"Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre
perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo" dice
Papa Francesco nella Laudato sì (n.53).
Essere strumenti di Dio Padre è meraviglioso. Quando sento la frase: “Dobbiamo
recuperare il senso del peccato” mi rattristo, non perché non sia d’accordo, ma
perché soltanto quando c’è un reale rapporto con Dio allora nasce il dispiacere
di non essere in sintonia con Lui. Occorre parlare di Dio. Anni fa si diceva:
“Dio è morto”, ora non si dice più perché si dà per scontato che non esista, e
poi ci chiediamo come mai abbiamo la sensazione di scivolare in un inferno. Io
devo preporre a tutto il rapporto con Dio e allora scoprirò che il Paradiso
comincia ora. Saper voler bene, sentirsi figli piccoli di Dio: è l’inizio di un
sentiero che porta alla felicità propria e altrui. Liberiamoci dell’arte che
non cerca la bellezza. Io cerco la bellezza, quella vera, perché mi parla di
Dio. Devo contribuire ad una nuova cultura dove la bellezza e l’amore abbiano
cittadinanza. Mi sento desolato quando sento parlare di bambini privati di una
mamma o dell’utero in affitto: la bruttezza esala da queste parole, ma è un
richiamo ad essere “strumento di Dio”, a propagare amore, bellezza e conoscenza
del vero. Abbiamo l’opportunità di ripartire da zero, dal deserto, per
costruire consapevolmente una nuova civiltà. E’ un compito che spetta in
particolare a noi italiani. Non a caso i due ultimi Papi hanno scelto il nome
di santi italiani.
mercoledì 28 ottobre 2015
venerdì 23 ottobre 2015
il compito che ci attende
Le civiltà tramontano perché invecchiano e muoiono: così
l’Occidente manifesta i segni del disfacimento. Basta pensare come i princìpi
della cultura dominante mostrano la loro fragilità. “Time is money” si dice
(non a caso in inglese) per dire che il tempo è denaro. Grande sciocchezza.
Ricordo con quanta intensità San Josemaría diceva che il tempo è poco per
amare. Il tempo è grazia non denaro. La democrazia e la libertà d’espressione,
due punti cardini della civiltà occidentale, lasciano spazio alla sensazione
che chi realmente governa siano le lobby finanziarie attraverso lo strumento
della comunicazione, per imporre i loro indirizzi attraverso l’apparente libertà. L’emancipazione femminile,
frutto del fermento cristiano (al di fuori del cristianesimo la donna è
avvilita), si sta tramutando nel suo opposto: mai come oggi la donna è
costretta a faticare più dell’uomo. La valorizzazione della persona (eredità
cristiana anche questa) si è ridotta alla concezione individualistica della
società con la conseguenza negativa (fra le altre) del disprezzo della famiglia
e delle comunità intermedie. Le arti, dapprima idolatrate, portano in sé un
germe di dissoluzione: la bellezza e l’armonia sono relegate agli ambiti
commerciali. Non è una visione pessimista è l’evidenza del compito che spetta
ai cristiani. Tocca a noi far nascere il gusto del bello, dello splendore
dell’amore, della fiducia di conoscere la verità. C’è da fare per i giovani:
occorre educarli con l’esempio e con il coraggio.
lunedì 19 ottobre 2015
Una recensione "alla Miriano" di Siamo in missione...
di Costanza Miriano
La prima volta che ho pensato che ci si potesse fare santi facendo cose normali è stata per me una folgorazione. È successo quando avevo più o meno dieci anni, credo, leggendo Come un piccolo fiore, la storia di santa Teresina di Lisieux raccontata ai bambini. Era (è, a dire il vero, io l’ho comprato ai miei figli una ventina di anni dopo averlo letto) un libro con delle figure bellissime che avevo trovato a casa della zia Teresa, e mi è rimasto impresso a fuoco nella mente, anche perché dovendolo restituire lo avevo letto famelicamente cercando di memorizzarlo.
Mi ricordo come se fosse oggi che lei chiedendosi come da quel suo Carmelo potesse vivere il martirio, la missionarietà, decideva di accogliere tutte le occasioni che la circostanza le offriva per vivere con tutto l’amore di cui fosse capace: prendersi gli schizzi in faccia lavando i fazzoletti accanto a una consorella maldestra, accompagnare la sorella anziana e bisbetica al refettorio, togliere le ragnatele dal chiostro. Fare le cose con amore è la cosa più preziosa agli occhi di Dio, che vuole il nostro cuore, tutto intero. Per questo una giovane suora di clausura è diventata patrona delle missioni, perché Dio ha bisogno dei nostri cinque pani e due pesci, e poi ci pensa lui a moltiplicare. Il problema è che quei cinque pani e i due pesci sono tutto quello che abbiamo, e al momento di lasciarlo andare via fa male. A volte malissimo. Ma poi si diventa fecondi in modo stupefacente, dicono le vite dei santi.
Mi era sembrata una intuizione meravigliosa, ma comunque, mi dicevo da piccola, attuabile meglio in monastero, dove, pensavo, è più facile essere unitari, tutti consegnati a Dio. Solo molti anni dopo ho incontrato Pippo Corigliano, e con lui il carisma dell’Opus Dei, che lui incarna e vive, e insieme sa raccontare e comunicare benissimo, essendo questo, comunicare, il suo lavoro (è un ingegnere, in realtà, ma è napoletano, quindi una specializzazione di ingegneria a sé). L’idea di santificare il lavoro, la vita quotidiana, l’idea che la santità fosse non solo alla portata dei laici, ma anzi dovesse essere il loro obiettivo “normale”, esattamente come per i consacrati, è stata la grande novità portata nella Chiesa da san Josemaria Escrivà, che in questo ha anticipato il Concilio Vaticano II. Di cento anime, ce ne interessano cento, diceva.
Come la vita, così, cambi completamente prospettiva è il tema del nuovo libro di Pippo Corigliano, che nel frattempo, da quando ci siamo conosciuti per scambiarci i libri con dedica, è diventato praticamente uno di famiglia (se cucino un po’ meglio del solito i miei figli mi chiedono “ma perché non hai invitato Pippo?”, e la risposta è, nel caso in cui non sia invitato, “perché ci sono troppi calzini a terra, mi vergogno”). Si chiama “Siamo in missione per conto di Dio”, ed è pubblicato dalla Mondadori (mica cotiche). La citazione dei Blues Brothers non è casuale: quello è veramente il film preferito di Pippo, e i due fratelli delinquenti e squinternati che vanno in giro con gli occhiali da sole anche di notte e mezzo pacchetto di sigarette giusto per arrivare a Chicago hanno qualcosa in comune con l’elegante ingegnere: il senso dell’umorismo, e la tenace volontà di lavorare per lo stesso Principale. E quando Pippo incontra qualche collega che lavora per lo stesso Principale, cioè qualcuno che con umiltà e amore cerca di santificare il lavoro, di santificarsi nel lavoro, e di santificare gli altri col lavoro, drizza le antenne. Cerca di conoscerlo, di fare amicizia, di fare insieme un pezzo di strada, brevissimo o lungo una vita che sia, l’importante è che a strada porti in Paradiso.
In questo suo ultimo libro c’è quindi prima qualche riflessione – breve, è pur sempre un ingegnere – giusto quello che serve a inquadrare la questione (il lavoro) e a mettere a punto l’atteggiamento migliore da prendere (renderlo proprio il luogo e il mezzo in cui ci si santifica, non quella cosa nonostante la quale si fa il bene). Poi c’è una magnifica galleria di personaggi che provano o hanno provato a vivere la loro chiamata nel mondo prendendo il lavoro con passione, serietà, amore: e si va da Indro Montanelli a zia Lucrezia, dalla signora delle pulizie al direttore generale della Rai (Ettore Bernabei), da Leonardo Mondadori a Susanna Tamaro. Passando, va be’, per me, ma in quel caso Pippo è accecato dall’affetto, che gli rende perdonabile anche il fatto che durante le riunioni di lavoro a Rai Vaticano a volte metto lo smalto (d’altra parte mica ci vuole il cervello per passare una mano di color prugna sulla unghie: solo, non è elegantissimo da parte mia. E adesso la circostanza rimarrà immortalata nei secoli in questo volume: ormai è tardi per chiedere il ritiro delle copie dal commercio?). Comunque, a tutti i complimenti che mi riservano queste pagine va fatta una tara abbondantissima, io lo dico.
Che dire? Le storie raccontate sono appassionanti, sembra di ficcare il naso dietro le quinte di tanti snodi importanti nella storia del nostro paese (Bernabei, Mondadori Montanelli…), oppure nella casa di Susanna Tamaro, nei cuori di persone normali come la signora Pina, di cui Pippo sembra aver carpito il segreto più profondo, e sono certa che l’abbia fatto, non so come, guardando da lontano, con la sua discrezione e il rispetto delle distanze che lo caratterizza. Che poi alla fine a me è questo che interessa: il cuore, la verità delle persone.
Ovviamente nel libro c’è molto di più, ma si sa che ognuno coglie quello che vuole nelle pagine che ha davanti: c’è un excursus della concezione del lavoro nella storia della spiritualità, e nella storia vera e propria, ci sono ritratti di città e realtà diverse, storie di aziende cardine per il nostro paese, come la Rai, l’Olivetti, la Mondadori, ci sono riflessioni sulla professionalità e sulla preparazione, sulla bellezza, sull’umiltà, l’inventiva e la capacità di trovare soluzioni. E ci sono momenti in cui la piccola Teresa di Lisieux torna alla mente, come nelle parole sulla signora Pina, forse la mia preferita: “Mai l’ho sentita lamentarsi per le cose da fare ogni giorno, tutti i giorni, nel servizio del marito e dei figli. E ho sempre presente il suo senso di donazione nel cucinare bene un pranzo, con un’attenta preparazione, con la fettina cotta al momento perché sia mangiata ben calda, col pensiero al piatto preferito di ciascuno. «Mi aiuta l’esempio di chi sa dire di sì fino all’ultimo dettaglio, quando si è stanchi e magari c’è da preparare un vassoietto con una camomilla per qualcuno che sta male. Sono momenti in cui serve un pensiero soprannaturale perché umanamente la voglia sarebbe a zero. “Gesù, voglio preparare questa camomilla per te” e così ci metto quell’ingrediente in più d’affetto. La persona che riceve la camomilla non verrà mai a saperlo. Mi aiuta tanto sapere che Dio mi vede sempre e che conosce le mie tensioni, i miei sforzi”.
Domenica 25 ottobre nell'ambito di "Bookcity" Gianarturo Ferrari presenterà con Pippo C. "Siamo in missione per conto di Dio/La santificazione del lavoro" alle 17 nella libreria Mondadori in Piazza Duomo. I milanesi, e non, sono invitatissimi.
La prima volta che ho pensato che ci si potesse fare santi facendo cose normali è stata per me una folgorazione. È successo quando avevo più o meno dieci anni, credo, leggendo Come un piccolo fiore, la storia di santa Teresina di Lisieux raccontata ai bambini. Era (è, a dire il vero, io l’ho comprato ai miei figli una ventina di anni dopo averlo letto) un libro con delle figure bellissime che avevo trovato a casa della zia Teresa, e mi è rimasto impresso a fuoco nella mente, anche perché dovendolo restituire lo avevo letto famelicamente cercando di memorizzarlo.
Mi ricordo come se fosse oggi che lei chiedendosi come da quel suo Carmelo potesse vivere il martirio, la missionarietà, decideva di accogliere tutte le occasioni che la circostanza le offriva per vivere con tutto l’amore di cui fosse capace: prendersi gli schizzi in faccia lavando i fazzoletti accanto a una consorella maldestra, accompagnare la sorella anziana e bisbetica al refettorio, togliere le ragnatele dal chiostro. Fare le cose con amore è la cosa più preziosa agli occhi di Dio, che vuole il nostro cuore, tutto intero. Per questo una giovane suora di clausura è diventata patrona delle missioni, perché Dio ha bisogno dei nostri cinque pani e due pesci, e poi ci pensa lui a moltiplicare. Il problema è che quei cinque pani e i due pesci sono tutto quello che abbiamo, e al momento di lasciarlo andare via fa male. A volte malissimo. Ma poi si diventa fecondi in modo stupefacente, dicono le vite dei santi.
Mi era sembrata una intuizione meravigliosa, ma comunque, mi dicevo da piccola, attuabile meglio in monastero, dove, pensavo, è più facile essere unitari, tutti consegnati a Dio. Solo molti anni dopo ho incontrato Pippo Corigliano, e con lui il carisma dell’Opus Dei, che lui incarna e vive, e insieme sa raccontare e comunicare benissimo, essendo questo, comunicare, il suo lavoro (è un ingegnere, in realtà, ma è napoletano, quindi una specializzazione di ingegneria a sé). L’idea di santificare il lavoro, la vita quotidiana, l’idea che la santità fosse non solo alla portata dei laici, ma anzi dovesse essere il loro obiettivo “normale”, esattamente come per i consacrati, è stata la grande novità portata nella Chiesa da san Josemaria Escrivà, che in questo ha anticipato il Concilio Vaticano II. Di cento anime, ce ne interessano cento, diceva.

Come la vita, così, cambi completamente prospettiva è il tema del nuovo libro di Pippo Corigliano, che nel frattempo, da quando ci siamo conosciuti per scambiarci i libri con dedica, è diventato praticamente uno di famiglia (se cucino un po’ meglio del solito i miei figli mi chiedono “ma perché non hai invitato Pippo?”, e la risposta è, nel caso in cui non sia invitato, “perché ci sono troppi calzini a terra, mi vergogno”). Si chiama “Siamo in missione per conto di Dio”, ed è pubblicato dalla Mondadori (mica cotiche). La citazione dei Blues Brothers non è casuale: quello è veramente il film preferito di Pippo, e i due fratelli delinquenti e squinternati che vanno in giro con gli occhiali da sole anche di notte e mezzo pacchetto di sigarette giusto per arrivare a Chicago hanno qualcosa in comune con l’elegante ingegnere: il senso dell’umorismo, e la tenace volontà di lavorare per lo stesso Principale. E quando Pippo incontra qualche collega che lavora per lo stesso Principale, cioè qualcuno che con umiltà e amore cerca di santificare il lavoro, di santificarsi nel lavoro, e di santificare gli altri col lavoro, drizza le antenne. Cerca di conoscerlo, di fare amicizia, di fare insieme un pezzo di strada, brevissimo o lungo una vita che sia, l’importante è che a strada porti in Paradiso.
In questo suo ultimo libro c’è quindi prima qualche riflessione – breve, è pur sempre un ingegnere – giusto quello che serve a inquadrare la questione (il lavoro) e a mettere a punto l’atteggiamento migliore da prendere (renderlo proprio il luogo e il mezzo in cui ci si santifica, non quella cosa nonostante la quale si fa il bene). Poi c’è una magnifica galleria di personaggi che provano o hanno provato a vivere la loro chiamata nel mondo prendendo il lavoro con passione, serietà, amore: e si va da Indro Montanelli a zia Lucrezia, dalla signora delle pulizie al direttore generale della Rai (Ettore Bernabei), da Leonardo Mondadori a Susanna Tamaro. Passando, va be’, per me, ma in quel caso Pippo è accecato dall’affetto, che gli rende perdonabile anche il fatto che durante le riunioni di lavoro a Rai Vaticano a volte metto lo smalto (d’altra parte mica ci vuole il cervello per passare una mano di color prugna sulla unghie: solo, non è elegantissimo da parte mia. E adesso la circostanza rimarrà immortalata nei secoli in questo volume: ormai è tardi per chiedere il ritiro delle copie dal commercio?). Comunque, a tutti i complimenti che mi riservano queste pagine va fatta una tara abbondantissima, io lo dico.
Che dire? Le storie raccontate sono appassionanti, sembra di ficcare il naso dietro le quinte di tanti snodi importanti nella storia del nostro paese (Bernabei, Mondadori Montanelli…), oppure nella casa di Susanna Tamaro, nei cuori di persone normali come la signora Pina, di cui Pippo sembra aver carpito il segreto più profondo, e sono certa che l’abbia fatto, non so come, guardando da lontano, con la sua discrezione e il rispetto delle distanze che lo caratterizza. Che poi alla fine a me è questo che interessa: il cuore, la verità delle persone.
Ovviamente nel libro c’è molto di più, ma si sa che ognuno coglie quello che vuole nelle pagine che ha davanti: c’è un excursus della concezione del lavoro nella storia della spiritualità, e nella storia vera e propria, ci sono ritratti di città e realtà diverse, storie di aziende cardine per il nostro paese, come la Rai, l’Olivetti, la Mondadori, ci sono riflessioni sulla professionalità e sulla preparazione, sulla bellezza, sull’umiltà, l’inventiva e la capacità di trovare soluzioni. E ci sono momenti in cui la piccola Teresa di Lisieux torna alla mente, come nelle parole sulla signora Pina, forse la mia preferita: “Mai l’ho sentita lamentarsi per le cose da fare ogni giorno, tutti i giorni, nel servizio del marito e dei figli. E ho sempre presente il suo senso di donazione nel cucinare bene un pranzo, con un’attenta preparazione, con la fettina cotta al momento perché sia mangiata ben calda, col pensiero al piatto preferito di ciascuno. «Mi aiuta l’esempio di chi sa dire di sì fino all’ultimo dettaglio, quando si è stanchi e magari c’è da preparare un vassoietto con una camomilla per qualcuno che sta male. Sono momenti in cui serve un pensiero soprannaturale perché umanamente la voglia sarebbe a zero. “Gesù, voglio preparare questa camomilla per te” e così ci metto quell’ingrediente in più d’affetto. La persona che riceve la camomilla non verrà mai a saperlo. Mi aiuta tanto sapere che Dio mi vede sempre e che conosce le mie tensioni, i miei sforzi”.
Domenica 25 ottobre nell'ambito di "Bookcity" Gianarturo Ferrari presenterà con Pippo C. "Siamo in missione per conto di Dio/La santificazione del lavoro" alle 17 nella libreria Mondadori in Piazza Duomo. I milanesi, e non, sono invitatissimi.
venerdì 16 ottobre 2015
Santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri col lavoro
La professionalità è di moda. Se dico a
una persona “lei ha professionalità” la rendo felice. Ma quali sono le
motivazioni per lavorare con impegno? Spesso lo stimolo è il guadagno,
l’autosoddisfazione, la considerazione sociale, mantenere la famiglia oppure
semplicemente il senso del dovere. Ho incontrato una persona che mi ha
insegnato a lavorare per amore: è San Josemaría Escrivá. E ho conosciuto un
Papa che mi ha fatto capire che “l’uomo può partecipare all’operare di Dio
nella creazione del mondo” (Benedetto XVI, Parigi 12.9.08). Nel lavoro si riflette il mio atteggiamento
nei confronti di Dio. Nell’Antico Testamento è predominante l’invito a
riconoscere la potestà dell’unico Dio. Nel Nuovo Testamento Dio è presentato
come un Padre che ci richiede amore (per Dio e per il prossimo: parabola del
buon samaritano) e l’atteggiamento umile (parabola del fariseo e del
pubblicano). Devo riscoprire come fondamentale l’atteggiamento di umiltà e di
amore mentre talvolta il cristianesimo mi è stato presentato erroneamente come
una morale rigida, un sistema dottrinale o un’ideologia. Umiltà e amore mi
devono accompagnare anche al momento di lavorare e ciò comporta l’accoglienza
verso chiunque, lo sforzo di far bene e riconoscere serenamente i miei limiti.
Detto meglio: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli
altri col lavoro. Ogni sentiero porta ad una destinazione. Il sentiero dei
figli di Dio porta in Paradiso, perciò si può e anzi si deve lavorare con
allegria.
mercoledì 14 ottobre 2015
Napoli: un modello di amore per il lavoro
L'Avvenire del 13 ottobre dedica al libro un estratto dal titolo:
NAPOLI: UN MODELLO DI AMORE PER IL LAVORO
NAPOLI: UN MODELLO DI AMORE PER IL LAVORO
L’amore c’entra con il lavoro. Quando l’Olivetti nel dopo guerra impiantò una fabbrica a Pozzuoli (Napoli), gli operai lavoravano a cottimo, cioè venivano pagati in base alla produzione. Le donne napoletane, che avevano figli a casa in condizioni disagiate, sbalordirono tutti perché riuscivano a produrre tre volte di più delle colleghe del Nord. La relazione tra cuore e lavoro, tra umanità ed efficienza, è sorprendente.
Napoli, per esempio, scoraggia tutti quelli che hanno una cultura sociologica ed economica moderna. È una città che nell’insieme non funziona e non dà speranze di funzionare. Persino Aldo Cazzullo, nel suo L’Italia s’è ri-desta (un noto libro sulla ripresa dell’Italia), quando arriva a Napoli le dedica un capitolo affettuoso ma sfiduciato. E invece, per capire Napoli, per capire la differenza fra Napoli e una qualsiasi città economicamente depressa, bisogna partire dall’animo dei napoletani. Bisogna capire come pensano, qual è la loro affettività, come intendono la vita, come percepiscono l’arte, come cantano. e qui si apre un mondo. Si potrebbe ricordare che la Napoli dei Borboni, malgrado la leggenda nera creatale attorno, era una città fiorente dove le arti, l’industria, l’istruzione, la religiosità prosperavano grazie a una grande tradizione.
Napoli era nel Seicento, con 400.000 abitanti, più popolosa di Londra e di Parigi, mentre Roma arrivava a stento a 100.000 abitanti. Sant’Alfonso de’ Liguori, protagonista del Settecento napoletano, esprimeva bene le eccellenze di Napoli nella musica (fra l’altro ha composto Tu scendi dalle stelle e altri canti popolari), nella pittura, nella cultura: è stato l’ultimo Dottore della Chiesa nel senso classico, riformatore della teologia morale. Tutto questo si è spento con la fine dell’autonomia: una vicenda che non si può approfondire in questa sede. È stata tolta la speranza a una città popolosa le cui attuali condizioni di vita non consentono una ripresa socioeconomica. Napoli può contare quasi unicamente sulle risorse interiori derivanti dalla sua cultura, e perciò è interessante. Chi va a Napoli parte con la paura di essere scippato, ma torna col desiderio di coltivare amicizie con napoletani o di trovare un marito o una moglie partenopei. Prova ne sia che, in tutta Italia, quando in un ambiente c’è un napoletano si respira aria di simpatia, di libertà, di umorismo. E questo che c’entra con il lavoro? C’entra. Perché chi concepisce il lavoro umano come la prestazione di una macchina o unicamente come mezzo per ottenere soldi e incarichi (in altre parole: chi è figlio della cultura dominante) ha una concezione di vita e di lavoro riduttiva. Il lavoro umano o è umano o è schiavitù interiore. Perciò è utile lo shock di una visita a Napoli, perché lì si capisce che l’uomo dipende non solo dalle condizioni economiche ma anche e soprattutto dalle risorse interiori.
Nei miei vent’anni, con alcuni amici avevamo organizzato un doposcuola per i ragazzi delle scuole medie del quartiere popolare di forcella. Molte famiglie erano in condizioni disagiate. Ricordo, fra l’altro, la sorpresa nel trovare tanta allegria in una famiglia con sei figli che viveva in una sola stanza. Per parlare di un’esistenza felice e della santificazione del lavoro, occorre partire dal cuore dell’uomo non dal suo reddito. La situazione di Napoli è, da questo punto di vista, un caso limite che fa riflettere.
Napoli, per esempio, scoraggia tutti quelli che hanno una cultura sociologica ed economica moderna. È una città che nell’insieme non funziona e non dà speranze di funzionare. Persino Aldo Cazzullo, nel suo L’Italia s’è ri-desta (un noto libro sulla ripresa dell’Italia), quando arriva a Napoli le dedica un capitolo affettuoso ma sfiduciato. E invece, per capire Napoli, per capire la differenza fra Napoli e una qualsiasi città economicamente depressa, bisogna partire dall’animo dei napoletani. Bisogna capire come pensano, qual è la loro affettività, come intendono la vita, come percepiscono l’arte, come cantano. e qui si apre un mondo. Si potrebbe ricordare che la Napoli dei Borboni, malgrado la leggenda nera creatale attorno, era una città fiorente dove le arti, l’industria, l’istruzione, la religiosità prosperavano grazie a una grande tradizione.
Napoli era nel Seicento, con 400.000 abitanti, più popolosa di Londra e di Parigi, mentre Roma arrivava a stento a 100.000 abitanti. Sant’Alfonso de’ Liguori, protagonista del Settecento napoletano, esprimeva bene le eccellenze di Napoli nella musica (fra l’altro ha composto Tu scendi dalle stelle e altri canti popolari), nella pittura, nella cultura: è stato l’ultimo Dottore della Chiesa nel senso classico, riformatore della teologia morale. Tutto questo si è spento con la fine dell’autonomia: una vicenda che non si può approfondire in questa sede. È stata tolta la speranza a una città popolosa le cui attuali condizioni di vita non consentono una ripresa socioeconomica. Napoli può contare quasi unicamente sulle risorse interiori derivanti dalla sua cultura, e perciò è interessante. Chi va a Napoli parte con la paura di essere scippato, ma torna col desiderio di coltivare amicizie con napoletani o di trovare un marito o una moglie partenopei. Prova ne sia che, in tutta Italia, quando in un ambiente c’è un napoletano si respira aria di simpatia, di libertà, di umorismo. E questo che c’entra con il lavoro? C’entra. Perché chi concepisce il lavoro umano come la prestazione di una macchina o unicamente come mezzo per ottenere soldi e incarichi (in altre parole: chi è figlio della cultura dominante) ha una concezione di vita e di lavoro riduttiva. Il lavoro umano o è umano o è schiavitù interiore. Perciò è utile lo shock di una visita a Napoli, perché lì si capisce che l’uomo dipende non solo dalle condizioni economiche ma anche e soprattutto dalle risorse interiori.
Nei miei vent’anni, con alcuni amici avevamo organizzato un doposcuola per i ragazzi delle scuole medie del quartiere popolare di forcella. Molte famiglie erano in condizioni disagiate. Ricordo, fra l’altro, la sorpresa nel trovare tanta allegria in una famiglia con sei figli che viveva in una sola stanza. Per parlare di un’esistenza felice e della santificazione del lavoro, occorre partire dal cuore dell’uomo non dal suo reddito. La situazione di Napoli è, da questo punto di vista, un caso limite che fa riflettere.
martedì 13 ottobre 2015
Ho visto la luce...
Siiiii!!!... Ho visto la luce! Così dice il nuovo libro "Siamo in missione per conto di Dio" che oggi nasce in libreria. O almeno dovrebbe esserci perché ormai le librerie sono come le edicole che esauriscono presto le scorte...
Comunque grazie per l'attenzione e ... al lavoro!
Comunque grazie per l'attenzione e ... al lavoro!
lunedì 12 ottobre 2015
Ricordo di Odoardo Sannipoli
Avevo appena aderito all'Opus Dei quando ho conosciuto un "fratello maggiore" ingegnere, di una saggezza antica. Ecco come mi piace ricordarlo:
Odoardo è sullo sfondo
In primo piano a sinistra San Josemaría
Urio, Lago di Como. 1968
Aveva
un amore grande all’Opus Dei e a San Josemaría: lo manifestava senza troppe
parole ma con uno sguardo intenso. Aveva fatto grandi cose per la crescita
dell’Opera in Italia ma non ne parlava cosicché a noi che siamo venuti dopo
restano nella memoria soprattutto i suoi detti sapienziali: comunicava dati di
esperienza in forma sintetica e da ingegnere. Per esempio. Qual è l’età ideale
per una ragazza che si sposa? “L’età del marito diviso due più sette. Se è più
giovane, meglio”. Si rideva per queste affermazioni da ingegnere ma si capiva
che c’era un pensiero, una saggezza di fondo. Qual è la traiettoria ideale di
un’auto in curva? Quella più larga (contrariamente all’istinto che porta a
stringere): è la cosiddetta “legge del pirolo” che Odoardo aveva codificato.
Basta verificare. Come si comporta il tempo atmosferico? Odoardo spiegava che,
nel nostro emisfero settentrionale, le perturbazioni vanno da Ovest a Est. La
perturbazione è un vortice che ha un senso antiorario. L’approssimarsi della
perturbazione è caratterizzata quindi dal vento del sud fino all’arrivo del
centro del vortice, con tuoni, pioggia, venti disordinati per poi passare al
vento di tramontana, segno del bel tempo che arriva. Uno schema semplificato ma
utile. Non sempre le perturbazioni hanno le stesse dimensioni, possono
prenderci di striscio passando sopra o sotto il punto in cui siamo, possono
essere più o meno veloci e consistenti, però la legge generale con cui
procedono è sempre quella. Quando consulto le previsioni del tempo, Odoardo mi è
presente.
Quanto
abbia fatto Odoardo per lo sviluppo dell’Opus Dei in Italia è difficile
riassumerlo. Grazie ai ricordi di Antonpaolo Savio qualcosa si può mettere
insieme. Odoardo aveva chiesto l’ammissione all’Opera dopo aver conosciuto
Armando Serrano, il portoghese che guidava l’auto di San Josemaría e scattava
le foto destinate a documentare i primi tempi dell’Opus Dei dopo il
trasferimento del Fondatore a Roma. Armando era intraprendente e andava ad
ascoltare le lezioni all’Università in differenti facoltà. Odoardo apprese da
lui lo slancio apostolico e, un giorno del ’51, notò uno studente d’ingegneria
un po’ più giovane di lui, abilissimo nel disegno. A sua volta Antonpaolo aveva
apprezzato un progetto di Odoardo su case a schiera, situate a Gubbio, sua città
natale. Nacque così l’amicizia e un giorno Odoardo, sulla scalinata di San
Pietro in Vincoli (presso la facoltà d’ingegneria), propose ad Antonpaolo di
andare ad assistere ad una meditazione predicata di don Salvatore Canals.
Antonpaolo andò e poco dopo chiese l’ammissione all’Opus Dei: cominciò così un
percorso che vide i due quasi sempre insieme nel progettare ed eseguire la
costruzione di centri dell’Opera in Italia.
Odoardo
lavorò alla realizzazione di Salto di Fondi: una tenuta agricola che don Alvaro
aveva voluto realizzare per garantire gli approvvigionamenti per gli allievi
del Collegio Romano e della sede centrale dell’Opera. Si era nel dopoguerra ed
erano periodi di scarsità alimentare.
Ogni
tanto Odoardo lasciava lo studio che condivideva con Antonpaolo in Via Lucrezio
Caro per qualche missione speciale. Era portato ad avere un rapporto diretto
con gli operai ed era diventato famoso il suo metodo “maieutico”. Non diceva
direttamente come dovevano fare ma lo faceva dire a loro intervenendo solo se
necessario. Una “missione speciale” fu la realizzazione del centro dell’Opera a
Napoli al Vomero, tuttora esistente in via Luca Giordano. Dice la leggenda che
Odoardo non avesse previsto i rubinetti dell’acqua calda perché i membri
dell’Opera vivevano una vita piuttosto austera (si era alla fine degli anni
’50). Fortunatamente don Pedro
Casciaro (uno dei primi dell’Opera che seguiva lo sviluppo delle attività in
Italia) intervenne in tempo e l’acqua calda ci fu…
Odoardo
lavorò con altri alla realizzazione della RUI, la residenza universitaria in
zona Eur a Roma. Anche qui ci fu la collaborazione, oltre del solito
Antonpaolo, di don Pedro Casciaro e di un giovane architetto bergamasco, Elia
Acerbis ora don Elia. A quest’ultimo si deve in particolare la realizzazione
del bellissimo oratorio (cappella).
Nel
periodo nordico di Odoardo ci fu una delle tante ristrutturazioni del Castello
di Urio, centro di convegni sul lago di Como. In particolare Odoardo era
orgoglioso per l’eleganza del fregio barocco messo sulla sommità del frontone
con lo stemma del castello. Successivamente progettò l’oratorio con uno stile
così adeguato all’epoca originaria da farlo sembrare esistito da sempre. Anche
stavolta collaborarono con lui don Pedro Casciaro (nei primi tempi) e don Elia
Acerbis.
Nel
centro analogo di Castelgandolfo diresse il cantiere e progettò l’oratorio
della Villa in stile rinascimentale. I marmisti che completarono l’oratorio
erano gli stessi che avevano lavorato a Urio e provenivano da Como: una
conferma del prestigio dei maestri comacini. In particolare Odoardo curò con
passione la realizzazione della Madonna in ceramica, copia di un Della Robbia,
in Toscana, con gli stessi metodi di lavorazione del Quattrocento. In
particolare mise i monti dello stemma della città di Gubbio sopra i braccioli
del trono della Madonna, modificando leggermente l’originale che aveva dei monti
stilizzati ma non di Gubbio… Il suo amore per Gubbio era proverbiale e si
attribuiva a lui la convinzione che il centro del mondo fosse il birillo bianco
posto nel mezzo del biliardo del caffè principale della città. Non so come
fosse nata questa leggenda.
Nel
frattempo Odoardo lavorò all’ampliamento del Centro Elis con la palestra e le
aule professionali. Si occupò anche del Casale Nuovo di Ovindoli e della
sistemazione del Centro di Tre Fontane.
Odoardo
aveva modi tipicamente umbri che sembravano bruschi a chi non conosce quella
regione ma non perdeva mai la calma. Una volta gli sentii dire che aveva
imparato da suo padre, che era capace di arrabbiarsi più volte al minuto: per
reazione aveva deciso di non arrabbiarsi mai.
Si
illuminava quando gli si parlava di San Josemaría o quando gli raccontavano che
qualcuno si era avvicinato al nostro apostolato. Un grande cuore, un uomo
solido, un maestro di vita.
domenica 11 ottobre 2015
Appuntamenti e video per "Siamo in missione per conto di Dio"
Martedì 13 ottobre è in libreria "Siamo in missione per conto di Dio / La santificazione del lavoro" Ed. Mondadori
Domenica 25 ottobre Gianarturo Ferrari presenterà il libro nella libreria Mondadori di Piazza Duomo alle 17
Venerdì 27 novembre alle 21 presso l'Icef di Piazzale Belle Arti il libro sarà presentato a Roma
Javier Martinez Brocal mi ha intervistato sul tema del libro. Cliccare su: https://www.youtube.com/watch?v=wIkEdTRzFnw
Domenica 25 ottobre Gianarturo Ferrari presenterà il libro nella libreria Mondadori di Piazza Duomo alle 17
Venerdì 27 novembre alle 21 presso l'Icef di Piazzale Belle Arti il libro sarà presentato a Roma
Javier Martinez Brocal mi ha intervistato sul tema del libro. Cliccare su: https://www.youtube.com/watch?v=wIkEdTRzFnw
giovedì 8 ottobre 2015
Questo Papa è più cattolico di me
Si sa che i bambini dicono verità che lasciano sconcertati.
Il figlio di sei anni di un mio amico ha detto: “ho capito. Dio sembra che
perde sempre, ma poi vince sempre”. Mi è venuto in mente quest’episodio rivedendo
il discorso del Papa al Congresso degli Stati Uniti. Tanti applausi e tante
standing ovation per la prima volta di un Papa davanti al parlamento del Paese
più potente del mondo che è nato protestante (viene in mente il discorso di
Paolo all’aeropago di Atti 17, 22-31). Evento importante anche perché quel
discorso ci dice molto dello stile di Francesco. Non è partito da concetti
astratti ma dall’esempio storico di 4 grandi americani, e ha incoraggiato
l’intero popolo americano, attraverso i suoi rappresentanti, a seguirne
l’esempio. Tutto in chiave positiva e stimolante, senza trascurare i temi caldi
sul tappeto: libertà per tutti (con possibilità di obiezione di coscienza),
integrazione razziale, pena di morte, traffico di armi, attenzione ai poveri,
intenso rapporto personale con Dio.
A chi si chiede corrucciato se questo Papa è cattolico direi
di star sereno: questo Papa è più cattolico di me e di tanti. Chi si
scandalizzò perché Gesù mangiava con gli amici di Matteo (Matteo 9, 9-13) non
si deve oggi preoccupare per questo Papa che parte dalle persone reali per
portarle alla verità, la via e la vita, come osserva il Cardinal Scola.
Preghiamo ora per il Sinodo ma senza timori. Ne nascerà un grande impulso per
la famiglia, che è il punto di
attacco del demonio.
domenica 4 ottobre 2015
Siamo in missione per conto di Dio...
Il libro sarà in vendita dal 13 ottobre.
Racconta cosa ho capito sulla santificazione del lavoro grazie a San Josemaría Escrivá e all'esempio di alcuni personaggi che mi hanno insegnato qualcosa. Ho dovuto limitarmi ad alcuni anche se ho imparato (poco) da molti di più. Ecco chi sono:
Ettore Bernabei
Floriano Noto
Gregorio Fogliani
Pina Cannas
Tutto il centro ELIS
Pierluigi Bartolomei
per la prima parte "Santificare il lavoro"
Mia zia Lucrezia
San Josemaría
Don Alvaro e Giovanni Paolo II
Indro Montanelli
Giusi Sorci
per la parte "Santificarsi nel lavoro"
Leonardo Mondadori
Susanna Tamaro
Alessandro D'Avenia
Costanza Miriano
Paola Grossi Gondi
Tonino Battiata
per la parte "Santificare gli altri col lavoro"
Racconta cosa ho capito sulla santificazione del lavoro grazie a San Josemaría Escrivá e all'esempio di alcuni personaggi che mi hanno insegnato qualcosa. Ho dovuto limitarmi ad alcuni anche se ho imparato (poco) da molti di più. Ecco chi sono:
Ettore Bernabei
Floriano Noto
Gregorio Fogliani
Pina Cannas
Tutto il centro ELIS
Pierluigi Bartolomei
per la prima parte "Santificare il lavoro"
Mia zia Lucrezia
San Josemaría
Don Alvaro e Giovanni Paolo II
Indro Montanelli
Giusi Sorci
per la parte "Santificarsi nel lavoro"
Leonardo Mondadori
Susanna Tamaro
Alessandro D'Avenia
Costanza Miriano
Paola Grossi Gondi
Tonino Battiata
per la parte "Santificare gli altri col lavoro"
venerdì 2 ottobre 2015
Lo sguardo di Maria
L’amore è una cosa meravigliosa, recitava una nota canzone:
ma dir così è poco. Noi viviamo d’amore, siamo nati dall’amore, siamo cresciuti
nell’amore: ci ha dato forza
l’amore. Diceva Gesù a Santa Caterina: “Non siete fatti d’altro che d’amore”.
Mi piacciono i quadri della Madonna che mi guarda. Così come guarda me guarda
chi si ferma davanti a lei, ed è
giusto che sia così. Per lei siamo tutti figli unici. Lo sguardo racconta
l’animo: “la lampada del corpo è l’occhio” dice Gesù (Mt 6,22). Nello sguardo
che i grandi pittori hanno attribuito alla Vergine vedo l’amore che ha per noi.
Scelgo sempre le immagini della Madonna che mi guarda, anche se sono belle
quelle in cui è pensosa.
Le cose che più valgono sono riconducibili agli
sguardi. Lo sguardo dell’amico del cuore, lo sguardo della donna innamorata è
esplosivo. Nel Paradiso non ci stuferemo di guardare Dio, come capita agli
innamorati.
Il mese di ottobre è un mese
di particolare devozione alla Madonna. A lei affidiamo il Sinodo sulla Famiglia
che tratterà dell’ambiente in cui s’impara ad amare, dove tutto è gratuito:
l’ambiente prezioso in cui nasce il bene. Non vale la pena ascoltare chi
racconta solo le inadempienze e le problematiche della famiglia: anche quelle
insegnano a comprenderci fra noi, che siamo tutti limitati. Chi non ricorda con
affetto i difetti del proprio padre e della propria madre? Anche quelli sono
serviti per educarci. Non ci preoccupiamo più di tanto. Guardiamo Maria e i
suoi dolci occhi recitando il Rosario.
giovedì 24 settembre 2015
La causa della crisi è l'abbandono del cristianesimo
Ma diciamolo una buona volta. La causa della crisi che
attanaglia il mondo occidentale, e che si riflette sulla restante parte del
globo, è l’abbandono del cristianesimo. La civiltà occidentale così umana rispetto
a quella feroce pagana è nata dalla fede. Tante deviazioni, tante brutture,
tanti peccati sì, ma c’era la fede come propulsore. La vita civile che
rinasceva attorno ai conventi, lo splendore del sapere delle università fondate
da francescani e domenicani, l’architettura della Divina Commedia e le
meraviglie del Rinascimento nascono da lì. Solo da lì. “Io sono la vite e voi i
tralci” (Gv 15,5). Se si taglia la vite i tralci appassiscono. Niente frutti.
E’ quanto sta accadendo.
Devo cominciare da me e dire
con gli Apostoli: Signore aumentami la fede! (Luca 17,5). Devo convincermi che
il vero strumento è la preghiera e la vera strategia è accettare la volontà di
Dio, allora soltanto i talenti si moltiplicano e divento operatore di pace.
In questi giorni il Papa è in
America e incontrerà i rappresentanti di tutto il mondo. Sosteniamolo con la
mia e nostra preghiera. Confortiamo i dubbiosi che pensano che il Papa non fa
ciò che loro vorrebbero. E’ lui che ha la grazia di stato. E’ il padre comune.
Cerchiamo di capirlo, vogliamogli più bene, siamo meno presuntuosi. Santa
Monica c’insegna che la preghiera ottiene ciò che sembra più difficile:
convertire i cuori induriti, come quello di Agostino. E’ ciò che sta tentando
di fare il Papa. Ci riuscirà se comincio da me a convertirmi.
mercoledì 23 settembre 2015
Dal 13 ottobre nelle librerie il nuovo libro di Pippo Corigliano sulla santificazione del lavoro
Ebbene sì, ho sempre avuto dubbi se io stessi davvero santificando il lavoro, santificando me e gli altri. Per chiarirmi le idee ho scritto un libro che la Mondadori recensisce così:
http://www.librimondadori.it/libri/siamo-in-missione-per-conto-di-dio-pippo-corigliano.
Ho conosciuto alcune persone che lavorano bene e che ammiro: parlo anche di queste.
Un caro saluto
Pippo
venerdì 18 settembre 2015
Preghiamo per il viaggio del Papa
Durante il prossimo viaggio in
America desidero accompagnare il Papa con una preghiera speciale. Un viaggio
delicato non solo perché sigilla la pace Cuba-USA a cui la Santa Sede ha
contribuito, non solo per il significativo incontro mondiale delle famiglie a
Filadelfia, ma per il valore internazionale dell’incontro col Presidente e il
Congresso Usa, e dell’intervento
all’ONU.
L’immagine del bambino morto
sulla spiaggia, che non riesco a guardare senza lacrime (e credo di essere in
buona compagnia), può segnare una svolta nel grande dramma dell’umanità, che
per la prima volta nella storia, può pensare a se stessa come un’unica comunità
globalizzata. Gli squilibri esistenti, efficacemente denunciati dal Papa, fanno
sì che il reddito delle 80 persone più ricche sia pari a quello di tre miliardi
e mezzo di persone più povere. E’, più o meno, come se in Italia ci fosse un
solo ricco mentre il resto della popolazione muore di fame. Da qui derivano le
migrazioni e le tensioni.
Il Papa non va a denunciare
soltanto, va a proporre rimedi. Il miracolo sarebbe che nel paese più ricco del
mondo ci fosse chi raccoglie i suoi appelli e dia vita ad
un serio progetto di sviluppo mondiale. L’America del piano Marshall ha
consentito la ripresa dei paesi europei distrutti. Si potrebbe proseguire su
questa linea.
martedì 15 settembre 2015
Sia fatta la tua volontà
Sia fatta la Tua volontà.
Quante volte ho ripetuto questa preghiera… Ora mi sembra di riscoprirla. Da
giovane tendevo a pregare Dio perché mi aiutasse nelle faccende personali. Più
tardi ho cominciato a pregarLo perché riuscissi a servirLo, come se il mio
compito fosse quello di aiutare Dio col mio apostolato, con la scrittura, con
gli studi. Non ne avevo coscienza esplicita, ma implicitamente pensavo che
occorresse, per dir così, dare una mano al Padre Eterno. Forse non sono il solo
con questo atteggiamento: senza il mio intervento Dio è nei pasticci. Fa
proprio ridere. Ora mi è più chiaro che devo lasciar fare tutto a Lui e che i
miei programmi si riducono a uno solo: assecondare la Sua volontà. Fiat
voluntas Tua.
E’ incredibile quante energie
si sprigionano quando si dice a Gesù: pensaci Tu! Si diventa più operosi,
sereni e creativi. Sembrerebbe il contrario. Abbandonarsi nelle mani di Dio
parrebbe una specie di sonno. Invece no. Vanno via le tensioni inutili che
frenano le ruote della nostra attività e si procede leggeri. Umili perché è Dio
che fa tutto, senza la preoccupazione del proprio prestigio e delle piccole
ansie che opprimono il cuore. Gesù fai Tu! Si faccia la Tua volontà. Io
desidero solo servirti. Si confida nella preghiera sapendo che la Provvidenza
provvede e guida le vicende umane. In questi giorni un’intenzione doverosa è
accompagnare il Santo Padre nel difficile viaggio negli Stati Uniti dove ci
sono molti che non lo capiscono. Gesù pensaci Tu! Fiat voluntas Tua.
venerdì 4 settembre 2015
Il tesoro della vita sono le persone
Nello
spazio di pochi mesi mi è arrivata la notizia della morte, prima l’uno e poi
l’altro, in diverse città, di due miei compagni di classe (per la precisione:
sezione A del liceo Sannazaro di Napoli). Si parla sempre bene dei defunti ma
in questo caso ben a ragione. Entrambi, Gianfranco e Corrado, erano dei
signori: mai un commento negativo, sempre disponibili per gli altri. Anche se
ognuno ha preso la sua strada e ci siamo rivisti solo in occasione di ricorrenze
speciali, la conoscenza, che si fa in quegli anni, di una persona resta, ed è
profonda. A quell’età, tra i 15 e i 18 anni, si vede come l’altro affronta le
circostanze tristi e allegre, come prende forma il suo carattere. I ricordi di
quegli anni restano nel cuore di ognuno e assumono un contorno incantato. Tutto
sembra bello col passare del tempo: il primo amore, le prime esperienze di
vita, di sport, d’iniziative insieme. C’è poi il ricordo comune dei nostri
professori, ognuno caratterizzato da pregi e difetti stigmatizzati senza pietà
ma con simpatia.
Sono
contento di occuparmi oggi della formazione di giovani. Credo che sia
l’attività più importante del mondo. Il resto è carta d’imballaggio. Le persone
sono la realtà. Non a caso nostro Signore muore per le persone, dandosi come
alimento per la vita di ciascuno. In questo il Papa ci fa da maestro. Ci indica
le dimensioni dei problemi mondiali ma partendo dalla famiglia e
dall’attenzione al singolo, specie se bambino o malato. Il tesoro della vita
sono le persone.
mercoledì 26 agosto 2015
Per ridere: come scegliere una ragazza
Questo è un post da non prendere troppo sul serio:
Ridiamo con i ragazzi che mi
chiedono consiglio su come scegliere la fidanzata. Rispondo con tre indicazioni
nette che, essendo generali, lasciano il tempo che trovano ma non per questo
sono senza valore. Il primo requisito è che sia allegra. Il maggior difetto
nelle donne è la “lagna”, l’attitudine a lamentarsi. Stranamente anche le donne
sono d’accordo su questo punto. Bisogna aggiungere che il maggior difetto degli
uomini è l’intemperanza. E così si compensano le diagnosi. Il secondo punto è
che sia cattolica perché non basta guardarsi negli occhi ma occorre anche
guardare nella stessa direzione. Su questo punto c’è un accordo generale. Il
terzo è che sia affettuosa, il che capita generalmente alle meridionali.
L’uomo consciamente o
inconsciamente vorrebbe essere amato senza limiti come lo amava sua madre. In
Italia la mamma è molto presente: generalmente al Nord in modo più duro e
rigoroso; nel Sud in modo più fisico e affettivo. Le mamme del sud sono
baciose. L’uomo gradisce la moglie baciosa. Allo stesso modo la donna vuole
essere capita e protetta come faceva suo padre, e così le considerazioni si
bilanciano. Sono consigli dati per ridere ma una verità di fondo c’è. L’essenza
del cristianesimo è saper voler bene. Questo non sempre è chiaro. Noi la
buttiamo sempre sulla regola e così tendiamo a diventare gelidi farisei. Voler
bene è faticoso. Vuol dire mettersi in croce quotidianamente. Il primo passo
del voler bene è essere allegri e affettuosi. Ragazze prendete nota…
giovedì 20 agosto 2015
Meeting: la gratuità è un segno di Dio
Col passar del tempo il
ricordo di don Giussani si staglia nella memoria portando con sé alcune idee
madri che hanno un’efficacia esplosiva. L’incontro con Cristo nella sua
predicazione era fondamentale. Perché l’alternativa è fra l’assenza di Dio e la
Sua presenza. Se Dio non è, il mondo gira a vuoto e nulla ha significato. La
terra diventa oscura e il mio amore si perde nella palude dell’amor proprio. Ma
se Cristo è, vuol dire che Dio ha abbracciato la terra e ne ha fatto la sua
casa, ne ha fatto il luogo della sua divinità vivificando ogni esistenza
apparentemente effimera. Se Dio ha preso sulle spalle tutte le nostre sozzure
ed è morto per noi, l’Eucarestia, il Suo Corpo e Sangue, diventano vita della
nostra vita. Allora si può amare tutto e tutti vivendo, soffrendo, lavorando,
sorridendo. Tutto acquista un significato e noi cristiani diventiamo i reali
protagonisti della storia malgrado l’immensità apparente delle forze avverse.
Quando sono stato al Meeting
ho avuto sempre l’impressione di scorgere una forza propulsiva della storia.
Una clamorosa realizzazione costruita con la forza generosa dei volontari. Non
ci sono solo i volontari, ma senza i volontari il Meeting non sarebbe ciò che
è. La gratuità è un segno di Dio perché è il segno dell’amore. In famiglia
tutto è gratuito perché vi regna la forza propulsiva dell’amore. Quando vengo
al Meeting mi sento un amico di famiglia e avverto la potente paternità di don
Giussani, messaggio espressivo della paternità di Dio
lunedì 10 agosto 2015
Quando c'è qualcosa di strano, c'è qualcosa di strano
C’è una singolare stranezza
nell’insistenza dei media sui temi della morale sessuale (diritti degli
omosessuali, introduzione di pratiche sessuali nelle scuole primarie, ecc.)
mentre l’Occidente è sotto la sferza di una crisi economica che porta alla
disoccupazione e a sofferenze mai provate a memoria d’uomo, specialmente nei
paesi meridionali come la Grecia (i cui problemi non riguardano solo quel
Paese ma l’Europa nella sua
coesione). In mezzo a queste urgenze epocali veniamo distratti da questioni
sessuali che potremmo dire “di nicchia”, poste con un’urgenza drammatica senza
che se ne veda il motivo. Quando c’è qualcosa di strano c’è qualcosa di strano,
dice un proverbio di mia invenzione. Viene il sospetto che le lobby delle
multinazionali, soprattutto i produttori d’armi (seguiti dagli sfruttatori
delle materie prime dei paesi poveri e così via), usino il sistema mediatico
per distrarre le popolazioni dai problemi reali. Mai come adesso la grande
finanza utilizza la comunicazione come suo strumento.
Il processo si è reso evidente
dal ’68 in poi quando si è voluta spacciare come rivoluzione giovanile un
esperimento studiato a tavolino per destabilizzare paesi interi con ideologie
fittizie. Occorre che i giovani cristiani approfondiscano seriamente sia la
storia che l’economia. Da soli si può fare poco ma è sempre la cultura che
cambia la storia. La Provvidenza provvede, ma noi dobbiamo esserne strumenti
intelligenti, cominciando con studiare l’enciclica di Papa Francesco “Laudato
si’”.
devo essere un erogatore d'amore
Io
devo essere un grande erogatore d’amore. Le energie le prendo non da me, ma da
Dio Padre, da Gesù e dallo Spirito Santo. La Madonna è la trasmettitrice della
dolcezza di Dio Padre, della presenza del Figlio e del soffio dello Spirito
Santo. Ogni cristiano ha questo compito che è il più bello di qualsiasi altro.
“Marta Marta tu ti preoccupi di troppe cose” potrebbe ripetermi Gesù e avrebbe
ragione. Sono portato a dare alle faccende quotidiane un’importanza fuori posto
o, comunque, slegata dalla coscienza dell’amore come unica motivazione. “Voi
non siete fatti altro che d’amore”: questa frase rivolta da Gesù a Caterina da
Siena m’incanta perché mi fa vedere come per Dio le creature hanno un valore
ascendente. Le galassie sono sabbia per Lui, la vita è una creazione
meravigliosa, ma ancor più meraviglioso è il cuore dell’uomo, fatto a Sua
immagine. Da ragazzo mi sembrava zuccherosa la devozione al Cuore di Gesù e
invece il Papa insiste su quel Cuore misericordioso: indice un giubileo
apposta. Forse questo devo capire del Giubileo. Non il traffico, l’aeroporto
caotico, il flusso dei pellegrini. No, il Giubileo mi dice che Dio vuole da me
un cuore che sa amare, comprendere, scusare, soccorrere, nella pazienza di chi
sa di non essere Dio ed è legato ai limiti di una creatura che riesce a fare
una cosa per volta. Per me il peccato è distrarmi dal compito di portare la
luce di Dio con affetto e delicatezza. Dal pezzo di legno che sono il Signore
vuole trarre un Pinocchio buono e sensibile.
sabato 1 agosto 2015
I nostri eroi sono i santi
Noi
cristiani (che vorremmo esserlo sul serio) siamo chiamati a trasmettere fede,
e, con la fede, uno stile di vita che fa cultura, che entra nel modo di vivere,
di ridere, di soffrire, di creare bellezza, di stabilire amicizie, di condurre
il matrimonio come una lunga avventura d’amore. Ogni cultura ha i suoi punti di
riferimento e ha i suoi eroi. Gli eroi cristiani si rivelano specialmente al
momento della morte quando si rende evidente la scelta di vita. Non è un caso
che i primi cristiani nutrissero profonda devozione per i primi santi che erano
i martiri, coloro che avevano testimoniato fino al sangue la loro fede. Anche
oggi ci sono martiri in parti del mondo lontane da noi, martiri che risvegliano
la nostra fede pigramente vissuta. Ma sono particolarmente significativi gli
eroi delle nostre circostanze di vita, in un’Europa paganizzante. L’esempio di
Chiara Corbella, la madre felice nelle disavventure della malattia e della
maternità, brilla nel nostro immaginario. Accanto a lei ci sono altre figure
che ci sorprendono perché non sapevamo nulla della loro esistenza. E’ il caso
del giovane ingegnere Filippo Gagliardi, morto prematuramente lasciando una
moglie incinta: un grande amico dei suoi amici e animatore di un oratorio del
nord Italia. Ilaria Nava, giornalista, ha raccolto con rigore di cronaca gli
sms, le testimonianze e le lettere degli amici in un
libro edito da San Paolo dal titolo “Volevo dirgliene quattro...”. I nostri
eroi sono i santi, non me lo voglio dimenticare.
La nuova civiltà sarà costruita dalle famiglie
La
nuova evangelizzazione dell’Occidente sarà realizzata dalle famiglie. E’ una
riflessione che viene spontanea dopo la manifestazione del 20 giugno scorso.
Non perché l’evangelizzazione proceda a forza di manifestazioni ma perché si
son viste famiglie che si sono mobilitate senza un ordine dall’alto, per forza interiore. Pochi giorni fa sono stato a cena da una
famiglia siciliana che festeggiava 11 anni di matrimonio in mezzo all’allegro
vociare di cinque figli. La più grande, 9 anni, ha regalato ai genitori un
piccolo opuscolo di cui trascrivo il testo senza modificare nulla: “Il
fidanzamento di mamma e papà e il loro matrimonio/ Prima di papà la mamma non
aveva ancora trovato giusto. Secondo me, la prima volta che la mamma vide papà
e papà vide la mamma, intuirono tutti e due che era la persona giusta. Si sono
incontrati a un incontro con il papa Giovanni Paolo II (tra una frase e l’altra
ci sono 40 cuoricini). Si sono fidanzati 11 agosto. Hanno fatto 4 anni di
fidanzamento e dopo si sono sposati quando papà aveva 29 anni e la mamma 28
dell’anno 2004. 2 anni dopo che si sono sposati sono nata io. 3 anni dopo è
nata Anna. 5 anni dopo è nato Carlo. 8 anni dopo è nato Andrea e infine 11 anni
dopo è nata Costanza. Super bella famiglia!!!!! GRAZIE per non aver avuto paura
di avere tanti figli da sfamare, portare a scuola, vestire… SIETE I GENITORI
PIU’ MIGLIORI DEL MONDO (come dice Andri)”. La nuova civiltà sarà costruita
dalle famiglie, come fecero i monaci all’alba del Medio Evo.
giovedì 16 luglio 2015
Dio c'è ma non sei tu rilassati
“Dio c’è / non sei tu / rilassati”. E’ la scritta su
una maglietta in vendita qualche tempo fa. Ha un messaggio valido. Alle volte
siamo presi da un senso di responsabilità eccessivo, come se tutto dipendesse
dal mio “fare”. Devo fare questo e quest’altro altrimenti il mondo casca. Lo
stesso per quanto riguarda il rapporto con Dio. Sembra che tutto dipenda dal
mio comportamento. Un po’ come quando ero bambino e tutti si aspettavano da me
che, dopo la prima Comunione, mi comportassi in maniera esemplare. Invece mi
ritrovavo sì un po’ migliore di prima ma restavo sempre lo stesso. Allora non
capivo che Dio era disposto ad aiutarmi ma nelle misura in cui vivevo di
fiducia in Lui e non di aspettativa nei miei confronti. Io, senza l’aiuto di
Dio, ero e sono un animaletto più o meno intelligente che fondamentalmente
pensa ai fatti suoi. Sembra quasi che viviamo ancora nel clima dell’Antico
Testamento dove ciò che conta sono i Dieci Comandamenti assieme a qualche altro
precetto derivante da quei comandamenti primi. Sembra che Gesù sia venuto ma
che non abbia completato, reso più maturo, il rapporto con Dio. Sembra che
tutto si riduca a fare e non fare.
Una prova l’ho avuta quando
dovevamo fare una trasmissione sull’Anno della Fede indetto da Papa Benedetto.
Un collega (collaboro con RaiVaticano) subito ha detto: “facciamo un programma
sui Dieci Comandamenti”. Ho osservato che era una buona idea ma che, in
occasione dell’Anno della Fede, avremmo dovuto adottare come tema il Credo e
non i Dieci Comandamenti. L’importante è l’incontro con Gesù, che mi porta ad
una visione delle cose in cui i Dieci Comandamenti hanno un valore importante
ma non sono tutto. La via è Gesù stesso. Fare come Lui. Stare in un continuo
rapporto con Dio Padre e vivere come Lui ha vissuto. Rilassiamoci. Contempliamo
la Sua vita e poi procediamo.
venerdì 10 luglio 2015
Anche Scalfari
Mercoledì 1 luglio Eugenio Scalfari ha scritto un
articolo su Papa Francesco definendolo Profeta e Pastore, con la P maiuscola (su
Repubblica hanno sempre scritto la parola Dio con la d minuscola anche quando
si parlava del Dio cristiano). Alla fine Scalfari conclude: “Ecco perché dico che
Francesco è il Vicario di Dio, che lo Spirito Santo ha deciso di porre sul
soglio di Pietro”. Un’affermazione che solo un mistico come Caterina da Siena
potrebbe esprimere in termini così chiari e decisi. C’è da rallegrarsi che
dalla penna di Scalfari escano frasi del genere che aiutano a essere più
consapevoli di un dono così grande come questo Papa. I media ci possono portare
fuori strada quando mettono in rilievo questo o quel problema del governo della
Chiesa. Devo tornare all’atteggiamento originario del cristiano che si sente
figlio del Papa (che significa appunto “padre”). Devo pregare per lui,
difenderlo, farlo conoscere. Mi devo astenere da giudizi e opinioni affrettate
sul suo conto, come se parlassi di un leader politico. Amore e rispetto. Tanto
più in quanto Francesco li merita in pieno. La sua enciclica “Laudato si’ ”
mette l’uomo davanti alla creazione che a sua volta presuppone un Creatore. Incanala
così il pensiero di tanti che si ritengono lontani dalla Fede. Accanto al suo
articolo Scalfari ripubblica con evidenza il cantico delle creature di San
Francesco: un vertice di spiritualità. Non avrei mai creduto che un giorno
avrei sentito il bisogno di dire: grazie Eugenio!
sabato 4 luglio 2015
Non siete fatti altro che d'amore
La manifestazione di sabato 20 giugno a difesa della
famiglia è stata un lieto evento. Ora tocca ai cattolici mostrare che vivere
d’amore è il modo più felice di vivere. L’esperienza dei mistici aiuta. Santa
Caterina riferisce parole di Gesù: “Come l'amore vi trasse del seno del Padre mio, creandovi
con la sapienza sua, così esso amore vi conserva: ché voi non siete fatti
d'altro che d'amore.” Una frase breve ma piena di contenuti. “L’amore vi trasse
dal seno del Padre mio, creandovi con la sapienza sua”: un modo mirabile di
descrivere la creazione dell’uomo, realizzata con sapienza nell’amore e
finalizzata all’amore, perché “voi non siete fatti altro che d’amore”. La
creazione ci parla d’amore e la redenzione ancor di più: “Annegatevi nel sangue
di Cristo crocifisso, ponetevi in croce con Cristo crocifisso, nascondetevi
nelle piaghe di Cristo crocifisso, fatevi bagno nel sangue di Cristo
crocifisso” (Lettera di Caterina) perché “nel sangue (di
Gesù) si perde l'amore della vita propria, di quello amore perverso che l'uomo
ha a sé medesimo”. Lo dimostra la quotidianità della vita domestica. Non basta
amare genericamente, occorre dimostrarlo continuamente: comprendere,
discolpare, perdonare, essere affettuosi, delicati, amici. L’affetto genera
affetto e io devo eccellere nel vivere l’affetto per gli altri, giorno per
giorno. Non basta il generico “ti voglio bene”. Quest’impegno mi può costare
più delle penitenze dei mistici ma è ciò che mi chiede il Signore nella vita di
ogni giorno.
giovedì 25 giugno 2015
Chi ama è felice
Chi
ama non s’annoia. E’ una massima veritiera. Serve quando si pensa in grande e
anche per vivere i piccoli momenti della vita quotidiana. Per un innamorato non
esiste il concetto di “ammazzare il tempo”. Si spiega anche così come mai in
Paradiso non ci annoieremo, contrariamente a chi pensa che sia noioso. Il
Paradiso sarà una condizione d’amore e l’amore non sazia. Sarà molto più che
ammirare i Faraglioni di Capri, che per me è il massimo della contemplazione
visiva: dopo un po’ di ore mi posso perfino scocciare di guardarli, ma di amare
no. San Josemaría quando parlava ad una coppia di sposi, per esempio Paolo e
Carla, chiedeva a Paolo: sai come si chiama la tua strada per il Paradiso? Un
attimo di suspence e poi diceva:
Carla! E lo stesso con Carla: si chiama Paolo! Non è una semplice battuta:
superarsi nello spirito di servizio, nel comprendere, nell’amare è un anticipo
di Paradiso. Sembra un controsenso ma non lo è. I santi, anche se hanno
sofferto tutti seguendo le orme di Cristo, sono sempre stati lieti, mai stufi.
Anche il modo giusto di affrontare l’estate è in questa linea. Il riposo è
doveroso ma nel riposo non devo perdere il desiderio di rendere felici le
persone che stanno con me. Adattarsi è un atteggiamento generoso. Ogni
situazione ha degli inconvenienti ma venire incontro, non lamentarsi, far buon
viso a cattivo gioco aiuta la serenità degli altri, e anche la mia. Diciamolo
pure (sapendo di esprimere un’eresia per la cultura dominante): chi ama è
felice.
sabato 20 giugno 2015
Quanno ce vo' ce vo'... I figli e il gender il 20 giugno a San Giovanni
Non ho mai partecipato a manifestazioni di piazza ma stavolta sono andato. "Giù le mani dai nostri figli" era il pensiero dominante che serpeggiava fra la folla di San Giovanni. Penso che i politici ne prenderanno atto perché gli conviene. "I figli so' figli!" diceva Filomena Marturano nella commedia di De Filippo e stavolta è difficile darla a bere. Far ingoiare agli italiani le sperimentazioni sessuali sui propri figli è un'operazione che non passerà anche se i mezzi di comunicazione tentano d'imbambolare le coscienze.
Sono arrivato alle 16 (ora dell'appuntamento) di oggi 20 giugno 2015 e nella Piazza non si riusciva ad entrare: era pieno anche il viale che porta a Santa Croce in Gerusalemme. Era impossibile arrampicarsi anche sui gradoni della statua di San Francesco. Discorsi chiari, decisi, non aggressivi. Costanza Miriano è riuscita anche ad essere spiritosa.
Ora tocca costruire giorno per giorno, senza far rumore ma con chiarezza, una civiltà più consapevole. Tocca a tutti coloro che credono nella famiglia come il punto di partenza per una vita degna. Per chi ha fede è il momento di pregare, lavorare, sorridere, perdonare e andare avanti.
Nella foto si intravede Costanza sul maxischermo fra gli ombrelli aperti prima per la pioggia e poi per il sole
giovedì 18 giugno 2015
Un santo e una famiglia
“Quando
amerai davvero la Volontà di Dio, non mancherai di vedere, anche nei momenti di
maggiore trepidazione, che il Padre nostro celeste è sempre vicino, molto
vicino, al tuo fianco, con il suo Amore eterno, con la sua tenerezza infinita”
(Forgia n. 240). Così scriveva San Josemaría Escrivá che è andato al Cielo 40
anni fa (26 giugno). L’Opus Dei da lui fondata è l’estensione spirituale della
sua famiglia naturale. Per chi si avvicina al suo spirito i genitori di
Josemaría sono i “nonni” e sua sorella “zia Carmen”. Non è solo un segno
d’affetto, è un ricordare che la Chiesa stessa è famiglia: Gesù vive in una
dimensione familiare, prima con Maria e Giuseppe, poi con i dodici apostoli, ed
è in una cena di famiglia che istituisce l’Eucarestia. La Trinità è costituita
da un Padre e un Figlio uniti dall’Amore. E’ la famiglia, più che il convento o
altro, la cifra della Chiesa. E’ una dimensione normale, laicale, che aiuta ad
intendere come si possa vivere molto uniti e nello stesso tempo liberi. Ognuno
nell’Opus Dei può fare le scelte politiche, professionali, sociali che vuole,
come in una famiglia in cui c’è quello di sinistra, di destra o di centro. Ma
si è uniti lo stesso. Il denominatore comune per i cristiani è la forte fiducia
nel Padre celeste, mentre il numeratore può essere diversissimo. Fermo restando
che in materia di vita, di matrimonio e di educazione dei figli occorre
impegnarsi senza riserve: un’eredità di unità affettuosa, di naturale diversità
e d’impegno comune.
giovedì 11 giugno 2015
Solo il Papa può...
Il
presidente russo Putin ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della
Sera che merita una riflessione. Per ben tre volte Putin ha parlato di
un’Europa da Lisbona a Vladivostok, indicando una larga fascia del mondo – dal
Portogallo alla Siberia - che ha una radicata tradizione cristiana.
Siamo
in un momento di transizione. E’ evidente che l’Europa dell’attuale Unione
Europea va governata con criteri diversi da quelli attuali, meramente monetari,
e che non si può ignorare l’esistenza di una Russia tornata cristiana.
Il
gran tema della povertà viene alla ribalta se non altro per le continue
migrazioni nelle precarie carrette del Mediterraneo piene di disperati. Gli
sfruttatori di materie prime e i mercanti d’armi hanno fatto un gran lavoro in
Africa, in Medio Oriente e in America Latina. Il capitalismo meramente
privatistico non regge la sfida dei tempi e si dimostra incapace di proporre
soluzioni definitive. Occorre una politica illuminata e l’unica luce
disponibile è la cultura fecondata dal cristianesimo. Il Papa è il solo leader
capace di suscitare speranze e indicare soluzioni: la sua prossima enciclica e
l’intervento di settembre alle Nazioni Unite possono diventare eventi storici
anche per il particolare momento che attraversiamo
La
sensazione d’incertezza e di precarietà che stiamo vivendo va superata con il
ricorso alla preghiera fiduciosa: devo pregare per l’Italia e il mondo intero.
La necessità della preghiera non è un pensierino gentile, è l’unica soluzione
seria.
venerdì 5 giugno 2015
Perché siete timidi?
“Quid
timidi estis?” dice Gesù agli Apostoli mentre infuria la tempesta. In italiano
la frase è resa: “perché avete paura”? (Mt 8,25). A me piace riflettere sulla
parola latina originaria “timidi”, identica in italiano. Sembra che i cristiani
europei siano timidi davanti alle enormità della cultura dominante. Il voto in
Irlanda a favore del matrimonio gay è sembrato l’ennesimo pugno che lascia
imbambolato il cattolico occidentale. Gesù dice “Io sono la verità” e oggi non
si sopporta l’idea che esista la verità, proprio come Pilato. Invece Dio ci ha
mostrato la verità, che è l’unica che non produce gli orrori delle ideologie:
dalla ghigliottina ai campi di concentramento e agli aborti facili. Quelle sono
le verità da temere e sono le stesse verità che animano oggi la cultura
laicista. I cattolici non devono avere timore di affermare che l’incarnazione
di Cristo non è stata inutile, e che Dio ha voluto rivelarsi in Gesù in modo
definitivo. L’evangelizzazione dei popoli non è stata un sopruso ma una
liberazione che ha valorizzato le culture delle nazioni. Il Dio dei cristiani è
un dio che è già presente in tutte le religioni in qualche modo, come hanno
sostenuto i Padri della Chiesa fino all’ultimo concilio (Nostra aetate). Il
cristiano non può brandire come una spada la sua verità perché non la possiede,
non l’ha creata lui e deve nutrirsene umilmente. Il cristiano ha il
diritto-dovere di evangelizzare il mondo, senza paura. Non siamo timidi, siamo
in missione per conto di Dio.
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