lunedì 24 settembre 2012

Costanza Miriano fa centro con un altro libro

 
Come ragiona e come si comporta una sposa cristiana? Dopo Sposati e sii sottomessa, risponde Costanza Miriano col suo nuovo libro  Sposala e muori per lei (è in libreria da qualche giorno) rivolto ai mariti ma parlando alle donne, vere registe della felicità coniugale. Con parole dell’autrice il tema di fondo: Se la donna rende lo stare vicino a lei un paradiso l’uomo non se ne stanca mai. Alla base, il pensiero forte: La Bibbia ci dice la verità su di noi. La verità della donna è che è bello per lei scegliere di obbedire a qualcuno che stima, quando appunto è una scelta. La pacifica, la rende felice. E l’uomo a cui lei obbedisce, poi, dà la vita per lei. Non c’entra niente con la logica di chi comanda: è un fare a gara nello spendersi. Un consiglio strategico: La donna deve prima di tutto resistere alla tentazione di dire all’uomo come deve essere. Non deve fare la maestrina, criticarlo o cercare di formattarlo. Deve lealmente fidarsi di lui e del suo sguardo virile sul mondo. E se proprio vuole fargli arrivare un messaggio deve trovare il modo di parlare con la vita, e di essere talmente dolce e sorridente e solida (non una bambina che fa i capricci o mette i musi) da far venire all’uomo la voglia di seguirla. Infine un discorso fondante per gli uomini: La virilità è la capacità che deve avere l’uomo di prendere su di sé i colpi della vita, a difesa di coloro che gli sono affidati. È la capacità di morire a se stesso per far vivere gli altri. Il massimo della virilità è Gesù.




Il Papa cita Costantino e ci incita alla battaglia vera che ci attende

L’importante discorso che il Papa ha tenuto a Beirut il 14 settembre scorso, nel presentare l’esortazione apostolica sulla Chiesa in Medio Oriente, ha due prospettive storiche. Da una parte il Santo Padre riprende la prima lettera di San Pietro rivolta proprio alle chiese del Medio Oriente in difficoltà, sottolineando così la vicinanza del successore di Pietro ai cristiani di quelle regioni. D’altra parte, con un’originalità a cui il Santo Padre ci ha abituato, il Papa fa un riferimento ripetuto all’imperatore Costantino e al simbolo della Croce. Il discorso avveniva il giorno della festa dell’Esaltazione della Santa Croce che ricorda il ritrovamento della Croce da parte di Sant’Elena, madre di Costantino. Anni prima la Croce era apparsa sfavillante a Costantino nella notte, mentre una voce gli diceva “In questo segno vincerai!”. Poco dopo Costantino aveva promulgato l’editto di Milano con cui stabiliva la libertà religiosa e la fine delle persecuzioni dei cristiani. In questo modo il Santo Padre opera una sintesi efficacissima fra il tema della Croce, che accompagna la vita dei cristiani perseguitati in Medio Oriente, e la speranza di vittoria. Il suo discorso si conclude esortando: «Non temere, piccolo gregge» (Lc 12,32) e ricordati della promessa fatta a Costantino: «In questo segno, tu vincerai!». Nello stesso tempo il Papa ha ricordato il dovere dei governanti di comportarsi come Costantino, rispettando la libertà religiosa. Parole significative e di conforto per i nostri fratelli nella fede che abitano in quelle regioni.
  Questo discorso ha anche un valore universale e affonda le sue radici nel pensiero di Papa Ratzinger. Quando si parla di vittoria si pensa ad un regno che vince, come nel caso di Costantino. Nella storia ci sono stati altri momenti chiave come questo, che hanno consentito la sopravvivenza della cristianità: la riconquista spagnola da parte dei Re Cattolici, la battaglia di Lepanto accompagnata dalla preghiera del Rosario, la battaglia di Vienna contro i turchi… Ma il regno di cui parla Gesù nel Padre Nostro  ha un significato più profondo e per noi molto attuale. Nel suo primo libro su Gesù il Papa spiega bene che Gesù non allude ad un’istituzione stabile ma ad una sovranità di Dio sul nostro cuore.
Oggi i cristiani del mondo occidentale si trovano assediati non più dai turchi ma da un nemico “endogeno” che prende le mosse da elementi impazziti della cultura cristiana. Il problema attuale non è l’infiltrazione musulmana nell’Occidente, che pure preoccupa molti, ma il tentativo di espellere la fede dalla nostra civiltà, dal nostro modo di pensare. Il nemico è un virus che ha avuto due ambienti di coltivazione: il pensiero illuminista e la riforma protestante. Il 700, il secolo dei “lumi”, ha avuto diversi pensatori tra cui spicca Rousseau la cui idea di fondo è che occorre eliminare la Chiesa Cattolica per garantire il futuro luminoso dell’umanità: il buon selvaggio è l’uomo buono che, seguendo i suoi istinti naturali, guarirà l’umanità dal suo male, rappresentato dall’oppressione della morale cattolica e dall’istituzione ecclesiastica. Il peccato originale che rende l’uomo peccatore non esiste, basta eliminare i cattivi e ogni problema scomparirà. E’ da questa premessa che nasce la riduzione dell’uomo al suo istinto (selvaggio) e da qui proviene lo spirito giacobino che vedrà nella ghigliottina e nel Terrore la liberazione dal male.
Ancora precedente è il pensiero protestante, nella versione del puritanesimo anglosassone ed olandese, che ha prodotto la mentalità dello zio Paperone. Può apparire un riferimento divertente ma dietro la popolare figura dello zio Paperone di Disney c’è simbolicamente il personaggio di John Rockefeller, lo spietato monopolista del petrolio, l’uomo più ricco di tutti i tempi, il simbolo del self-made man, la cui fotografia in tarda età parla da sola. Lo spirito puritano ha visto nel successo e nel denaro, accumulato in quantità inimmaginabili, il segno del favore di Dio, mentre la povertà e l’emarginazione sono un segno della disapprovazione divina. Ecco allora una civiltà che punta solo al successo e al denaro ed è incapace di capire altre culture e d’intendere la dottrina sociale della Chiesa.
Sia nel caso della cultura illuminista che in quella puritana secolarizzata non c’è spazio per un Dio a cui dire “Padre nostro”: al massimo Dio è un collaboratore di un “io” che si autocostruisce. La comunicazione è diventata il braccio forte di questa mentalità. Oggi gli eserciti contano meno della comunicazione organizzata che proietta nel mondo globalizzato l’idea di un mondo senza Dio. Dov’è Dio nelle fiction televisive, nei giornali, nel web? Ognuno può rispondersi da solo. Grazie alla comunicazione la cultura anticattolica domina incontrastata. La Chiesa è disprezzata, derisa, attaccata clamorosamente appena c’è un pretesto, anche minimo, anche sbagliato.
“In hoc signo vinces” ci ripete il Papa: col simbolo della Croce vincerai. Come Gesù è stato crocifisso ma ha vinto, così i cattolici sono perseguitati in modo nuovo e sofisticato ma risorgeranno. Questa risurrezione passa attraverso una nuova conversione e consapevolezza, soprattutto dei laici. La Chiesa ha bisogno di laici davvero cristiani per capovolgere la visione di un mondo senza Dio e proporre la verità di un mondo creato da un Dio Padre che ci ama. Ecco la rivoluzione a cui siamo chiamati. Occorre abbandonare l’idea del laico cristiano come  un poveraccio incolto, che non si ricorda l’Ave Maria, che ha pure la laurea ma non conosce nulla del messaggio cristiano. Se vogliamo risorgere occorre essere santi, ma santi davvero. Santo vuol dire uomo di Dio. Ebbene sono necessari uomini di Dio. Cadono nel vuoto gli appelli ai cristiani in politica quando questi, al primo piè sospinto, cadono vittima della corruzione e degli istinti personali.
Essere persone con una viva spiritualità non vuol dire essere professionalmente degli imbelli e dei beoti. E’ un errore separare la scelta spirituale da quella dell’impegno sociale. Solo se si è spiritualmente solidi, fondati in Dio, si avrà la tempra di essere socialmente efficaci. Come si fa ad essere fedeli in mezzo alla quotidianità se non leggo il Vangelo, se non leggo libri solidi (come quelli di Ratzinger, per intenderci) e gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa? Come posso perseverare se non approfondisco il Sacrificio di Gesù presente nella Santa Messa e non mi alimento del Suo Corpo e del Suo Sangue? Se non dedico tempo alla preghiera, un buon tempo, come posso resistere alle tentazioni? So tutto sulla fitness fisica e non so niente della fitness spirituale? Faccio l’aerobica e non faccio entrare nel mio spirito il soffio dello Spirito Santo? Faccio la dieta e muoio di fame spirituale? Vado a fare i master e non ho un consigliere spirituale? Come posso amare durevolmente mia moglie se non so nulla dell’Amore di Dio?
E’ questa la battaglia da vincere: la formazione dei cristiani laici.




venerdì 14 settembre 2012

Dio, la natura ed io.


 
Mi fa riflettere il contatto con la natura. La consuetudine della vita in città – me ne accorgo ancora una volta - restringe la mia visuale. Oggi è in corso una tempesta con onde grigie così grosse e furiose da far sembrare minuscola una “cala” che sembra maestosa quando il tempo è bello. Solo l’altro ieri in canoa costeggiavo le rocce del golfo di Castellammare in Sicilia. Le pareti bianche, punteggiate di fichi d’India, svettavano sul cielo blu e proseguivano nel fondale fino a perdersi nell’altro blu del mare. Alghe  che sembrano una moquette viola sulla roccia affiorante, ogni tanto un pomodoro di mare rosso luccicante e un’efflorescenza arancione subacquea di cui non conosco l’origine. E’ uno spettacolo che non stanca, come guardare il fuoco. C’è tanta vita e tanta bellezza, abitualmente nascosta per me, e mi viene da dire al Signore col salmo 8: « che cosa è l'uomo perché te ne ricordi?». Parlo in serata con un amico astrofisico e mi dice che il sole brucia, da miliardi di anni, 7 tonnellate di idrogeno al secondo, che le stelle che vediamo fanno parte della nostra galassia mentre esistono altri mille miliardi di galassie; e siamo solo al 4% di conoscenza dell’universo. Eppure tutto questo è sabbia rispetto all’amore di Dio che sale sulla croce anche per me. Dio mi ha fatto capace di pensare l’universo e mi ha dato un cuore capace di amare. Il Dio creatore ha soffiato sul mio fango e Gesù mi ha insegnato la logica del servizio abnegato. Grazie o mio Dio e abbi pietà di me.


Sul Corriere un articolo dal titolo: L'anima? E' solo un'illusione

Gentilmente il Direttore del Corriere ha fatto pubblicare la letterina di rettifica che allego:

Caro Direttore,

sul Corriere di giovedì 6 settembre,  con il titolo: "L'anima? è solo un'illusione" viene recensito un libro del professor Boncinelli,.
La dottrina cattolica non insegna che l'anima è come un ciclista di cui il corpo è la bicicletta, come l'articolo suggerisce. Insegna, come giustamente osserva il professore, che l'anima è l'organizzazione del corpo. I progressi della scienza non mettono in crisi quest'affermazione ma semmai il dualismo di Cartesio che pensava che anima e corpo fossero due realtà distinte, come appunto il ciclista e la bicicletta.
Per quanto riguarda l'immortalità dell'anima umana, essa è un'ipotesi di alcuni filosofi e una certezza della rivelazione di Dio, confermata dall'insegnamento  di Gesù e dalla Sua risurrezione, "primizia" della risurrezione dei nostri corpi.
Con cordiali saluti
Pippo Corigliano
gcorig@tin.it


sabato 8 settembre 2012

La vita di Ratzinger è come una freccia con un bersaglio: portarci alla fede

 
Ancora un po’ di tempo e inizierà l’anno della fede: vorrei evitare in me l’atteggiamento di chi  considera quest’appuntamento un’occasione edificante come le altre.
 Ripenso alla vita di Joseph Ratzinger, al clima della sua famiglia e alla fede forte e serena in cui è stato formato: da lì la decisione di farsi sacerdote. Penso al suo insegnamento come teologo stimatissimo dai suoi allievi: essi stessi ricordano come le sue lezioni sembravano preghiera. Poi il Concilio, vissuto con atteggiamento riformatore per presentare il contenuto della fede in modo comprensibile per l’uomo contemporaneo. Poi le lezioni all’università di Tubinga sul Credo (raccolte in un libro impedibile: Introduzione al cristianesimo) quando, dopo il Concilio, tentarono d’introdurre le categorie marxiste nel messaggio cristiano. Invece no: Ratzinger ribadì chiaramente che la fede viene da Dio e non dalla politica. Poi il lavoro presso la Congregazione per la Dottrina della fede, grazie al quale, fra l’altro, abbiamo il nuovo Catechismo. Poi le encicliche (sull’amor di Dio, sulla speranza, sulla carità operativa e, la prossima, sulla fede), i libri bellissimi e profondissimi su Gesù (il terzo è in arrivo) e i discorsi da Pontefice… La vita di Ratzinger ha avuto una sola aspirazione: illustrarci la fede. Tutta la sua attività è una freccia che ha questo bersaglio: portarci ad una fede limpida. Non posso avvicinarmi a quest’anno della fede in modo distratto. Intanto ringrazio Dio di averci dato Joseph Ratzinger.

sabato 1 settembre 2012

La vita è come nuotare in mare non in piscina

 
In questi giorni di vacanze ritardate sto facendo delle lunghe nuotate in mare. Mi colpisce la differenza con le nuotate in piscina, quando sono in città. Nella piscina tutto è previsto e prevedibile: acqua della temperatura giusta, colore cristallino, percorsi tracciati. In mare no, tutto è diverso. Ogni giorno il mare si presenta con un nuovo aspetto: un giorno è calmo e trasparente, un giorno corrucciato, un altro con i residui galleggianti di una mareggiata. Mi piace nuotare guardando il fondo, brulicante di pesci di vari colori che procedono in piccoli branchi, ignorandosi. Ogni tanto il riflesso del sole sul ventre di un’orata o di un sarago. Sempre un leggero timore dell’ignoto: potrebbe arrivare un predatore, un pesce fuori misura. Nel mare trovo un altro volto della natura con il suo fascino e la sua crudeltà. Un amico ha preso con la fiocina una ricciola con una sardina appena ingoiata.
Nella piscina il creatore sono io, nel mare sono creatura che contempla la “creatività” del Creatore. Nel mare mi viene spontaneo pregare, in piscina tutto mi sembra preordinato. In piscina prevale l’illusione di un mondo perfetto ma ingannevole. Nel mare c’è lo sgomento davanti alla grandezza di Dio. Vivrò quest’anno con la coscienza che la vita è andare per mare, guai a credere che mi trovo in piscina. Dipendo ogni giorno dalla benevolenza di Dio e nulla è scontato. Devo saper vedere la mano di Dio in ciò che mi circonda e abbandonare ogni sicurezza. Con la fiducia in Maria, Stella Maris.


mercoledì 22 agosto 2012

Come siamo fortunati noi cattolici!

 
Agosto è andato via portando con sé il sapore della festa dell’Assunta. Come per tutte le feste della Madonna mi rimane la sensazione di non averla festeggiata abbastanza, ma l’importante è che resti qualcosa che rinnovi la mia devozione. In questo periodo mi è chiara la considerazione di Maria come fonte della serenità. E’ giusto che vi siano rappresentazioni della Madonna addolorata mentre mi pare ridicolo e impossibile che ci sia una statua o un quadro della Madonna arrabbiata, amareggiata, indispettita. Guardare le vicende della vita come avrebbe fatto Maria mi è d’aiuto. Ultimamente quando avverto confusione o preoccupazione dentro di me chiamo interiormente: Maria! E mi pare che l’orizzonte si semplifichi e che si rinnovi lo spirito di servizio. La virtù della contentezza non è contemplata tra le virtù cardinali e tanto meno in quelle teologali ma le presuppone. Per essere contenti occorre essere umili. L’orgoglioso non è mai contento perché pensa di non aver ricevuto il giusto per il suo gran valore. Invece Maria accetta tutto e “medita nel suo cuore”. Anche in questo è maestra. Abitualmente dedico un certo tempo all’orazione mentale ma sento che anche per il resto della giornata devo meditare nel mio cuore e dare una prospettiva divina alle cose che sto facendo. Come siamo fortunati noi cattolici! Siamo sempre in famiglia: Dio lo chiamiamo Padre, Gesù amico e fratello, lo Spirito Santo l’intimo del mio intimo e Maria madre mia, tanto più accogliente quanto più sono piccolo.



mercoledì 15 agosto 2012

La cerimonia di apertura (e di chiusura) delle Olimpiadi ha lasciato una perplessità



“La Gran Bretagna sa da dove viene ma non sa dove va”: è il commento azzeccato di un giornale alla sontuosa cerimonia d’apertura delle Olimpiadi 2012. Lo spettacolo inaugurale ha messo in scena la storia dell’Inghilterra moderna: un gruppo di signori, in abito ottocentesco con cilindro, ha rappresentato i finanzieri e tecnici che hanno provocato la rivoluzione industriale. Minacciose ciminiere e un popolo malconcio (stile Dickens) in rivolta hanno ceduto il passo a successivi scenari di assistenza medica ai bambini con personaggi alla Mary Poppins. Ha colpito l’autoironia della Regina che ha acconsentito di apparire con James Bond (autoironia tipicamente inglese compatibile con il sottile disprezzo per chi inglese non è) ed è stato divertente Mr. Bean che sognava momenti di gloria, rievocando il noto film inglese. La conclusione è stata una gran cantata in discoteca. Francamente un po’ poco per una nazione che ancora pretende di pilotare i destini del mondo.
Al giorno d’oggi è accaduto che quei signori in cilindro, per il desiderio di guadagno a tutti i costi, hanno provocato una crisi finanziaria che si abbatte ora sotto forma di speculazione sul nostro Paese. E’ ora che i cattolici costituiscano una società ispirata al messaggio di Gesù, che rispetti la persona e persegua il bene comune; dove il profitto non riduca in miseria nessuno e sia riconosciuto il ruolo essenziale della solidarietà. C’è bisogno di professionisti cattolici intraprendenti. Non occorrono cilindri occorrono santi.



sabato 28 luglio 2012

un libro proprio bello per l'estate: divertente ed efficace




 Tempi le ha già fatto un’intervista (3 febbraio) ma vale la pena tornare a parlare di Costanza Miriano e del suo libro “Sposati e sii sottomessa” per il semplice motivo che è un libro imperdibile e che l’estate è il momento buono per leggerlo. L’autrice è spiritosa ma il suo umorismo ha radici profonde: si alimenta di un autentico rapporto con Dio, che è il solo capace di dare vera allegria. Perciò dire che questo è un libro divertente è una verità, ma è una verità parziale. Nella sostanza è un libro controcorrente e tostissimo: mena fendenti come el Cid Campeador, come Aiace Telamonio, come il Mazinga degli anni ’70. Le tesi proposte sono quelle, ben conosciute, della dottrina della Chiesa sulla donna, sulla vita, il matrimonio, l’educazione, ma l’autrice non procede per princìpi primi, procede dalla propria esperienza personale: è questa, la propria esperienza, a convincere lei, e il lettore, che la felicità si ottiene vivendo in modo giusto.
A proposito delle donne Costanza dice: “Noi dobbiamo dare, difendere, appoggiare, sostenere la vita. Mi sembra invece che le donne della mia generazione che, per la prima volta nella storia, possono chiedersi se accettare o no questo ruolo, gli dicano di no con troppa fretta e leggerezza. Magari semplicemente perché è possibile dire di no. Salvo poi accorgersi quando è troppo tardi che forse non era quella la risposta che volevano dare. Salvo poi accorgersi che la donna si ritrova dandosi. Salvo poi accorgersi che quando c’è qualcuno da proteggere, una trova le forze per rimettersi in piedi da qualsiasi situazione personale, anche disastrosa. E’ una forza potente l’istinto materno…”
Sull’amore dà un consiglio definitivo a una sua amica traballante: “ Vivere tutti gli amori non t’insegnerà sull’amore quanto viverne uno solo in profondità”.
Alle amiche femministe fa considerare “la nuova schiavitù in donne che credono di essere liberate e invece forse hanno sbagliato mira. “Verso tuo marito sarà il tuo istinto ma egli ti dominerà” dice la Genesi. Qui è nascosta una scintilla, una via per la felicità. Già qui, su questa terra. E quindi la donna obbedisce perché sa ascoltare, non perché si deprezza.”
“L’indissolubilità del matrimonio ti chiude tutte le strade ma ti apre un’autostrada. Cominci a sforzarti di amare anche i difetti, non li rinfacci, ma li accogli. Non ti poni più il problema se la situazione ti vada o no, ma come farla funzionare, visto che deve andare, a tutti i costi. Allora cominci a vivere l’ordinario (compresi rotture di scatole, atteggiamenti che ti fanno venire i nervi, contrasti, noia) con amore, trasfigurandolo. E quando cominci a donarti, ti viene da pensare che è così bello vivere così, che quasi ti chiedi dov’è la fregatura. Non c’è”.
E a proposito della cosiddetta liberazione sessuale: “Io tutta questa felicità, in chi finalmente si è liberato, non la vedo proprio per niente… Credendo di emanciparci ci siamo svendute per un piatto di lenticchie: abbiamo  adottato il modo maschile di concepire la sessualità. Eravamo le custodi della vita, non lo siamo più… in cambio della libertà ottenuta, le prime a soffrire siamo noi. Ne soffriamo noi e ne soffre tutto il mondo, perché se non lo facciamo noi, chi custodirà l’amore per la vita?”
E, a proposito dell’aborto, dice all’amica in dubbio: “C’è una persona molto piccola, che ha bisogno che tu diventi un po’ più grande, un po’ più forte e che la difenda. Che vuoi fare?”
E a chi teme di perdere la propria autonomia suggerisce: “ Non decidi più quando dormire, mangiare, fare la doccia. Non decidi più quando essere di cattivo umore e quando trascorrere una giornata svaccata e inconcludente. Non decidi quando leggere e quando telefonare. Eppure ho visto tante donne inquiete che in questa perdita di sé hanno trovato la pace. Non povere frustrate, con vite vuote e deprimenti che finalmente hanno trovato un perché, ma anche ingegneri, medici, avvocati, magistrati, docenti universitarie. Donne già realizzate e felici che a un certo punto, al bivio, passano dall’altra parte e cominciano a servire. Rinunciano ad essere brave in tutto, rinunciano ad avere mani in ordine e scarpe intonate alla borsa, pelli lisce e conversazioni aggiornate, e cominciano ad occuparsi di qualcun altro. Non perché non amino più le scarpe abbinate e la manicure, ma perché amano ancora di più la felicità di qualcun altro.”
E di fronte all’emergenza educativa… “Non si sa perché si educa. A cosa si educa, se neanche i genitori sanno perché vivono e dove vanno? Se si toglie il timor di Dio, come si fa ad educare? Se si toglie l’idea del peccato originale e del bisogno di salvarsi, che cosa vuol dire educare? Se togli inferno e paradiso – considerati ridicola roba da donnicciuole da tutti gli intellettuali, a parte Camillo Langone – perché dovresti conquistarti l’eternità?”
E’ forte Costanza e inietta una buona dose di ferro nell’animo del lettore. Se la vedi in tv, o in qualche presentazione del libro, sembra quasi timida e con un’overdose di autoironia. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Costanza è una dei personaggi forti di cui abbiamo bisogno oggi. Con il suo umorismo t’introduce ad uno stile di vita che è nientedimeno lo stile dei santi di oggi come Dio li vuole: persone che si nutrono dell’Eucarestia e del Vangelo e poi vivono la vita ordinaria con un amore straordinario. Non li noti subito ma la loro vita riscalda la tua: ti aprono una strada in un mondo che non ti capisce e che spesso ti è ostile. Per questo Costanza è importante: abbiamo bisogno di cristiani così per capire qual’è la strada, e per liberarci dalla coltre di sciocchezze con cui la cultura dominante vuole soffocarci.



domenica 22 luglio 2012

E' l'estate il momento per essere più santi


“Con le pinne, il fucile e gli occhiali, mentre il mare è una tavola blu…” recitava una canzone degli anni 60: direi che ci sta bene un tuffo al mare o una scarpinata in montagna dopo un anno di tensione. Per un cristiano c’è qualcosa di più. L’estate è il momento in cui si può approfondire. Certamente qualcuno dirà che gli impegni aumentano perché le esigenze della famiglia si moltiplicano e alla fine si dirà: ”aiutatemi!” come quel tale della pubblicità; ma un po’ di verità c’è nel significato del termine “vacanza”: essere libero da incombenze e compiti. Un cristiano sa che porta dentro di sé un Gesù. Può sembrare scioccante dirlo in questo modo, ma è quanto afferma san Paolo quando dice: “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20). E’ vero che  porto dentro di me un Gesù che aspetta degli artisti (la grazia di Dio e la mia volontà) che tirino fuori la Sua immagine a mo’ di bravi scalpellini, come Michelangelo estraeva i capolavori dal marmo. L’estate è il momento buono perché la creatura si metta davanti al Creatore e lo contempli, è il momento di leggere le Confessioni di Sant’Agostino (a diciotto anni le lessi e rimasi fulminato) o un altro libro che apra gli orizzonti. E’ il momento di trasmettere la fede con naturalezza: sotto l’ombrellone ricordo i discorsi più belli sul senso della vita. E’ il momento in cui gli amici aprono volentieri il loro cuore e si può parlare con semplicità. Posso confessarmi meglio. L’estate può essere il momento di Gesù.

giovedì 12 luglio 2012

L'emergenza educativa

 
Si parla molto dell’emergenza educativa e ben a ragione perché è evidente che di educazione ce n’è poca. Ma per risolvere il problema occorre andare fino in fondo: formare una persona non vuol dire manipolarla, significa far venir fuori la sua forma vera, il suo modo proprio di essere  uomo. Il modello è Gesù. Può sembrare un’esagerazione ma tutto ciò che è umano è impastato di Dio, e il vertice sta nell”impasto” primo di Dio, che è il Figlio.  I santi sono altri Gesù, a modo loro. I santi sono formatori perché aprono una strada per avvicinarsi a Gesù. Come diceva il cardinal Ratzinger, i santi rivelano aspetti del volto di Dio: ad esempio la Madonna svela il Suo volto materno. Questo è il cuore del tema dell’emergenza educativa. La civiltà occidentale è nata da Gesù, assorbendo la tradizione greca, romana e giudaica, come ricorda il Papa. I santi sorprendono i contemporanei perché Gesù ha il posto centrale nella loro azione e nei loro discorsi, mentre gli altri divagano. La vera radice dell’educazione è il rapporto vivo con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Su questo tronco tutto il resto si innesta. E’ quanto c’insegnano i veri maestri come Padre Pio, Madre Teresa, San Josemaría, Carol Wojtyla, don Giussani, Chiara Lubich e altri grandi contemporanei: è a loro che dobbiamo guardare. Con loro, la professionalità, la politica, l’amore, l’amicizia, l’arte, il divertimento acquistano il significato completo. La vita diventa vocazione. Il Paradiso si avvicina. La civiltà fiorisce.



venerdì 6 luglio 2012

Su Tempi un articolo sul Campus Bio-Medico



Caro Professore, quando mia moglie, meravigliosa, mi convinse a farmi visitare al suo Campus Bio-Medico, lei , visitandomi accuratamente, constatò quanto fossi scettico e affermò: “senta, io la voglio curare, se lei non vuole” – stringendomi la mano, quasi abbracciandomi – “faccia come crede, ma io la voglio curare”…”sono rimasto stupito, in particolare, dalla cordialità, l’educazione, l’affabilità e l’affetto con cui sono stato accolto”… La lettera continua con questo tono e conclude: “mi hanno trattato come se fossi un loro parente”.
La testimonianza di questo paziente è una fra le tante che arrivano al Policlinico del Campus Bio-Medico e corrisponde allo spirito delle indicazioni che il successore di San Josemaría Escrivá, monsignor Alvaro del Portillo, dette nel 1988 al professor Paolo Arullani in vista della nuova iniziativa di tipo medico in fase di progetto. Su quello storico appunto, scritto velocemente e che Arullani conserva, si legge: “Clinica con caratteristiche universitarie a Roma. Malati trattati come persone”. E poi: “Innanzitutto le infermiere, perché sono loro che seguono gli ammalati e dànno il tono”.


Paolo Arullani, attualmente presidente dell’Università, cominciò a darsi da fare, assieme a tante persone che sono le “fondamenta” viventi del Campus. Tante ore di lavoro sacrificato e silenzioso hanno contribuito a creare una struttura che si presenta bene, in modo direi gioioso, e che si avvia a celebrare i vent’anni di attività nel 2013. Vent’anni per un’istituzione sono pochi ma già sono pieni di storie. Una di queste riguarda Alberto Sordi che, dissolvendo il mito di tirchieria che lo circondava, donò 8 ettari di terreno per costruire il Centro Anziani adiacente al Campus. (Vedi foto: Alberto Sordi mentre pone la prima pietra del Centro Anziani nel 1998).


Ma cominciamo dai risultati. Dal ’93 ad oggi si sono laureati in corso il 90% degli studenti (una percentuale da record): laureati, occorre precisare, che hanno trovato immediatamente occupazione. Il rapporto studenti-docenti è di 12/1 e in più va aggiunto un servizio di tutorato per ogni studente. Per quanto riguarda l’assistenza medica l’indice di soddisfazione dei pazienti curati al policlinico è altissimo e, per effetto del passaparola, a Roma sono in tanti che vogliono essere curati al Campus che offre un servizio convenzionato. La ricerca scientifica spazia in diversi campi e un particolare vantaggio è dato dalla stretta vicinanza della facoltà di medicina con quella d’ingegneria biomedica, presente nel Campus. A questo proposito, si è appena concluso un convegno internazionale organizzato dall’Università Campus Bio-Medico sulla biorobotica. I maggiori esperti di questa materia di tutto il mondo si sono incontrati a Roma dal 25 al 27 giugno, per discutere i più recenti risultati e i programmi di ricerca che coinvolgono università e industria nei settori applicati della robotica in medicina e biologia. E’ il più importante appuntamento mondiale del settore, organizzato ogni due anni dalla maggiore associazione professionale per l’avanzamento in tecnologia. Sono intervenuti oltre 500 partecipanti, provenienti da 49 Paesi.  Nell'ambito della Conferenza si è tenuto anche il Simposio Internazionale di Chirurgia Robotica che è una specialità d’eccellenza del Campus Bio-Medico.
La chirurgia robotica non deve far pensare ad un robot che opera, il che sarebbe preoccupante. Si tratta di un complesso macchinario grazie al quale il chirurgo opera, attraverso uno schermo ingranditore, con tre braccia che consentono interventi di precisione mininvasivi. Ad esempio, operazioni che prima richiedevano il cuore aperto adesso si effettuano con un’invasività minima. Con lo stesso metodo s’interviene sia sulla prostata che in ginecologia e in altri settori. (vedi foto: Una visione d’insieme del robot chirurgico “Da Vinci”)


Fra le meraviglie robotiche presentate al convegno ci sono le capsule, dotate di sensori e telecamera, che sono guidate da campi magnetici all’interno dell’organismo umano, sostituendo così le fastidiose tecniche di endoscopia: è un esempio di “soft robotica” sviluppata nei laboratori dell'MIT di Boston. Il Campus ha presentato il proprio modello di “esoscheletro”: un macchinario ultraleggero che consente la deambulazione a soggetti anziani con impedimenti o addirittura paraplegici. L’idea dell’esoscheletro nasce per applicazioni militari negli anni ‘60 per sostenere i soldati impegnati in lunghe marce e portatori di materiali pesanti. Ben presto si è passati all’uso per la medicina. Il modello studiato al Campus si chiama Evryon: un progetto da quattro milioni di euro e tre anni di lavoro, che ha portato gli ingegneri del Campus, in collaborazione con altri sei atenei europei, distribuiti in Italia, Olanda, Svizzera, Ungheria e Slovenia, alla realizzazione di un nuovo prototipo. (vedi foto: I ricercatori del Campus Bio-Medico hanno puntato a rendere efficace, sicura e il più naturale possibile lʼinterazione della macchina con lʼuomo).


 Spiega Dino Accoto, Manager del progetto presso il Laboratorio di Robotica coordinato dal Prof. Eugenio Guglielmelli : “Un esoscheletro per persone con difficoltà di deambulazione, ma pur sempre in grado di muoversi deve assecondare il passo, anziché imporlo. Per usare una metafora, volevamo un sistema che imitasse un papà che spinge il figlio sullʼaltalena: non corre avanti e indietro aggrappato al seggiolino, ma si limita a dare piccole spinte, perfettamente coordinate con lʼoscillazione del bambino”. Tra i dettagli nascosti nella tecnologia, si distinguono speciali elementi elastici, collegati ai motori elettrici che muovono lʼesoscheletro. Queste “molle” apparentemente insignificanti sono indispensabili al robot per assecondare il movimento della persona in modo intelligente. “Gli anziani – spiega Accoto – compiono di solito passi corti e con frequenza maggiore del normale. È per questo che si stancano. Lʼesoscheletro li aiuta a compiere passi più lunghi e meno frequenti, riducendo così lʼaffaticamento dei muscoli”. Modelli di altri esoscheletri sono stati presentati da altri centri italiani  come il Niguarda di Milano e gli ospedali di Budrio e di Lecco.
Un altro progetto suggestivo che è in corso al Campus è la messa a punto di una mano robotica da impiantare in soggetti che hanno perso un braccio. Il progetto è ricco di spunti tecnici e scientifici inediti ed è approdato nel 2009 ad un traguardo significativo: il paziente, che si è prestato all’esperimento dell’innesto di speciali elettrodi ai nervi del braccio, è riuscito a muovere la mano bionica mediante impulsi dettati dal cervello. Nel congresso appena concluso sono stati presentati dei nuovi elettrodi capaci di trasmettere impulsi più complessi che saranno utilizzati a breve per un nuovo impianto di mano robotica che riceverà comandi dal cervello e trasmetterà sensazioni al cervello stesso. E’ una nuova tappa di un cammino di cui già si vede il felice esito finale. (vedi foto: Dopo un primo periodo di addestramento, il paziente è riuscito a controllare, con impulsi del cervello, fino a tre differenti tipi di prese da parte della mano robotica).


Queste le notizie più recenti del Campus che possono confortare chi nutre poca fiducia che in Italia, e in particolare al Centro-Sud, si possano realizzare iniziative efficienti. Ma non si tratta solo di efficienza. Il Campus, che non è un’iniziativa ufficialmente cattolica, ha nelle sue radici lo spirito cristiano di servizio. Il suo cosiddetto pay-off è “La Scienza per l’uomo”. Man mano che i cristiani riprenderanno coscienza della grandezza della propria vocazione – e Tempi dimostra che siamo su questa strada - si moltiplicheranno gli esempi come questo che rendono una società più umana, più giusta  e più efficace.
Pippo Corigliano



mercoledì 4 luglio 2012

Mons. Alvaro del Portillo venerabile


La Congregazione delle Cause dei Santi ha proclamato venerabile Alvaro del Portillo, successore di San Josemaría Escrivá alla guida dell'Opus Dei.
San Josemaría era un’onda di simpatia e di fede: creava un clima di famiglia ma ti sentivi sempre piccolo davanti a  lui, che viveva proiettato in un mondo d'amore ardente. Don Alvaro era uno come noi ma esemplare. Sempre sereno sapeva coniugare l'affetto con l'efficienza nel servizio. Era un ingegnere ma non c'era nulla di freddo nel suo comportamento. La sua era un'efficienza fedele e serena. Quando San Josemaría ci riceveva, lui si metteva in fondo alla stanza. Se il Padre voleva ricordare qualcosa, diceva “'Alvaro!” e lui subito suggeriva la parola giusta. Ho tanti ricordi suoi. Uno in particolare è così piccolo da sembrare ridicolo. Un giorno c'era una confusione non abituale perché si attendeva un personaggio e c'era stato un improvviso cambio di programma; in una sala con un centinaio di persone indaffarate don Alvaro mi apparve all'improvviso, col suo sorriso, e mi disse calmo: “Ciao Pippo!”. La cosa mi stupì perché avrebbe avuto motivi per pensare ad altro piuttosto che salutarmi. Questo piccolo gesto mi aprì una finestra sul suo mondo spirituale dove avevano il primo posto i personaggi del Cielo ma anche quelli della terra. Non "cose da fare" ma persone care da guidare. San Josemaría è stato per me il Padre, Don Alvaro è il fratello buono, che mi dà la nota giusta per vivere con gioia la fraternità e il servizio.


Come i primi cristiani. Così usciremo dalla crisi



La crisi finanziaria ed economica è l'ultimo anello di una crisi più generale che nasce dalla cancellazione dell'idea di Dio. Può sembrare un'affermazione stravagante ma, per uscirne, occorre mettere Dio al centro della nostra vita personale e sociale. Si tranquillizzino coloro che tirano in ballo a sproposito i tribunali dell'inquisizione. Non si tratta d'imporre un credo, basta riconoscere che siamo creature davanti a un creatore.
Per chi crede in Gesù basta ricordare il comportamento dei primi cristiani. Erano disposti a mettere i loro beni a disposizione degli apostoli. Aquila e Priscilla, marito e moglie, incontrano un intellettuale ben disposto, Apollo, e lo formano così bene che diventerà un punto di riferimento nella Chiesa. Non lo mandano dal prete o dal teologo perché loro stessi erano in grado di formarlo. Pietro viene messo in carcere, la comunità prega e avviene il miracolo: le porte si aprono e Pietro è libero.
Cristiani di questa temperatura spirituale sono capaci di trasformare il mondo intero, come è avvenuto. Gli stessi avversatori della fede in occidente si muovono all'interno di coordinate culturali cristiane. La medicina per la crisi sono i cristiani che hanno fede, speranza e carità. Ora sono i laici stessi che chiedono a vescovi e pastori di essere più esigenti. L'efficacia dei movimenti sta nel dare la speranza, nel formare alla fede e nel vivere una reale carità con il prossimo. Il problema non è che i cristiani sono tiepidi,  è che gli si chiede poco.

mercoledì 27 giugno 2012

Formigoni indagato. Ridete, festeggiate profeti del nulla!

 
Evviva! Formigoni è finalmente indagato! Esultano i giornalisti di Repubblica, zelanti moralisti verso tutti, eccetto che con il loro padrone. Va a tutta pagina il Corriere della Sera che ha profuso colonne su colonne per riferire su Cl e sulla Santa Sede, anche quando non c’era niente da dire. Celebriamo degnamente il ventennale di Mani Pulite. Vi ricordate che clima di prosperità c’era nell’Italia del 1992? E avete presente il clima di povertà che ora respiriamo? Se continua così, grazie al giustizialismo imperante, l’Italia fra vent’anni sarà defunta. Defunta sì ma con le mani pulite e il corpo lavato per il cimitero.
Per carità la magistratura deve fare il suo lavoro: ma quello del servizio al cittadino, che oggi aspetta di ottenere giustizia quando sarà già morto. Invece, vivacissima, essa attacca dovunque ci sia ombra di potere. Sembra che l’obiettivo sia rendere l’Italia impotente. Perché agisce così? Mistero.
I cristiani sono perseguitati in Nigeria, come in tanti altri paesi, ma lo sono anche in Italia dove le bombe e gli agguati continui arrivano a mezzo stampa, mentre la nuova tortura è il carcere preventivo. La costituzione e i diritti umani valgono per gli altri paesi. I suicidi non commuovono più nessuno. In Francia dopo il Terrore arrivò Napoleone, ma è meglio non ripetere. Confidiamo nella preghiera (guai a trascurarla) e nel lavoro ben fatto e silenzioso. Le ghigliottine passano, i cristiani restano e saranno il futuro. Ridete, festeggiate profeti del nulla!


lunedì 18 giugno 2012

Un cartolina dal Paradiso sulla bambina vietnamita


L’incontro con la bambina vietnamita, nella serata milanese del 2 giugno, è stato un momento rivelatore del pontificato di Benedetto. Il Papa professore, il difensore della fede, il valorizzatore della tradizione, ha rivelato il suo volto più intimo. Nella sua autobiografia Joseph aveva svelato il suo modo sereno e familiare di guardare alla vita e alle sue gioie, ma quella sera, proprio perché parlava ad una bambina, ha manifestato chiaramente la tenerezza del suo cuore: il ricordo della sua famiglia è apparso in tutta la sua dolcezza. Il canto tutti insieme col papà, che suonava la chitarra (letteralmente “la cetra”), le passeggiate nei boschi, la bontà di Dio che si rifletteva nel loro reciproco volersi bene. Se si guarda alla vita di un santo si trova  la santità dei genitori. Era davvero un anticipo di paradiso il clima di quella casa in cui il sabato sera il papà leggeva le letture della S. Messa del giorno dopo. La vicinanza a Salisburgo, la città di Mozart, aiutava a vivere una particolare sensibilità musicale e il Papa ricorda il Kyrie cantato come l’inizio di un rapimento soprannaturale. La predilezione del Papa per la musica non è evasione, è preghiera. In quel breve dialogo milanese è apparso il filo unificante della sua vita che nasce al tempo della fanciullezza nell’ambiente familiare e giunge al Paradiso dove ritroverà quello stesso clima di famiglia nel grande amore di Dio. Ecco la teologia di Ratzinger, una teologia viva che nasce dall’amore e tende all’amore.

"Preferisco il Paradiso" torna nelle librerie come Oscar Mondadori



Il biglietto per il Paradiso ora è scontato e costa solo 10 euro. Naturalmente si tratta di pubblicità ingannevole. Non basta comprare il libro, occorre leggerlo e mettere in pratica quello che c'è scritto. Niente è inventato. Su com'è il Paradiso - compresa la garanzia che esiste - la fonte è la Sacra Scrittura e i testi di Joseph Ratzinger. Su come arrivarci i consigli provengono da Giovanni Paolo II e San Josemaría Escrivá. La materia prima è quindi genuina: la cucina è di Pippo Corigliano e qui l'area di destinazione si restringe. Il libro va bene solo per chi ama gli sfizi, i cioccolatini di Gay Odin e Capri. Per chi ama frequentare le riunioni di condominio, andandoci con piacere, il libro non è indicato.
Chi regala questo libro spende poco, fa una bella figura e potrebbe agevolare l'ingresso di un'anima in Paradiso. Non è poco: è una  caparra per un posto anche per se stesso.

Su Tempi una bella intervista a Bernabei


A proposito del libro intervista a Ettore Bernabei di Pippo Corigliano

Ettore Bernabei è inequivocabilmente cattolico, ma c’è una parola del vocabolario cattolico che non riesce a digerire: miracolo. Crede nei miracoli, ma quello che “all’estero, nel mondo anglosassone hanno chiamato ‘miracolo italiano’ non era un miracolo, era frutto di una politica fondata sulla dottrina sociale della Chiesa; l’hanno chiamato miracolo perché non credevano che fosse possibile, non credevano ai loro occhi, ai capitalisti convinti dell’assioma di Weber non tornavano i conti, una nazione cattolica, governata da cattolici non poteva dare - questo era il pregiudizio - ai propri cittadini benessere e libertà”.
Il nostro incontro con lui prende spunto dal suo libro L’Italia del “miracolo” e del futuro (intervista a cura di Pippo Corigliano, Cantagalli, 240 pagine, euro 16.50) e ruota intorno a questa contrapposizione tra un sistema capitalista e mercatista già in crisi e in via di progressiva finanziarizzazione, espressione di ambienti laici internazionali, e l’esperienza di un’economia mista pubblico-privato che pone al suo centro il bene comune anche come benessere diffuso, frutto di un’elaborazione del cattolicesimo politico, che “ha portato l’Italia negli anni Sessanta a essere il quarto paese più ricco del mondo, davanti alla Gran Bretagna”.
Bernabei ci riceve a Roma, nella sede della Lux Vide (una delle società europee più importanti per produzioni televisive, cinematografiche e di animazione), a poche centinaia di metri dal palazzo della Rai di viale Mazzini, di cui fu direttore generale dal 1961 al 1974, prima di diventare presidente dell’Italstat  (finanziaria capogruppo dell’Iri).
Nel suo libro corre un fil rouge nella lettura che lei dà della storia del ’900, l’elemento anticattolico, perché?
Perché c’è. Anticattolico o antireligioso. Non mi sono inventato io il sostegno di circoli finanziari occidentali a Lenin, ospitato e mantenuto in Svizzera e a Capri come un principe zarista prima di essere portato con un treno piombato, in pieno conflitto, attraversando tutti i fronti, a Leningrado. Le sue prime azioni furono contro le chiese, i sacerdoti, le monache. Impiantò in un paese di contadini credenti e grandi lavoratori l’ateismo teorico, dopo che in Occidente il capitalismo aveva condotto all’ateismo pratico le grandi masse di operai inurbati. Che la prima guerra mondiale avesse come obiettivo, e come risultato, l’eliminazione della grande monarchia cattolica degli Asburgo e del suo impero è un dato di fatto. Lo stesso tentativo avvenne in Spagna, dove le Repubblica di Juan Negrin, oltre all’appoggio politico del Fronte popolare di Léon Blum, a quello militare dell’Unione Sovietica, godeva dei finanziamenti delle banche inglesi, era un fronte eterogeneo unito, scusi il bisticcio, da un credo ateista.
Lì però vinsero i cattolici e un certo Francisco Franco…
Che non si fece scrupoli di perseguitare i cattolici che gli si opponevano. Li difese l’arcivescovo Montini con un libretto che gli stava costando caro. Il cardinale Ottaviani lo voleva inserire nell’indice dei libri proibiti e il Diritto canonico del tempo prevedeva che l’autore di un libro finito all’indice venisse ipso facto sospeso a divinis. Ma monsignor Dell’Acqua, che aveva sostituito Montini in Segreteria di Stato, avvertì Pio XI delle intenzioni del Sant’Uffizio e non se ne fece nulla.
Trame vaticane? Corvi?
Mi fanno ridere gli attuali scopritori di convulsioni Oltretevere. La Chiesa le ha sempre superate, ed è andata avanti.
Torniamo al filone anticattolico del Novecento.
Non era certo credente Hitler, che ereditò e continuò portandoli a estreme e spaventose conseguenze gli esperimenti eugenetici inglesi di inizio secolo. Né lo era Mussolini, che però aveva, come dire, troppi preti in casa, e si barcamenò. Il Concordato fu uno sgarro per i suoi amici inglesi, un sgarro sopportato. Poi la storia ha preso altre pieghe.
Perché i fautori del libero scambio, della ricchezza dei popoli, del mercato dovrebbero avercela con il cattolicesimo, non era un ottimo instrumentum regni?
O Dio o Mammona. E il potere del denaro, la finanza, tende a prevalere sulla politica e sull’economia. In questo senso il caso italiano ha rappresentato veramente un’anomalia da destabilizzare. Negli ultimi 150 anni la Chiesa cattolica è stata di fatto ignorata dalla storiografia, fosse di indirizzo sovietico, progressista o di stampo illuminista, se non per venire accusata di esser l’origine di ogni oscurantismo e arretratezza. Ora, nel paese cattolico per antonomasia, dove ha sede il papa, uscito distrutto dalla guerra, senza materie prime, con un evanescente apparato amministrativo ereditato dal fascismo, un cattolico trentino, Alcide De Gasperi, dà vita a un esperimento politico che apre la strada a un gruppo di “professorini” (Fanfani, La Pira, Moro), come li chiamarono, che sulla base della dottrina sociale coinvolge anche i partiti laici e con l’apporto di tutto il paese, manodopera e imprenditori, costruisce il più clamoroso caso di sviluppo del dopoguerra a tassi di crescita superiori a quelli degli Stati Uniti, della Francia e dell’Inghilterra. Chi ricava ricchezza dalla finanza non può non vedere tutto ciò come un pericoloso concorrente.
Un concorrente da destabilizzare…
Bisogna chiedersi perché la contestazione giovanile e operaia in altri paesi è durata due anni e in Italia dodici, perché è sfociata nel terrorismo, sino all’uccisione di Moro, perché in certi anni il fenomeno della mafia è cresciuto esponenzialmente, perché la Sicilia divenne il centro mondiale degli stupefacenti, perché due partiti - certo gli scandali c’erano, ma non c’erano i presupposti dell’autodissoluzione della Dc e del dissolvimento del Psi - sono stati azzerati dall’azione delle procure e dal giustizialismo propalato a piene mani dai media, bisogna chiedersi perché le privatizzazioni che dovevano portare denaro fresco dei privati nelle casse dello Stato hanno portato nei conti delle società acquisite i debiti precedenti dei nuovi padroni. E poi gli attacchi speculativi, mi fanno ridere i giornali quando titolano “Le Borse bruciano duecento miliardi”, le Borse non bruciano soldi, li trasferiscono, da chi li ha guadagnati con il lavoro a chi li accumula con la finanza.
La rivoluzione non è un pranzo di gala. Non lo è neanche il capitalismo, la concorrenza il libero mercato…
C’è un problema culturale di fondo: qual è stata l’origine di un sistema economico misto che ha prodotto ricchezza benessere e libertà? La dottrina sociale della Chiesa. La quale, aggiornata oggi nei principi di solidarietà e sussidiarietà può produrre un’economia che ci porti fuori da questa crisi. Non ci si stupisca degli attacchi alla Chiesa; certo, si presta il fianco con gli scandali come la pedofilia e con le lotte interne, ma il mondo che si presume autonomo in forza della sua scienza e del suo denaro si allarma di fronte a un potere irriducibile a sé. La crisi che stiamo vivendo è un ulteriore sussulto della crisi del sistema capitalistico che si trascina da un secolo. Gli ultimi papi ne sono stati tutti coscienti: lo fu in modo estremamente lucido Paolo VI, lo fu Giovanni Paolo II quando disse: “Dobbiamo ringraziare Dio per la caduta del comunismo. La crisi mondiale non è finita e coinvolge ormai il sistema capitalistico. A voi toccherà di vedere la fine del capitalismo di speculazione e di degenerazione finanziaria”; lo è Benedetto XVI quando ammonisce che “la crisi finanziaria mondiale ha dimostrato la fragilità dell’attuale sistema economico (…) e l’erroneità dell’idea secondo la quale il mercato sarebbe in grado di autoregolarsi indipendentemente dall’intervento pubblico e dal sostegno dei criteri morali.
La Chiesa che ricorda alla politica e all’economia la centralità della persona umana e dei suoi diritti, per chi ricerca solo il profitto sarebbe allora  un ostacolo, una presenza da indebolire?
C’è stato un viaggio molto importante di Benedetto XVI, quello in Inghilterra. Il riavvicinamento con gli anglicani, il ritorno di molti sacerdoti e qualche vescovo alla comunione con Roma e il riconoscimento che l’establishment inglese ha fatto del valore e del significato pubblico della religione ha allarmato molti circoli finanziari, soprattutto al di là dell’Atlantico. Per scongiurare l’unità dei cristiani certa gente è pronta a escogitare di tutto, altro che corvi.

Tempi - Intervista con Ettore Bernabei
di Ubaldo Casotto



mercoledì 13 giugno 2012

I cristiani possono costruire il futuro. Basta coi Lanzichenecchi

 
E’ uscito un mio libro intervista a Ettore Bernabei e Tempi l’ha ben recensito. Perché l’ho scritto? Semplice: perché Bernabei è il tipo di cristiano di cui il nostro mondo ha bisogno. Si dice che le cattedrali medievali siano state costruite dalla fede, osserva Gilson, ma anche dalla geometria: fede e geometria, professionalità e preghiera. Il laico cristiano, oggi più che mai, deve camminare su due gambe: da una parte la gamba della preghiera, dei sacramenti, della preparazione teologica e della lettura del Vangelo, dall’altra la gamba del lavoro ben fatto, per amore di Dio, e dell’attività professionale come servizio. A un cristiano così si può dire: vai! Non avere paura dei giacobini e dei puritani che vogliono bloccarti col pretesto che anche tu porti i segni del peccato originale. Guardali negli occhi e dì loro: che diritto avete di indagare sulla mia vita e scagliare pietre? Chi siete? “Scagli la prima pietra chi è senza peccato” è stato detto. E voi sareste senza peccato? Basta con i lanzichenecchi che girano per il nostro Paese usando come spingarda la diffamazione a mezzo stampa nei confronti dei cattolici e della Santa Sede! Gli affaristi che stanno dietro al Corriere della Sera sono immacolati? Il padrone di Repubblica ha la coscienza a posto? Non mi risulta, e così per gli altri. Perché questo gioco al massacro? Cosa volete? un Paese affamato e senza guida affidabile? Se verranno a mancare i cristiani, lo avrete. L’unica speranza sta in chi sa pregare e lavorare.


lunedì 4 giugno 2012

Il Corriere del 29 maggio recensisce l'intervista a Bernabei

Novecento
Riflessioni inedite sull'Italia (e sulla Russia)
Il libro intervista di Ettore Bernabei, ex direttore generale della Rai, con Pippo Corigliano
Essere stato un protagonista di grandi momenti del dopoguerra (e direttore di un quotidiano già nel 1951, «Il Giornale del mattino») poi superare i novant'anni mantenendo intatte lucidità e memoria significa, in qualche modo, diventare storici della propria stessa vita. Quando poi si consegnano riflessioni alle pagine di un libro, il distacco si mescola al ricordo e viceversa, regalando un racconto che è insieme memoria personale e collettiva di un Paese, di una comunità nazionale. Questa miscela straordinaria si ritrova nei vari capitoli de L'Italia del «miracolo» e del futuro (Cantagalli) l'ultimo libro di Ettore Bernabei, classe 1921, che si è fatto intervistare da Pippo Corigliano, scrittore e saggista, per più di quarant'anni responsabile dell'informazione dell'Opus Dei per l'Italia.
Ettore Bernabei - «L'Italia del «miracolo» e del futuro» - Cantagalli, pp. 200, € 16,50Ettore Bernabei - «L'Italia del «miracolo» e del futuro» - Cantagalli, pp. 200, € 16,50
Un'accoppiata culturalmente ben definita, unita da solide certezze. Verso la fine del racconto, Bernabei indica in una brevissima risposta, forse la più telegrafica del volume («È costante la presenza di Dio nella Storia») quel filo rosso che lega insieme tutto questo saggio storico-analitico.
Corigliano intervista un Bernabei diverso da quello apparso in altri volumi. Stavolta l'ex «boiardo di Stato» indossa davvero i panni dello storico e propone una lettura della storia italiana a partire dall'Unità ricordando per esempio il ruolo delle logge massoniche europee (Bernabei le definisce anche «poteri forti») come sostegno al progetto complessivo di una Italia finalmente unificata.
Bernabei non limita la sua analisi storica contemporanea alle vicende italiane. Molto interessante, e per certi versi inedito, il capitolo dedicato alla rivoluzione sovietica e al rapporto dell'Urss con il grande capitalismo angloamericano, spaventato dalla prospettiva iniziale «che la Russia zarista potesse diventare la prima potenza del mondo», e di qui l'appoggio iniziale di alcuni «circoli cultural-finanziari» a Lenin come possibile motore di un cambiamento in Russia: ma è solo un esempio.
Ettore Bernabei (Firenze, 1921) è un giornalista e produttore televisivo italiano. È stato direttore della Rai
Nel libro di Bernabei scorre soprattutto il dopoguerra: la fine del fascismo, il miracolo economico, l'esperienza politica della Dc, l'omicidio Moro, persino la recentissima crisi economico-finanziaria e il possibile, rinnovato ruolo dei cattolici nella vita politico-sociale dell'Italia. Ovviamente si analizza il fondamentale ruolo avuto dalla tv, in tutte le sue declinazioni, sia nel costume che nella vita politica: e qui si ritrova intatta la tempra del mitico direttore generale di viale Mazzini. L'ultima parte, sempre tenendo stretto il famoso filo rosso, è un richiamo appassionato al valore della famiglia come cellula fondamentale di una società che si voglia sottrarre «alla nefasta civiltà dell'egoismo».
Paolo Conti 29 maggio 2012 | 17:15