giovedì 29 gennaio 2015

Santi non benpensanti

 
Mi ha sempre colpito l’inerzia degli Apostoli che non furono capaci di predicare Gesù Cristo se non dopo la venuta dello Spirito Santo. Avevano toccato Gesù risorto eppure non avevano ancora la forza di lanciarsi ad annunciare il Vangelo. I cattolici oggi dovrebbero meditare questa pagina degli Atti degli Apostoli (2,4). Chi ha fede deve partire dalla frase di Gesù: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,1). Qui nasce la differenza fra il cristiano devoto e il santo. Il santo, l’uomo di Dio, sa di essere, come direbbe Edoardo, “la schifezza, della schifezza, della schifezza ‘e ll’uomene (degli uomini)”. Non è un linguaggio paradossale. Santa Caterina così si esprimeva nei confronti di chi si fida solo del proprio criterio. Se si perde la coscienza del bisogno che la creatura ha del Creatore si diventa ridicoli: meritevoli del ‘pernacchio’ che ridimensionò il nobil’uomo dell’Oro di Napoli. Se non vivo di fede, diffidando del mio criterio, corro il rischio di restare soltanto un benpensante. Benpensanti erano quelli che hanno mandato Gesù sulla croce.
Papa Francesco si esprime con linguaggio semplice. Se dice che darebbe un pugno a chi offende sua madre e che l’Humanae Vitae non prescrive di partorire figli come conigli, sta dicendo che la libertà d’espressione va temperata con la prudenza e che la paternità dev’essere responsabile. Per interpretare le sue parole è sbagliato fare i moralisti. Devo essere un uomo di fede, non un benpensante che collabora con i “gentili” contro Gesù.

giovedì 22 gennaio 2015

Un sogno per i cattolici


“Il mio regno non è di questo mondo” ha detto Gesù e ha aggiunto “Il Regno di Dio è dentro di Voi”. Ci ha insegnato il Padre Nostro in cui diciamo “venga il tuo Regno”. Questo regno interiore di Dio produce frutti tangibili affinché gli uomini “vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). La fede si manifesta in “opere buone”.
Proviamo a sognare come sarebbero i cattolici se avessero fede. E’ necessario sognare perché i grandi desideri aprono strade. I Papi di questi anni sono eccezionali, al di là dei sogni migliori. Possiamo sognare i nostri vescovi più pastori, alla maniera di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino che credevano nella preghiera e facevano pregare a lungo il popolo davanti alle difficoltà; nello stesso tempo sapevano tener testa all’autorità civile e alle eresie serpeggianti.
I sacerdoti potrebbero formare meglio i comuni cristiani tirandoli fuori dalla tiepidezza e portandoli da una parte ad una fede vibrante (farne dei contemplativi, uomini di sacramenti e preghiera) e d’altra parte, capaci di santificare il lavoro e il matrimonio, influenzando senza timidezze la società civile, con coraggio, come hanno fatto i difensori della famiglia pochi giorni fa a Milano. Ci vogliono entrambi: sia un rapporto intenso con Dio che la capacità di essere mariti, lavoratori, operatori nel sociale esemplari. Basta con la mediocrità. Preghiamo il Padrone della messe. Vogliamo tutto. Ogni cristiano col proprio stile ma che appicchi il fuoco.

giovedì 15 gennaio 2015

Gesù è l'unica via

 
“Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male… Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Sono parole del Figlio di Dio che ha versato il suo sangue per noi. Su questi principi è stata edificata la civiltà europea e occidentale, pur in mezzo a tante manchevolezze. L’unità di tanti popoli diversi è venuta da qui. Non capiamo la legge del taglione e in questo ci differenziamo dagli altri monoteismi. Non capiamo le reazioni violente e le vendette. Abbiamo sincera pietà per i redattori uccisi del settimanale laicista Charlie. Ma dobbiamo anche capire che se l’Europa recide le sue radici è finita. Il laicismo francese, che è all’avanguardia nella cultura sterile di morte, odiatrice di crocifissi, presepi e religioni manifestate, non è la strada da percorrere. Perciò chi desidera essere un cattolico può esprimere sincera solidarietà ma non può dire “Je suis Charlie”.
Il cristiano, malgrado le sue fragilità, dice “io sono  Gesù”. L’identificazione con Cristo è lo spirito del cristiano. Il vero problema del mondo è che i cattolici sono tiepidi e ignoranti del Vangelo. “La vittoria che vince il mondo è la nostra fede” dice San Giovanni nella prima lettera. Fede, preghiera, confessione, eucarestia: questa è la via vera che devo percorrere. Affidarmi allo Spirito Santo. Sapere che Gesù è morto quasi da solo in croce, ma è risorto ed è la luce che vince le tenebre. Sveglia!

martedì 30 dicembre 2014

Il Te Deum di ringraziamento per il 2014


 Un anno fa Papa Francesco veniva nominato l’uomo dell’anno dal settimanale Time. L’anno appena trascorso ha confermato la centralità del Papa nello scenario mondiale. E’ lui, assieme a tutta la Chiesa Cattolica, il motivo di ringraziamento mio per quest’anno. Anche chi non crede dovrebbe rendere omaggio a quest’istituzione che sembra l’unica luce fra le tenebre. Dov’è che si parla di fratellanza, di amore alla vita, di pace? Nella Chiesa di Gesù, che acquista sempre più credibilità malgrado le forze contrarie.
Tre sono i viaggi del Papa che rimangono vivi nel mio ricordo: quello in Terra Santa con l’indimenticabile seguito della riunione romana di preghiera d’israeliani e palestinesi con Abu Mazen e Simon Peres: un evento che ha sancito la forza della preghiera al di sopra dell’oppressione della violenza. Il viaggio in Corea, che ha messo in evidenza la vitalità del cattolicesimo asiatico (la salvezza verrà dall’est?) e riacceso le speranze di una ripresa della libertà religiosa in Cina. Il recente viaggio in Turchia, che, fra l’altro, ha fatto balenare, con lo storico abbraccio col Patriarca di Costantinopoli, la possibilità di un riavvicinamento definitivo con gli ortodossi attivando il sogno di una presenza cristiana unitaria da Lisbona a Vladivostok.
La distensione fra Stati Uniti e Cuba è un fatto eccezionale che apre anche una prospettiva per tutto il continente americano, grazie al Papa americano…
Il discorso di novembre davanti al Parlamento Europeo è stato una piccola enciclica che ha ricordato all’Europa la centralità della persona. Proprio l’Europa che ha diffuso nel mondo una civiltà umanistica ora deve guardarsi dalla mera tecnocrazia e assicurare a tutti accoglienza e lavoro: Papa Francesco si è mosso, attualizzandoli, nel solco  dei messaggi di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, rendendo sempre più evidente che la Chiesa Cattolica è (diciamolo!) l’unico grande riferimento morale e culturale al mondo
E’ stato l’anno in cui il Papa ha proclamato santi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. L’anno in cui si è manifestato ancora di più l’affetto e il rispetto che legano Bergoglio e Ratzinger. In quale istituzione si trovano manifestazioni così evidenti di amore reciproco, di grandezza umana (magnanimità), di respiro universale? Un polacco, un bergamasco, un argentino e un bavarese cosa hanno in comune? Hanno la fede, la speranza e la carità, e scusate se è poco. Aggiungo all’elenco lo spagnolo Alvaro del Portillo (che per me è stato il Padre) sulla cui beatificazione ho già scritto su Tempi.
Il Papa ha continuato la sua catechesi che sembra una vera e propria direzione spirituale personale. Da una parte ha invitato il comune cristiano ad un’intensa vita interiore di unione con Dio. La preghiera, la lettura del Vangelo, la Confessione (lui stesso si è confessato davanti a tutti), l’Eucaristia e la recita del Santo Rosario, tutte pratiche indispensabili per nutrire l’anima e lasciare che entri in essa il soffio dello Spirito Santo. D’altra parte ha elargito consigli pratici per star vicino al prossimo e in particolare in famiglia. La giornata non si deve concludere senza fare la pace. “Permesso, scusa, grazie, per favore”: espressioni da usare sempre più frequentemente. Il suo pensiero sulla famiglia è stato espresso chiaramente più volte. L’equilibrato discorso in conclusione della prima fase del Sinodo sulla Famiglia ha coniugato il rispetto per la facoltà di ognuno di esprimere il proprio pensiero liberamente con l’osservanza delle verità di sempre del cristianesimo sul matrimonio e il rapporto tra uomo e donna.
A livello mondiale il Papa non ha avuto timore di denunciare la volontà di guerra dei mercanti d’armi e i danni provocati dalla speculazione finanziaria. I suoi temi sono stati: il lavoro per ognuno e la priorità della persona rispetto ai sistemi economici che minacciano di eliminare in occidente un’intera classe media e di affamare ancor di più i poveri del resto del mondo.
Infine ringrazio Dio per le splendide persone che la grazia di Dio rende più amabili. Ovunque vado trovo persone meravigliose che sono amici in Gesù. Fra questi mi stanno a cuore due in particolare a cui voglio bene e che stimo, anche perché sono apostoli efficaci. Uno è Ettore Bernabei, instancabile lavoratore nella vigna del Signore come direbbe Ratzinger, che ha raggiunto quest’anno la quota di 93 anni, tutti spesi a gloria di Dio e per amore al prossimo. L’altra è Costanza Miriano che, facendo divertire giovani e vecchi, dimostra che il matrimonio è la più bella avventura d’amore, anche se alle volte (come dice lei) pare di mordere un sasso, e spiega allegramente le verità cristiane. Sono belle persone, ben formate da mia Madre la Chiesa.
Mi sembrano tutti motivi per dire a voce piena: Gratias tibi, Deus, gratias tibi!



domenica 21 dicembre 2014

Le buone tradizioni hanno in sé un po' di Paradiso


Sono stato a Palermo per presentare il libro che raccoglie le Cartoline dal Paradiso ed era il 13 dicembre, Santa Lucia. Non sapevo che i palermitani quel giorno non mangiano pasta né pane per ringraziare Santa Lucia per l’arrivo, secoli fa, di un carico di grano in un periodo di carestia. La tradizione vuole che si mangino le arancine di riso, panelle fatte con farina di ceci e un dolce chiamato “cuccìa”, confezionato con grano bollito e altri ingredienti che lo rendono gustoso e sano. Non è una tradizione di “alcuni” palermitani: la vivono “tutti” i palermitani. Ognuno che ho incontrato me ne ha spiegato qualche particolare in più. Mi sono chiesto perché mi piace tanto l’amore alle tradizioni dei padri che è così vivo in questa città aperta al mondo intero e refrattaria alle mode del momento. La venerazione dei padri è nel cuore della natura umana. Il Dio fatto uomo è “Figlio”, un figlio che ringrazia continuamente il padre e desidera compiere la sua volontà. Un figlio che ci ha insegnato il “Padre nostro” e chiamava Dio Padre “abbà”, cioè papà. Il Paradiso per noi sarà tornare a casa, nella casa del Padre, dove ci vogliono bene: diremo “che bello! Sono a casa”. Chi non sa chi è il proprio padre desidera imperiosamente di conoscerlo e noi cristiani lo conosciamo. Dai padri proviene un’eredità non solo di cose ma di abitudini, affetti, devozioni. Le tradizioni conservano qualcosa di sacro. Stimo i popoli che le coltivano. Le tradizioni hanno in sé un anticipo di Paradiso.


martedì 16 dicembre 2014

Suor Cristina: la bellezza dell'amor di Dio

Oggi ho conosciuto personalmente suor Cristina. Sono rimasto impressionato e commosso. Una creatura piccola e magra, malgrado il volto pieno e sorridente. Un personaggio proveniente da una situazione sacrificata: la sua ribellione a Dio era dovuta anche alle ristrettezze che s'imponeva per poter studiare canto, che è la prima vocazione sua, in ordine di tempo. Dice cose semplici ma s'intuisce una personalità forte. Parla con passione e intelligenza: la lucidità è rafforzata dall'intensità con cui vive le situazioni della vita. La vocazione religiosa è chiara. L'ubbidienza alle superiore fa parte del suo stile lieto. Ha  affetto  per la mamma e una profonda stima del padre: nella piccola cittadina siciliana ci sono valori che valgono più dell'oro. La voglia di cantare è già amor di Dio. Poi si aggiunge la chiamata a darsi. Per lei è naturale dare il senso puro alle canzoni normali d'amore: anzi dà il vero valore alle parole d'amore. Per lei è spontaneo trasformare il testo di "Like a virgin" in una storia personale di amor di Dio. Vive per servire. E' impermeabile alle critiche perché non perde tempo e sa come stanno davvero le cose. Sa scomparire a se stessa. Si considera in servizio permanente per Dio. Non si emoziona più di tanto alla prospettiva di una carriera canora. Unita alle sue consorelle considera il canto un apostolato. Una donna bella, come Madre Teresa di Calcutta e tutte le donne sante della Chiesa. Viene la voglia di pregare per lei, perché il Signore la conservi così.

domenica 14 dicembre 2014

Dobbiamo ri-trasformare il mondo


Costanza Miriano ha ragione: “quando sentinello (Sentinelle in Piedi) combatto sul fronte pubblico contro una legge che rischia di essere approvata, e che riguarderà la carne e il sangue di tante donne e tanti bambini… quando una legge passa diventa costume, come la 194, e adesso non si riesce più a fermare la mattanza, con un bambino ucciso ogni cinque minuti di tutte le 24 ore della giornata, centoseimila all’anno. Se dopo la legge sarà possibile affittare uteri, vendere ovuli e sperma, comprare bambini, be’, questo riguarderà la carne e il sangue, bambini in carne ed ossa, non princìpi.” E’ necessario impegnarsi e andrò alla prossima manifestazione delle Sentinelle.
E’ sufficiente? Gesù ci ha detto “Come il Padre ha mandato me io mando voi…” (Gv 20,21): una missione colossale che viene direttamente dalla Trinità. “Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Gesù diceva questo mentre intorno avvenivano crudeltà e porcherie incredibili ma i primi cristiani hanno trasformato la Roma imperiale in centro della cristianità. Dobbiamo ritrasformare il mondo. Devo essere immerso in Dio come un pesce nell’acqua. E’ necessario che le persone scorgano in me l’amore dello Spirito Santo. La figlia di un conduttore televisivo ha detto al papà: “Quando ero piccola facevo quello che dicevi, ora faccio quello che fai”. La prima battaglia è con me stesso, in famiglia. Devo essere l’amico leale che prega e sa voler bene. Che Dio mi aiuti: da me non posso nulla.



mercoledì 3 dicembre 2014

l'Immacolata è la vera donna



L’Immacolata Concezione di Maria. E’ stata Lei stessa con le apparizioni a confermare questa verità, come se c’invitasse a meditare sul dono che abbiamo ricevuto. Mi piace pensare che l’assenza di peccato ha reso Maria la donna autentica. E’ la donna come Dio ha pensato che fosse la donna. La donna che aiuta l’uomo a comprendere il mistero. E’ specifico della donna concepire, preservare, far crescere la creatura. Maria ha fatto così con Gesù. In più nel suo cuore, ha ricevuto, custodito e meditato le meraviglie di Dio, come  racconta San Luca. Maria ci consegna Gesù fisicamente ma c’insegna anche come farlo crescere dentro di noi, custodendo e meditando la meraviglia di Dio fatto uomo. Maria partorisce Gesù anche dentro di noi.
Come si può pensare che la devozione a Maria distolga dall’adorazione di Gesù? Il ruolo di Maria è consegnarcelo e farcelo amare come lo amava Lei.
Maria, la donna autentica, è ora nostra madre: Gesù Le ha affidato, dalla croce, noi, i suoi nuovi figli. Maria ha cura di noi come fece con Gesù: ci fa crescere, c’insegna a camminare, ci protegge dai pericoli, anche da quelli che non conosciamo. Come si sta bene nella Chiesa! Con il calore della Madre, con il fuoco dello Spirito Santo, con la protezione di Dio Padre e l’incoraggiamento di Dio Figlio. Il cristiano non è mai solo: la sua vita eterna è stare in questa famiglia e incomincia già da questo mondo. Maria è fin da ora il nostro Paradiso. Madre del buon consiglio, causa della nostra gioia, rosa mistica.

giovedì 27 novembre 2014

Non siete fatti d'altro che d'amore


“Come l'amore vi trasse dal seno del Padre mio, creandovi con la sapienza sua, così esso amore vi conserva: ché voi non siete fatti d'altro che d'amore.” Sono parole di Gesù a Santa Caterina come riferisce lei in una lettera. Parole su cui meditare. L’ultima frase è di una sorprendente novità in quanto a modo di esprimersi: voi non siete fatti che d’amore. Il cristianesimo deve trasmettersi col fascino dell’amore. Immagino come i primi cristiani parlavano agli amici loro: con gli occhi accesi, con una voce che sussurrava la grande novità. Era un fuoco che si trasmetteva di casa in casa, di regione in regione. E oggi? Oggi la nostra civiltà non è più contadina. Non vive più la poesia della natura che, sia pure in mezzo a tante durezze, parlava del Creatore. Siamo in una società urbanizzata, acculturata e male acculturata. Dobbiamo parlare di Dio con la passione dell’innamorato, che vale sempre. Dobbiamo essere innamorati noi, come Caterina che concludeva sempre: “Gesù dolce, Gesù amore”. Solo l’innamorato sa parlar d’amore in modo convincente. Per innamorarsi Caterina dava un consiglio tremendo: “Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso,  nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso”. E’ il sangue di Cristo sulla croce che ci rende forti, allegri e innamorati: l’amore di Dio fatto carne che cancella le nostre infamità e ci dà le ali per volare. L’amore fa volare. I santi, conosciuti da vicino, sono persone meravigliose da cui non vorresti staccarti mai. Siamo fatti d’amore.

domenica 23 novembre 2014

La preghiera è indispensabile


La preghiera. Qualcuno mi ha chiesto perché insisto tanto sulla preghiera. Per chi ha fede la preghiera è la cosa più intelligente da fare, per chi non crede è la più stupida. Se non avessi conosciuto dei santi, sia di persona che attraverso le loro auto o bio-grafie, non avrei avuto la più pallida idea dell’importanza della preghiera: quasi nessuno ne parla. L’italiano medio sa cosa sono “le preghiere” perché le ha recitate da bambino ma la preghiera (quella che faceva Gesù tutta la notte, che praticava Giovanni Paolo II, Josemaría Escrivá e tutti gli uomini di Dio) non la conosce praticamente nessuno (parlo dei comuni cristiani). La quarta parte del catechismo della Chiesa Cattolica è dedicata a quest’argomento ma raramente ho sentito un laico che l’avesse letta e ne parlasse. Invece è fondamentale. Stare davanti a Dio, nella propria stanza o davanti a un tabernacolo, significa mettersi a Sua disposizione. Il laico crede di avere poco tempo, ma, se prega, si accorge che il tempo si moltiplica. Un tempo fisso solo per Dio, un quarto d’ora o mezz’ora, sono le ali per un cristiano. Provare per credere. Se Dio è onnipotente, è logico unirsi a Lui. Se Gesù deve vivere in me, gli devo fare spazio. Se penso che io sono capace di cambiare la storia, non serve pregare. Se penso che solo Dio può, la preghiera è indispensabile. I santi che hanno fatto opere meravigliose erano uomini di preghiera. Per i laici vale la stessa logica: devo pregare e poi agire se voglio far rinsavire questo mondo.

giovedì 13 novembre 2014

La coscienza dei laici cristiani: occorre alzare l'asticella

 

Nel 2015 saranno cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e si farà un bilancio. La chiamata universale alla santità sarà il tema dominante: un tema che riguarda soprattutto i laici perché non ci sono dubbi sulla chiamata alla santità per il clero e gli ordini religiosi. In questi anni lo Spirito Santo ha suscitato uomini e donne carismatici che hanno aperto nuove strade. Ammettiamolo: la grande novità del dopo Concilio sono stati i movimenti. Ci sono diversità fra loro perché lo Spirito soffia dove vuole e segna per ognuno un cammino diverso. Si potrebbe dire con accostamento irriverente che lo Spirito Santo è insuperabile in quanto a marketing. Fra queste realtà così varie c’è un denominatore comune: occorre farla finita con una concezione mediocre della vocazione del cristiano comune. Occorre che cambi la mentalità del gregge e dei pastori. Bisogna alzare l’asticella dell’esigenza e rivedere il criterio con cui si forma la coscienza dei laici. Il laico cristiano deve avere il cuore in cielo come i mistici, e deve, d’altra parte, vivere in pratica le virtù richieste dalle circostanze professionali, familiari, sociali, culturali, ecc. Il modello non lo troviamo tanto nei santi classici del messale quanto in San Giuseppe, padre e lavoratore, e nei primi cristiani, come sono descritti  negli Atti degli Apostoli e nella prima letteratura cristiana: lavoratori in mezzo al mondo pieni di fede, capaci di dare i loro beni e la stessa vita. Dobbiamo ripartire da lì.

giovedì 6 novembre 2014

Lo Spirito Santo è il pilota automatico...

 



“Le battaglie civili non bastano da sole. Il nostro modello non è la Rivoluzione Francese ma gli apostoli che portano la buona notizia del Vangelo.” Questa frase in una cartolina del mese scorso ha provocato una domanda di un lettore. Non sto sottovalutando l’impegno delle sentinelle in piedi? Per carità: tutta l’ammirazione e la solidarietà con chi ha manifestato, esponendosi alla stupida violenza degli intolleranti. Chi crede in Gesù deve però fare un esame di coscienza. Le mostruosità della cultura dominante attuale non dipenderanno anche dalla nostra poca fede? Quando la fede declina nascono mostri. La riforma protestante, l’eresie, l’anticlericalismo della rivoluzione francese e gli altri flagelli che hanno colpito la Chiesa non avranno le loro radici, almeno in parte, nella tiepidezza dei cristiani? Quando i cristiani hanno la fede dei primi nostri fratelli, descritta negli Atti degli apostoli, diventano capaci di convertire l’impero dominante. Diceva Sant’Agostino che se i cristiani lo fossero davvero, tutto il mondo diventerebbe cristiano. I cattolici dovrebbero scoprire questa gerarchia: per prima la preghiera, poi la lotta con se stessi, e in terzo luogo, molto in terzo luogo, l’azione. Perciò viva le sentinelle in piedi! Ma prima dobbiamo pregare, pregare, pregare, poi vivere la vita affascinante propria di quelli che pregano, e poi muoverci, anche nelle battaglie civili. Così avremo il privilegio del pilota automatico che è lo Spirito Santo, come promesso da Gesù.

Le attese dei cristiani

 

C’è stata un’epoca in cui i cristiani avevano un rapporto vivace con il loro vescovo. Sant’Ambrogio è stato eletto vescovo a furor di popolo e Sant’Agostino divenne sacerdote in modo simile e poi vescovo. Nei secoli in cui veniva a mancare l’autorità civile ci si rivolgeva all’autorità ecclesiastica per compiti supplitivi e, senza andar lontani nel tempo, la presenza del Papa a Roma e di Schuster a Milano durante l’ultima guerra è stata decisiva. Ora viviamo in tempi difficili e viene spontaneo pensare all’aiuto che possono dare i vescovi al nostro  Paese. E’ giusto che i laici si facciano sentire per chiarire quali sono i loro bisogni. Mi azzarderei a fare alcune proposte. Abbiamo bisogno che i vescovi ci parlino di Gesù come ne parlava Santa Caterina da Siena (che contemplava continuamente Cristo in croce) e che ricordassero ai cristiani che sono seguaci di chi ha sparso il proprio sangue e ha dato il suo corpo in pasto a noi come alimento spirituale. Andrebbe seguito l’esempio del Papa che, nella prospettiva di un nuovo fronte di guerra, ha indetto una veglia di preghiera. La preghiera può diventare più presente nella vita della Chiesa malgrado la pressione dei media che vorrebbero ridurla ad agenzia umanitaria. I giovani potrebbero essere maggiormente stimolati per una vita cristiana impegnata e verso il sacerdozio. La Chiesa italiana sta già facendo un buon lavoro nei confronti degli immigrati e di chi è disoccupato. Forse i pastori possono esigere dai laici che facciano di più.

venerdì 24 ottobre 2014

Questi cattolici così seri...


Per chi pensa che l'impegno per vivere da cattolici sia una cosa barbosa, allego questa fotografia.
Costanza ha scritto una prefazione spropositata al libro che ho fra le mani (Cartoline dal Paradiso è il titolo. Quello a destra sono io anche se sembro Dario Fo), ma pur di vendere qualche copia la trascrivo integrale qui sotto...

 
Per tutta la vita ho sperato di conoscere Pollyanna, l’eroina della mia infanzia, la ragazzina che sogna di ricevere una bambola, l’aspetta, la agogna, e quando scarta il sospirato pacchetto e ci trova dentro delle stampelle inviatele per sbaglio, invece che disperarsi si mette a pensare che in fondo, alla fin fine, il lato positivo c’è, ed è che le stampelle non le servono, perché le sue gambe funzionano. Avere un’amica come Pollyanna è fondamentale nella vita, dovrebbe essere un diritto non negoziabile dell’umanità. Ogni essere umano dovrebbe vedersi garantita per statuto la vicinanza di qualcuno che lo aiuti sempre a vedere il bene che è intrecciato al resto, tra le pieghe della vita, con i suoi fili chiari e scuri annodati, a volte inestricabili. Qualcuno che non perda la calma, che si metta lì ad aiutarti a sciogliere il nodo, che veda la direzione della storia, che sappia ridarti coraggio, qualcuno che sappia fare tutto questo per te non perché non veda la realtà, ma perché vede in controluce la storia guidata da Dio. Io questo amico, un amico vero, l’ho trovato. Si chiama Pippo Corigliano. Pippo non è una persona come tutti gli altri, lui vive con i piedi per terra ma lo sguardo fisso verso il cielo. D’altra parte lui lo ha detto. Anche lui, come san Filippo, preferisce il paradiso.
Per esempio, voi, immagino che siate persone normali come me, no? Se avete quattro buste della spesa e due o tre bambini per mano (si sa che ai genitori spuntano degli arti aggiuntivi in caso di necessità), e vi squilla il cellulare, e il semaforo pedonale è insistentemente arancione tendente al rosso e comincia a piovere, e per quanto siate dotati di superpoteri non riuscite proprio ad aprire l’ombrello e anche ad agguantare il telefono che si è vigliaccamente acquattato in fondo alla borsa, ecco, in quel momento può anche succedere che vi sfugga una piccola imprecazione. Non dico una parolaccia, ma un mannaggia-al-mondo quello sì. Un moto di impazienza, un impercettibile sbuffo. A me sì, succede. Succede di arrabbiarmi se le cose vanno storte, se qualcuno mi fa una prepotenza, se subisco un’ingiustizia.
A Pippo no. Lui trova sempre qualcosa di cui gioire in tutto quello che succede, anche lui come Pollyanna se cade dice “che bello, tanto dovevo scendere”.
Sembra aver capito il segreto della perfetta letizia di San Francesco, che trovava la gioia nell’accogliere la realtà docilmente, vedendo in ogni occasione la possibilità di fare la volontà di Dio. Ma quando dico letizia, dico proprio letizia. Io con Pippo non riesco a stare senza ridere per più di tre o quattro minuti consecutivi. Inventa proverbi a caso, storpia i nomi, prorompe in manifestazioni di genuino entusiasmo per le cose più ordinarie, tipo una bottiglietta d’acqua fresca o una sedia pronte per lui, quelle cose a cui noi tendiamo ad abituarci.
So che si imbarazzerà di questo panegirico, e cercherà di modificarlo, ma dovrà passare sul mio cadavere. Perché persone come lui rendono il mondo un posto più allegro, e non c’è niente di male a spargere la voce. I Pippi esistono!
Se qualcuno sbaglia, lui trova il modo di addossarsene la colpa senza dare troppo nell’occhio. Se qualcuno è insopportabile sarà l’unico a scovare l’unico, minuscolo, quasi invisibile tratto piacevole di quella persona. L’aspetto salvabile, ciò che lo rende amabile (ma solo a lui). Se qualcuno non sa fare una cosa, lui si affannerà a dire quanto sia bravo però a fare quell’altra, in fin dei conti. Perché il suo principio è: se non ne puoi parlare bene, non ne parlare. E se proprio devi criticare qualcuno, ti risponderà “allora comportiamoci bene io e te, e ci saranno due in meno che si comportano male”.
Ecco, queste cartoline dal Paradiso sono una meravigliosa, ostinata, divertentissima prova del fatto che è sempre possibile trovare la gioia. Perché la gioia non è un’emozione, ma una decisione del fondo dell’anima. E il motivo è che se Dio, Dio in persona, l’Onnipotente, è tuo Padre, cosa altro può farti disperare nella vita?
Diceva santa Bernadette che la fede è vedere Dio ovunque, e infatti la Madonna durante una delle apparizioni le insegnò che fare il segno della croce significa proprio questo: prendere su di sé la realtà, tutta intera, farsene carico senza rifiutare niente. E proprio questo è il pallino di Pippo: scovare gente che vive la fede in modo normale, che è felice nella sua vita ordinaria, che parla di Dio dirigendo aziende, impastando torte, visitando malati, cantando canzoni o scrivendo romanzi o pulendo pavimenti.
Ci è capitato di lavorare insieme per la tv, abbiamo girato dei documentari. Io continuavo a proporgli di intervistare suore e preti, e lui, sembrava lui il più giovane e il più fresco dei due, deciso come è a parlare soprattutto delle vite normali delle persone ordinarie, che rivelano Dio non con l’abito, ma con il sorriso o il modo di giocare a tennis o di cuocere la pizza.
Be’, anche io preferisco il paradiso, se è abitato da persone così.




I tempi folli passeranno e resterà l'esempio luminoso

 
 Papa Francesco ha concluso con un discorso equilibrato e profondo la prima fase del Sinodo sulla famiglia. La Provvidenza ha voluto che il giorno dopo venisse beatificato Paolo VI, il Papa che ha portato a termine il Concilio Vaticano II e ha retto la tempestosa stagione del dopo Concilio. Chi ha vissuto quegli anni ricorda la pressione dei media sulla Chiesa perché si adeguasse alla cultura dominante. Il vento del ’68 soffiò anche all’interno delle mura ecclesiastiche e gli anni ’70 in Italia furono anni di pesante propaganda marxista all’insegna del “tutto è politico”; il terrorismo ebbe il suo momento culmine nella supplica di Paolo VI alle brigate rosse per salvare la vita dell’amico Moro. Sembrava di vivere un periodo di follia collettiva simile a quello che viviamo oggi con l’attacco dissennato alla famiglia. Poi il clima concitato passò e oggi vediamo i frutti maturi del Concilio: il più notevole è la nuova stagione di santità per i laici. In Italia in particolare c’è stato un fiorire d’iniziative che puntano ad una più profonda spiritualità del laicato cattolico. Lo Spirito Santo ha lavorato e Papa Francesco si adopera proponendo una profonda conversione ai semplici fedeli: coltivare il rapporto con Dio (Vangelo, Eucaristia, preghiera), servire gli altri, saper convivere, sperare contro ogni disperazione. Il Papa ci dà la fiducia che anche questi tempi folli passeranno e resterà l’esempio luminoso di chi avrà saputo percorrere i sentieri della terra da amico di Dio.

giovedì 16 ottobre 2014

Il fascino dell'amore vero

 
L’aggressione organizzata del 5 ottobre contro le sentinelle in piedi (organizzata, perché i centri sociali si muovono se ispirati da qualcuno) aiuta a riflettere. Quali sono le vere armi del cristiano? La prima è un intenso rapporto con Dio. Per i laici il modello sono i primi cristiani. Pietro è in carcere, e che si fa? Si prega, e Pietro viene liberato. Si prega non solo nelle occasioni disperate: gli Atti degli Apostoli ci raccontano la grande dimestichezza con lo Spirito Santo. Noi laici di oggi siamo stati educati ad evitare l’Inferno piuttosto che ad un rapporto continuo con Gesù. Questa è la vera falla, questo è il buco gigantesco che va colmato. Tutto ciò che io sono proviene da Dio, perché devo vivere senza rapporto continuo con Dio? Se la società impazzisce e insegue vanità la prima responsabilità è mia che non so trasmettere il fascino di Cristo. Passando al piano operativo occorre comunicare la bellezza dell’amore fecondo. Finiamola col romanticismo emotivo e mostriamo la solidità e il fascino dell’amore vero alla prova degli anni. Il giornalismo, la fiction e l’intrattenimento sono l’occasione per i cristiani di gridare dai tetti la verità di quest’amore. Autori come Miriano, Guareschi, Torelli hanno trattato il tema della famiglia con stile invogliante e brillante. Newman e Chesterton sono modelli di positività e umorismo. Le battaglie civili non bastano da sole. Il nostro modello non è la Rivoluzione Francese ma gli apostoli che portano la buona notizia del Vangelo.

domenica 12 ottobre 2014

Vescovi siate virili

 
 

“Santità siate virile” scriveva al Papa la giovane Caterina da Siena. Io non sono santo come Caterina ma sento il bisogno di gridare ai padri sinodali di non lasciarsi condizionare dalla pressione dei mezzi di comunicazione che vogliono ridurre il tema del Sinodo a quello della comunione ai divorziati risposati. “Siate virili” mi permetto di dire citando la Santa. Spiegate al mondo che la Chiesa è figura di Maria che ha generato un Figlio che è morto per amore. Amare fino a morire: questa è la lezione che i laici cristiani hanno bisogno di ricevere dai loro pastori. Si sa: nel matrimonio si possono creare situazioni limite insostenibili. Ma è anche vero che l’impressionante aumento dei cristiani che divorziano dipende dalla loro scarsa formazione all’amore. Non conoscono Gesù: non leggono il Vangelo, non Lo ricevono nell’Eucarestia, non hanno dimestichezza con Lui nella preghiera. Dove può andare la Chiesa con dei fedeli che sono infedeli all’amore, infedeli alla parola data? Cristiani tiepidi da vomitare, come dice la Scrittura (Ap. 3,16). Questo è il problema dei problemi. La formazione dei laici cristiani è carente. Non conoscono in pratica il primo comandamento che è quello dell’amore. Per cui facciamo tutti penitenza, preghiamo e impariamo dai primi cristiani che hanno saputo dare la loro vita per amore di Gesù. Come dice Costanza Miriano alle volte il matrimonio sarà come mordere un sasso, ma i santi martiri c’insegnano a mordere anche i sassi. Per amore, solo per amore.

domenica 5 ottobre 2014

I santi e l'Eucarestia

L’esperienza dei mistici può aiutare me e tanti altri che mistici non sono. Santa Caterina da Siena desiderava così fortemente  ricevere la santa comunione che un giorno l’ostia consacrata volò da lei che stava nel fondo della chiesa. Un’altra volta un episodio simile si colorò di aspetti pratici che si rivelarono buffi. Caterina desiderava ricevere la comunione e si recò nella vicina chiesa di San Domenico dove il frate Raimondo da Capua, suo confessore, avrebbe celebrato la Messa. Era però tardi e, siccome Caterina cadeva in estasi dopo aver ricevuto il Signore sacramentato, le proibirono di comunicarsi perché la chiesa doveva chiudere e non sapevano come fare con una in quello stato. (Anche San Giuseppe da Copertino andava in estasi quando andava nel coro e s’innalzava in volo, tanto che gli proibirono di scendere nel coro con gli altri. Quando si dice che i santi danno fastidio…). Caterina pazientemente accettò di non ricevere la comunione. Ma mentre fra’ Raimondo concludeva il rito si accorse che una parte dell’ostia consacrata, che aveva frazionato, non c’era più. Pensando che fosse caduta, la cercò in ogni modo e disse al sacrestano di non toccare nulla perché doveva recarsi momentaneamente dalla Santa e al ritorno l’avrebbe ancora cercata. Caterina gli parlò e alla fine del colloquio aggiunse, con un sorriso, di non angosciarsi per quella frazione di ostia che non trovava. Fra’ Raimondo capì. E anch’io ho capito meglio come mi devo accostare al più bel dono di Dio.

venerdì 26 settembre 2014

L'uomo non è un animale sentimentale




Aristotele diceva che l’uomo è un animale razionale, oggi la cultura dominante ritiene l’uomo un animale sentimentale. Solo così si spiega come mai piangiamo per la morte dell’orsa e tiriamo avanti alla notizia di tre missionarie italiane sgozzate in Africa. Erano tre donne che avevano offerto la loro vita a Dio e agli altri, rinunciando agli amori, agli affetti personali e al loro paese, e permettiamo che solo Dio se ne ricordi e le accolga: sui giornali non un approfondimento, non una storia… Non c’è da scandalizzarsi, c’è da attrezzarsi. La cultura dei media ci vuol convincere che l’uomo è un animale fra gli altri, che gli animali hanno i nostri stessi diritti e, soprattutto, che l’uomo è solo su questa terra e si costruisce da sé. Un quadro che lascia come punto irrisolto soltanto la morte: un accidente che capita inaspettatamente a questo uomo-dio. Io, assieme a molti altri migliori di me, ho il compito di far capire che l’uomo è una creatura di Dio, reso figlio di Dio da Gesù: un essere che pensa e ama, anche gli orsi ma nell’ordine voluto da Dio. Oggi come cristiano devo andare controcorrente, devo studiare non solo il catechismo ma le vite dei santi, veri amici di Dio. Santa Caterina scriveva “nel prezioso sangue di Gesù” e concludeva le sue lettere con “Gesù dolce, Gesù amore”. Cristo aveva scambiato il suo cuore con il Suo. Sta a me, ultimo della fila, addentrarmi nel mistero dell’amore di Dio e comunicare agli altri, con tutti i media, che è vera questa bella notizia.



giovedì 25 settembre 2014

Il primo ingegnere santo.

 Su Tempi di questa settimana ho scritto questo ricordo di don Alvaro:



A qualcuno sarà capitato di leggere biografie sul proprio padre. Penso che avrà vissuto la sensazione che io provo ora: quante notizie belle e giuste! Ma per me, mio padre è mio padre. Perciò sono lieto che ci siano tanti libri su don Alvaro del Portillo, ma a me piace ricordarlo come l’ho conosciuto, prima da fratello maggiore e poi da padre.
Nei nostri incontri con San Josemaría don Alvaro (accento sulla prima “a”, alla spagnola)  era sempre presente.  Soprattutto nelle prime riunioni col fondatore dell’Opus Dei eravamo emozionati perché conoscevamo finalmente l’autore del libro di pensieri “Cammino”, colui che era chiamato con affetto “Padre” da chi ci aveva preceduto: San Josemaría metteva subito tutti a proprio agio con il suo buonumore, anche se la sua fede, così tangibile e fondante, era commovente. Quando il Padre entrava nella stanza lo seguiva un sacerdote sorridente che si metteva nel fondo della sala, dietro a tutti. Se il Padre doveva ricordare qualcosa: una frase o un nome, diceva con voce più alta: “Alvaro!” e la risposta arrivava immediata. Mai c’era un’esitazione o un errore. Così cominciammo ad affezionarci a questa figura dal sorriso buono che era come l’ombra del Padre. Un’ombra molto efficace perché gran parte del peso della costruzione dell’edificio giuridico e anche dell’edificio materiale della casa centrale della Prelatura cadevano sulle sue spalle. Una volta don Alvaro si ammalò e uno di noi disse a San Josemaría: “Padre è preoccupato?” e il Padre rispose: “Figlio mio forse non ti rendi conto di quanto significa don Alvaro per tutta l’Opera e per tutti voi…”.
Il suo carattere mite metteva a suo agio chiunque. San Josemaría travolgeva l’interlocutore in un’onda di simpatia e di buonumore, e, senza volerlo, metteva in imbarazzo coloro che non erano animati da rettitudine d’intenzione che rimanevano spiazzati davanti ad un uomo di Dio che ragionava in maniera soprannaturale. Viceversa gli uomini di fede e di preghiera s’innamoravano di lui. Fra i cardinali entusiasti ricordo, ad esempio, Angelo Dell’Acqua e Pietro Palazzini che erano apertamente convinti della santità di San Josemaría, più di noi. Don Alvaro, da parte sua, riusciva a non mettere nessuno in difficoltà, non spaventava nessuno: cosa singolare perché la vita mi ha insegnato che la santità spaventa: non si spiega altrimenti la fiera opposizione che tutti i santi hanno trovato nel loro percorso. Si potrebbe dire che San Josemaría ha portato il suo messaggio impetuoso sotto gli occhi di tutti. Don Alvaro, dopo la morte del Santo, riuscì a condurre in porto l’itinerario giuridico dell’Opera e a realizzare imprese che il Padre aveva soltanto progettato. In realtà è impossibile distinguere l’operato dei due perché la loro azione era così congiunta che era difficile dire cosa faceva l’uno e cosa l’altro. Senza dubbio il Padre aveva ricevuto il carisma fondazionale ma don Alvaro (che aveva 12 anni meno di lui) gli stette a fianco in totale unità d’intenzioni e d’azione.
Quando, nel 1975 San Josemaría morì, malgrado il nostro dolore, l’Opera non subì nessuno scossone anzi, ne sono testimone in Italia, subì un’accelerazione morbida come quella dei treni ad alta velocità. Ci fu un fiorire di vocazioni all’Opera come se ci sentissimo tutti più responsabili e il primo di noi era don Alvaro, che da fratello maggiore passò ad essere il Padre. Lui stesso raccontò, contento e sorridente, che una collaboratrice domestica gli aveva scritto dicendo: “Non è morto il Padre, è morto don Alvaro, perché per noi c’è sempre il Padre”.
Non è da credere che la sua semplicità fosse semplicioneria. Aveva brillantemente ottenuto la laurea in ingegneria trasporti, che era molto impegnativa in Spagna, mentre lavorava intensamente nelle attività dell’Opera. Dopo la laurea lavorò per qualche tempo come ingegnere. Il Padre aveva voluto che si laureasse anche in lettere e che percorresse per bene l’itinerario degli studi ecclesiastici prima di diventare sacerdote nel 1944 con altri due fedeli dell’Opera. Erano i primi tre sacerdoti dell’Opus Dei. Il Padre si affrettò a confessarsi con lui e a chiedergli in ginocchio la benedizione.
Nel 1943, ancora laico, in piena guerra, era venuto a Roma in aereo (un viaggio avventuroso) per illustrare a Pio XII l’Opus Dei. Conobbe allora mons. Giambattista Montini che, apprezzando il messaggio di chiamata universale alla santità dell’Opus Dei, pronunciò la famosa frase: “Siete venuti con un secolo d’anticipo”. Una frase che servì a don Alvaro per indurre il Fondatore a venire a Roma nel 1946 e stabilirsi definitivamente.
La sua unità e dedizione a San Josemaría era totale. In uno degli incontri pubblici del Fondatore una ragazza intervenne dicendo: “Una mia amica mi ha fatto osservare con quanto affetto seguono il Padre coloro che stanno sempre con lui. Chissà quante volte hanno sentito le stesse cose eppure sono attentissimi a tutto ciò che dice”. San Josemaría non lo dette a vedere, ma si commosse, e rispose con impeto: “Ebbene sì ci vogliamo bene…”
Fin dai primi tempi romani don Alvaro ebbe incarichi nei vari dicasteri della curia pontificia, dove era stimatissimo. Partecipò attivamente ai lavori preparatori del Concilio, nel dopoconcilio e negli anni successvi, fino al 1975 quando fu eletto all’unanimità successore di San Josemaría.
Singolarmente la sua mitezza era compatibile con una capacità di lavoro inesauribile. Ricordo che proprio il 15 settembre del 1975, quando diventò per noi il Padre, fu circondato dall’affetto di tutti e accolse tutti con affettuosa cordialità. In quel periodo Joaquin Navarro Valls lavorava nella segreteria dell’Opera occupandosi dei rapporti con i mezzi di comunicazione. Eravamo insieme quando incontrammo il nuovo Padre, che fu affettuosissimo. Ad un certo punto dette delle indicazioni pratiche a Navarro con una tale lucidità ed efficacia che rimasi impressionato. Malgrado le emozioni e le distrazioni a cui era sottoposto, don Alvaro non perdeva la bussola e restava lucido ed efficiente.
Negli anni settanta lo incontrai diverse volte perché lavoravo nella Commissione Regionale italiana (l’organo di governo dell’Opus Dei per l’Italia) ma, fra tanti incontri, mi è rimasto impresso un piccolo episodio, quasi troppo piccolo, ma per me significativo. Avevo lasciato Milano (sede della Commissione), mi ero stabilito a Roma e attendevamo una visita importante nella residenza universitaria dell’EUR: mi pare che si trattasse del segretario di stato vaticano, il cardinal Agostino Casaroli. Tutto era ben preparato, ma all’improvviso arrivò la disposizione di cambiare l’ordine delle sedie in aula magna: non più in modo circolare ma orientate verso il palco. Ci fu un bel po’ di confusione e noi tutti davamo una mano. All’improvviso mi trovai di fronte don Alvaro che mi guardò affettuoso e disse: “ciao Pippo”. La sala era piena di persone che il Padre conosceva e io ero impegnato in una semplice manovalanza, in atteggiamento funzionale; non mi aspettavo un saluto personale che, proprio per questo, mi è rimasto impresso. In mezzo alla confusione il Padre manteneva la serenità e vedeva persone, figli suoi che gli stavano a cuore uno per uno. Può sembrare un semplice episodio ma mi è rimasto nel cuore: vorrei che il Signore mi accogliesse un giorno in Paradiso dove trovare don Alvaro che mi dicesse: ciao Pippo!
Quando don Alvaro morì Giovanni Paolo II arrivò subito nella Chiesa Prelatizia dell’Opus Dei in Viale Bruno Buozzi a Roma, dove giaceva la salma. Si vedeva che era addolorato per la perdita di un caro amico, di un amico stimato, di un amico santo. Si trattenne a lungo in preghiera e noi pregavamo appassionatamente con lui, convinte che don Alvaro ci sorridesse dal cielo. Sono stati momenti indimenticabili, di famiglia.
Qualcuno ha fatto notare che don Alvaro è il primo ingegnere ad essere beatificato nella storia della Chiesa. E’ un fatto significativo proprio per l’obiettivo a cui don Alvaro si è tanto dedicato: far comprendere a tutti che il Signore chiama ciascuno alla santità, qualsiasi mestiere faccia, spazzino o ministro. Ora diventa più chiaro che anche gli ingegneri possono andare in Paradiso, purché non siano noiosi (difetto della categoria) e siano spiritosi come i santi. Ma per me don Alvaro significa qualcosa di più: resta il modello della fedeltà. Il Signore ci dona alcune creature eccezionali che hanno grazie particolari, mistici, condottieri del bene, taumaturghi. Queste persone ci aprono strade nuove, spalancano orizzonti di santità e San Josemaría è uno di questi. Per i comuni fedeli non è così. A loro è richiesto solo di amare in modo straordinario restando persone ordinarie, normali. Don Alvaro per me è il capofila di questi fedeli, di quelli che non devono dire nulla di nuovo, persone a cui è richiesta una sola cosa: la fedeltà. Non a caso i cristiani si chiamano così: fedeli. Un nome che piaceva a San Josemaría e a don Alvaro: fedeli!

sabato 20 settembre 2014

La recensione di Costanza

Non paga di aver scritto un'affettuosa e divertente prefazione al libro, Costanza Miriano ha scritto nel suo blog questa recensione che dimostra che l'amicizia, come l'amore, rende ciechi o quasi...

Se, come diceva santa Bernadette, avere la fede è vedere Dio ovunque, Pippo Corigliano di fede ne ha a camionate. Ho la fortuna di avere a che fare con lui abbastanza spesso (è consulente a Rai Vaticano, dove lavoro anche io), e ogni volta che parliamo di qualcosa che è successo nel mondo, anche di qualcosa che mi ha fatto arrabbiare, Pippo con un triplo axel, un quadruplo carpiato, un repentino ubriacante rovesciamento di prospettiva, riesce a trovare il disegno del bene anche nel groviglio più fitto del male. Qualcosa per cui gioire, il lato positivo, la possibilità della soluzione. Insomma, l’impronta di Dio nel mondo.
Non parliamo, invece, di quello che succede se oggetto della conversazione è una persona. Pippo ha un’abilità quasi soprannaturale di vedere il lato bello di chiunque, di scusare l’imperdonabile, di capire l’incomprensibile. E poi c’è la famosa risata pippesca. Una versione di risata che sfodera puntualmente quando c’è qualcosa che si dovrebbe  proprio criticare, e non si riesce a salvare niente, neanche con tutta la fantasia. Allora, in quel caso, pur di non dire una parola negativa su nessuno Pippo ride, e dice “be’, a un certo momento… capisco…” e vari intercalare generici che servono a cambiare argomento e a virare velocemente su argomenti neutri quali le mezze stagioni e il disgelo del Polo.
Questo sguardo sorridente sul mondo, quest’occhio benevolo sulle persone, questa fede incrollabile nel fatto che siamo figli di Dio, stirpe regale, Pippo li traduce ogni settimana in una Cartolina, una breve riflessione (si sa, gli uomini, soprattutto se ingegneri, hanno questo mirabile dono della sintesi, a me sconosciuto) per scovare nella realtà le ragioni della speranza.
E adesso di queste cartoline è uscita una raccolta. Ho già svelato le ragioni del mio conflitto di interessi – sono amica di Pippo – ma lo stesso, consapevole che verrò ingiustamente sospettata di insider trading, aggiotaggio e anche un po’ di abigeato (non c’entra, ma erano anni che aspettavo di usare questa parola) consiglio a tutti i miei amici di comprare questo Cartoline dal Paradiso, appena uscito in libreria per edizioni Ares e Tempi, anche perché, fatto non trascurabile, le cartoline sono brevissime, e durano ciascuna giusto il tempo di un rosso al semaforo, di un’attesa al banco gastronomia (due numeretti, a occhio e croce), di una breve sosta in bagno (che come si sa almeno per noi mamme è uno dei momenti culturali più alti della giornata, da quando si riacquista il privilegio di poter chiudere a chiave la porta). Un modo agevole di portarsi con sé un sorriso in borsa, senza assumere sostanze stupefacenti.
Purtroppo questo libro ha un fastidioso effetto collaterale. Ti fa venire voglia di fare le cose bene, di essere una persona migliore, perché di fronte alla tenerezza di Dio descritta questa è la prima reazione. Ti viene da cercare di essere migliore, e io adesso non ne avrei tanta voglia. Ho troppe cose da fare e vorrei prendere la scorciatoia, farle male, vivacchiare, imboscarmi, ma se si leggono le cartoline non si riesce più tanto.
Infine c’è da dire una cosa. In questo libro vengono dette cose durissime e coraggiose sulla natura del potere, sul degrado dell’Occidente, sui cristiani tiepidi, sulla manipolazione culturale, sulla legislazione italiana e sugli scenari mondiali. Cose che sui giornaloni non si leggono. Eppure vengono dette col sorriso dell’esperto portavoce, con questo tono partenopeo sempre elegante, con questa calma da ingegnere padrone della situazione… insomma, anche la sgridata uno, così, se la prende volentieri.

Papa Francesco spinge a pregare

 
Il Papa segue una doppia linea formativa nei confronti dei fedeli: da una parte li abitua ad una visione internazionale e a rendersi conto che esistono lobby che influiscono sui governi e sulle guerre in corso (vedi le parole del Pontefice a Redipuglia), d’altra parte il Papa cura la vita interiore delle persone svolgendo una vera e propria direzione spirituale. All’Angelus di fine agosto ha ripetuto il consiglio: il Vangelo, l’Eucarestia e la Preghiera. Tre momenti essenziali nella vita dei cristiani. Grazie al Vangelo si diventa amici di Gesù. Il Papa consiglia di leggerlo ogni giorno, ciclicamente. Il Vangelo è un nutrimento sempre necessario e sempre nuovo. Non stanca mai. L’Eucarestia è il sacramento principe che consente a Gesù e al suo Spirito di prendere possesso della nostra anima riottosa e trasformarla. La preghiera è il mezzo meno conosciuo per attivare la nostra intimità con Dio. A parte le preghiere vocali – Pater, Ave e Gloria – più conosciute, il cristiano d’oggi è poco formato alla preghiera. Non c’è nella mentalità dominante l’idea che la preghiera serve sempre, non solo nei casi disperati. Il Papa ci aiuta convocandoci in momenti particolari a veglie di preghiera, molti gruppi di preghiera si stanno muovendo in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia. Ma devo capire che senza un tempo fisso dedicato alla preghiera non potrò avviarmi ad un cammino di santità. Diceva Santa Teresa che un quarto d’ora d’orazione al giorno basta per salvarsi. Mezz’ora forse è meglio…

mercoledì 17 settembre 2014

Qualcosa è cambiato fra Occidente e Oriente

 
Quando ero bambino tutto ciò che era americano era buono. Un asciugamani, un utensile, un’automobile, un frigorifero, i film, i jeans, il boogie woogie, tanto che Renzo Arbore ha composto una canzone: “Perché nun ce ne jamm’in America?”, in cui decanta gli hot dogs, gli sceriffi e i juke-box. Da ragazzo ho appreso che c’è stato un piano Marshall che ha aiutato l’Italia a rialzarsi e che le elezioni del ’48  (che salvarono l’Italia dall’egemonia sovietica) furono merito di una mobilitazione generale ma furono anche “benedette” dalla potenza americana. Avevo sei anni allora e ricordo ancora l’immagine spaventosa di Stalin con la minaccia: “Ha da venì baffone…”. Da una parte c’era l’impero del bene, dall’altra quello del male. L’Occidente amico e rassicurante cominciò a cambiar volto con l’uccisione di Kennedy e poi nel ’68 con mode e modelli inquietanti: la fantasia al potere, i figli dei fiori, droga, liberazione sessuale, divorzio, aborto come conquista, esaltazione dell’omosessualità, eutanasia, utero in affitto e via profetando. Il tutto presentato come una marcia verso la felicità, mentre in realtà ci sono solo deserto e carcasse di morti. I cosacchi non hanno abbeverato i cavalli nelle fontane di Piazza San Pietro, la Russia è stata più volte consacrata alla Madonna dai Pontefici, e il presidente russo ha portato a Papa Francesco un’icona di Maria, baciandola lui per primo. Qualcosa è cambiato e chi ha fede non può ignorare tutto ciò. La Vergine ci guidi e indichi le strade giuste.


venerdì 5 settembre 2014

Descrizione di "CARTOLINE DAL PARADISO. OTTIMISTI SEMPRE, PREOCCUPATI MAI"



 Così l'editrice Ares presenta il libro:

"Pippo non è una persona come tutti gli altri, lui vive con i piedi per terra ma lo sguardo fisso verso il Cielo. D’altra parte lui lo ha detto: come san Filippo Neri, "preferisce il Paradiso".
A me succede di arrabbiarmi se le cose vanno storte, se qualcuno mi fa una prepotenza, se subisco un’ingiustizia. A Pippo no. Lui trova sempre qualcosa di cui gioire in tutto ciò che accade!"
(Dalla Prefazione di Costanza Miriano)

Tre anni, centocinquanta cartoline, attraverso cui l’autore commenta i fatti dell’attualità per invogliarci a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, nonostante la crisi, nonostante il governo, nonostante le alluvioni e i terremoti, nonostante tutto...
Senza pretesa di insegnare nulla, Corigliano sa fare breccia nei cuori e donare al lettore con un sorriso le ragioni profonde e per nulla scontate della sua speranza.
Il volume esce in collaborazione con il settimanale Tempi, sulle cui colonne le «cartoline» sono venute alla luce.

L'autore
Pippo Corigliano, autore di successo per Mondadori con la trilogia Preferisco il Paradiso, Un lavoro soprannaturale e Quando Dio è contento nel suo profilo Twitter si descrive così: "Un ingegnere prestato alla comunicazione. Gli piacciono san Josemaría, san Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger e Papa Francesco. Anche Napoli, i faraglioni e la pizza".

Per ordinare il libro con lo sconto cliccare su: http://www.libreriacoletti.it/libro/CARTOLINE-DAL-PARADISO-OTTIMISTI-SEMPRE-PREOCCUPATI-MAI/9788881556151

lunedì 1 settembre 2014

I missili dei cristiani

C’è un missile che arriva sempre al bersaglio ed è la preghiera. Un giornalista ha chiesto al Papa se ritenesse inutile l’incontro in Vaticano fra israeliani e palestinesi, visto il precipitare degli eventi. Il Papa ha risposto che anche tra il fumo delle bombe si intravede una porta che la preghiera aprirà. Mi sembra che abbia ragione. Duemila anni di storia c’insegnano che il cristianesimo sempre perseguitato non viene mai sconfitto; che problemi che sembrano insolubili si risolvono e si sciolgono come la neve al sole. Sono devoto a Santa Caterina da Siena che da buona toscana aveva il senso dell’umorismo. Lei stava il più possibile ritirata in una cella a casa sua e quando la carità la portava a girare per il mondo si faceva una cella interiore nel proprio animo. La Provvidenza la portò ad Avignone: i fiorentini la condussero perché risolvesse per loro una divergenza col Papa, lei non riuscì in questo intento ma invece convinse il Papa a tornare a Roma: un problema che allora sembrava insolubile. Il Papa, che la stimava, trovò il coraggio, affrontò molte difficoltà e tornò a Roma. Da allora il Santo Padre riprese a governare la Chiesa dalla cattedra di Pietro. Non spaventiamoci delle aggressioni e preghiamo per i martiri. Noi abbiamo i veri missili che vanno sparati col carburante della fede. Non stanchiamoci di pregare. Gesù non abbandona i suoi. Chiediamo di essere davvero suoi, non perché portiamo una casacca ma perché abbiamo fede in Lui e crediamo nell’arma della preghiera.



sabato 23 agosto 2014

Il Paese ha bisogno di laici santi


Nel 1945 l’Italia era ridotta all’estremo. Finiva la guerra civile nel nord, Mussolini veniva ucciso, mancava il pane. Io avevo tre anni e non me ne accorgevo perché sui bambini non si fanno pesare le tragedie. A Napoli sotto casa un’orchestrina americana suonava sia il boogie woogie che Lilì Marlene, la canzone malinconica tedesca che aveva superato il fronte. Un soldato americano mi regalò dei cioccolatini, c’era la tessera per il pane ed era arrivato il burro salato americano assieme al latte in polvere. Dopo solo15 anni facevo la maturità in un paese pieno di slancio che godeva di una moneta stabile ed era al quarto posto fra le potenze industriali del mondo. Il lavoro degli italiani (e di governanti cristiani che pensavano al bene del Paese) aveva fatto questo. La Provvidenza guida svolte impensabili: a Lei bisogna rivolgersi e per questo c’è bisogno di tutti coloro che hanno fede, a qualsiasi famiglia spirituale appartengano. Ora siamo il Paese che non fa figli, che vuol chiamare matrimonio l’unione omosessuale, che registra un numero sempre più alto di divorzi, che vuole rimuovere la libertà (e l’obiezione) di coscienza. Il Papa ha pregato con i giovani coreani per la riunificazione del loro Paese. Noi dobbiamo pregare per la risurrezione morale, politica ed economica del nostro; dobbiamo riconoscere i nostri errori e superficialità. Il nostro Paese ha bisogno di santi laici. Solo così avremo lo slancio per superare le avversità e l’esperienza negativa diventerà un arricchimento.



venerdì 15 agosto 2014

chi salverà l'Occidente?


Alla viglia del Meeting di Rimini è lecito alzare lo sguardo e chiedersi: chi salverà lOccidente? Quest’Occidente che sembra volersi suicidare con una cultura di morte? Una risposta (specialmente in coincidenza col viaggio del Papa in Corea) potrebbe essere: l’Oriente. Quei cristiani d’Oriente (Corea, Filippine, Cina…) immuni dal virus dell’anticlericalismo. Probabilmente sarà anche così ma non possiamo delegare le nostre responsabilità. L’Occidente sarà salvato da quel residuo di cristiani che hanno fede e, malgrado tutto, i cattolici italiani avranno un ruolo fondamentale. Quali sono le qualità che la Provvidenza sembra richiedere ai cattolici italiani? Il Meeting risponde a questa domanda in modo esemplare anche per coloro che non sono esplicitamente allievi di don Giussani.
Salveranno l’Occidente e il mondo intero persone che sapranno essere del mondo senza essere mondani. Persone che sanno “di dover diminuire perché Lui cresca in noi”, per dirla con S. Giovanni Battista e tutti i santi a seguire. I percorsi però di questa fede sono nuovi rispetto ai secoli passati: non la fuga dal mondo ma prendersi il mondo con la propria vita limpida. Prima di tutto il matrimonio: i cristiani di domani saranno i figli degli odierni matrimoni cristiani forti davanti alle avversità. E poi la capacità di riformare la società secondo i criteri indicati dal Papa: una società imperniata sulla persona e sul lavoro e non soltanto sul profitto. Far questo è un problema di fede non di altra natura.