domenica 27 novembre 2022

Resurrezione

 E’ commovente la difesa di San Paolo della fede nella resurrezione di Cristo e nostra: nella prima lettera ai Corinzi conferma, con passione e chiarezza,  che bisogna crederci.

Gli sono grato. Anche nel Vangelo Gesù chiarisce che i morti risorgono, ma San Paolo si confronta con l’incredulità nostra.

Devo dire che, anche per me, non è immediato crederci. Siamo cresciuti con una specie di allergia al soprannaturale. Fin da bambini ci hanno insegnato a non andar dietro alle fantasticherie e, da adulti, è scontato che si crede solo a ciò che si vede si tocca e si può misurare.

E invece non è così. La Rivelazione è una “rivelazione” di ciò che non comprendiamo. Per fortuna il Signore ci aiuta con tante prove della verità della fede: i cosiddetti motivi di credibilità.

Uno di questi mi è balzato in mente stamattina mentre assistevo alla santa messa.

 In quale religione o cultura viene mantenuto un ricordo altrettanto vivo della consacrazione del pane e del vino che fece Gesù? Un episodio di tanti e tanti anni fa.

 Durante la cerimonia della Messa di nuovo vediamo Cristo che, in quella stanza chiamata cenacolo, pronuncia le parole terribili e commoventi. Quando ci penso mi vengono le lacrime agli occhi: non perché sono vecchio e i vecchi si commuovono facilmente ma perché non esiste una situazione così fondamentale come la santa Consacrazione.

L’altro giorno mi hanno chiesto di fare una chiacchierata ad alcune persone sul tema della santificazione della vita ordinaria. Quando ho cominciato a parlare della consacrazione mi sono commosso e ho pianto per qualche secondo. Come al solito in queste situazioni, mentre io rimprovero me stesso, le persone attorno sono contente. Forse perché si vede che faccio sul serio.




Lo Spirito Santo

 Joseph Ratzinger è sempre sorprendente perché illumina con una luce nuova le verità conosciute. In un libro che sto leggendo fa un parallelo fra la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e l’episodio della torre di Babele descritto in Genesi 11.

 Nel caso della torre di Babele gli uomini parlavano dapprima la stessa lingua poi, a causa della loro superbia, Dio li confonde e da allora parlano lingue diverse: non si capiscono fra loro e si dividono. Viene punita la pretesa di costruire l’unità e l’eccellenza basandosi solo sulle proprie forze.

 Nel caso degli Apostoli, lo Spirito Santo nella Pentecoste trasmette la capacità di parlare lingue diverse, ma al fine di farsi capire da tutti. Il frutto dello Spirito Santo è l’unità malgrado le differenze. La Chiesa è una e molteplice, destinata a vivere presso tutte le nazioni.

  Questa verità ha delle conseguenze pratiche per chi vive vita di fede. Chi ha dimestichezza con lo Spirito Santo è portatore di unità: questo è vero per le famiglie spirituali che convivono dentro la Chiesa, ma è vero anche per le singole persone.

 L’istinto umano di creare fratture viene superato dall’uomo di fede, che diventa capace di comprendere le diversità. Se sono irritato con qualcuno perché ha mancato contro di me, non posso mantenere il rancore se ho in me lo Spirito Santo. Imparo a volare sopra le cime degli alberi (le contrarietà della vita): divento comprensivo e anche di buon umore, il che è un bene sia per me che per gli altri.

 Grazie Signore che ci dai lo Spirito Santo.

 



domenica 13 novembre 2022

Dio fa il tifo per noi

 Ogni tanto nella vita spirituale si fanno delle scoperte. 

L’ultima che mi è capitata è che certamente finora avevo vissuto cercando di corrispondere all’amore di Dio; però che lo facessi bene o no era un problema mio: sapevo che Dio era contento se mi impegnavo. Leggendo un testo di Joseph Ratzinger mi sono imbattuto in questa considerazione: ”L’amore di Dio è anche eros.  Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione”. Citando i profeti Osea ed Ezechiele afferma che “l’Onnipotente attende il “si” delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa”. Passando poi all’insegnamento di Gesù, Ratzinger conclude: “La risposta che il Signore desidera ardentemente da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da Lui”.  Per me il campanellino della novità è suonato in quell’  “ardentemente”. Prima mi immaginavo, senza ragionarci su, una semplice benevola attesa da parte di Dio.

Le due bellissime parabole di Gesù (la pecora smarrita, con la gioia del pastore nel ritrovarla, e la dracma della vecchietta che felice chiama le amiche per festeggiare) stanno a significare che “c’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Finora  consideravo me stesso fra i novantanove giusti… ma una voce dentro di me ha detto autorevolmente: ma che? Chi ti credi di esser? Tu sei un peccatore, e di quelli forti! Ecco allora che tutto torna. Dio fa il tifo per me e non smette fino a che non divento uno che vive al Suo cospetto, con il cuore infiammato dal sangue di Gesù. Conversioni? Sì che ne devo avere! Continuamente scopro aspetti che dovrei affrontare e migliorare e non sono cose di poco conto.

Dio non assiste benevolmente da lontano ma fa un tifo appassionato per me. E’ stata una scoperta e volevo comunicarla…


 



martedì 1 novembre 2022

Capa fresca

 “tu tieni a capa fresca”, dove fresca va pronunciato come “freshka”. E’ una frase che a Napoli si rivolge a chi vive in modo spensierato.

Ho notato che persone impegnate con preoccupazioni varie, “tengono (invece) a capa fresca” nei confronti delle questioni fondamentali della vita: gli amori, i familiari, il futuro e, soprattutto, il rapporto con Dio. Parlo di cattolici perché per gli atei è un altro discorso.

Questa carenza non è venir meno a un dovere ma è un’assenza di energia vitale. Il rapporto con Dio, che per ognuno è diverso, è fondamentale per vivere bene.

La nostra anima ha bisogno di un’alimentazione di base, altrimenti scivola verso la “capa fresca”. Se ne parla poco e perciò accenno a un elenco di pratiche fondamentali per l’anima:

qualche minuto di Vangelo ogni giorno, la lettura di libri “spirituali”, tipo le Confessioni di Sant’Agostino, il tempo da dedicare all’orazione mentale, la Santa Messa… l’elenco continua e potrebbe spaventare visto nell’insieme, ma si tratta di scegliere, come in un ristorante spirituale.

Posto che il rapporto con Dio per ognuno è diverso: grazie a Dio, si potrebbe aggiungere; il mio piccolo impegno per tenere la finestra aperta all’ingresso dello Spirito Santo però ci deve essere. Ecco che alcune pratiche, come già detto, devono essere come la base nutritiva per la sussistenza spirituale. Altrimenti, benvenuta capa fresca!




domenica 23 ottobre 2022

Ave Maria

 Ebbene sì! Ho compiuto 80 anni…: sono interessanti i fenomeni che accompagnano questo vertice  del calendario. Mi ha sorpreso la riscoperta dell’Ave Maria. Sembra uno scherzo: a 80 anni si vive d’abitudine e si ripetono meccanicamente le formule abituali. Invece no: con la testa lucida del mattino l’Ave Maria non decade, ma anzi sta mostrando ogni giorno ispirazioni nuove. Ne elenco alcune….

“Piena di grazia” è un complimento per una donna davvero suggestivo. L’apparizione di Maria suscita quest’esclamazione di stupore a cui segue, dopo una breve pausa, la spiegazione del prodigio: “il Signore è con te”. Sei tanto bella Maria perché è il Signore che sta con te… Quella che era l’inizio di una preghiera abitudinaria è diventato un’esclamazione di ammirazione di fronte a una visione, un lampo, una luce.. 

Continua il discorso con la benedizione rivolta a Lei e al Frutto del suo seno.

Poi Santa Maria… che lascia spazio a un complimento unico: Madre di Dio. Un complimento così esagerato che ha trovato chi l’ha contestato, ma un Concilio lo ha ben confermato.

Perciò, ora che sono alla seconda parte dell’Ave Maria, faccio una pausa: Santa Maria, Madre di Dio… e mi fisso come un disco incantato: madre di Dio, madre di Dio, madre di Dio… Mi do una scossa e passo alla richiesta: “prega per noi peccatori…”

Anche con il Padre Nostro mi è accaduto qualcosa di simile ma per ora mi fermo con Maria.

Altri penseranno cose più belle. Per me c’è la sorpresa del clima bello e nuovo a 80 anni…




lunedì 22 agosto 2022

Escrivá

 Quando si sta vicino a grandi uomini c’è un pericolo: farci l’abitudine. Ora che ho raggiunto gli ottanta anni mi pare di scorgere soltanto la parte dei piedi, per così dire, di San Josemaría Escrivá. Continuamente riscopro aspetti nuovi del suo stile mentre mi piace riflettere sulla novità del suo messaggio.

Escrivá, beninteso, non si sentiva un innovatore ma un chiamato a rifondare uno spirito cristiano adatto ai laici. Perciò il suo modello era quello dei primi cristiani, quando non erano ancora apparsi gli ordini religiosi aventi al centro della loro chiamata il distacco dal mondo e una dedicazione totale della vita a Dio. Anche per i laici cristiani la vita è da dedicare interamente a Dio ma attraverso la loro vocazione specifica di persone che vivono nel mondo e sperimentano le normali realtà di tutti i giorni. E’ evidente il diverso modo di vivere di un cenobita e di un padre di famiglia. Per esempio la povertà per un padre di famiglia si esercita nel lavorare seriamente per guadagnare il sostentamento dei suoi, non spendere in inutili lussi, comportarsi come la normalità gli richiede, con sobrietà.

E’ luminoso il modo in cui il Santo educava a coltivare il rapporto con Dio e con gli altri. Non appare mai il disprezzo per le realtà mondane, ma lo stile del rapporto con Dio è quello del figlio, possibilmente del figlio piccolo (come il Vangelo suggerisce). Il rapporto con gli altri era improntato all’armonia e all’affetto. Le famiglie venivano indicate come “focolari luminosi e allegri”, lo spirito di mortificazione era, per prima cosa, sacrificarsi perché gli altri stessero bene: farsi tappeto perché camminassero sul morbido. Addirittura giunse a dire che il letto matrimoniale degli sposi è un altare: affermazione difficile da digerire nel secolo scorso. Non criticò mai lo stile di vita dei religiosi, che dimostrò sempre di stimare, ma sottolineò l’aspetto positivo delle realtà mondane per i laici. La passione professionale, il valore dell’amicizia, il fascino dell’amore fra i coniugi, saper apprezzare le cose belle del mondo, erano tutte strade per amare Dio, senza facili concessioni agli eccessi. Il risultato è uno spirito sereno, capace di lottare contro le tendenze disordinate ma nello stesso tempo gioioso e attraente.

Ho solo accennato a temi fondamentali. Vivere il cristianesimo con questo stile non è da poco.



lunedì 1 agosto 2022

 Ogni tanto ci troviamo in una situazione in cui l’unica prospettiva di soluzione positiva è pregare: chiedere l’aiuto di Dio. Spesso noi stessi o altri abbiamo detto: “Proverò anche se la mia è una povera preghiera…”, oppure una frase del genere.

Occorre distinguere: da una parte che io sia un poveraccio è fuori discussione. Ma un poveraccio, che sa di esserlo, viene ascoltato dal Signore, perciò la preghiera non è povera ma potentissima.

Mi sta a cuore distinguere quando sono devoto e quando sono contemplativo. La devozione è un bell’atteggiamento ma essere contemplativo significa partecipare della realtà di Dio. La conseguenza pratica è il continuo parlare con Gesù che è il fine della mia vita: ne è il custode e il pilota. Un conto è fare una cosa perché la devo fare, un altro è farla avendo come motivazione e guida Gesù.

Ultimamente questo atteggiamento mi riesce più facile. Al mattino mi sveglio e come metto piede a terra dico: serviam!. Per i ricordi di latino ormai lontani “serviam” è sia futuro che congiuntivo. Non importa: vuol dire “ti servirò Signore” e la mia giornata prende senso da questo. Poi nella Santa Messa c’è questo incontro intimo con Gesù nella Comunione. Il dialogo è già iniziato da un pezzo ma, dopo la Comunione è un momento intenso. Lungo la giornata il dialogo continua e ogni tanto me ne dimentico. Poi c’è il ricordo. Ah già Gesù. E chiedo scusa per la distrazione. Così la giornata è viva ed è più facile essere buono oppure meno scemo.

Ho semplificato molto ma penso che se i cristiani invece di fare dibattiti vivessero in questo dialogo, tutto andrebbe meglio. Sarebbero davvero in grado di mostrare come la felicità del Cielo comincia da questa terra.

sabato 30 luglio 2022

 Francesco Cossiga amava occuparsi di vari argomenti in cui dimostrava una competenza solida. Un giorno disse con aria furba e determinata: “Gesù nei Vangeli non ride mai”. Incassai l’affermazione con un certo scetticismo ma non feci obiezione.

Pensandoci bene l’umorismo nasce sempre da un limite umano: alle volte un limite simpatico altre volte consistente. Viceversa i temi che Gesù tratta nei Vangeli sono soprannaturali, non hanno limiti né lacune. Non riesco a immaginare Gesù che scherza sui temi fondamentali e sono contento che non lo faccia.

D’altra parte Gesù parla spesso di gioia, felicità, allegria: temi che abbondano nei Vangeli.

Nelle litanie della Madonna c’è “ causa nostrae laetitiae”.  Riflettevo che non conosco alcun santuario della Vergine che porti questa denominazione. Forse siamo più portati a condolerci della passione di Cristo che a gioire della Sua risurrezione. Mi sembra uno spunto interessante da approfondire, andando a cercare quanto Gesù dice sulla gioia.

Spesso Gesù viene accusato di essere un mangione e un beone perché mangia con i pubblicani e i peccatori. Non riesco a immaginare questi pranzi conciliatori in atteggiamento esclusivamente serio. Un banchetto è un banchetto specie allora che era considerato una specie di festa.

I discorsi di Gesù insistono sulla felicità e la gioia. Le parabole di Gesù si concludono spesso con la gioia: la pecora perduta e ritrovata, la dracma che la donna di casa ritrova e fa rallegrare i vicini, il figlio che torna; il padre ordina il vestito più bello e anello al dito. Sono tutte scene di esultanza come precisa Gesù in conclusione.

Nel discorso dell’ultima cena riportato da Giovanni Gesù conclude: “queste cose vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena”.

Dopo la resurrezione i discepoli, narra Luca, ritornarono a Gerusalemme “con grande gioia”.

In sintesi non esiste un messaggio carico di gioia come quello di Gesù.

 

 Credere nella vita eterna

 

Ci sono verità di fede che sono vicine alla nostra esperienza. Credere che Gesù sia Figlio di Dio richiede fede ma c’è il racconto dei Vangeli e di tante testimonianze che lo dimostrano. 

Per quanto riguarda la vita eterna non è così. Ci sono testimonianze che provengono dall’aldilà, ma per il resto mi devo fidare della parola del Signore.

Provvidenzialmente su questo argomento Gesù è esplicito e vi torna spesso con naturalezza. Per me è molto importante afferrarmi alle parole di Gesù perché la  mia mentalità è quella del mio tempo, naturalmente portata allo scetticismo.

Il momento più pittoresco è quando i sadducei tentano di prenderlo in contraddizione con la storia della vedova che aveva sposato successivamente sette fratelli (Luca 20). Gesù risponde in modo chiaro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti ma dei viventi; perché tutti vivono per lui.”

Più sinteticamente ma chiaramente Gesù afferma in Giovanni 3,16: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”

Le affermazioni di Gesù in proposito sono numerose. Mi fa bene rileggerle, a parte poi quanto affermano gli evangelisti, San Paolo e gli altri. In più anche nell’Antico Testamento appare il tema della vita eterna.

In conclusione si vede che la fede, anche in questo caso, ci illustra ciò che non si vede. Il sostegno è sempre Gesù risorto a cui credo .

 Dopo un intervento chirurgico sono tornato a casa portando con me una riflessione scritta poco prima:

 

Sono venuto qui in ospedale dove mi opereranno fra tre giorni con l’atteggiamento di un cristiano devoto. Mi ero affidato a Dio perché si compisse la Sua volontà. Dopo un giorno mi sono reso conto che non bastava rimettersi alla volontà di Dio ma era necessario essere contemplativo. Sembra una differenza da poco ma non lo è.

Il devoto normalmente pensa ai doveri da compiere e chiede aiuto a Dio. Il contemplativo è molto di più. Intanto campa non per realizzare i suoi programmi ma per praticare ciò che Gesù gli chiede. Le sofferenze che qui ci affliggono sono come una piccola imitazione delle sofferenze vere che Gesù ha sofferto da parte di chi lo odiava. Piccolezze le mie. Quando l’infermiera mi chiede scusa perché non trova la vena e mi fa soffrire, ridiamo insieme perché le dico chiaramente che penso a Gesù e prego per lei. Per cui: giù alla ricerca della vena senza cautele.

 Così per le altre faccende.

 E’ continuo il dialogo con Gesù specie nel tempo dedicato esplicitamente all’orazione mentale. Ogni tanto faccio silenzio perché Gesù m’ispiri ciò che vuole.

 In ospedale mi sento un distributore di grazie: come un maestro d’orchestra che indirizza qua e là le grazie che il Signore mi rifornisce. Sto con Gesù e sono in missione per conto di Dio. Altro che devoto. Se non pensassi così avrei sprecato gli 80 anni meno 18 che ho passato come figlio di San Josemaría. 

 Ho appreso che San Francesco non voleva che i suoi frati studiassero teologia o altro: la sua sorgente di pietà era la contemplazione del Crocifisso. Meraviglia l’omissione degli studi ma, a ben guardare, l’elemento significativo sta proprio nel ritenere che la contemplazione soddisfi le esigenze dell’anima.

Considerando le verità della fede si ha una conferma della semplicità di quanto ci viene proposto a credere. Scrivo oggi che è la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Il più ignorante è in grado di capire di che cosa si stia parlando. Il messaggio è che le verità della fede possono essere approfondite con lo studio ma ciò che importa è considerarle e meditarci su…

Pensandoci bene, io non ho mai studiato la figura di mio padre eppure ho ben presente ogni aspetto del suo carattere e del suo stile di vita: ogni particolare mi è chiaro, grazie all’osservazione. Così per mia madre o per i miei amici più vicini. Osservare e contemplare con simpatia porta alla profondità della conoscenza.

Ho presente un quadro in cui San Francesco contempla il Crocifisso. Se ci penso, ho bisogno anch’io di stare davanti al Crocifisso. Contemplando, a poco a poco diventa chiara tutta la dottrina che ho imparato ma la interpreto in modo autentico e vivo.

Ecco qualcosa di cui la nostra epoca ha bisogno. Riscoprire la contemplazione. Non aver fretta. Avere il coraggio di ritagliare del tempo fronteggiando le urgenze che la vita m’impone: un tempo di attenzione davanti alle verità della fede. Carne e Sangue, Pane e Vino: non potrebbero esserci elementi più semplici per svelare al cuore le profondità di Dio.

Gratias Tibi Deus, gratias Tibi.

 

 Noi viviamo in una società che non si può più dire cristiana se non per un’eredità culturale. Il clima generale induce ognuno a vivere in una prospettiva legata a faccende terrene. Il meglio che un giovane si può augurare è trovare una buona e bella moglie e fare un lavoro redditizio. Se può fare una bella carriera tanto meglio e forse arriva a capire che un ruolo di leader comporta anche un’umanità sufficiente per comprendere gli altri. Successo e ricchezza sono l’obbiettivo anche se si sa, ma si evita di pensarlo, che a un certo punto i malanni e la morte verranno a disturbare il bel progetto. Questa prospettiva è povera e non è cristiana eppure ce la troviamo dentro ispirata da social media, giornali, tv e cultura generale.

Un laico cristiano è chiamato sì a essere un buon marito e un lodevole professionista ma l’asse della sua vocazione è identificarsi con Gesù. Il cristiano pensa come pensava Gesù, più o meno con tante ammaccature, ma la sua chiamata è quella: l’identificazione con Cristo. La sua condizione laicale lo chiama ad essere esemplare in tutto: matrimonio, professione, amicizie, vacanze… ma l’intenzione centrale è essere santo e apostolico attraverso le faccende della vita.

Non ha senso accettare il modello della brava persona che aggiunge alla propria condizione momenti di preghiera e di generosità con Dio. Questo cristianesimo sovrapposto ad uno stile di vita pagano non funziona, eppure è diffuso fra i tanti che ancora si dicono cristiani.

Nossignore. Occorre capire che essere cristiani è una chiamata a imitare Gesù. Lo scopo della mia vita non è il successo ma l’amore: amore di Dio e del prossimo. Sono qui per diffondere il Vangelo che tento io di vivere per primo. Valorizzare la condizione laicale non significa appiattirsi sulla mentalità mondana condita con qualche pensiero spirituale. Essere laici cristiani significa seguire Gesù percorrendo con gioia e dedizione i percorsi professionali, familiari, ecc. La morte non è un disastro improvviso: è l’inizio di una nuova vita. I dolori e le contraddizioni sono parte della strada che ha percorso Gesù. Il tesoro incredibile della Santa Messa è il centro della vita interiore: mangiamo Gesù. La lettura del Vangelo, ogni giorno anche se brevemente, è il sale della vita. E tutte le altre pratiche cristiane si incastonano come pietre preziose in questo percorso. Il colloquio interiore con Dio è costante.

Oggi non c’è bisogno di brava gente, ci vogliono i santi. I santi della porta accanto.

 30 maggio 2022

Fra poche ore compirò ottant’anni e vorrei rendere partecipi i miei amici del miglior regalo che ho avuto nella mia vita. Si chiama S. Josemaría, che ha saputo rendere la propria vita un messaggio di Dio alle persone che riusciva a raggiungere. E’ il messaggio di Gesù alle persone del nostro tempo che sono chiamate a trasformare la vita quotidiana in un impegno professionale e apostolico 

 

Tutti abbiamo un lavoro quotidiano da svolgere che va vissuto con uno stile allegro e comunicativo. Cercare di fare le cose bene facendoci aiutare da Dio. Con gli 80 anni di esperienza sono arrivato a capire che il mio contributo è quasi zero. Tutto vien fatto con l’aiuto di Dio che sa trasformare la mia vita in qualcosa che vale per me e per gli altri. Il mio contributo personale è peso, zavorra, l’unica astuzia è far lavorare Dio al posto mio.

 

Non perdere tempo. Leggere il Vangelo, dedicare tempo alla preghiera, scoprire il valore della santa messa, la devozione a Maria, l’approfondimento del messaggio cristiano, condiscono i doveri della professionalità che ognuno svolge e la rendono allegra e capace di vera amicizia.

Un messaggio così è talmente nuovo che non bastano 80 anni per capirlo veramente: ora che li sto compiendo mi accorgo che l’unico desiderio che ho è diffonderlo. Dire fortemente e chiaramente che solo Dio ci rende capaci di amare e che amare è l’unica cosa che conta nella vita. Amare col mio stile personale, col mio impegno, con il mio cuore.

 

Questo è il regalo che io voglio dare agli altri: renderli partecipi del regalo che io ho avuto.

 Forse l’ultima cosa che ho appreso avvicinandomi alla fede cristiana è amare la Chiesa. Nel modo comune di ragionare la Chiesa è considerata un’istituzione come le altre e invece non è così. La Chiesa è stata fondata da Gesù e basta leggere la seconda parte del Vangelo di San Giovanni – il discorso dell’Ultima Cena – per renderci conto che ci troviamo davanti ad una realtà intensa, incandescente, piena d’amore e di dedizione. Indubbiamente nella storia della Chiesa ci sono state istituzioni venerabili che avevano una caratteristica collettiva peculiare. Per esempio il convento o percepire la propria comunità come una compagnia militare. Ma non per questo va persa la dimensione soprannaturale che è anche di stile familiare. Nella Trinità c’è un Padre e un Figlio uniti dall’Amore dello Spirito Santo. Gesù è nato in una famiglia unita che ha superato avversità con spirito di amore intenso. La stessa istituzione naturale di famiglia in cui siamo nati ha una dimensione affettiva fondamentale e, quando non c’è, diventa problematica. La vera dimensione umana è quella familiare: non a caso quando si sta bene si dice che ci si trova in famiglia. Normalmente rispetto al lusso eccessivo si preferisce sentirsi a casa con i gusti e sapori domestici.

E’ importante trattare i propri fratelli nella fede con una delicatezza particolare. E’ bellissimo quando c’è stima e rispetto non solo fra le persone ma anche fra le istituzioni. Tutti noi abbiamo sentito un senso di disagio quando abbiamo appreso che non correva buon sangue tra francescani e domenicani e ci piace vedere quadri in cui sono rappresentati entrambi in atteggiamento fraterno. 

Un senso di rispetto e affetto particolari è dovuto al Papa. Normalmente chi è in posizione di vertice dimostra più chiaramente i propri difetti. In senso positivo penso che tutti abbiamo un bel ricordo dei Pontefici della nostra vita e nutriamo gratitudine al Signore per averci dato in particolare Giovanni Paolo II. Dal 1978 fino al 2005: per più di un quarto di secolo abbiamo palpitato con le sue iniziative e insegnamenti. E’ stato un dono della Provvidenza e giustamente lo veneriamo come un santo.

Viceversa quando ci sembra di scorgere, secondo il nostro illuminato e presuntuoso parere, qualche manchevolezza nel Papa o non apprezziamo qualche sua dichiarazione o iniziativa, facciamo bene a starcene zitti o a far notare che le cose hanno anche aspetti positivi. Soprattutto c’è la Provvidenza che provvede anche quando secondo noi ci sono disastri. Basta dare un’occhiata alla storia per convincerci di questo.

Morale: devo imparare a ringraziare il Signore per l’appartenenza alla bella famiglia della Chiesa, devo stimare e rispettare gli altri cattolici e devo pregare per il Papa, il Dolce Cristo in terra come diceva la grande Caterina da Siena.

Una lamentela ricorrente riguarda l’arte sacra, come se si fosse smarrito il criterio che ha consentito nei secoli passati di creare i capolavori che tutti conosciamo. Il talento umano però spunta sempre fuori e l’Italia è un paese privilegiato da questo punto di vista. Italianissima è Paola Grossi Gondi che ha vivificato una bella chiesa di Roma, San Giovanni Battista al Collatino, con la bellezza di 300 metri quadri di vetrate che lasciano stupiti i frequentatori. Allego qui la vetrata che sovrasta la porta d’ingresso della chiesa e che rappresenta la vocazione di San Giovanni Battista. Il santo ha fra le mani una lucerna che rappresenta il talento umano mentre fuori della caverna splende un sole (non a caso messo in linea perfettamente con la posizione del tramonto del 21 giugno) immenso, che rappresenta la chiamata divina. (Fig.1)

L’estro della Grossi Gondi si esprime anche in una Via Crucis disegnata nero su bianco. E’ stata adottata da una chiesa sorta a Catanzaro, famosa perché è l’unica costruita in un centro commerciale in Europa. Nell’ampio spazio disseminato di padiglioni in muratura sorge la facciata classicheggiante dell’edificio sacro, illuminato da vetrate ideate dalla Grossi Gondi e alle pareti si ammira la semplice e suggestiva Via Crucis di cui riporto una formella.(Fig. 2)

Sempre con soggetto religioso la Grossi Gondi ha ideato i cinque misteri gaudiosi che sono rappresentabili con varie dimensioni perché disegnati al computer. Ne riporto la sequenza che meriterebbe un’osservazione più dettagliata. Ecco un esempio di arte figurativa non banale che sorprende e aiuta a pregare










 

 Pochi giorni fa ho perso un caro amico sacerdote, don Carlo Brezza. Qualche anno fa gli ho fatto una foto che ben trasmette la sua simpatia. Era anche laureato in fisica e aveva scritto bei testi di teologia. La sua caratteristica principale per me è stata l’allegria. Ci siamo conosciuti negli anni 60, eravamo giovanissimi e abbiamo subito condiviso un modo allegro di affrontare le vicende della vita. Ne abbiamo vissute molte anche negli ultimi anni in cui vivevamo nella stessa casa: lui milanese, io napoletano eravamo in sintonia sul tema della serenità.

Ho vegliato la sua salma per ore. In un primo momento avevo impulsi di pianto ma in un secondo momento mi è venuto in mente Gesù che rimprovera i sadducei: “Dio non è il Dio dei morti ma dei viventi” (Mt 22). E allora ho iniziato la conversazione con lui nel giardino fiorito del Paradiso e sono tornato a casa sereno. 

Avevo un buon rapporto con Indro Montanelli. Una delle ultime volte che sono andato a trovarlo mi ha ricevuto dicendo: “Caro Pippo, sono circondato da un cimitero!”. E’ inevitabile che col passar degli anni si perdono gli amici, sempre più frequentemente. Carlo Brezza mi ha insegnato come si accetta la morte di un caro amico.

 Mi è venuta in mente la madre di Sant’Agostino che riteneva non importante il luogo dove sarebbe stata sepolta perché l’anima continuava a vivere. Lei che in anni precedenti aveva insistito per essere sepolta accanto al marito, si era resa conto che è l’anima che vive.

L’eredità che mi ha lasciato il mio amico è una fede piena di allegria. L’uomo di fede è sereno. Ultimamente consiglio ai miei amici di essere amici della Madonna del Buon Umore. Non esiste un santuario con tale nome ma, se ci fosse, potrebbe portare sul frontespizio la scritta: “causa della nostra letizia”. Il cristiano può soffrire ma non essere triste. Arrivederci Carlo!

 

 


 E’ edificante leggere negli Atti degli Apostoli come vivevano i primi cristiani.  Non c’era una mobilitazione attorno a un unico obiettivo caritatevole ma c’era un risveglio di vita interiore di rapporto con Dio a cui faceva seguito un fervore di tante opere di carità, dalla mensa dei poveri, alla cura delle vedove e così via… Il modello dei primi cristiani resta un punto di riferimento. Certamente anche allora non saranno mancati problemi e deficienze ma la temperatura spirituale era alta.  Oggi si intravedono i segni di una ripresa in tal senso. In un clima generale che sembra sempre più pagano, resta la realtà di movimenti vecchi e nuovi che hanno come punto centrale la formazione del laico cristiano. La grazia di Dio agisce sempre così: in un clima ostile nascono nuovi fermenti.

La pratica cristiana va sempre più consolidata: la riscoperta del valore infinito della Santa Messa e della Comunione, il tempo dedicato all’orazione mentale, la lettura del Nuovo e Vecchio Testamento assieme a libri di solida teologia, la devozione a Maria, costituiscono la base spirituale per portare la battaglia su due punti fondamentali: il matrimonio e i giovani. 

Le famiglie cristiane sono oggi centri di spiritualità come furono i conventi dei monaci dell’Alto Medio Evo. Allora la vita non era facile e non lo è oggi per le famiglie cristiane. Tutto concorre a disgregare la famiglia: le abitudini, la mentalità, le occasioni. Perciò è consolante verificare che, all’interno dell’ambiente dei movimenti, resiste il modello del matrimonio felice basato sull’amore vero che ha radici a forma della Croce di Cristo.

Allo stesso modo la formazione dei giovani resta un punto irrinunciabile. All’inizio della vita dei movimenti c’è una mobilitazione di giovani. Questa spinta non deve esaurirsi. Le attività con i giovani sono impegnative perché i ragazzi non sono attratti dalle teorie ma dagli esempi di vita. Perciò sarebbe un grave errore dedicare poche energie alle attività con loro. Le migliori intelligenze e l’attenzione più sveglia vanno dedicate con generosità senza soste davanti alle apparenti difficoltà.

Con famiglie solide e giovani formati si salverà il mondo, malgrado le apparenze. Sembra che l’attività corrosiva nei confronti dei valori cristiani sia dilagante ma, come si diceva una volta, le bugie hanno le gambe corte. Alla prova del tempo chi vive al cospetto di Dio resiste e modella la società.

 

 Avevo deciso di non  scrivere più libri. L’ultimo è stato su san Josemaría e i giovani, che è il tema che più mi interessa: il bellissimo ricordo di un santo che mi è particolarmente padre, assieme all’apostolato con i giovani che è un’esigenza attuale da non dimenticare. Perciò pensavo di essere arrivato al capolinea avendo toccato le note più profonde del mio cuore.

Invece, mentre pregavo, ho sentito la necessità di scrivere sui miei amici santi di ogni epoca. Vorrei dare un contributo alla fiduciosa confidenza con i nostri interlocutori del Cielo. In compagnia dei santi si vive meglio e, naturalmente, è fondamentale il rapporto col santo dei santi, Gesù.

Nella mia vita la presenza di Gesù è stata fondamentale ma la trovo sempre migliorabile. Vorrei esaudire quel desiderio di Gesù di vivere in me che è poi il fine ultimo dell’Incarnazione, riferito a a tutto il mondo e a me. L’Ultima Cena resta uno spettacolo sublime. “Desiderio desideravi” dice Gesù, nel testo latino, per sottolineare con la ripetizione quanto forte fosse la sua voglia di istituire la Comunione con noi. ”Ho desiderato con desiderio” è una frase ridondante che cerca di esprimere il fuoco che c’era nel cuore di Cristo in quel momento.

Allora ecco che sta arrivando, se Dio me lo concede, un libro che parla di questa amicizia con Gesù e con tutti i suoi santi che, come dice Joseph Ratzinger, rappresentano un aspetto della realtà di nostro Signore. Vorrei parlare, oltre che di Gesù Maria e Giuseppe, di San Paolo e della mia amicizia particolare con Maria, la sorella di Lazzaro, quella che s’intendeva con Gesù senza parlare.

Vorrei narrare al mondo la mia gratitudine per Sant’Agostino: la lettura delle Confessioni mi hanno preparato ad un atteggiamento confidenziale con Dio e alla decisione di dedicarGli tutta la mia vita.

Un’altra amicizia particolare è con Santa Caterina da Siena: una mistica vera, molto italiana, dotata di senso dell’umorismo e anche di coraggio. Dire al Papa: “Santità siate virile” non è da tutti. L’efficacia si è vista col ritorno del Papa a Roma con l’abbandono di Avignone.

Un altro santo simpatico non solo a me è san Filippo Neri. Il Signore ce lo ha regalato, immagino, anche per mitigare il rigore di Sant’Ignazio a cui peraltro sono grato per altri motivi. Capire che l’impegno per servire il Signore può essere vissuto con buon umore è fondamentale soprattutto per l’uomo moderno, non solo nel ‘500. Oggi che tanti si affannano per raggiungere i propri obiettivi personali, è utile ricordare che la vita d’intenso rapporto con Dio è fonte di allegria.

Mi fermo qui chiedendo una gentile preghiera per riuscire a compiere questa piccola impresa libraria.

mercoledì 26 gennaio 2022

Parlare dell'Opus Dei

 120 anni fa nasceva il Fondatore dell’Opus Dei, san Josemaría Escrivá. Ancora molti non hanno le idee chiare sull’Opus Dei perché non hanno avuto un contatto diretto ma è bello conoscere il suo messaggio che ha tanti aspetti utili e fondamentali per il cristiano che vive la vita normale, quella di ogni giorno. 

Anni fa il bravo vaticanista Paolo Rodari mi fece un’intervista dettagliata in cui si toccano vari aspetti dello spirito dell’Opera. Era il periodo successivo alla pubblicazione del libro di fantastoria, di Dan Brown, in cui l’Opus Dei veniva descritta in modo surreale e grottesco. L’aspetto positivo della vicenda fu che i mezzi di comunicazione finalmente sentirono il bisogno di approfondire la conoscenza dell’istituzione.

L’intervista è una spiegazione abbastanza completa, per quanto possibile, dello spirito dell’Opera e risponde a domande ricorrenti anche le più banali. Per chi è interessato all’argomento penso che sia utile rivederla: non arriva alla mezz’ora.

Si trova all’interno del sito dell’Opus Dei con la dicitura: Come fare per spiegare il lavoro apostolico dell'Opus Dei ai giornalisti? Che cos'è la mortificazione? E la santificazione del lavoro? Cosa significa essere contemplativi in mezzo al mondo?

cliccando: https://opusdei.org/it/article/video-intervista-a-pippo-corigliano/



 

Dieci anni dopo, nel 2019, Monica Mondo tornò a intervistarmi con una chiacchierata introdotta dalla scritta esplicativa:

Pippo Corigliano è stato portavoce dell'Opus Dei in Italia dal 1970 al 2010. Intervistato da Monica Mondo nel programma di Tv2000 SOUL, ha parlato della propria vocazione, dell'incontro con san Josemaría, con san Giovanni Paolo II e di alcuni momenti importanti dei suoi anni come portavoce.

https://opusdei.org/it/article/pippo-corigliano-intervistato-a-tv2000/


martedì 7 dicembre 2021

Il peccato dei buoni

 Il peccato dei buoni

 

Oggi ho letto un articolo che mi ha intristito. La tesi era che i movimenti, così vitali nel dopo Concilio, stanno vivendo momenti di crisi. Le persone invecchiano, avvengono fatti spiacevoli, non c’è più la carica trascinante che attraeva i giovani. Non so se l’articolo dicesse cose vere ma ho l’impressione che un po’ di verità ci fosse.

 I giovani. Credo che sia il tema più interessante, non certo per un giovanilismo gratuito che lascia il tempo che trova, ma è un fatto incontrovertibile che dedicare la vita a Dio da giovani è di una grande fecondità. 

Fra le possibili cause di questa relativa sterilità mi sembra evidente una che può sfuggire: il peccato degli uomini di Dio è fare cose buone trascurando Dio. Cerco di spiegarmi meglio. Chi dona la propria vita a Dio si dedica agli altri e trova mille modi per servire il prossimo. Nascono così scuole, corsi di abilitazione professionale, opere di carità varie per risolvere il problema dell’alimentazione, della casa, delle malattie… Mi ha colpito come Madre Teresa, che era famosa per le incredibili opere di carità, insistesse tanto sul tema della preghiera. Insisteva che bisognava dedicare tempo al rapporto con Dio, mentre il senso comune è portato a pensare che bisogna darsi da fare al massimo per aiutare il prossimo. E invece sta qui il trabocchetto diabolico. Se mi do tanto da fare posso cadere nella tentazione di trascurare un rapporto vivo e continuo con Gesù. La vita intima spirituale si assopisce. Il passo successivo è che parlo poco di Gesù. Quello ancora successivo è che non parlo di Gesù ai giovani. 

Avere a che fare con i giovani non è facile perché i giovani sono immaturi e, come i selvaggi di Cristoforo Colombo, sono portati a valorizzare più gli specchietti lucenti rispetto alle pietre preziose del rapporto reale con Gesù. Per seguire i giovani ci vuole dedizione e pazienza. I santi fondatori avevano un grande spirito di sacrificio per dedicar loro tempo e adattarsi alla loro mentalità. Erano attraenti per i giovani e per esserlo ricevevano dallo Spirito Santo la grazia di essere vitali e divertenti. Avevano un magnetismo che derivava dalla fede e i giovani facevano l’impossibile pur di stare con loro.

Quando si pensa solo a fare cose buone cominciano le differenze di impostazione, si creano facilmente contrasti, si è simpatici con alcuni e antipatici con altri. Il valore dominante diventa la quadratura del bilancio economico. Le normali virtù che rendono le persone simpatiche si affievoliscono, si diventa duri e polemici …

Solo il rapporto vero con Dio ci consente di volare sulle asperità della vita come un aereo che sorvola le cime degli alberi: non trova barriere. Il buonumore è costante, si acquista la capacità di comprendere e convivere.

Ecco allora la medicina di chi guida le istituzioni e movimenti della Chiesa: un intenso rapporto con Dio e prodigarsi nelle attività con i giovani. Come hanno fatto i santi, come ha fatto Gesù. Allora l’avvenire è sicuro.

 


venerdì 26 novembre 2021

Napoli

 Siamo così abituati a considerare Napoli unica nel suo genere che quasi non ci meravigliamo più quando consideriamo le sue caratteristiche specifiche. Il carattere delle persone, la loro propensione alla benevolenza, all’accoglienza, all’allegria spiritosa. Gli sfizi napoletani nel mangiare sono noti in tutto il mondo e sono innumerevoli. La più nota è la pizza, ma ci sono le sfogliatelle, il babà, i famosi sughi al ragù e alla genovese (naturalmente sconosciuto a Genova), il casatiello pasquale e tante altre specialità. Le bellezze naturali ci sono e restano mozzafiato anche per chi ne è abituato… ma mi è capitato di riflettere su un fenomeno particolare napoletano : le canzoni, che abbondano in quantità e in qualità sconosciute in altre parti del mondo. Forse in Andalusia esiste qualcosa di analogo ma in tono minore. Oggi c’è un’opportunità nuova che è la musica su YouTube. Mentre da ragazzo per sentire una canzone bisognava ascoltarla alla radio, che ti regalassero un disco o sentirla cantata dalla cameriera intenta alle pulizie del piano di sopra, ora basta cercare su YouTube e trovi centinaia di canzoni napoletane, tutte di prima fila, che, devo ammettere, mi aiutano nei momenti di scarsa voglia di lavorare. Tanta abbondanza fa riflettere. Cosa c’è, perché succedono queste cose a Napoli e non altrove? Subito viene in mente qualche motivo storico: i teatri lirici all’avanguardia nel passato, i compositori di musica classica, il clima, la tradizione… tutti motivi veri e fondati ma il fatto resta: i napoletani, con i loro difetti, sono speciali. Hanno cuore: diciamolo pure. C’è una civiltà dell’amicizia, della convivenza e del buon umore che non sono qualità da poco. Napoli predispone alla fede, alla speranza e alla carità: nientemeno le tre virtù teologali, che sono un dono di Dio ma trovano qui un terreno favorevole. Per questo io credo (è una mia convinzione personale) che Napoli sia oggi come era Corinto ai tempi di San Paolo. Una città tumultuosa, un porto di mare, ma resta l’ispirazione dello Spirito Santo (Atti degli Apostoli, 18): “Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e … in questa città io ho un popolo numeroso».”

 


venerdì 5 novembre 2021

Ebbene sì

 Ebbene sì, non sono soddisfatto del mio essere cristiano. Per troppi anni ho vissuto in una società che pone Dio in una posizione ridicola all’interno della propria vita. E va a finire che anch’io corro questo rischio. Vedo molti che si rallegrano per piccole cose ma soprattutto si affliggono per tante cose di cui non vale proprio la pena. Insomma la vita, fuori di una visione di fede, diciamolo pure, è una vita SBALLATA.

Voglio una vita spericolata, cantava una nota canzone, ebbene mi pare che molti vivono in maniera pericolosa per sé. Altro che Steve McQueen!

Parto dalla mia esperienza. A un certo punto della mia vita ho deciso di basare la mia vita su scelte di fede. Non mi fermo ai dettagli. Sta di fatto che quando mi metto davanti al Signore, per un po’ soffro dell’agitazione interiore comune a tutti. Poi a un tratto mi fermo e mi rendo conto che mi sto muovendo come in un tubicino mentre attorno a me c’è uno splendore di luce e un calore di amore. Vedo che tutti gli acciacchi, le preoccupazioni, le ansie per le sofferenze altrui, non solo le mie … si sciolgono davanti all’abbraccio di mio Padre Dio.

Allora trovano il loro senso le parole di Gesù che sembrano troppo crude quando si leggono a freddo. 

“Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37)

“Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me dissipa” (Mt 12)

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.” (Gv 6,51)

Gesù non mi dice: ti mostro la strada… Dice. Io sono la via. Non dice: ti insegno la verità ma io sono la verità. Non dice: ti porto la vita ma io sono la vita. Non dice: Io ho visto il Padre e ti racconto del Padre ma: chi ha visto me ha visto il Padre.

La conseguenza è che la fede non consiste in qualcosa di psicologico, come comunemente si crede, ma significa stare in una reale relazione e connessione: non vivo più come me stesso ma è Cristo che vive in me.

Dio è Padre e Cristo è il suo farsi presente, la sua apparizione.

Potrei continuare con frasi conturbanti, frasi comunemente messe dalla memoria in comode nicchie perché vadano prese sul serio fino a un certo punto…

Sta di fatto che mi sento un principiante: un principiante abbastanza ridicolo perché sono anni che rifletto su queste cose. Poi mi consolo perché è la pedagogia di Dio che mi mette nel ridicolo. Come posso dire: io sono un altro Cristo, sono lo stesso Cristo? Sento che faccio ridere una platea immensa eppure Gesù mi prende per mano e, con infinita pazienza, mi porta avanti…

 


 

lunedì 18 ottobre 2021

Buon umore

 
Durante l’intervento al Meeting di Rimini sulle canzoni napoletane (notare l’importanza dell’argomento) mi è capitato di dire che i napoletani hanno un imperativo categorico, come quello di Kant, che sostiene che il buon umore è una condizione necessaria per vivere bene.
 

A dire il vero è l’unico concetto che i miei amici ricordano del mio intervento, ma non mi dispiace. A Napoli stare di cattivo umore è considerato sconveniente mentre il buon umore e le battute di spirito sono apprezzati e provocano risposte in sintonia.

In realtà prendere le cose che capitano non troppo sul serio e vederne l’aspetto relativo, finanche umoristico, predispone alla visione cristiana della vita perché non pone i valori umani come assoluti ma se ne vedono i limiti e se ne può ridere. Non occorre essere napoletani per assumere questo atteggiamento. Basta essere cristiani.

Il cristiano sa che tutto dipende dalla grazia di Dio. Sicuramente gli tocca impegnarsi, prevedere, realizzare progetti, ma sa anche che ciò che conta è la volontà di Dio. La sua preghiera è confidenziale e fiduciosa: le risposte di Dio vanno ascoltate nel silenzio del cuore con umile attenzione. Alle volte Dio ci ispira chiaramente, altre volte ci fa comprendere la Sua volontà attraverso i fatti della vita. Il cristiano sa di essere una creatura che dipende e che non tocca a lui l’ultima parola.

Chi non vive di fede subisce l’angoscia di pensare che tutto dipende dai suoi sforzi. Questa è una malattia contemporanea. Viceversa, sapere che, oltre al necessario impegno personale, tutto dipende dal Signore, dà una serenità che si esprime nella preghiera fiduciosa.

In fin dei conti l’uomo di fede assomiglia al napoletano classico perché sa che il risultato non dipende da lui e sa sorridere della sua insufficienza. Insomma per chi crede in Dio l’umorismo è un compagno di viaggio.


mercoledì 6 ottobre 2021

 Gesù rimprovera Marta che si lamenta dell’assenza della sorella Maria rapita dalla presenza del Signore. “MartaMartatu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore”.

 Oggi è l’anniversario della canonizzazione di un santo che ha contribuito fortemente alla comprensione del rimprovero di Gesù. La santificazione del lavoro, che è lo stile del suo insegnamento, è possibile solo vivendo la dimensione contemplativa di Maria. Avvicinarsi all’Opus Dei significa ricevere un impulso a lavorare e studiare bene ma contemporaneamente a chiarirsi un punto: che la vita dello spirito ha bisogno di alimentazione come quella del corpo. 

  L’alimentazione spirituale che San Josemaría proponeva prevede da una parte la riscoperta dei Vangeli, che ogni giorno vanno letti per qualche minuto. Poi c’è la letteratura spirituale cristiana che è immensa e va dagli scritti dei santi a quelli dei teologi alla Ratzinger (la sua introduzione al cristianesimo è un capolavoro): almeno dieci minuti sono necessari, non di più perché bisogna lavorare. Ma come si fa a trascurare il vero tesoro del cristiano che è la possibilità di comunicarsi col corpo e sangue di Gesù? Questo è il centro della vita spirituale. Allora occorre trovare la maniera di andare a Messa ogni giorno… e così continuando si scopre che c’è una tavolata di cibo spirituale che regge il confronto con la buona cucina.

  Queste pratiche sono compatibili con una vita intensa di lavoro e studio, di impegni familiari e sociali, e hanno un effetto molto semplice: tornare bambini, come raccomandava Gesù, e ad avere con Lui un rapporto immediato e continuo. Esternamente si potrà avere anche un buon prestigio professionale ma internamente c’è questa continua comunicazione con Gesù con gran semplicità.

  Un messaggio del genere non è di immediata comprensione per la cultura moderna che privilegia il fare ancor più di Marta, mentre la felicità sta lì: quando la creatura è in sintonia con il Creatore e vive per fare la Sua volontà.

 


venerdì 17 settembre 2021

Amore trascinante

 Col tempo mi sto rendendo sempre più conto che devo rettificare la concezione che ho della vita cristiana. Da piccolo mi hanno instillato l’idea che essere cristiano vuol dire “comportarsi bene”. “Ma come: hai fatto la comunione e ti comporti in questo modo!”. Penso che molti di noi hanno ricevuto un rimprovero del genere. Questo è solo l’inizio. Col passar del tempo i cosiddetti “doveri” mi sono stati imposti: soprattutto per ciò che riguarda lo studio e il lavoro. Una bella sorpresa è stata l’incontro con l’insegnamento di San Josemaría Escrivá in cui si parla, è vero, di santificazione del lavoro, e della necessità di farlo bene, ma la motivazione non era più il “dovere” ma l’amore. Il lavoro professionale e gli impegni quotidiani sono inquadrati in un contesto di un appassionato amore per Gesù. Per la precisione si tratta solo di una nostra corrispondenza perché la benzina, l’energia dell’amore è lo Spirito Santo. San Paolo dice nella lettera ai Galati: “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”. Questa presenza di Dio in noi si manifesta in un amore trascinante per gli altri che ha come motivazione la corrispondenza all’amore di Dio.

Mi chiedo: quanti cristiani hanno la consapevolezza pratica che è l’amore il primo comandamento? Quanti vivono in famiglia col desiderio di far conoscere l’amore di Cristo attraverso l’affetto che dimostrano a ciascuno nella vita di ogni giorno? Quanti confondono la decenza con il cristianesimo e ritengono legittimo il giudizio spietato nei confronti degli altri? Il cristiano è allegro, comprensivo, sa sorvolare sui piccoli o grandi torti di cui è oggetto, non pensa a se stesso se non per lo stretto necessario, per il resto si prodiga per gli altri. E allora sì che santifica il lavoro e i doveri della vita quotidiana. Come si può pensare di vivere il cristianesimo con lo stile di una zitella acida? Chiedo perdono alle zitelle ma esiste un modello di donna nubile di età avanzata specializzata nel prendere tutto nel verso storto e nello sparlare del prossimo, senza contare che esistono bei giovinotti maschi che fanno peggio. La nostra vocazione cristiana ci invita a far lavorare Gesù in noi in modo da essere la gioia di chi convive con noi, in casa e fuori.

Gesù, quando descrive il giudizio universale, considera fatta a Lui, personalmente, ogni attenzione buona. Questo è il metodo, lo stile cristiano.




martedì 7 settembre 2021

Mandulinata

 Mandulinata a Napule. Così si è chiamata la serata del 23 agosto 2021 al Meeting di Rimini che intendeva sottolineare il valore spirituale delle canzoni napoletane che don Giussani consigliava con determinazione. Intanto c’è da dire che il fenomeno delle canzoni napoletane ha qualcosa di unico. Lo stesso don Giussani rimase sorpreso quando dei bonzi giapponesi gli raccontarono che cantavano anche “musiche occidentali”, per esempio “Torna a Surriento”. Viene quasi da ridere ma don Giussani non rise e capì le motivazioni di quei monaci.

 A fine ottocento si inaugurò la funicolare sul Vesuvio, un evento da ricordare senz’altro; ma da qui a pensare che la canzone commemorativa si diffuse in tutto il mondo dove tutt’ora si canta “Jamme Jamme Jamme Jà, funiculì funiculà…” è un episodio che fa capire che in questa città c’è una vena creativa musicale unica.

Nella stessa canzone che fa da titolo ( Mandulinata a Napule ) c’è un verso che dice “stasera ammore e Dio song’una cosa”. Un’affermazione che trova totale rispondenza nella teologia. San Giovanni evangelista afferma nella sua prima lettera che Dio è amore (Deus Caritas est) e Papa Benedetto ne ha fatto il titolo di un’enciclica.

Nella storia della canzone napoletana ci sono mille episodi spassosi e tristi che la costellano e alcuni ne sono stati rievocati nella serata del 23 agosto che si può rivedere su YouTube cliccando: https://www.youtube.com/watch?v=2o-az9KB2xs. Sempre su YouTube si può sentire il grande Lucio Dalla che parla in modo entusiastico dei napoletani e cita Salvatore di Giacomo accostandolo a Petrarca.

E’ un modo per rievocare serenamente lo spirito di una città che fa del buon umore un imperativo   categorico...



domenica 29 agosto 2021

Il feeling con Gesù

 Nella mia vita spirituale vengono momenti di particolare chiarezza come accade a ognuno di noi. Un particolare da sempre conosciuto assume una nuova evidenza
e può diventare anche il
 leitmotiv della vita interiore per mesi o anni.

Per me sta avvenendo così per la cosiddetta “presenza di Dio”. Sappiamo tutti  sin dall’infanzia che è bene per un cristiano sentirsi al cospetto di Dio in ogni momento della propria vita.

 

 La frase di Gesù “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Giovanni 6,53) è stata sempre considerata al momento di parlare del Sacramento dell’Eucarestia, che la teologia sacramentaria pone al proprio vertice. Nella coscienza popolare però resta presente l’obbligo di comportarsi correttamente piuttosto che la ricerca di un continuo feeling con Gesù, tanto per esprimermi in termini contemporanei. Dai tempi dell’egemonia britannica puritana nella cultura occidentale viene riservata una particolare attenzione al sesto comandamento e a tutte le sue implicazioni e sfumature: non guardare, non toccare, non pensare… Tutte cose giuste ma che non possono diventare il tema centrale della morale cattolica. Quando si deve pubblicizzare un programma erotico viene utilizzata l’immagine della mela morsicata mentre l’episodio dell’albero della conoscenza del bene e del male è riferito a tutt’altro: alla disobbedienza a Dio che aveva proibito di mangiarne. Il sesso non c’entra. Questo tipo di interpretazione porta a identificare il rapporto con Dio con la morale, in particolare con la morale sessuale, con il disprezzo di ciò che è materiale, con effetti dannosi. Tutti abbiamo sentito dire che ciò che è buono è sempre un peccato, anche se stiamo parlando della cassata siciliana.

 

  Mi sembra che vada sottolineata invece l’intenzionalità di Gesù di “dimorare” in noi. Un’intenzionalità che non “accompagna” l’Incarnazione di Cristo ma ne è il fine. La riparazione del peccato dell’uomo va di pari passo con la riconciliazione con Dio, come continuamente ripete il Nuovo Testamento. L’uomo riconciliato può vedere Dio guardando Gesù (“Filippo, da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto! Chi ha visto me ha visto il Padre!” Gv 14). La condizione del cristiano è di poter continuamente relazionarsi con Gesù. Può “mangiarlo”  nella Comunione, può parlargli giorno e notte. Non è immediato sentirne le risposte ma col silenzio interiore e l’atteggiamento di ascolto Gesù comunica ispirazioni e affetti. Chi vive così sarà mosso dal Dio che vive in lui e non solo non farà concessioni al disordine sessuale ma sarà amabile con i parenti, sarà una persona che farà felice chi ha vicino.