolare è la risposta che dà Gesù al giovane ricco che lo interpella chiamandolo “maestro buono” (Marco 10). Gesù gli risponde: “nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio”. Non credo che Gesù abbia detto quella frase per santa pignolaggine. Se l’ha detta è per allontanarci dalla tentazione di pensare di essere buoni. Io non sono buono. Sono capace di qualsiasi cosa se Dio mi abbandona. Se voglio seguire la volontà di Dio ho bisogno del Suo aiuto. A san Paolo che si affliggeva perché faceva cose che non voleva, il Signore dice: “Ti basta la mia grazia”. La grazia è l’aiuto di Dio, un aiuto che viene dal di fuori di noi stessi anche se agisce nell’intimo della nostra coscienza.
Sento il bisogno di chiarire questo punto ora che stiamo nuovamente per accedere liberamente alla Messa e alla Comunione con Gesù. Un Dio che si dà da mangiare non è soltanto un Padre che ci raccomanda di essere buoni, è Cristo con cui mi devo identificare. Anche se mi pare ridicola l’idea che io mi possa indentificare con Gesù, devo desiderarlo, pur sapendo che è una meta irraggiungibile. Gesù scambiò il suo cuore con Santa Caterina da Siena e desidera farlo con ciascuno di noi e questa è una cosa diversa dal semplice desiderio di essere “buono”.
 Dio è altro da me. E’ vero che sono stato adottato come figlio suo, ma io sono un nulla rispetto a Lui ed è bene che questo mi sia ben chiaro. Gesù nell’Ultima Cena chiama “amici” gli apostoli e anche io sono nel numero, ma questa amicizia va coltivata. Questo è il mistero che circonda il cristiano che desidera di vivere in Dio come i pesci nell’acqua ma è appesantito dalle sue miserie e dalla distanza che c’è fra l’uomo e Dio. Il rapporto con Dio è la vita del cristiano, ma questo rapporto non è definibile a nostro piacimento ma dipende dalla sua grazia. Il cristiano è un “dipendente”, può essere anche un innamorato, ma c’è una dipendenza da Dio che non va dimenticata. Perciò c’è bisogno della preghiera, della Messa e della Comunione.
Sono verità fondamentali e ben conosciute ma sento il bisogno di ricordarle perché l’impegno di essere buono può essere traditore e farmi pensare che è qualcosa che decido da me. No. E’ il rapporto con Gesù che conta.

venerdì 8 maggio 2020

La Messa

“Senza la Messa Domenicale non possiamo vivere”. E’ la famosa testimonianza di martiri cristiani durante la persecuzione di Diocleziano nel 304. Mi è venuto in mente quest’episodio a proposito delle misure restrittive adottate dal governo italiano che ha vietato la celebrazione pubblica della Santa Messa per l’emergenza Coronavirus. Ci sono state delle proteste in proposito ma ho l’impressione che non siano state sufficientemente energiche e sentite dal popolo fedele. Diciamolo pure: mi pare che ci sia una differenza tra la fede di quei primi cristiani e quella che si vive oggi. 
 A me è caro l’insegnamento di San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, che attribuiva al normale laico cristiano “mentalità laicale e anima sacerdotale”. Altre volte diceva che dobbiamo essere “contemplativi in mezzo al mondo”. Lui stesso aveva un profondo senso mistico (“mettiti nelle piaghe di Cristo Crocifisso” scriveva in Cammino 288) perfettamente compatibile con la santificazione del lavoro ordinario e dei doveri quotidiani del cristiano normale.
 Ho l’impressione che vada ribadito questo insegnamento di San Josemaría.
 L’episodio di Marta e Maria nel vangelo è significativo. Marta non fa delle cose cattive, sta preparando da mangiare per Gesù e i discepoli, ciò non ostante Gesù la rimprovera lodando Maria che è ferma in ascolto del Maestro.
 Se Marta è considerata santa è perché ha seguito l’esempio della sorella Maria mettendo a frutto l’insegnamento di Gesù. Non ha senso quindi, da parte dei cattolici, dire: io mi attengo allo stile di Marta e mi dedico alla vita attiva. Marta è stata rimproverata. Si può essere invece dei contemplativi come Maria operando efficacemente.
 Padre Pio, San Francesco, Santa Caterina da Siena e altri santi sono stati dei mistici, portatori delle stimmate di Gesù, che hanno operato intensamente. Non c’è contraddizione fra contemplazione e azione. Viceversa, dedicandosi prevalentemente all’azione e trascurando l’identificazione con Cristo, si diventa superficiali e, alla fin fine, egoisti.
Perciò avere una sana mentalità laicale significa per il cristiano avere gli stessi sentimenti di Pio, di Francesco e di Caterina e nello stesso tempo sposare pienamente la propria condizione e lo stile di vita proprio di un laico.
Siamo circondati da una mentalità secolarizzata che dà importanza all’azione caritativa trascurando il desiderio di essere un altro Cristo. Devo reagire e continuare a chiedere a Gesù di darmi il Suo Cuore, come fece con Santa Caterina. Sono nulla, non so nulla, non posso nulla ma, grazie alla preghiera, posso essere un vero cristiano.

venerdì 17 aprile 2020

Felice come una Pasqua

“Felice come una Pasqua”. E’ un modo di dire per descrivere una persona  molto contenta. Ma, una volta tanto, il modo umano di esprimersi allude a qualcosa che non è solo umana. La Pasqua è la radice di ogni felicità. Almeno per il cristiano è così. Per farsi capire bene San Paolo afferma in modo scioccante che “se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.” Anzi ci aggiunge un carico da novanta dicendo “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini…(e aggiunge) mangiamo e beviamo perché domani moriremo.” Vale la pena andarsi a rileggere il capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi perché San Paolo dice molte altre cose per confermarci nella fede nella risurrezione di Cristo.
Il cristiano ha motivo di gioia, o di allegria, o di buon umore, o di visione positiva (diciamo come vogliamo) perché sa che questo mondo è creatura di Dio. E questo è il primo motivo.
Il secondo motivo è ancora più forte e profondo, ed è che Gesù è davvero risorto dai morti ed è la “primizia” cioè è il battistrada della nostra stessa risurrezione. Fede. E’ questione di fede. Tanto più aderiamo alla fede, tanto più saremo felici e non avremo paura né della vita né della morte e nemmeno del coronavirus.
Sappiamo bene che dobbiamo morire e che il dolore è un nostro compagno di strada ma Gesù ha vinto la morte e ha dato un senso al nostro dolore.
Perciò non è un optional essere felici come una Pasqua. Se non lo sono è per la mia stoltezza e superficialità.

sabato 11 aprile 2020

Il dolore e la gioia

L’atteggiamento del cristiano davanti alla sofferenza può essere quello coraggioso che fa dire: “benvenuto dolore, cosa sei rispetto a quello che ha provato Gesù? A Lui mi unisco per sopportarti anche se fai male”. Poi, e nella stessa persona, può apparire il momento di cedimento: “Basta Signore, non ce la faccio più”, semmai piangendo come un bambino. Nell’uno e nell’altro caso Gesù ci ha preceduto. Quando dice: “ Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”, vuol dire che avverte un cedimento, anche se la volontà resiste (sia fatta la Tua volontà). Fortezza e cedimento fanno parte della nostra storia e il bello è che è una storia che ha Gesù per compagno.
Ieri c’è stato il Venerdì Santo. Al nero della morte di Cristo si aggiunge il nero delle nostre sofferenze. Si vive il momento più nero. Il Sabato Santo che non ha liturgia è come il tempo sospeso in attesa che la Verità si riveli. La verità è che la sofferenza per amore è feconda, che sarà asciugata ogni lacrima, che la gioia è possibile e ci sarà.
Ringrazio Dio del dono di Gesù Cristo. Che sarebbe la mia vita senza di Lui. Posso essere consapevole del mio nulla mentre ascolto i Suoi suggerimenti, mentre mi arriva dalle mani di Sua Madre il conforto giusto per vivere secondo Dio. Santa Caterina era innamorata di Gesù (Gesù dolce, Gesù Amore: erano le parole con cui concludeva le sue lettere) e i santi sono degli apripista. Domani festeggeremo la Risurrezione assieme ai santi, ai nostri amici e alle persone morte a cui abbiamo voluto bene. La gioia è possibile, la gioia è sicura.

lunedì 6 aprile 2020

L'arte della convivenza

In questo periodo ognuno di noi è chiamato a praticare una particolare virtù che si potrebbe definire “l’arte della convivenza”. Tutti stiamo molto più tempo a contatto con i componenti del nostro nucleo familiare, accorgendoci sempre più dei loro difetti e abituandoci alle loro virtù, tanto da darle per scontate e invisibili.
Su questo tema non penso di essere un maestro ma ho conosciuto dei maestri e ne voglio accennare, a rischio di dire cose ovvie… Chiamare quest’attitudine “arte” già può essere fuorviante perché l’arte presuppone un impegno personale, e invece in questo caso si tratta di un’arte che sconfina col divino,  che è l’arte del saper voler bene. Ho conosciuto tante persone che sono un modello in questo campo ma una in particolare mi ha trasmesso molto e ha inciso sostanzialmente nel mio atteggiamento verso gli altri. La prima volta che incontrai San Josemaría Escrivá avevo 19 anni ed ero ansioso di conoscere colui che tutti chiamavano “il Padre”. Rimasi sconcertato perché, pur essendo noi una trentina di persone, il Padre stabilì subito un clima di naturalezza, di famiglia, senza alcun aspetto cerimonioso o artificiale. Il Padre era un padre talmente contento di stare con i suoi figli da scherzare con un buon umore straripante  e guardando ognuno come un tesoro inestimabile. Alla fine dell’incontro avevo le lacrime agli occhi ma non sapevo se erano di commozione davanti alla fede tangibile del Padre o per le risate incontenibili. Quell’incontro è restato come un punto fermo nella mia memoria e ha definito in me qual è l’atteggiamento di un cristiano rispetto alle persone che ha intorno. Per il Padre era evidente che ognuno di noi era un capolavoro di Dio, che avevamo doti che ci consentivano di fare qualsiasi cosa, ed eravamo meritevoli di tutto l’affetto di questo mondo (senza smancerie, va precisato). Io ero abituato all’atteggiamento napoletano naturalmente benevolo e divertito nel trattare gli altri ma qui era un’altra cosa, c’era la fede che vedeva “scorrere nelle nostre vene lo stesso sangue di Gesù”. E’ un’espressione che lo stesso Padre usò per spiegare quanto bene ci volesse. Siamo di fronte alle virtù teologali della fede e dell’amore e allora è chiaro che ci vuole l’aiuto di Dio e parlare di arte significa eventualmente aggiungere quel pizzico di originalità proprio di ciascuno, ma, sia chiaro, la forza proviene dall’aiuto di Dio.
Siamo entrati in un clima soprannaturale ma è bene chiarire che noi non siamo buoni (come Gesù stesso precisò includendo se stesso)  ma è il Signore che ci aiuta ad essere buoni, perciò è necessario partire da qui.
Certo ci sono persone simpatiche che per carattere ti rendono la vita gradevole senza mettere in ballo la fede e l’amore, ma è chiaro che c’è un limite. Se non c’è l’amore incondizionato si resta sempre in una zona limitata e circoscritta. I santi lo testimoniano: erano uomini di Dio che agivano per conto di Dio, mai dei semplici operatori sociali.
Ora che è chiaro con quale amore dobbiamo guardare gli altri, osserverei che non possiamo amare una persona se non ne abbiamo stima. Se la convivenza diventa difficile (può trattarsi della moglie, di un genitore, di un fratello, ecc…) conviene fermarsi a considerare le sue virtù, rendendosi conto che, se sta lì, vuol dire che merita la mia considerazione per tanti motivi. E’ un punto importante. Non devo disprezzare nessuno ma vederne le qualità. San Josemaría diceva scherzando che gli estranei considerano uno sporcaccione il bambino che si mette le dita nel naso, mentre sua madre pensa: diventerà un ricercatore… Ognuno ha la sua personalità e condizionamenti: lo sguardo d’insieme su di lui (o lei) mi aiuta ad accettarlo così com’è. Accettare, accogliere, questo è il punto. Per correggere c’è tempo…
Per essere sicuri che il rapporto con una persona sia buono, oltre alle considerazioni teologiche, un test è significativo. Rido con quella persona? Scherzo con lei? Il rapporto è disteso? O bisogna puntualizzare ogni cosa, complicando inutilmente il rapporto?
Naturalmente da parte mia devo essere sereno e, possibilmente di buon umore, anche se la mattina, da solo, ho pianto pensando che non ce la faccio più ad andare avanti. La serenità e l’accoglienza dipendono da me e ci devono essere, altrimenti tutto è inutile. Più che tante doti, la serenità è il contesto indispensabile con cui mi rapporto con gli altri. Saper volare alto sopra le asperità della convivenza senza impigliarmi nelle cime degli alberi.. Non a caso si dice “sorvolare”. Perciò, oltre alla fede e l’amore di fondo, la gerarchia delle virtù prevede: serenità e stima.
Mi sembrano ridicole queste regolette sovrapposte ma è necessario ripeterle  perché a volte i rapporti umani si deteriorano mentre si trascurano queste fondamentali regole della buona convivenza.
Valorizzare gli altri. Assieme alla stima va l’incoraggiamento a compiere grandi piccole imprese: tentare un concorso, intraprendere un itinerario professionale impegnativo o semplicemente migliorare in qualche virtù. Ricordo ancora la voce di san Josemaría quando dice in spagnolo: “tú que tienes un corazón grande, una cabeza imponente”. Tu che hai un grande cuore, un’intelligenza eccezionale…
Saper festeggiare. L’impegno sì, ma la festa fa parte delle esigenze dell’animo umano. Festeggiare qualcuno è un modo solido per dimostrare che ci vogliamo bene.
Essere servizievoli. Non ci sono compiti indegni per noi. Dobbiamo essere pronti a lavare per terra, andare a fare commissioni, scendere in farmacia.
Quando qualcuno è malato deve sentire il calore della comprensione. Il malato ha bisogno di essere curato ma anche capito, senza capricci o stranezze, ma va capito e fiancheggiato. Non si cura la malattia, si cura una persona..
Se abbiamo il dovere di correggere dobbiamo pensare che la correzione sarà efficace nella misura in cui la persona si sente amata. Con San Josemaría le correzioni venivano accolte con gioia perché era chiaro che ti voleva un bene dell’anima. 
Ognuno di questi capitoletti equivarrebbe ad un trattato, ma la sintesi può servire…

domenica 29 marzo 2020

Il dolore

Per un po’ di tempo non ho scritto nulla perché il 10 febbraio mi hanno sostituito la valvola aortica, un’operazione ormai di routine ma che comporta una lunga convalescenza. Come sempre, la sofferenza e le umiliazioni (il paziente “oggetto") non sono mancate ma, come sempre, le sofferenze e umiliazioni avvicinano a Cristo. Mi è capitato  di riflettere su questa pedagogia anzi questo stile di Dio. La mangiatoia dove fu deposto Gesù, che è diventata un simbolo poetico,  in realtà, diciamolo pure, faceva schifo anche se san Giuseppe l’avrà sistemata nel miglior modo possibile. La via Crucis è uno spettacolo angosciante e le parole di Gesù in un bel contesto campestre sono state: “beati quelli che piangono…” con quel che segue. Insomma seguire Gesù significa una gran bella cosa nel cuore e nella testa ma anche un percorso sconveniente da un punto di vista umano. Eppure è innegabile la felicità dei santi. Nei mistici  è particolarmente evidente: Santa Caterina da Siena rifiutava di mangiare tanta era la gioia di stare unita al suo Sposo, mentre da un punto di vista pratico ha fatto per la sua epoca più dei politici suoi contemporanei. Basti pensare al ritorno del Papa da Avignone a Roma: una decisione difficile sostenuta soprattutto dal carisma della Santa. Sofferenza e gioia, morte e vita. Entrare in questo mistero aiuta a capire il senso del nostro passaggio sulla terra.
L’uomo istintivamente va alla ricerca di benessere materiale, di soddisfazione di ogni suo appetito. Il Signore da parte sua fa maturare la coscienza fino a capire che il sacrificio di sé per amore è l’unica via per una vita umana felice. L’incontro col dolore e l’umiliazione per un cristiano è essere ammessi ad accompagnare Gesù sulla Croce e quindi partecipare delle gioie della Risurrezione. Stranamente dove sembra che la vita venga stoppata ne esce invece purificata capace di riconoscere le vere gioie di Dio.
Il dolore è sempre dolore, il dolore fa male, ma viene riscattato dall’unirsi a Cristo. In questi giorni di ospedale, quando la testa non è tanto lucida, mi hanno aiutato due punti fermi: Gesù e Sua Madre, basta. Il dolore restava dolore ma era accompagnato, aveva un valore. Spero che il tempo che mi resta da vivere, gran regalo del Signore, sia impegnato in cammini di dono di sé, di cammini d’amore. Ciò che conta è essere innamorati. Voler bene è l’unica cosa che vale. Il finanziere Soros e i suoi colleghi fanno una figura meschina di fronte a una madre di famiglia che si prodiga e sa amare. Il primo fa notizia, la seconda fa la Storia con la S maiuscola.
Sono tornato a casa e ho trovato la situazione ben descritta dai mezzi di comunicazione. Un evento epocale che ci riunisce tutti in un'unica situazione e destino. La preghiera di Papa Bergoglio da San Pietro del 27 marzo è stata una scena indimenticabile con più quadri che restano incisi nella memoria. Per me resta il profilo di Gesù in primo piano mentre accanto la pioggia cade copiosa. Ancora lo stesso messaggio. Il Signore soffre con noi un dolore che sembra totale, anche il cielo piange. Ma verrà la risurrezione, torneremo a ridere, tornerà il sole. Ma non saremo gli stessi di prima. Saremo più saggi, più comprensivi, meno attaccati alle cose materiali, con più fede in Dio.

lunedì 3 febbraio 2020

Prima dell'intervento

Alla vigilia di un intervento chirurgico al cuore (10 febbraio) rendo conto di alcune riflessioni:

Il principale incontro della mia vita è stato con San Josemaría Escrivá. E’ stato come spalancare un portone che introduce all’intimità con Dio. Prima, almeno questa è la mia impressione, non avevo capito niente. La testimonianza del Padre (così lo chiamavamo) era che il rapporto con Dio è un’avventura d’amore, di allegria e di poesia. La sua vita contemplativa era affascinante. Si capiva che il rapporto con Dio può sembrare pesante solo se è distante. Invece più ti avvicini a Lui più il cuore si riempie di gioia e si apre agli altri.
 Mi sembra meschina la vita che avrei vissuto senza questa luce e questo calore. Resta il desiderio di trasmettere agli altri questa esperienza e dire “non vi fate suggestionare dall’egoismo predicato dalla cultura dominante. Non andate appresso ai soldi a tutti i costi e alle carriere brillanti, a quella che vien chiamata la “propria realizzazione””. La vera realizzazione è saper amare: un’arte che non s’impara mai definitivamente. Siamo tutti apprendisti dell’amore. Perciò mi piace Napoli, la Sicilia e, in generale, il Sud: lì la cultura sterilizzante del curare esclusivamente i propri interessi è arrivata in modo mitigato. Certamente in quelle terre non mancano esempi di malavita ma le persone buone lo sono davvero. Lì trovi il senso dell’ospitalità, del valore del tempo passato con gli amici, i grandi gesti di generosità. Chiaramente il problema non è la latitudine ma la capacità di non farsi influenzare dalla cultura individualista che spinge a cercare solo i propri interessi.
Il fuoco originario del vero amore è Gesù. Proprio oggi riflettevo sulla esplosione dell’amore di Dio che scoppia nell’Ostia consacrata. L’Amico che muore per darsi da mangiare, come predisse Gesù creando scandalo e sconcerto. Con un Dio che vive i misteri dolorosi per poi arrivare ai gloriosi, quante cose s’imparano per vivere in modo radioso, poetico. I santi sono stati poeti. Lo erano San Francesco, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa… tutti. E lo era San Josemaría che, arrivato a settant’anni, scherzava dicendo “trovatemi un vecchietto della mia età che vi parli d’amore come faccio io”. Le sue omelie sono un capolavoro di letteratura pur essendo prive di orpelli letterari. Le registrazioni delle sue tertulie con migliaia di persone sono uno spettacolo di comunicazione religiosa: divertenti e piene di contenuti.
Tutti alla fine della vita, e alcuni prima, dobbiamo passare per i misteri dolorosi e per l’orazione di Gesù nell’Orto degli ulivi, ma dopo vengono i misteri gloriosi pieni di fecondità e di vita. 
Con quest’animo mi preparo all’intervento e scrivo queste cose per ringraziare tante persone che, invece di curare esclusivamente i loro problemi, si stanno dimostrando vicine oltre ogni aspettativa.

martedì 28 gennaio 2020

Il rapporto con Dio

L’inizio di un anno nuovo è sempre occasione di riflessione. Il bisogno di festeggiare il Capodanno in forma più o meno collettiva e rumorosa ha un valore catartico, come se ci si volesse liberare delle scorie dell’anno vecchio per intraprendere con purificato slancio l’anno nuovo.
 Per me gli anni passati sono abbastanza per fare un bilancio e la domanda che mi pongo è come sarebbe stata la mia vita se non avessi detto sì al Signore, se non avessi abbracciato con totale dedizione il cristianesimo (salvo un carico di lacune e tradimenti pratici).
 La domanda è: perché non si capisce immediatamente che la vita di un cristiano è di gran lunga più felice di quella di una persona che ignora Dio?
 Credo che sia facile capire che la vita senza Dio è infelice. Resto in balia di me stesso, dei miei stati d’animo, del mio egoismo. La frase di Sant’Agostino rimane come simbolo: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.
  Certo si può obiettare che chi sa amare vive uno stato di grazia. Papa Benedetto nella Spe Salvi giunge a scrivere questa frase “Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore,  quello è un momento di redenzione”. La parola redenzione in bocca a Ratzinger ha un valore chiaro: un rapporto immediato e filiale con Dio. La conclusione è che chi ama lascia che la forza di Dio operi in lui, sia che faccia professione di fede cristiana che non la faccia. San Paolo è così esplicito da arrivare a dire che la fede senza l’amore è morta. Resta comunque la conclusione che chi resta in balìa di se stesso naviga in cattive acque.
Perché allora la felicità di chi crede in Dio non è sempre evidente? Una bambina, all’uscita di una chiesa dove aveva visto tutti seri, chiese alla mamma: “Ma gliel’hanno detto che Gesù è risorto?”. Nietzsche da parte sua diceva: ”Crederò nel Salvatore quando vedrò i cristiani con la faccia dei salvati”.
  Credo che occorra superare l’idea che per aderire alla chiamata di Gesù basti un generico sì, scelgo la casacca del cristiano. Il rapporto con Dio non è una casacca, un club o un partito. Il rapporto con Dio deve essere stretto. Più stretto è meglio è. Un faro sono i mistici. Santa Caterina che firma le sue lettere con “Gesù dolce, Gesù amore”. Santa Teresa d’Avila imprenditrice del suo ordine e poetessa “Muero porque no muero..”. San Francesco che nel Cantico delle Creature spalanca il nostro cuore. Questo è il mio punto d’arrivo e ci arriverò solo se lascio operare la grazia di Dio in me senza mettere ostacoli. Un continuo alimento spirituale attraverso i sacramenti e la preghiera, evitando l’unica cosa che so fare da me: mettere barriere fra me e Dio.