venerdì 26 novembre 2021

Napoli

 Siamo così abituati a considerare Napoli unica nel suo genere che quasi non ci meravigliamo più quando consideriamo le sue caratteristiche specifiche. Il carattere delle persone, la loro propensione alla benevolenza, all’accoglienza, all’allegria spiritosa. Gli sfizi napoletani nel mangiare sono noti in tutto il mondo e sono innumerevoli. La più nota è la pizza, ma ci sono le sfogliatelle, il babà, i famosi sughi al ragù e alla genovese (naturalmente sconosciuto a Genova), il casatiello pasquale e tante altre specialità. Le bellezze naturali ci sono e restano mozzafiato anche per chi ne è abituato… ma mi è capitato di riflettere su un fenomeno particolare napoletano : le canzoni, che abbondano in quantità e in qualità sconosciute in altre parti del mondo. Forse in Andalusia esiste qualcosa di analogo ma in tono minore. Oggi c’è un’opportunità nuova che è la musica su YouTube. Mentre da ragazzo per sentire una canzone bisognava ascoltarla alla radio, che ti regalassero un disco o sentirla cantata dalla cameriera intenta alle pulizie del piano di sopra, ora basta cercare su YouTube e trovi centinaia di canzoni napoletane, tutte di prima fila, che, devo ammettere, mi aiutano nei momenti di scarsa voglia di lavorare. Tanta abbondanza fa riflettere. Cosa c’è, perché succedono queste cose a Napoli e non altrove? Subito viene in mente qualche motivo storico: i teatri lirici all’avanguardia nel passato, i compositori di musica classica, il clima, la tradizione… tutti motivi veri e fondati ma il fatto resta: i napoletani, con i loro difetti, sono speciali. Hanno cuore: diciamolo pure. C’è una civiltà dell’amicizia, della convivenza e del buon umore che non sono qualità da poco. Napoli predispone alla fede, alla speranza e alla carità: nientemeno le tre virtù teologali, che sono un dono di Dio ma trovano qui un terreno favorevole. Per questo io credo (è una mia convinzione personale) che Napoli sia oggi come era Corinto ai tempi di San Paolo. Una città tumultuosa, un porto di mare, ma resta l’ispirazione dello Spirito Santo (Atti degli Apostoli, 18): “Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e … in questa città io ho un popolo numeroso».”

 


venerdì 5 novembre 2021

Ebbene sì

 Ebbene sì, non sono soddisfatto del mio essere cristiano. Per troppi anni ho vissuto in una società che pone Dio in una posizione ridicola all’interno della propria vita. E va a finire che anch’io corro questo rischio. Vedo molti che si rallegrano per piccole cose ma soprattutto si affliggono per tante cose di cui non vale proprio la pena. Insomma la vita, fuori di una visione di fede, diciamolo pure, è una vita SBALLATA.

Voglio una vita spericolata, cantava una nota canzone, ebbene mi pare che molti vivono in maniera pericolosa per sé. Altro che Steve McQueen!

Parto dalla mia esperienza. A un certo punto della mia vita ho deciso di basare la mia vita su scelte di fede. Non mi fermo ai dettagli. Sta di fatto che quando mi metto davanti al Signore, per un po’ soffro dell’agitazione interiore comune a tutti. Poi a un tratto mi fermo e mi rendo conto che mi sto muovendo come in un tubicino mentre attorno a me c’è uno splendore di luce e un calore di amore. Vedo che tutti gli acciacchi, le preoccupazioni, le ansie per le sofferenze altrui, non solo le mie … si sciolgono davanti all’abbraccio di mio Padre Dio.

Allora trovano il loro senso le parole di Gesù che sembrano troppo crude quando si leggono a freddo. 

“Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37)

“Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me dissipa” (Mt 12)

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.” (Gv 6,51)

Gesù non mi dice: ti mostro la strada… Dice. Io sono la via. Non dice: ti insegno la verità ma io sono la verità. Non dice: ti porto la vita ma io sono la vita. Non dice: Io ho visto il Padre e ti racconto del Padre ma: chi ha visto me ha visto il Padre.

La conseguenza è che la fede non consiste in qualcosa di psicologico, come comunemente si crede, ma significa stare in una reale relazione e connessione: non vivo più come me stesso ma è Cristo che vive in me.

Dio è Padre e Cristo è il suo farsi presente, la sua apparizione.

Potrei continuare con frasi conturbanti, frasi comunemente messe dalla memoria in comode nicchie perché vadano prese sul serio fino a un certo punto…

Sta di fatto che mi sento un principiante: un principiante abbastanza ridicolo perché sono anni che rifletto su queste cose. Poi mi consolo perché è la pedagogia di Dio che mi mette nel ridicolo. Come posso dire: io sono un altro Cristo, sono lo stesso Cristo? Sento che faccio ridere una platea immensa eppure Gesù mi prende per mano e, con infinita pazienza, mi porta avanti…

 


 

lunedì 18 ottobre 2021

Buon umore

 
Durante l’intervento al Meeting di Rimini sulle canzoni napoletane (notare l’importanza dell’argomento) mi è capitato di dire che i napoletani hanno un imperativo categorico, come quello di Kant, che sostiene che il buon umore è una condizione necessaria per vivere bene.
 

A dire il vero è l’unico concetto che i miei amici ricordano del mio intervento, ma non mi dispiace. A Napoli stare di cattivo umore è considerato sconveniente mentre il buon umore e le battute di spirito sono apprezzati e provocano risposte in sintonia.

In realtà prendere le cose che capitano non troppo sul serio e vederne l’aspetto relativo, finanche umoristico, predispone alla visione cristiana della vita perché non pone i valori umani come assoluti ma se ne vedono i limiti e se ne può ridere. Non occorre essere napoletani per assumere questo atteggiamento. Basta essere cristiani.

Il cristiano sa che tutto dipende dalla grazia di Dio. Sicuramente gli tocca impegnarsi, prevedere, realizzare progetti, ma sa anche che ciò che conta è la volontà di Dio. La sua preghiera è confidenziale e fiduciosa: le risposte di Dio vanno ascoltate nel silenzio del cuore con umile attenzione. Alle volte Dio ci ispira chiaramente, altre volte ci fa comprendere la Sua volontà attraverso i fatti della vita. Il cristiano sa di essere una creatura che dipende e che non tocca a lui l’ultima parola.

Chi non vive di fede subisce l’angoscia di pensare che tutto dipende dai suoi sforzi. Questa è una malattia contemporanea. Viceversa, sapere che, oltre al necessario impegno personale, tutto dipende dal Signore, dà una serenità che si esprime nella preghiera fiduciosa.

In fin dei conti l’uomo di fede assomiglia al napoletano classico perché sa che il risultato non dipende da lui e sa sorridere della sua insufficienza. Insomma per chi crede in Dio l’umorismo è un compagno di viaggio.


mercoledì 6 ottobre 2021

 Gesù rimprovera Marta che si lamenta dell’assenza della sorella Maria rapita dalla presenza del Signore. “MartaMartatu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore”.

 Oggi è l’anniversario della canonizzazione di un santo che ha contribuito fortemente alla comprensione del rimprovero di Gesù. La santificazione del lavoro, che è lo stile del suo insegnamento, è possibile solo vivendo la dimensione contemplativa di Maria. Avvicinarsi all’Opus Dei significa ricevere un impulso a lavorare e studiare bene ma contemporaneamente a chiarirsi un punto: che la vita dello spirito ha bisogno di alimentazione come quella del corpo. 

  L’alimentazione spirituale che San Josemaría proponeva prevede da una parte la riscoperta dei Vangeli, che ogni giorno vanno letti per qualche minuto. Poi c’è la letteratura spirituale cristiana che è immensa e va dagli scritti dei santi a quelli dei teologi alla Ratzinger (la sua introduzione al cristianesimo è un capolavoro): almeno dieci minuti sono necessari, non di più perché bisogna lavorare. Ma come si fa a trascurare il vero tesoro del cristiano che è la possibilità di comunicarsi col corpo e sangue di Gesù? Questo è il centro della vita spirituale. Allora occorre trovare la maniera di andare a Messa ogni giorno… e così continuando si scopre che c’è una tavolata di cibo spirituale che regge il confronto con la buona cucina.

  Queste pratiche sono compatibili con una vita intensa di lavoro e studio, di impegni familiari e sociali, e hanno un effetto molto semplice: tornare bambini, come raccomandava Gesù, e ad avere con Lui un rapporto immediato e continuo. Esternamente si potrà avere anche un buon prestigio professionale ma internamente c’è questa continua comunicazione con Gesù con gran semplicità.

  Un messaggio del genere non è di immediata comprensione per la cultura moderna che privilegia il fare ancor più di Marta, mentre la felicità sta lì: quando la creatura è in sintonia con il Creatore e vive per fare la Sua volontà.

 


venerdì 17 settembre 2021

Amore trascinante

 Col tempo mi sto rendendo sempre più conto che devo rettificare la concezione che ho della vita cristiana. Da piccolo mi hanno instillato l’idea che essere cristiano vuol dire “comportarsi bene”. “Ma come: hai fatto la comunione e ti comporti in questo modo!”. Penso che molti di noi hanno ricevuto un rimprovero del genere. Questo è solo l’inizio. Col passar del tempo i cosiddetti “doveri” mi sono stati imposti: soprattutto per ciò che riguarda lo studio e il lavoro. Una bella sorpresa è stata l’incontro con l’insegnamento di San Josemaría Escrivá in cui si parla, è vero, di santificazione del lavoro, e della necessità di farlo bene, ma la motivazione non era più il “dovere” ma l’amore. Il lavoro professionale e gli impegni quotidiani sono inquadrati in un contesto di un appassionato amore per Gesù. Per la precisione si tratta solo di una nostra corrispondenza perché la benzina, l’energia dell’amore è lo Spirito Santo. San Paolo dice nella lettera ai Galati: “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”. Questa presenza di Dio in noi si manifesta in un amore trascinante per gli altri che ha come motivazione la corrispondenza all’amore di Dio.

Mi chiedo: quanti cristiani hanno la consapevolezza pratica che è l’amore il primo comandamento? Quanti vivono in famiglia col desiderio di far conoscere l’amore di Cristo attraverso l’affetto che dimostrano a ciascuno nella vita di ogni giorno? Quanti confondono la decenza con il cristianesimo e ritengono legittimo il giudizio spietato nei confronti degli altri? Il cristiano è allegro, comprensivo, sa sorvolare sui piccoli o grandi torti di cui è oggetto, non pensa a se stesso se non per lo stretto necessario, per il resto si prodiga per gli altri. E allora sì che santifica il lavoro e i doveri della vita quotidiana. Come si può pensare di vivere il cristianesimo con lo stile di una zitella acida? Chiedo perdono alle zitelle ma esiste un modello di donna nubile di età avanzata specializzata nel prendere tutto nel verso storto e nello sparlare del prossimo, senza contare che esistono bei giovinotti maschi che fanno peggio. La nostra vocazione cristiana ci invita a far lavorare Gesù in noi in modo da essere la gioia di chi convive con noi, in casa e fuori.

Gesù, quando descrive il giudizio universale, considera fatta a Lui, personalmente, ogni attenzione buona. Questo è il metodo, lo stile cristiano.




martedì 7 settembre 2021

Mandulinata

 Mandulinata a Napule. Così si è chiamata la serata del 23 agosto 2021 al Meeting di Rimini che intendeva sottolineare il valore spirituale delle canzoni napoletane che don Giussani consigliava con determinazione. Intanto c’è da dire che il fenomeno delle canzoni napoletane ha qualcosa di unico. Lo stesso don Giussani rimase sorpreso quando dei bonzi giapponesi gli raccontarono che cantavano anche “musiche occidentali”, per esempio “Torna a Surriento”. Viene quasi da ridere ma don Giussani non rise e capì le motivazioni di quei monaci.

 A fine ottocento si inaugurò la funicolare sul Vesuvio, un evento da ricordare senz’altro; ma da qui a pensare che la canzone commemorativa si diffuse in tutto il mondo dove tutt’ora si canta “Jamme Jamme Jamme Jà, funiculì funiculà…” è un episodio che fa capire che in questa città c’è una vena creativa musicale unica.

Nella stessa canzone che fa da titolo ( Mandulinata a Napule ) c’è un verso che dice “stasera ammore e Dio song’una cosa”. Un’affermazione che trova totale rispondenza nella teologia. San Giovanni evangelista afferma nella sua prima lettera che Dio è amore (Deus Caritas est) e Papa Benedetto ne ha fatto il titolo di un’enciclica.

Nella storia della canzone napoletana ci sono mille episodi spassosi e tristi che la costellano e alcuni ne sono stati rievocati nella serata del 23 agosto che si può rivedere su YouTube cliccando: https://www.youtube.com/watch?v=2o-az9KB2xs. Sempre su YouTube si può sentire il grande Lucio Dalla che parla in modo entusiastico dei napoletani e cita Salvatore di Giacomo accostandolo a Petrarca.

E’ un modo per rievocare serenamente lo spirito di una città che fa del buon umore un imperativo   categorico...



domenica 29 agosto 2021

Il feeling con Gesù

 Nella mia vita spirituale vengono momenti di particolare chiarezza come accade a ognuno di noi. Un particolare da sempre conosciuto assume una nuova evidenza
e può diventare anche il
 leitmotiv della vita interiore per mesi o anni.

Per me sta avvenendo così per la cosiddetta “presenza di Dio”. Sappiamo tutti  sin dall’infanzia che è bene per un cristiano sentirsi al cospetto di Dio in ogni momento della propria vita.

 

 La frase di Gesù “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Giovanni 6,53) è stata sempre considerata al momento di parlare del Sacramento dell’Eucarestia, che la teologia sacramentaria pone al proprio vertice. Nella coscienza popolare però resta presente l’obbligo di comportarsi correttamente piuttosto che la ricerca di un continuo feeling con Gesù, tanto per esprimermi in termini contemporanei. Dai tempi dell’egemonia britannica puritana nella cultura occidentale viene riservata una particolare attenzione al sesto comandamento e a tutte le sue implicazioni e sfumature: non guardare, non toccare, non pensare… Tutte cose giuste ma che non possono diventare il tema centrale della morale cattolica. Quando si deve pubblicizzare un programma erotico viene utilizzata l’immagine della mela morsicata mentre l’episodio dell’albero della conoscenza del bene e del male è riferito a tutt’altro: alla disobbedienza a Dio che aveva proibito di mangiarne. Il sesso non c’entra. Questo tipo di interpretazione porta a identificare il rapporto con Dio con la morale, in particolare con la morale sessuale, con il disprezzo di ciò che è materiale, con effetti dannosi. Tutti abbiamo sentito dire che ciò che è buono è sempre un peccato, anche se stiamo parlando della cassata siciliana.

 

  Mi sembra che vada sottolineata invece l’intenzionalità di Gesù di “dimorare” in noi. Un’intenzionalità che non “accompagna” l’Incarnazione di Cristo ma ne è il fine. La riparazione del peccato dell’uomo va di pari passo con la riconciliazione con Dio, come continuamente ripete il Nuovo Testamento. L’uomo riconciliato può vedere Dio guardando Gesù (“Filippo, da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto! Chi ha visto me ha visto il Padre!” Gv 14). La condizione del cristiano è di poter continuamente relazionarsi con Gesù. Può “mangiarlo”  nella Comunione, può parlargli giorno e notte. Non è immediato sentirne le risposte ma col silenzio interiore e l’atteggiamento di ascolto Gesù comunica ispirazioni e affetti. Chi vive così sarà mosso dal Dio che vive in lui e non solo non farà concessioni al disordine sessuale ma sarà amabile con i parenti, sarà una persona che farà felice chi ha vicino.


mercoledì 18 agosto 2021

Per il Meeting: Mandulinata a Napule

 Per mera bontà degli organizzatori sono stato invitato al Meeting di Rimini 2021 (23 agosto) per parlare dell’aspetto umano e spirituale delle canzoni napoletane che don Giussani apprezzava. 

La cultura napoletana è universale perché è una cultura del cuore priva di filtri, perciò appartiene a tutti, anche a coloro che racchiudono il proprio cuore fra pudori dettati dalle convenzioni. Nel senso migliore del termine la cultura napoletana è senza pudori. Il napoletano non vede perché debba nascondere il suo stato d’animo, le sue simpatie o le sue antipatie che provvede a trasformare in capacità sfottitoria. In questo caso le antipatie si fondono con la capacità di ridere per qualsiasi cosa. Anche per il napoletano c’è un imperativo categorico: bisogna prendere tutto con buon umore. Da ciò deriva il senso di gradevolezza che accompagna l’accento napoletano: subito si diventa disposti a sorridere.


Per motivi storici Napoli è una città musicale. E’ qui che sono nati i conservatori che in origine erano centri di raccolta di orfani e ragazzi poveri. Con il tempo si vide che conveniva insegnare canto e musica in questi centri perché si apriva uno sbocco professionale ai giovani che potevano diventare musicisti, cantanti o semplicemente posteggiatori (quei gruppi musicali che ora cantano nei ristoranti e che in origine cantavano davanti alle Poste).  In origine c’erano quattro conservatori in città che ora sono stati unificati.  Mozart venne a Napoli considerandola una città della musica. Il teatro San Carlo è del 1737 mentre prima si utilizzavano altre sale per rappresentazioni musicali. Qui è nata l’Opera buffa ed è stata sempre apprezzata l’Opera lirica. I musicisti fioriti a Napoli sono innumerevoli.


Secondo Wikipedia il San Carlo è “il teatro d'opera più antico d’Europa e del mondo ad essere tuttora attivo, primo teatro Italiano ad istituire una scuola per la danza; anticipa di 41 anni il teatro alla Scala di Milano e di 55 anni il teatro La Fenice di Venezia. Date le sue dimensioni, struttura e antichità è stato modello per i successivi teatri d’Europa. Il Teatro è stato inserito dall’UNESCO tra i monumenti considerati Patrimonio dell’Umanità, oltre ad essere classificato come teatro più bello del mondo.”


                         


lunedì 9 agosto 2021

Il Suo fine è dimorare in me


 La dottrina della Chiesa sulla Redenzione operata da Gesù è ben chiara. Il sacrificio di Cristo in remissione dei peccati ha come effetto che “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Giovanni 6,53).

 Nella scarsa formazione che ho ricevuto da ragazzo veniva accentuata l’importanza della remissione dei peccati operata da Cristo mentre la Comunione risultava quasi come un corollario, una provvidenziale conseguenza del Sacrificio di Cristo. Oggi mi sembra importante sottolineare l’intenzionalità di Gesù non solo di perdonare ma di “dimorare” in noi. San Paolo afferma nella seconda lettera ai Galati: “non vivo più io ma vive in me Cristo” e il santo non è altro che una persona che ha lasciato operare in sé Gesù.

 Grazie all’incontro con Sant’Escrivá ho appreso l’importanza del continuo colloquio con Gesù durante la giornata. I sacramenti della confessione e della comunione, assieme alla lettura del nuovo Testamento e di libri spirituali, la recita del rosario e altre pratiche non hanno altro fine che creare questa continua “convivenza” con Gesù, con Maria e le altre realtà soprannaturali. Questo è il dimorare “in me e io in lui” di Gesù. Certamente ho il desiderio che Dio mi perdoni e voglio avvertire il dolore per i miei peccati ma la gioia della vita di un cristiano sta nella compagnia di Gesù e di lasciarlo operare in lui.

 Ho imparato a cercare, giorno e notte, il colloquio con Gesù. Certamente parlare con Dio non è un colloquio fra pari: io gli dico ciò che mi sta a cuore e gli chiedo aiuto. Dipende dalla Sua grazia farmi capire o sentire qualcosa. Resta nella coscienza la certezza di essere ascoltato e amato, malgrado le distrazioni..

  In fin dei conti per me è utile ed entusiasmante pensare che Gesù ha considerato il Suo fine dimorare in me e nell’anima di coloro che vogliono amarlo. Riflettere su questo rende il cristianesimo attraente mentre presentarlo solo come una lotta al peccato è riduttivo e scoraggiante. Dio è vita e il rapporto con Gesù è allegria, casa, famiglia.




Quando l'amore diventa frittata

 Quando l’amore diventa frittata

 

Una bella canzone di fine anni ’60 s’intitolava: Quando l’amore diventa poesia. Oggi vorrei apporre una variante e spiego perché.

 Non tutti conoscono le innovazioni che san Josemaría ha apportato nell’ambito della formazione dei laici cristiani. Alcune di queste hanno una portata notevole. Per esempio indurre anche le persone normali che vivono la vita abituale a coltivare un rapporto con Dio intenso, agevolato da una profonda formazione e da stimoli spirituali, degni delle più elevate anime contemplative. Un operaio, una madre di famiglia o uno studente che diventano esempi di santità sono conseguenza del messaggio da lui diffuso. Così come la santificazione del lavoro ordinario o il valore apostolico dell’amicizia, sono verità cristiane che il Santo ha insegnato a praticare. Avvicinarsi a Lui significa fare tante scoperte e mi vorrei soffermare su una in particolare.

 San Josemaría ha insegnato a una serie di donne a santificarsi accudendo sotto tutti gli aspetti materiali, dalla cucina alle pulizie, dalla cura degli abiti all’attenzione per le cappelle dell’Opera, le persone che si dedicano all’apostolato cristiano. Alcuni di questi decidono di farlo restando celibi per servire meglio il Signore. Ebbene queste persone, specialmente uomini, hanno il conforto di essere accuditi da queste donne senza nemmeno conoscerle conservando la distanza fisica. Non entro in dettagli ma racconto che in questo periodo sto vivendo in Sicilia un periodo di formazione e riposo accudito da questo personale femminile di cui vedo le opere ma che non conosco personalmente. La cura che mettono nella cucina lascia entusiasti. Non ci sono menu costosi ma ben pensati. Le cose semplici diventano speciali. La caprese, pomodoro e mozzarella, diventa particolare aggiungendo erbe aromatiche, un po’ di melanzane, qualche fungo. E’ un esempio fra i cento che potrei fare. Ogni giorno viene il desiderio di chiamare la cuoca e rivolgerle un applauso collettivo.

  Bene si dirà, sono i soliti maschi che apprezzano le camicie pulite ma si commuovono quando mangiano bene. E invece la storia non finisce qui. Esiste una potente molla d’amore che è il sentirsi amati. Queste donne ti fanno sentire amato passando per il cuore di Cristo. Tanto più perché nemmeno le conosciamo e non possiamo far loro complimenti se non attraverso il citofono della direttrice. Essere soprannaturali significa essere molto umani. Questo sforzo di presentare sempre piatti nuovi, preparando cibi saporiti, parla di amore disinteressato; dice: tu hai dato il cuore a Dio e io ti voglio bene di cuore e te lo dimostro coi fatti. Voglio che tu sappia amare sempre di più perché ti sei arricchito dell’amore che ti sto dimostrando. Perciò non stiamo parlando di frittate ma di amore, e si può dire: quando l’amore diventa frittata.




venerdì 25 giugno 2021

26 giugno

 Una caratteristica del cristianesimo è trarre origine da fatti e persone realmente vissuti. L’Antico Testamento comincia con libri storici e il Nuovo Testamento è una fedele cronaca di fatti accaduti, dall’Annunciazione alla risurrezione di Gesù fino agli avvenimenti annunciati dall’Apocalisse. La storia della Chiesa è in realtà una storia della santità marcata dall’esistenza di personaggi – i santi – che hanno ricevuto da Dio doni naturali e soprannaturali speciali. Uno di questi è San Josemaría la cui festa cade il 26 giugno. La santità di questo personaggio non è ancora conosciuta nei particolari dal grande pubblico. Una caratteristica che mi ha colpito quando l’ho conosciuto è la sorprendente apostolicità, soprattutto con i giovani. Durante gli anni giovanili arrivò a organizzare sei incontri diversi al giorno e a ogni giovane riservava una direzione spirituale personalizzata. Aveva affidato quest’attività all’arcangelo San Raffaele e all’apostolo giovane S. Giovanni chiedendoci di continuare la sua opera, tanto che ci rivolse questo accorato appello: “Molte volte vi ho fatto notare, figli miei, che non abbiamo realizzato nessuna iniziativa nostra senza che sia stata preceduta, accompagnata e seguita dall’opera di San Raffaele. E’ un fatto vitale! Non solo perché è in sé un apostolato splendido, ma perché abbiamo il desiderio di aumentare il numero di fratelli in questa gran famiglia. Per questo dobbiamo rivolgerci ai giovani per dargli i criteri per la vita spirituale e ascetica e gli sia così più facile ricevere la chiamata di Dio. Figli miei questo è così necessario come la respirazione! Se no soffochiamo, non è possibile vivere. Siamo una famiglia cristiana e quello che non possiamo fare è chiudere le fonti della vita… Questo è il nostro cammino e non ce n’è un altro. Insistete nella vostra orazione personale che il Signore vi faccia comprendere e amare questa realtà; insegnatelo ai vostri fratelli e sorelle. Dobbiamo chiedere alla Santissima Vergine e ai Patroni di questo lavoro – San Raffaele e San Giovanni Apostolo – l’aiuto del Cielo perché tutti noi comprendiamo la necessità urgentissima e assoluta, senza alcun tipo di eccezione, di cominciare e continuare – senza soluzioni di continuità, senza una pausa – questo lavoro apostolico, che è fondamentale e deve riunire tutte le condizioni di un buon fondamento…

Voi, figli miei, saprete ripetere questo e molto di più a quelli che verranno e con più obbligo quando io sarò morto”(5 marzo 1963). Un appello inequivocabile che ha valore non solo per l’Opus Dei ma per tutte le istituzioni della Chiesa. Dare la colpa ai tempi malvagi o sentirsi inidonei perché anziani o dare peso ai problemi economici e così via,   sono motivazioni che non reggono il confronto con la fede apostolica dei santi. 




giovedì 3 giugno 2021

Colazione con Dio

 Col passare del tempo mi sono reso conto sempre meglio che è la Provvidenza che guida i nostri passi. Siamo nella civiltà del progetto: sembra che tutto dipenda da come disegniamo il futuro e invece a un certo punto si capisce che è Dio che determina gli avvenimenti: ciò che accade fuori e dentro di noi. Il libro di Giusi Sorci “Colazione con Dio” (Ed. Ares) è un mosaico di racconti particolari della vita dell’autrice che forma il grande quadro di un’esistenza vissuta con una sensibilità deliziosa e guidata da una Provvidenza che non sempre rivela subito il finale. Dio non solo sta a colazione con l’autrice ma balla con lei e la conduce con la leggerezza della brava ballerina o con la docilità di chi sta imparando a nuotare: alla fine qualcosa si chiarisce. Sto leggendo il libro per la seconda volta e lo sto gustando più di prima perché non ho fretta. Ho capito che, come dicono i francesi, “c’est le ton qui fait la chanson”, è lo stile ciò che conta, e lo stile di Giusi è quello di una sensibilità affascinante. Si alternano episodi piccoli, pregni di significato, a grandi dolori come la morte del marito amato o quello lacerante di una figlia giovane e bella: alla fine si ha l’impressione di aver vissuto un poema. 

Non ci sono grandi voli, tutto è piccolo, come è la vita vera, ma si ha un quadro sulla fecondità dell’amore. In un libro precedente “Il vestito di Arlecchino” erano i figli i grandi interlocutori di Giusi, ora sono soprattutto i nipoti che, nella loro immediatezza infantile, dicono grandi verità. “Questa è stata la mia prima barzelletta, me l’ha insegnata la nonna, lo ricordo come se fosse ora… la prima a insegnarmi come si raccontano le barzellette è stata lei’ e mi indichi guardandomi negli occhi con uno sguardo carico di tante ore passate insieme che credevo tu avessi dimenticato…e vado scoprendo che in ogni persona c’è una dimensione silenziosa dove si depositano quelle parole e quei gesti, apparentemente insignificanti, che possedevano sostanza di amore”. E’ un piccolo libro che consiglio di leggere e rileggere.

 

 


venerdì 21 maggio 2021

Gesù dentro

 Quando faccio la Comunione penso che il fine dell’Incarnazione di Gesù è proprio questo: venire dentro di me, trasformare questo piccolo essere sbandato in un figlio di Dio. L’accorato discorso di Cristo durante l’ultima cena è mirato a questo: farmi capire che il fine della vita di Gesù era farmi diventare amico suo e amico degli altri. Gesù trasforma l’umanità in una grande famiglia di persone che amano Lui e si vogliono bene tra loro. Alle volte penso che troppa teologia possa distrarre. Il punto centrale è questo: Gesù viene dentro di me, stabilisce un rapporto con me e rende gli altri miei fratelli a cui voglio bene. 

 Il Sacrificio della Croce è una realtà e anche una pista: mi insegna come si ama. Ma chi mi dà la forza di amare? Gesù dentro di me. Perciò lo Spirito Santo che Gesù promette non è una consolazione da poco. E’ la grande forza che trasforma il mondo. La storia non è quella che si studia a scuola, fatta di guerre, di trattati, di costituzioni. Quella è una storia. La storia è guidata dalla Provvidenza e non ci vuol molto a notare come l’Incarnazione di Gesù abbia contribuito a un nuovo tipo di civiltà, con le sue ombre ma con un connotato nuovo dovuto al primo comandamento dell’amore.

 Non sta a noi conoscere i criteri della Provvidenza ma sta a me comprendere il tesoro della Santa Messa, comunicarmi col Corpo e Sangue di Gesù, diffondere la pratica della confessione e comunione e, nella misura delle mie possibilità, dare l’esempio di un uomo che sa volere bene.




mercoledì 12 maggio 2021

Maria Amica

 Il cristiano fa un bel passo avanti quando smette di credere che Dio lo può aiutare a fare la propria volontà e comincia a credere che è lui che vive per attuare la volontà di Dio. Tanto per fare un paragone si potrebbe dire che il cristiano diventa una lampadina accesa quando è avvitata a Gesù: paragone che è la trasposizione elettrotecnica dell’immagine evangelica della vite e dei tralci, che sono fecondi solo quando sono uniti alla vite. Ricordo questi principi perché per attuare questi bei propositi il cristiano deve essere un lettore della Sacra Scrittura e , in particolare, del Nuovo Testamento. In questo compito è utile il metodo di Andrea Mardegan che rivisita le Sacre Scritture con la calma del buongustaio. Mardegan non è uno scrittore che inventa i collegamenti tra un passo e l’altro del testo sacro, piuttosto assapora ogni parola e ne trae tutto il succo possibile. Nel recente libro, edito dall’Ares in tempo per il mese di maggio (Maria come Amica), Mardegan percorre la storia di Maria nella chiave dell’amicizia. Basta scorrere l’indice per capire che aria tira: Amica di Dio Padre è il primo capitolo e, a seguire, Amica di Gabriele, Amica di Elisabetta, Amica di Zaccaria, Amica di Giuseppe, Amica della Parola, Amica di Gesù, Amica degli sposi e così via fino allo Spirito Santo e Amica mia. Mardegan non modifica nulla ma ti fa sentire un superficiale perché trae da ogni frase del Vangelo un succo saporito che arricchisce l’anima. Un esempio fra i tanti. Sul dialogo con l’arcangelo Gabriele, scrive: “Maria si percepisce conosciuta da Gabriele in tutta la sua storia e nella profondità del suo animo, come se fosse Dio stesso che le parla. Non ha bisogno dunque di tante spiegazioni…. La domanda è solo per capire come avverrà ciò che le è stato proposto”.

In conclusione Mardegan scrive: “Maria può essere amica mia perché Dio ci ha affidato a lei personalmente, chiamandoci per nome, dal momento che con il Battesimo a ciascuno di noi ha dato la dignità di figlio di Dio nel Figlio Gesù”.




lunedì 3 maggio 2021

Bernabei

 Il 16 maggio 2021 sono cento anni dalla nascita di Ettore Bernabei. Non so se gli italiani si rendono conto di quanto devono a Bernabei che ha sempre operato con intelligenza per il bene del Paese senza apparire più di tanto. Per una serie di circostanze ho cominciato a frequentarlo dalla fine degli anni 80 fino alla sua morte, avvenuta a 95 anni nel 2016. Ogni domenica alle 19 lo andavo a trovare e stavamo insieme un’ora fino all’inizio del Tg1 alle 20. Ho trovato sempre interessanti questi incontri, senza eccezione. Ettore apriva orizzonti, comunicava esperienze: erano una sua forma di generosità che dedicava non solo a me ma a chiunque fosse interessato. La mia opinione personale è che fosse un santo come oggi il Signore vuole. Un uomo di fede che viveva consapevolmente la sua vocazione di persona impegnata professionalmente che mira a realizzare il bene comune.

 La vocazione cristiana di un fedele normale esige non solo una visione di fede e di pratiche di pietà ma anche una responsabilità civile e in questo Ettore era l’esempio più completo che abbia conosciuto. In tutti gli incarichi che ha ricoperto (direttore di un quotidiano di Firenze, poi del Popolo, poi della Rai, dell’Italstat e infine creatore della casa di produzione televisiva Lux Vide) ha usato il suo potere mai per fini personali (ha sempre condotto una vita modesta) ma per il bene comune. La Rai diretta da lui era un’amica degli italiani, istruttiva e di alta qualità (forse la migliore al mondo per quei tempi). Dette grande sviluppo all’Italstat, società dell’Iri che finanziava progetti di costruzioni, fra i quali il famoso porto iraniano di Bandar Abbas e il Centro Direzionale di Napoli. Con la Lux Vide realizzò, fra l’altro, il ciclo di trasmissioni sulla Bibbia che ebbe il record di vendite in tutto il mondo. Tuttora il ciclo di don Matteo riscuote un successo costante. Per convincere Terence Hill a partecipare lo andò a trovare. Già in Rai aveva impegnato Renato Rascel per un ciclo di sceneggiati su Padre Brown, un sacerdote detective ideato da G.K. Chesterton.

 Per avere un’idea dello stile del personaggio consiglio di vedere l’intervista che concesse a Monica Mondo pochi mesi prima di morire. Su You Tube basta cliccare “Ettore Bernabei Soul”.

  Dimostrava l’affetto con i fatti. Se era fuori Roma telefonava per avvisare spostando l’appuntamento o mi invitava in campagna. Una sua caratteristica particolare era che s’intendeva di buoni prodotti per fare la spesa: una qualità sorprendente in una persona abituata a trattare questioni di gran livello professionale. D’altra parte aveva una famiglia con ben otto figli. Una volta mi regalò una scatola di cioccolatini con gentilezza ma come se gli fosse capitata in mano per caso e non sapesse cosa farne, precisando però che sapeva che la cioccolata mi piaceva.




domenica 25 aprile 2021

Risurrezione 2

Per noi è impossibile immaginare la vita eterna e la nostra risurrezione. Se ci crediamo, e lo affermiamo nel Credo, è perché è stato Gesù che ne ha parlato più volte. 

Chi crede ha la vita eterna… Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

“Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6)

Durante l’ultima cena San Matteo (26,29) riporta: “Io vi dico che da ora non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio.”

La risurrezione di Gesù, come dice San Paolo, è la primizia della nostra: la primizia è il primo frutto di stagione a cui seguono molti altri.

Sempre San Paolo descrive la sua esperienza del Paradiso: “Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori dal corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo… fu rapito in Paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare (2 Corinzi 12)”. Apparentemente questa è una fregatura: parole indicibili. E noi che invece vorremmo sapere… Però un messaggio c’è: che si tratta di una realtà vera. Vera e per noi irraggiungibile. Il Paradiso c’è ed è così meraviglioso che non riusciamo nemmeno a parlarne. Viceversa San Paolo se la prende con chi mette in dubbio la risurrezione. Un dubbio che non è dei nostri giorni e che è presente anche in Israele prima della venuta di Gesù: l’esistenza della vita eterna era una questione che divideva i farisei dai sadducei che non ci credevano. 

Così reagisce San Paolo nella sua lettera ai Corinzi (1,15):

E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente?  Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore!  Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Non lasciatevi ingannare.

Tutto ciò ci conforta perché se avvertiamo in noi la difficoltà a immaginare la vita eterna non vuol dire che siamo dei perversi materialisti. Ci conforta perché si tratta di una realtà troppo bella per essere espressa. 

 

 


 

venerdì 16 aprile 2021

Corpo glorioso

 Pierluigi Diano è un artista laureato in medicina. Pubblica su Facebook interessanti aggiornamenti sul Covid con digressioni anche poetiche. Due giorni fa ha pubblicato l’incipit di una poetessa contemporanea, Mariangela Gualtieri, che trascrivo:

“Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare leggére.

Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà le particelle lucenti.

Sii dolce con me. Maneggiami con cura.”

La poesia continua, incantevole.

Spero di non essere pedante se aggiungo una buona notizia: nella risurrezione potremo farci carezze vere perché avremo le mani. Il nostro corpo non è destinato alla polverizzazione ma addirittura a essere animato dalla grazia di Dio: sarà “un corpo glorioso”, il nostro stesso corpo divinizzato. L’esempio è Gesù risorto che afferma di non essere un fantasma, si fa toccare e mangia pesce arrosto. Posso indicare pubblicazioni autorevoli che trattano l’argomento.

La poesia resta incantevole ma non è necessario sentire la nostalgia delle carezze. Saranno possibili anche allora. Saremo dolci e gentili, come dice Mariangela.




martedì 13 aprile 2021

La Comunione

 Chi si converte da adulto alla fede cristiana ha un vantaggio: si rende più conto di quanto gli vien detto. Ad esempio: la prima Comunione. E’ senz’altro bello farla da piccoli. “Gesù viene da te…”. “Ora devi essere più buono…” tutte affermazioni belle e vere ma che rischiano di diventare stagionate, stereotipate. Oggi, tornando dalla comunione ho pensato: sto mangiando Dio! Mi è girata la testa. Sto mangiando Dio. Ma chi e dove dice questo? Che cosa strana, che privilegio è “mangiare Dio?”. Io essere così mortale che morirà fra poco… mangio Dio? Dio creatore del cielo e della terra, Dio al di sopra del tempo e dello spazio… io lo mangio! Ma che cosa posso fare se non farmi portare da Lui, cercare di non rassegnarmi ai meccanismi della distrazione, della stanchezza. Creare il vuoto dentro di me perché Lui lo riempia. Sento che più creo spazio per Lui, più divento umano, comprensivo… divento me stesso. Gli aerei hanno il pilota automatico, Dio è molto di più. Come faccio a essere così sciocco da distrarmi. E’ come avere un collaboratore più bravo di me e ostinarmi a fare le cose da solo… E’ come se scegliessi il cibo insipido mentre ho a disposizione il cibo più buono e saporito. Credo che i santi avessero la grazia di rendersene conto quasi sempre. Dico “quasi” perché anche loro erano creature, bambini che si distraggono appena sentono un suono o vedono una luce. Quando faccio spazio a Dio dentro di me la vita diventa saporita, dedicata alle cose di Dio.

Prego per me e per te, lettore, affinché Dio ci aiuti in questo.

 

venerdì 26 marzo 2021

Giovedì Santo 4

Non riesco a immaginare la mia vita senza la Santa Messa. E’ stato un avvicinamento graduale. All’inizio mi coinvolgeva la devozione con cui il sacerdote del centro dell’Opus Dei di Napoli la celebrava (don Michele Pelaez, che è ormai novantenne) e mi piaceva la corrispondenza di ragazzi della mia età che rispondevano utilizzando il messale. Ero liceale; ancora non c’era stata la riforma liturgica e nelle chiese la santa messa veniva seguita in modo approssimativo. Ricordo anche come per la prima volta seguii le cerimonie della Settimana Santa in una bella chiesetta di Napoli. Mi si apriva un mondo di consapevolezza e fin da allora il Giovedì Santo fece breccia nel mio animo. Che commozione contemplare Gesù commosso che fa mangiare il Suo Corpo e il Suo Sangue. Pensare che quella fu la prima Messa della storia e che da allora in poi si ripetono gli stessi gesti e le stesse parole. Mi spiegarono che il sacerdote nella consacrazione opera impersonando Gesù, dicendo le Sue parole. Quella frase storica mi veniva in mente “Senza la Messa non possiamo vivere”: in tempo di persecuzione non si esitava a correre il rischio del martirio pur di avere la Messa.

Nel Giovedì Santo c’è quella “prima volta” e non solo. Avere la possibilità di custodire Gesù nel tabernacolo delle chiese è un beneficio grande. Posso andare a parlarGli più direttamente e rinnovare la mia fede nella Sua presenza reale. Tutte queste fortune si realizzano nel primo Giovedì Santo. I giorni successivi sono pieni di accadimenti: la Passione del venerdì e la Risurrezione della domenica. Tutti fatti preannunciati nel Giovedì Santo e contemplati nel loro significato. Se non pensassi questo sarei proprio un ingrato.




mercoledì 24 marzo 2021

Giovedì Santo 3

 

Durante l’ultima cena del giovedì santo Gesù fa un discorso memorabile che San Giovanni trascrive dal suo cuore dove è rimasto impresso. Gesù annuncia una novità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Giovanni 13). Già uno scriba aveva lodato Gesù che aveva affermato che il primo dei comandamenti era amare Dio e il prossimo come se stessi (Marco 12). Ma qui Gesù annuncia una novità, “la” novità: amare come lui ha amato perché “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15). L’amore più grande: dare la vita. Questa è la strada per la Risurrezione. L’amore si dimostra più forte della morte nella risurrezione di Cristo.

Nell’essere uomini è inscritto il destino della morte: siamo mortali. Ma nel cuore dell’uomo abita il desiderio di eternità. Dio si è fatto uomo e perciò muore. Nella Risurrezione l’essere uomo non viene cancellato: Gesù assume la sua umanità nella divinità. Gesù resta uomo ma l’umanità è stata trasformata dalla divinità. Così cominciamo a capire che anche noi risorgeremo. Seguendo Gesù anche la nostra umanità rivivrà. Non come Lazzaro che poi morì di nuovo. Il nostro essere uomini sarà potenziato dallo Spirito Santo. Anima e corpo saranno uniti ma con una divinizzazione dell’anima che comporta la spiritualizzazione del corpo: corpo glorioso non corpo umano e basta. Nella novità dell’amore più forte della morte c’è la Trinità che trasformerà il nostro corpo.

Capire la nostra risurrezione è al di là delle nostre capacità ma Gesù ci indica una strada che sarà confermata dalla sua Risurrezione. La Risurrezione di Gesù è il fondamento della fede cristiana e nel giovedì santo il comandamento nuovo dell’amore ne è la chiave. L’amore che dà la vita e che restituisce la vita per l’eternità.

 



 

lunedì 22 marzo 2021

Giovedì Santo 2


 Ritorno sul giovedì santo che mi sollecita a riflettere su due punti. Il primo è il grande mistero della sofferenza. Dio stesso si sottopone alla condizione umana. Lavora per trent’anni, si affatica nella predicazione e soffre una morte dolorosa. Gesù è un apristrada. Ci fa capire, senza ombra di dubbio, che per giungere alla vita eterna felice occorre passare per il cammino della croce. Viene rifiutata la logica umana della ricerca del successo e viene indicata la strada dell’accettazione totale dei dolori della vita dandogli il senso di unione alle sofferenze di Gesù. 

E qui arrivo all’altro punto. Dio stesso si dà da mangiare e da bere. La strada dell’amore comporta il dono di sé fino all’immolazione. Dio si dà del tutto e ci invita a seguire il Suo esempio. Tutta la storia del cristianesimo è costellata di santi che hanno compiuto questo percorso. Dai primi martiri fino ai grandi Agostino, Benedetto, Tommaso, Francesco, Domenico, Caterina, … che giungono fino ai nostri giorni. Persone che hanno chiaro il messaggio di Gesù e ripercorrono la Sua strada con percorsi diversi ma sostanzialmente identici: il dono di sé.

La conseguenza per me è che devo prendere sul serio la frase di Gesù: il mio cibo è fare la volontà del Padre mio (Giovanni 4). Basta col considerare felice il cammino delle soddisfazioni: la vera felicità è fare ciò che Dio vuole. Perciò San Giuseppe è un uomo felice e non è un poveretto a cui capitano mille fregature. Giuseppe esegue la volontà di Dio e il fatto che non arrivi fino a noi nemmeno una sua parola non è un indice negativo. E’ un indice positivo: non c’è bisogno che io aggiunga nulla. La mia felicità è eseguire ciò che Dio mi chiede. Resta chiaro che il Signore non è un dittatore ma dà la Sua vita per me e mi insegna a vivere. Davvero ho un Padre nel cielo che mi sorveglia e mi aspetta.

Il valore della sofferenza e il dono di sé sono il messaggio del giovedì santo. Gesù, dopo averci dato il Suo corpo e il sangue, esce nella notte per andare incontro al Suo destino. A me tocca seguirlo restando sveglio, meditando e pregando.

sabato 20 marzo 2021

Il Giovedì Santo

 Il giorno dell’anno per me più coinvolgente è il Giovedì Santo. Lo è stato anche per Gesù che dice: “Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum”. Ho desiderato con desiderio di mangiare questa Pasqua con voi (letteralmente). Questa ripetizione mi commuove: mi fa sentire il battito del cuore di Gesù che ha consapevolezza del momento che sta per vivere: l’ho desiderato con desiderio, afferma. 

Nel giovedì santo c’è tutto. C’è l’amore di Dio che giunge a lavarci i piedi. San Giovanni racconta che Gesù “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto… - e alla fine disse - Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Tutta la civiltà occidentale passa da qui. Se non si fosse manifestato in Gesù l’amore di Dio e l’obbligo dell’amore reciproco, l’Occidente, con tutti i suoi difetti, non sarebbe stato come lo conosciamo ma un succedersi di sopraffazioni di un popolo sull’altro, come era stato in precedenza.

Nel Giovedì santo viene istituito il sacerdozio cristiano e il sacramento dell’Eucarestia accompagnato da un discorso infiammato d’amore che San Giovanni ci ha trasmesso nel suo vangelo. Si prefigura la prossima morte di Gesù e la Sua Risurrezione per rimanere sempre con noi soprattutto nella santa messa e nei tabernacoli. Infine Gesù esce nella notte per andare incontro al Suo destino e noi possiamo accompagnarlo nella preghiera davanti ai monumenti, detti comunemente sepolcri, così radicati nella devozione popolare. Lì possiamo pregare in silenzio tenendogli compagnia, cercando di non lasciarlo solo come gli apostoli che si addormentano.

Sono ore di una devozione indicibile, di vero ringraziamento a Dio.

 

 


domenica 14 marzo 2021

Essere bambini

 Essere bambini davanti a Dio. I teologi definiscono quest’atteggiamento “infanzia spirituale” e quasi tutti i santi l’hanno assunto. C’è un perché. Non si tratta di una maniera vezzosa di rivolgersi a Dio ma identificarsi con Gesù, il Figlio, e un figlio è sempre piccolo davanti a suo padre. Anche James Bond o Sandokan davanti al proprio padre non possono assumere atteggiamenti da eroi, farebbero solo ridere. Di fronte al proprio padre e alla madre si è sempre piccoli anche se non si “bambineggia” più.

Credo che questo sia il motivo di fondo delle parole di Gesù: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.” (Matteo 18). Diventare come bambini non è un optional: è necessario per entrare nel regno dei cieli, dice Gesù, che chiama il Padre “papà”, Abbà. 

Siamo figli piccoli di Dio. Il bambino sa di non essere autonomo, che dipende dai genitori, e non si irrita per questo: lo trova naturale. Per il bambino è spontaneo sentirsi figlio. Identificarsi con Gesù significa identificarsi col Figlio sentendosi dipendenti dal Padre e desiderosi di fare la Sua volontà.

Se il bambino combina un guaio, piange e si fa consolare proprio da chi dovrebbe rimproverarlo. Così fa il cristiano, consapevole che la bontà di Dio ha braccia ospitali.

Allo stesso modo il bambino cerca la madre sapendo che in lei, in Maria, trova comprensione e perfino complicità. 

Il bambino è amico di tutti e non soffre di pregiudizi. Tutti, se vogliono, diventano amici suoi. 

Se subisce una contrarietà piange ma presto torna a sorridere se chi lo consola gli sorride; 

il bambino sa di non essere bravo e non si affligge se non riesce a fare qualcosa ma chiede aiuto e riprova.

Il bambino accetta le verità di fede senza spirito critico, sa meravigliarsi: non a caso i bambini ci sorprendono quando fanno i “teologi”.

Il bambino non perde la speranza di poter migliorare, trova logico che ogni giorno può fare di più e meglio.

Il bambino cerca ciò di cui ha desiderio ma non possiede nulla. E’ “povero” nel senso che tutto è di suo padre e come povero merita il Regno di Dio (Luca 6).

“Essere piccolo: le grandi audacie sono sempre dei bambini. —Chi chiede... la luna? —Chi non si ferma davanti ai pericoli per realizzare il suo desiderio?
“Mettete” in un bambino “così” molta grazia di Dio, il desiderio di fare la sua Volontà (di Dio), molto amore per Gesù, tutta la scienza umana che le sue capacità gli permettono di acquistare... e avrete il ritratto del carattere degli apostoli d'oggi, così come senza dubbio li vuole Dio.” San Josemaría Cammino 857. Il bambino non sta a prevedere le contrarietà, procede e basta…

Mi conviene “convertirmi” in un bambino…

giovedì 11 marzo 2021

San Giuseppe

 

Quest’anno la Quaresima capita in un periodo in cui, su invito di Papa Francesco, meditiamo sulla figura di San Giuseppe.

La quaresima ricorda i 40 giorni nel deserto di Gesù in cui si prepara alla vita pubblica, con la preghiera e le ferme risposte alle tentazioni di Satana.

La figura di Giuseppe è ben illustrata dal Santo Padre. Vediamo Giuseppe che vien fuori dal cliché di colui che ha subìto tante contrarietà, anche se compensate da altrettante gioie: il poveretto sposa una donna meravigliosa e scopre che è votata allo Spirito Santo, vorrebbe proteggere il bambino e gli capita una stalla come nursery, vorrebbe avere un po’ di pace e deve scappare in Egitto e rifarsi una vita, per poi andare a Nazaret, cittadina conosciuta perché da lì non può venire nulla di buono. Deve assistere alla profezia di  Simeone che preannuncia a Maria un cuore trafitto da una spada di sette tagli e si angoscia nella ricerca di Gesù che sta fra i dottori. Maria stessa dice “Tuo padre e io ti cercavamo…” E’ Lei a citare Giuseppe che in tutto il Vangelo non dice una parola: riceve ed esegue indicazioni avute in sogno…

Sembra che una figura così susciti più compassione che ammirazione e invece non è così. Io sono figlio di un’epoca in cui è considerato fortunato chi realizza i propri sogni: i sogni che fa lui, non i sogni in cui gli angeli danno indicazioni. Nella mia mentalità c’è una radicale resistenza all’idea che il mio cibo è fare la volontà del Padre (Giovanni 4) come dice Gesù. Sono stato allevato con la mentalità di chi, ogni tanto, rivolge un grazioso pensiero a Dio e poi, per il resto, si aspetta che Dio lo aiuti a realizzare la propria volontà.

Giuseppe sta a significare il contrario: che l’uomo felice (felice!) è quello che vive secondo la volontà di Dio e sa che ha ricevuto da Dio una missione da compiere e che riuscirà a compierla solo col Suo aiuto. Un uomo così è in continua sintonia con Dio e la sua preghiera è pregnante e interessante.

Non faccio un favore a Dio quando vado a Messa anche in un giorno feriale o recito il Rosario. E’ Dio che lo fa a me perché mi ha chiamato con la vocazione cristiana. Tutti gli attimi della mia vita acquistano sapore e interesse quando sono proteso a realizzare ciò che Dio vuole, nello scenario della famiglia, del lavoro e della vita quotidiana. Se penso ai “fatti miei” la vita è angosciata, se il mio cibo è fare la volontà di Dio la vita è saporita.

Giuseppe non è un poveretto che ha dovuto sopportare tante contrarietà: Giuseppe è l’uomo forte e felice che realizza la volontà di Dio e muore sereno con Gesù e con Maria.

 

 


lunedì 1 marzo 2021

Saper voler bene

 

 


Vorrei pregare meglio. Ultimamente mi limito soprattutto a chiedere che Gesù entri dentro di me nella direzione indicata da San Paolo: “ non vivo più io, ma Cristo vive in me.” (Galati 2). Recentemente mi sono imbattuto in un noto brano del vangelo di Matteo: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!”. San Luca nel suo vangelo ripete le stesse parole ma nel finale c’è una variante: “quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”. Non si promettono più le “cose buone” ma “lo Spirito Santo”. Il senso è lo stesso: la cosa più buona che possiamo desiderare è ricevere dentro di noi lo Spirito Santo, che è equivalente alla presenza di Gesù.

Nell’esercitazione pratica di preghiera che Gesù fa fare agli apostoli e a noi, cioè nella recita del Padre Nostro, siamo invitati a fare tre richieste che sono equivalenti (Venga il tuo regno, sia santificato il Tuo Nome, sia fatta la Tua Volontà). Resta chiaro che dobbiamo volere le stesse cose che Dio vuole e questo è il primo punto.

 Poi chiediamo il nostro sostentamento, che include le richieste pratiche che ci stanno a cuore. Poi chiediamo perdono con la misura della nostra capacità di perdonare: una misura che fa pensare e tremare. Infine chiediamo di non essere abbandonati nel momento della tentazione. La tentazione è sempre la stessa: metterci contro la volontà di Dio in un modo o nell’altro.

 In fin dei conti chiediamo di sopravvivere (il pane quotidiano) e di vivere secondo lo stile misericordioso di Dio (rimetti i nostri debiti come…). Gesù lo precisa in altra occasione: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6). In altre parole a Dio importa che sopravviviamo ma soprattutto vuole che sappiamo perdonare e voler bene. Certo: essere onesti, casti e così via… ma se non sappiamo voler bene non ci siamo.

Ora io mi chiedo: è chiara ai cristiani questa priorità? Ho l’impressione di no. I catechisti insegnano a perdonare, a identificarmi con Gesù, a chiedere lo Spirito Santo, a volere la volontà del Padre? Si e no. Mi pare che devo cominciare da me stesso, da Gesù in me… Mi chiedo se sulla mia tomba si potrà scrivere: “qui giace un uomo che sapeva voler bene”. Come sarebbe bello…