sabato 28 gennaio 2012

Un rimedio per la crisi? Ascoltare Gesù. Cartolina per la crisi.




Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri. Non è Rockefeller che parla di finanza ma è Gesù. Così si conclude la parabola dei talenti, con un rimprovero al pigro che non ha fatto fruttare il denaro. In un'altra circostanza Gesù racconta di un amministratore che fa degli sconti illegali per ottenere benefici: il padrone del patrimonio lo viene a sapere e loda non certo l’onestà ma l’astuzia dell’uomo.
In un altro contesto Gesù dice che non si possono servire due padroni, Dio e Mammona (la divinità della sicurezza materiale e del guadagno a tutti i costi). Poi racconta di un tale che aveva accumulato molto nei suoi granai e decide di mangiare e dormire senza preoccuparsi d’altro, ma Dio gli chiede la vita quella notte stessa.
Il rapporto del cristiano col denaro è chiaro: il denaro è uno strumento che va utilizzato bene e per il bene. Se diventa un fine è un tradimento nei confronti di Dio che non comporta benefici, perché la vita è breve e non serve accumulare.
Un insegnamento di grande attualità: un monito per gli speculatori che vivono d’angoscia, seminano l’angoscia e moriranno nell’angoscia; un incoraggiamento per l’intraprendenza e un invito a superare l’inerzia di chi pensa che non c’è nulla da fare. Invece sveglia! Occorre far fruttare i talenti, sia quelli in denaro che quelli dell’intelligenza e della fantasia. E’ sorprendente: il Vangelo ci aiuta a vivere anche la situazione critica che stiamo vivendo.  Dobbiamo reagire, gli uomini di fede devono darsi da fare.




lunedì 23 gennaio 2012

De Maria numquam satis. La Madonna principio di ogni conversione.




De Maria numquam satis dicono i teologi, il che significa che con la Madonna non si può esagerare nel ricorrere a lei e nel tesserne le lodi. Ho letto una giusta osservazione del mariologo francese René Laurentin sul costante aumento della devozione mariana rispetto ai primi secoli del cristianesimo quando occorreva diffondere la notizia della risurrezione di Cristo. Era logico che in quel periodo ci si concentrasse su Gesù perché occorreva far comprendere la straordinaria novità del Dio che si fa uomo, muore per noi e risorge. Col passar del tempo il desiderio di conoscere Gesù porta sempre di più a riconoscere Maria come colei che può farci incontrare suo figlio. Ecco che Maria, viene meglio riconosciuta per quello che è: la strada per trovarlo, conoscerlo e amarlo. Principio primo di ogni conversione.
Sono rimasto colpito dell’immediatezza con cui Leonardo Mondadori rispose a chi gli chiedeva come avesse fatto a convertirsi dalla sua condotta di tombeur de femmes. “Sono ricorso alla Madonna – rispose immediatamente - ed è grazie a lei che ora vivo la castità”. Leonardo, allora presidente dell’editrice Mondadori, non faceva misteri sulla sua fede ritrovata e la testimoniava apertamente. Non solo per la castità ma per ogni momento della nostra attività la Madonna è consigliera e ausiliatrice. Siamo ancora all’inizio del nuovo anno e mi propongo di “foderare” ogni cosa che faccio con la devozione a Maria, garanzia per non andare fuori strada e filare dritti in Paradiso.



lunedì 16 gennaio 2012

Il volto di Cristo ci viene incontro. Grazie ad Antonello da Messina. Zio Paperone? No grazie.


 Sui giornali si scrive di uno spettacolo che si svolge davanti ad un enorme ritratto di Gesù che viene bersagliato e sfigurato. C’è chi protesta e c’è chi dice che non è il caso, ma sembra che quel volto, oltraggiato o meno, ci venga incontro perché ne abbiamo bisogno. Stiamo attraversando un periodo di povertà materiale: le banche non prestano soldi, il prezzo della benzina aumenta, le notizie diffuse dai media creano un clima di sfiducia. Il mondo sembra in mano a pochi oligarchi, che dopo aver provocato per ingordigia una crisi finanziaria, ora speculano sull’Europa e sull’Italia per arricchirsi a spese della povera gente. Il Papa ricorda che all’origine della crisi economica c’è una crisi spirituale e ha ragione: la nostra povertà spirituale sta diventando così grande da non avvertire più la mancanza di Dio come una mancanza. Viviamo come animali raffinati e quindi sempre più animali. Soli in questo mondo, senza un Padre, ci sentiamo legittimati a fare qualsiasi cosa. Chi si arricchisce usando altri uomini non si sente in colpa.


Il volto di Cristo ritorna ancora una volta ad essere oltraggiato ma chi sta soffrendo è l’uomo. “Cercate il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” dice Gesù (Mt 6, 33). La bella immagine di Antonello da Messina che campeggia in quel teatro mi viene incontro e mi invita a guardarla con fede e speranza e ad aiutare gli altri a fare altrettanto. E allora l’Europa ritornerà se stessa e supereremo la crisi spirituale ed economica.




domenica 15 gennaio 2012

Perché mi piace lo stile di Renzo Arbore. Un contributo per un libro.




Renzo Arbore è un signore. Sembrerebbe un’affermazione generica: si potrebbe dire che è un regista, jazzista, presentatore, clarinettista, doppiatore di dromedari, cantante, direttore d’orchestra e così via. Ma la sua caratteristica fondamentale è di essere un signore. Chi è un “signore”? “Signori si nasce” dice il barone Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazà, interpretato da Totò nell’omonimo film. Ebbene sembra proprio che Renzo “signore lo nacque”. Tratta gli altri col massimo rispetto, sa ascoltare quando un altro parla, se lo chiami al telefono e non lo trovi ti richiama poco dopo. Valorizza i talenti altrui, non è invadente, ha l’umorismo partenopeo (perfettamente adottato) di chi vede nelle situazioni il lato comico, non si considera una persona importante. E può bastare anche se potrei continuare.
Sono stato il direttore dell’Ufficio Informazioni dell’Opus Dei per quarant’anni e per Renzo ho fatto l’unica eccezione ad una regola rigorosa: chi ha quell’incarico non può esprimere pubblicamente nessun parere su questioni professionali, politiche, artistiche di qualunque specie, per il semplice motivo che i fedeli dell’Opus Dei sono liberi di pensarla come vogliono e sono uniti solo nei contenuti di fede cattolica: non hanno un rappresentante per ciò che riguarda quei temi. Per quarant’anni mi sono attenuto a questa condotta, ma è venuto un giorno del 2010 in cui Renzo mi ha invitato alla presentazione alla stampa dell’edizione in DVD del “Pap’occhio”. Sono andato e, quando già i giornalisti stavano chiudendo i loro taccuini, Renzo mi ha chiesto se volevo dire qualcosa. Allora ho fatto “l’eccezione”. Ho detto che stimavo Renzo Arbore e il suo modo di fare spettacolo, il suo stile familiare che coinvolge il pubblico facendolo sentire a casa sua, come in una festa di famiglia, senza mai essere volgare. Ho detto che quel film proponeva un’immagine del  Papa simpatica, sportiva e interessata ai giovani; che il monologo di Benigni era “apostolico” perché parlava del giudizio universale e distingueva il cristianesimo dal marxismo; che il film meritava la prima serata su RaiUno perché era sereno, positivo e divertente. Il giorno dopo una trentina di giornali annunciava che “l’Opus Dei aveva sdoganato il Pap’occhio” e a tutt’oggi wikipedia cita quest’intervento nella voce relativa al film.
Non sono pentito di aver fatto uno strappo alla regola perché penso davvero che lo stile di Arbore sia uno stile cristiano. Lui dice di sé che è “cattolico, apostolico, foggiano”, ma non mi riferisco all’aspetto confessionale. Penso che l’Italia abbia dato al mondo degli artisti che sono cristiani perché umani (i cristiani hanno un Dio che è umano. L’allegria, la musica sono anticipi del Paradiso). Umani, ironici e autoironici: chi sa ridere di se stesso è una persona che non si prende sul serio, che ha il senso del limite e non é fanatico. Uomini che non si nascondono dietro paraventi professionali o di maniera, ma mostrano se stessi così come sono. Basti pensare a Guareschi che ha fatto ridere l’Italia del dopoguerra dilaniata dalle fazioni politiche; a Flaiano, Fellini, Saba, Totò e soprattutto Carosone, grande ispiratore di Renzo Arbore.
Una volta ho presentato in televisione un mio libro sul Paradiso. Il giorno dopo mi ha telefonato Arbore che voleva il titolo esatto del libro per comprarlo. E’ da notare che non voleva averlo in omaggio perché “i libri vanno comprati”. Avevo detto in trasmissione che in Paradiso staremo come “a casa”, come quando torno in Calabria nella casa di mio nonno, vedo i vecchi mobili e dico: “che bello sono a casa! sto fra le persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene”. Questo concetto gli era piaciuto. Perché Arbore è fatto così: con lui “si sta a casa”.


martedì 10 gennaio 2012

C'è fretta e fretta




Nel Vangelo ci sono alcune scene in cui i personaggi vanno di fretta: i pastori si affrettano per andare a vedere il Bambino, Maria si affretta per andare a trovare la cugina Elisabetta ormai al sesto mese, Pietro e Giovanni addirittura corrono per andare a vedere il sepolcro di Gesù ormai vuoto. Queste sono le frette sante.
Poi ci sono le nostre frette: “sto scappando” si dice abitualmente per dire che ho fretta. Sì, ma scappando da dove e per dove? E’ a queste frette che Gesù si riferisce quando dice “Non state in ansia… non preoccupatevi” (Luca 12, 22 e 29). Ci sono frette e frette. La vera urgenza c’è per le cose di Dio, quelle che danno il senso della vita e aprono l’orizzonte del rapporto familiare con Gesù, con Maria, per i nostri amici del Cielo e della terra. La sorella di Lazzaro Maria sente l’importanza di non perdersi una parola di Gesù e sa stare immobile ad ascoltare, a differenza di Marta che vive una fretta inutile e si sente dire: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Luca 10,41).
Abbiamo da poco lasciato il Natale e ci avviamo verso un anno nuovo. Quale fretta abbiamo? Quella buona o quella inutile? Cerchiamo sicurezze, soddisfazioni, traguardi evanescenti? Mi aiuta pensare al mattino che il giorno che ho davanti è un’occasione per fare ciò che Dio vuole, un’opportunità per amare. Non è vero che “il cielo può attendere”. Le mie cosette possono attendere.



mercoledì 21 dicembre 2011

Che ce vulite fa'! A me il Capodanno napoletano me piace e scrivo una cartolina




Fra qualche giorno sarà Capodanno e a Napoli avverrà l’abituale esplosione di gioia collettiva che si manifesta in una festa di luci e di botti. L’occhio moralista e puritano si affretterà a cercare nei giornali del giorno dopo il numero dei feriti a causa dei festeggiamenti. Normalmente questo numero è di molto, molto inferiore a quello dello sballo del sabato sera o degli ordinari incidenti stradali. Il motivo è che a Napoli si spara in famiglia. I bambini prendono parte alla festa, si entusiasmano per i fuochi che vedono, e accendono le “stelline”, quei minuscoli fuochi d’artificio che producono stelle attorno a un’asticella di fil di ferro. I grandi vegliano su di loro.
La festa è stata sempre, in ogni cultura, la sospensione dell’attività ordinaria per un motivo religioso. E’ il momento in cui ci si confronta con la divinità e in modo conviviale si riflette con gioia sul senso ultimo della vita. Chi vive nella festa un momento di godimento egoistico non sta festeggiando realmente, come provano certi veglioni anonimi che sembrano più tristi che allegri. Manca qualcosa. Nel Capodanno napoletano la famiglia è unita ed è unita la città. Tutti partecipano ad un evento corale. Sembra che nessuno sia assente alla festa, anche i poveracci e gli inguaiati partecipano. E’ un momento in cui tutti sono uguali e fratelli. Una città umiliata dalla storia si ritrova ricca di umanità, capace di rincominciare la fatica di vivere. E’ un evento che va guardato con comprensione e ammirazione.



Il mio Te Deum di fine d'anno per la rivista Tempi




Si conclude l’anno in cui abbiamo commemorato i 150 anni dell’unità d’Italia. Quasi ce ne dimentichiamo perché in questi ultimi mesi ci hanno distratto i venti di crisi che si sono abbattuti sul nostro Paese. Però, proprio per la crisi che lo attraversa, gli vogliamo un po’ più di bene a questo stivale che raccoglie tanta bella gente come una cornucopia traboccante. Mi piace l’immagine della cornucopia perché contiene cose buone e anche perché le sparge in giro con abbondanza. Una volta sentii dire da un sacerdote – veronese, si badi bene – “cosa sarebbe il mondo senza Napoli?”. Certamente un leghista direbbe subito che ci sarebbe meno spazzatura in giro, ma se avessimo la pazienza di aspettare alcuni anni, quelli necessari al leghista per diventare più saggio e maturo, vedremmo che anche lui cambierebbe parere e ammetterebbe che, se non ci fosse Napoli, al mondo mancherebbe un pezzo significativo. Allo stesso modo si potrebbe dire: “come sarebbe il mondo senza l’Italia?”. Stavolta il pezzo mancante sarebbe così essenziale che non riusciamo nemmeno a immaginarcelo un mondo senza l’Italia. L’Italia non è solo Roma, ma già Roma, da sola, è caput mundi, da diversi punti di vista. Quindi senza Italia, mio caro mondo, saresti decapitato.
Volendo esprimere ciò che, secondo me, fa di un italiano un italiano vero, non mi vengono in mente i versi della canzone di Toto Cotugno, simpatica ma non esaustiva. Mi viene in mente Francesco d’Assisi. Perché, a pensarci bene, in ogni italiano c’è un residuo di San Francesco. Per alcuni in modo diluito, in modo tanto diluito da sembrare assente. Ma c’è, anche se in modo inconscio. Chi ha trasmesso agli italiani il fascino del cantico delle creature? E’ un cantico che periodicamente va riletto perché lì non c’è solo la fede, la speranza e la carità, lì c’è lo stile italiano, l’italian way of living, tanto per dirla in modo non italiano. Sono stato molto amico di un italiano vero, Indro Montanelli, e ho tentato in vari modi di portarlo alla conversione e alla confessione. Sono riuscito solo a portarlo dal Papa, il che non è stato poco, soprattutto per lui. Ma nella sua mente, ricca di cultura ma priva di teologia, c’era una porta per la fede e quella porta si chiamava San Francesco. La mamma di Indro era credente e pregava per il figlio, e Indro qualificava la fede della madre come “francescana”. Alludeva a quell’intuizione di Dio che lui non rifiutava. Indro stimava e amava la sua “mammetta”, come diceva, e sono stato testimone, qualche ora dopo l’attentato che subì nel ’77,  della sua amorevole preoccupazione di non far spaventare sua madre. Dette subito ordine di dare per guasto il televisore e telefonò alla mamma intrattenendola lungamente, per poi aggiungere alla fine che, se qualcuno le parlava di un attentato, si trattava di ben poca cosa. Eh la mamma, la mamma! Ecco un’altra caratteristica dell’italianità: la mamma. E quasi ce ne vergogniamo. Sembra che quel bel sentimento di amore della mamma e per la mamma sia qualcosa da coprire con pudore. All’estero, si dice con ammirazione, non c’è questo mammismo. Non bisogna esagerare col mammismo ma, quando si va a parlare di soldi (che sembra l’unico argomento serio sulla piazza), si scopre che il debito pubblico del nostro Stato è bilanciato da un risparmio familiare che equilibra le sorti economiche del paese. E la famiglia che risparmia chi è? Quella in cui c’è la mamma, che insegna l’equilibrio e la sobrietà. Perciò vorrei contare due punti a favore degli italiani: San Francesco e la mamma.
Sentiamo lamentare la fuga dei cervelli che dall’Italia vanno in America o, genericamente, all’”estero”. Ma ci chiediamo ogni tanto perché questi cervelli all’estero hanno tanto successo? Si devono confrontare con gli indiani e i cinesi che escono fuori da selezioni oceaniche. Uno su un milione. I cervelli asiatici che trovano accoglienza in America ci arrivano così, attraverso una selezione supersevera. Capita che un normale laureato italiano abbia sempre una buona accoglienza e spesso il successo immediato “all’estero”. Come mai? Una ragione ci deve pur essere. Secondo me la ragione è che la storia non è acqua e che il nostro popolo, dalla Sicilia al Piemonte, è – diciamolo pure, superando l’abitudine all’autodenigrazione - intelligente. Non solo, ma dobbiamo anche dire una verità controcorrente: la nostra scuola è buona. Gli attuali padroni del mondo, i noti anglo-olandesi-americani e i nuovi indiani, cinesi, brasiliani ecc., avranno pure una formazione scientifica specialistica ma non hanno la tradizione umanistica, che, con buona pace e rispetto per altri popoli e culture, ha  le radici a casa nostra. Radici, come ha detto recentemente il Papa parlando al parlamento tedesco, che sono romane, giudaiche e greche. Scusate se è poco. E queste radici quale albero hanno alimentato? L’albero dell’umanesimo preparato nei monasteri di tal Benedetto, classe 480 dopo Cristo, nato a Norcia (non a Oxford, Cambridge o Parigi) paese noto per i prosciutti e la buona cucina. Benedetto, è da osservare, nacque quattro anni dopo la deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente. Potremmo dire che idealmente ne raccoglie il testimone. Ricordo cose note ma sembra che alle volte ce le dimentichiamo. E il succitato Francesco da dove viene fuori? Viene dalla fioritura di quel Medio Evo che precedette lo splendore del rinascimento italiano che ci ha lasciato, malgrado tutto, il buon gusto nelle vene, tanto che la nostra moda continua a primeggiare malgrado i bot, lo spread e la BCE. A proposito, a Napoli quest’anno hanno inventato un nuovo fuoco d’artificio “o’ spred” che, alla faccia di chi continua a chiedersi cosa sia lo spread, illuminerà il golfo di Napoli al modico prezzo di 50 euro. In sintesi in questa nostra Italia non manca né l’intelligenza né la cultura. Se ne fa spreco, ma si spreca ciò che si possiede in abbondanza.
E infine vorrei fare una considerazione: noi  italiani abbiamo difetti, è vero. Ma sappiamo di averli. Sembra poco? Ho un amico francese che un giorno mi ha chiesto comprensione per i suoi connazionali. “Non è colpa nostra se ci presentiamo come presuntuosi e antipatici, è che fin dalle elementari c’insegnano che i francesi sono i migliori del mondo”. Guai a quelli che si sentono Uber alles! Nostro signore Gesù Cristo ha detto una sola volta “imparate da me”. Cosa dovevamo imparare da lui? “Che sono mite e umile di cuore”. Noi italiani forse non l’abbiamo imparato bene bene, però ci sentiamo i primi al mondo soltanto quando vinciamo i campionati mondiali di calcio. E siamo anche primi nelle spedizioni all’estero dei nostri militari, perché siamo i più amati dalle popolazioni locali. Militari che non si fanno onore perché sparano all’impazzata ma perché aiutano la povera gente. Ed è allora che mi viene da dire Viva l’Italia! Viva il cuore degli italiani!
Alla fine dell’anno, per questi motivi e per tanti altri mi sento di ringraziare il Signore, personalmente e come italiano: sono pieno di difetti Padre mio ma, grazie a tuo figlio Gesù, mi hai insegnato a voler bene. Non ci riesco a farlo del tutto ma, col Tuo aiuto, ci provo.



domenica 18 dicembre 2011

Cartolina di Natale per Tempi e una poesia di Saba, poeta grande e bambino





Nel Vangelo Gesù insiste più volte che dobbiamo diventare come bambini. Quando gli apostoli dimostrano di non capire, prende un bambino, lo pone in mezzo a loro e dice: chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli (Matteo 18,4). E’ da notare che, per farsi capire bene, Gesù prende un bambino in carne e ossa, in modo che resti bene in mente. Quante volte, dopo la morte e risurrezione di Gesù, gli apostoli avranno ricordato quella scena e il volto di quel bambino che doveva ispirare la propria vita. Un’altra volta Gesù ringrazia suo Padre Dio perché ha nascosto la verità ai sapienti e agli intelligenti e l’ha rivelata ai piccoli. Quante volte restiamo sconcertati quando i bambini fanno domande disarmanti, semplici e profonde, sulla creazione, su Gesù, sulla vita eterna!
Come poteva nascere Gesù se non in condizioni di umiltà? non solo piccolo Lui, come è logico, ma in un contesto piccolo. Viene annunciato ai pastori, che erano i “piccoli” della società. Gesù ci evangelizza fin dalla nascita. Vuol farci capire che Adamo ha introdotto la sofferenza e la morte perché non si è fidato di Dio e ha scelto se stesso, mentre Lui porta la felicità e la vita eterna perché sceglie il servizio umile. San Josemaría diceva che il presepe è una cattedra. Perciò bisogna farlo il presepe perché insegna il segreto della felicità ai bambini e a quel bambino che è in noi. Mettiamo con trepidazione, amore e commozione il bambino nella culla nella Notte Santa.






A Gesù Bambino
di Umberto Saba
 
 La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

domenica 11 dicembre 2011

L'Immacolata per noi in vista del Natale. Cartolina per Tempi



La settimana scorsa abbiamo celebrato la festa dell’Immacolata Concezione e ora andiamo verso il Natale dove ancora, dentro la Grotta, Maria avrà un posto di preminenza. I teologi ci hanno spiegato cosa vuol dire Immacolata Concezione. La Vergine è nata senza peccato originale grazie ai meriti di Suo Figlio. Per noi cosa significa? Significa che Maria è perfettamente donna. La donna nel modo più nobile che si possa concepire. Piena di grazia in tutti i sensi. E soprattutto fonte dell’amore.
Noi l’amore l’apprendiamo dalla madre. Da lei impariamo cosa vuol dire amare in modo incondizionato, non giudicare i figli ma comprenderli e giustificarli, prevenire i pericoli. Non c’è esperienza più commovente di quella dell’affetto materno. Fin dalla nascita Maria è così. Donna in tutto. Madre, donna gentile, dallo sguardo profondo, dal cuore che custodisce la verità, che sa prevenire e capisce tutto di noi. Giovanni Paolo II era innamorato della donna perché amava Maria e ha detto le cose più belle che si possono dire su di lei. Sarà la donna e la sua stirpe che schiaccerà la testa del serpente. Eva più che cattiva sembra superficiale. Maria no: maestra del sacrificio nascosto e silenzioso ci offre Gesù. Abramo ha accettato di sacrificare suo figlio ed è il padre della nostra fede, Maria ci offre Suo Figlio ed è madre del nostro amore. Sotto la Croce ci adotta pienamente. La pietà di Michelangelo raffigura Maria che veglia sul corpo morto di Gesù. Così sarà Maria per noi nell’ora della nostra morte. 




domenica 4 dicembre 2011

Contenti



Contento viene dal verbo contenere. E’ contento chi è soddisfatto di ciò che ha. Questo semplice e modesto aggettivo racchiude in sé una gran ricchezza, si potrebbe dire che è la chiave della felicità. Nella vita possono capitare disgrazie, dolori: alcuni di questi reali, altri aumentati dalla nostra immaginazione e suscettibilità. E’ la fede che raccorda la vita delle creature alla volontà del Creatore. San Paolo diceva che per chi ama Dio tutto concorre al bene, anche i dolori perché solo alla fine della vita comprenderemo il senso positivo di ciò che è accaduto. Quando viviamo di fede siamo contenti perché diventiamo umili. Si può immaginare la Madonna addolorata ma non troveremo un’immagine della Madonna scontenta o arrabbiata. In cambio l’orgoglioso è sempre scontento perché secondo lui ha ricevuto meno di ciò che merita.
In più la persona contenta rende serena la vita agli altri, sorvola sulle frizioni immancabili fra caratteri, vede l’aspetto positivo delle cose. Con lui ci si confida, gli si chiede consiglio. La virtù della contentezza è utile non solo nella vita personale, familiare e professionale ma anche sociale. Ora che l’orizzonte politico-economico è cupo c’è bisogno di persone che sappiano “accontentarsi”, lavorare e intraprendere. Solo chi è contento è creativo. L’arrabbiato non vede prospettive. Questo momento può essere positivo. Il ministro Passera ha detto una bella cosa:”stupiremo il mondo”. Ecco, se sappiamo essere contenti, noi italiani stupiremo il mondo. 


venerdì 2 dicembre 2011

Non ci scoraggiamo. La cartolina su Tempi di dicembre




Ettore Bernabei, il novantenne leggendario “uomo di fiducia” che ha
attraversato la storia del nostro Paese nel dopoguerra, mi ha raccontato di
aver assistito al dialogo fra Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti quando
quest’ultimo decise di abbandonare la vita politica, convinto che il
comunismo avrebbe vinto. A Dossetti, che enumerava i successi avuti dalla
Russia sovietica - dal lancio dello Sputnik nello spazio ai nuovi
formidabili armamenti - La Pira rispondeva sereno: “Il comunismo ha perso, e
sai perché? Perché è ateo!”. Frase profetica sbalorditiva se si pensa agli
anni in cui fu pronunciata.

Forse La Pira avrebbe qualcosa da dirci anche adesso quando il mondo sembra
definitivamente dominato da un sistema tecnocratico finanziario privo di
pensiero, se si esclude una larva di pensiero protestante secolarizzato
propria dei paesi anglosassoni. Per la logica dominante dopo il crollo del
muro di Berlino, l’Italia è tornato ad essere un paese che ha perso la
guerra, indifeso rispetto alle speculazioni finanziarie. Ma l’Italia non è
un paese ateo. E’ un paese che ha inventato la finanza ed ha prestato soldi
ai re di Francia. E’ il paese che ha inventato nel Medio Evo le
confraternite di mutuo soccorso, alcune delle quali sopravvivono ancora. E’
il paese della bellezza e dell’umanità. Perciò guai a scoraggiarci. I nostri
giovani devono studiare l’economia come la storia e la teologia. E saranno
loro che sapranno costruire un mondo in cui la persona tornerà ad essere il
centro.

ultima cartolina di novembre sul Paradiso




Il mese di novembre volge alla conclusione e termina così un periodo in cui
si è pensato spesso ai nostri cari defunti. Il tema della vita eterna in
qualche modo è entrato nei nostri pensieri e nei nostri discorsi. Una
domanda resta. Come sarà il Paradiso?
Togliamo subito dal campo qualsiasi incertezza: noi non riusciamo a
immaginare come sarà il Paradiso. San Paolo che vi è stato mentre era ancora
in vita ha testimoniato che né occhio umano mai vide né orecchio mai sentì
ciò che il Signore ci ha preparato. Udì parole “indicibili” il che vuol dire
che superano la nostra capacità di comprensione. Per fortuna. Altrimenti, se
lo potessimo comprendere, il Paradiso sarebbe ben poca cosa.
Gesù spesso, per far capire cosa ci aspetta, fa riferimento al banchetto, ad
una dimensione conviviale in cui si sta felici insieme, accolti dal Padrone
di casa. Sarà come ritornare nella casa paterna dove ci sono persone che ci
vogliono bene e a cui vogliamo bene. Ci sentiremo finalmente nella nostra
patria (che vuol dire terra del padre) e diremo: finalmente sono a casa! In
un clima familiare ed affettuoso. Il Paradiso comincia da questa terra  e lo
si trova seguendo il primo comandamento di Gesù: amare gli altri come Lui ci
ha amati. Perciò saper voler bene è lo stile del Paradiso in terra. Non
l’orgoglio che mette le distanze ma la semplicità affettuosa e
incoraggiante, la serenità contagiosa, la sicurezza che, per chi ama Dio,
tutto concorre al bene, come diceva l’esperto di Paradiso, San Paolo.

domenica 13 novembre 2011

E' opportuno pregare per l'Italia. La cartolina di Tempi





Qualcuno ha detto che, davanti alla situazione critica del nostro Paese, occorre soprattutto pregare. E mi pare che abbia ragione. Mi ha sempre colpito il fatto che, quando Erode decise di mettere in carcere Pietro (Atti degli Apostoli, cap. 12), la reazione dei cristiani non fu quella di pensare: “fra noi c’è la moglie di Cusa procuratore di Erode, cerchiamo d’intavolare una trattativa per liberare Pietro”. Questo è quello che avrei fatto io. Invece si misero tutti a pregare e Pietro venne liberato miracolosamente.
Il nostro Paese custodisce le reliquie di Pietro e Paolo, il corpo di San Francesco e di tanti santi. E’ una terra ricca di uomini e di talenti sorprendenti. Possiamo chiedere al Signore che ci mandi dei giusti ora che sembra che tutti cerchino soltanto il tornaconto personale. La crisi è mondiale ma avvertiamo, oggi come mai in questi anni, la vicinanza di persone che non riescono ad arrivare a fine mese. Persone a cui pesano le bollette della luce e del gas. Persone che cercano lavoro, persone che soffrono. Abbiamo discusso di come abbreviare la vita agli anziani e non riusciamo a far campare i giovani, abbiamo discusso se chiamare matrimonio l’unione fra omosessuali e lui e lei non riescono a sposarsi e fare i figli che sono una risorsa per il Paese. Siamo andati un po’ fuori strada. Chiediamo al Signore che ci indichi la via, che ci faccia mettere al primo posto l’amicizia con Gesù e renda il nostro Paese lieto e florido. Mi sembra giusto il suggerimento di pregare.




domenica 6 novembre 2011

La nuova cartolina per Tempi è ... dal Paradiso





Siamo nel mese di novembre e ognuno ha ricordato i propri cari defunti con affetto e devozione. Nello stesso tempo abbiamo pure pensato che la morte prima o poi arriverà e ci siamo posti la domanda: ma io alla vita eterna ci credo davvero? La domanda non è sconveniente per un cristiano perché lo stesso Santo Padre ha sentito il bisogno di dire ai componenti della Pontificia Commissione Biblica, tutti teologi e sacerdoti: “Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna…mostriamo che il Cristianesimo aiuta a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita.” La fede cristiana resta “mutilata” se non si pensa a questa meta. Gesù è risorto e noi risorgeremo con lui. Resistiamo a credere questa verità perché siamo impregnati di una cultura che riconosce solo ciò che è materiale. Solo i bambini sanno credere e parlano con il nonno o la zia defunti. Ecco: chiediamo la fede vera che è quella dei bambini perché, come dice Gesù, solo chi è come loro entrerà nel regno dei Cieli. Dobbiamo ogni giorno rincominciare a vivere in dialogo con Dio, come Sant’Agostino, nel bel mezzo delle tante cose da fare. Noi non abbiamo “cose da fare” abbiamo occasioni per amare, come ha fatto Gesù che aveva “parole di vita eterna”. Perciò il Papa conclude: “Dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.”





mercoledì 2 novembre 2011

Il Paradiso e Hallowen sul Corriere della sera del 31 ottobre

Io sono contenta quando so che Dio è contento: la nuova cartolina di Tempi

Io sono contenta quando so che Dio è contento. E’ la frase di una collaboratrice familiare che ha dedicato la sua vita a Dio nel celibato, seguendo l’esempio di Gesù. Man mano che passa il tempo questa frase si ingigantisce. All’inizio l’ho registrata in un’intervista, poi l’ho letta, poi ci ho riflettuto e mi è parso che quest’espressione così semplice contenga in sé l’Antico e il Nuovo Testamento, i dieci comandamenti e il discorso della montagna, secoli di spiritualità cattolica, l’ascetica e la mistica: Io sono contenta quando so che Dio è contento.
  E come so che Dio è contento? chiede chi è abituato dalla cultura dominante a buttare tutto in chiacchiere. Noi sappiamo, io lo so quando Dio è contento. Me lo dice la voce della coscienza, me lo dice la voce dello Spirito Santo che parla nel profondo del cuore, il Dio più intimo a me di me stesso, per dirla con Sant’Agostino.
  L’inizio di un anno di lavoro parte con nuovi progetti. Questi progetti ci dicono cosa c’è nel nostro cuore. Il desiderio di affermarsi, di far soldi, di uscire dai tanti guai che ci opprimono in questa valle di lacrime. Ma ecco che questa frase ci aiuta a raddrizzare la rotta. Il progetto migliore è far contento Dio perché solo questo ci farà felici. Siamo creature che stanno bene solo in sintonia col creatore. Siamo amici di Gesù che ha fatto “contento” suo Padre Dio compiendo la Sua volontà. Ormai la sera, prima di andare a letto, mi pongo solo una domanda: sono contento perché so che Dio è contento?

lunedì 24 ottobre 2011

Sulla Madonna distrutta. Cartolina su Tempi




Sono passati alcuni giorni ma mi ritorna in mente l’immagine della statua della Madonna distrutta dai manifestanti “indignados” o da infiltrati nella manifestazione. Chi sia stato non importa: qualcuno ha sentito il bisogno di distruggere un’immagine di Maria. A dir la verità la statua non era molto bella, si poteva anche pensare di distruggerla per farne una più dignitosa. Ma quel che conta è l’intenzione di eliminare l’icona della Vergine.
  Appena l’ho vista, giacente per terra distrutta, ho provato soltanto un po’ di compassione per la stupidità umana. Ma quell’immagine mi tornava in mente. Mi ricordava quel racconto ottocentesco del figlio cattivo che assassina la madre, le strappa il cuore e  scappa. A un certo punto inciampa, cade e sente la voce di quel cuore che gli dice “ti sei fatto male figlio mio?”. Lasciamo stare il buon gusto di una novella del genere. Il significato ultimo resta: una madre è sempre una madre. E Maria è la madre per eccellenza e sento che il suo cuore palpita anche per l’indignato scemo che ha fatto quel gesto.
  Poi mi è venuto in mente che anch’io nella mia vita ho fatto dispiacere la Madonna. Mi sono venute le lacrime agli occhi e mi sono visto come l’autore di quel gesto. Anch’io sono stato scemo, ancora più scemo dell’indignato. Per fortuna ho pensato che la Madonna non si indigna, Maria ci svela il volto materno di Dio e pensa al male che facciamo a noi stessi quando non pensiamo a Lei. E le ho detto: “Tu sei l’amore della mia vita”.



lunedì 17 ottobre 2011

Una cartolina per il Papa che va ad Assisi il 27 ottobre




Ha annunciato Benedetto: “Nel prossimo mese di ottobre mi recherò pellegrino nella città di San Francesco …”. Francesco dopo quasi mille anni rimane il simbolo del cristianesimo vissuto fino in fondo, della speranza che va oltre ogni speranza per la pace e la giustizia nel mondo.
  Giovanni Paolo II ebbe l’intuizione dell’incontro interreligioso del 1986 mentre sul mondo diviso in due blocchi pesava la minaccia di una terza guerra mondiale e si preparavano gli scudi stellari. Le religioni non sono un motivo di guerra, semmai vengono strumentalizzate da chi ha propositi di guerra. Perciò la grande idea del Papa di un incontro che testimoniasse la volontà di pace da parte di chiunque crede in un Dio creatore, di cui siamo creature.
 Giovanni Paolo II tornò ad Assisi nel 2002 con un incontro interreligioso quando c’era chi voleva far credere che era in atto uno scontro di civiltà, mentre c’era soltanto una volontà di guerra. Magistrale fu nel 2003 il suo intervento a braccio dalla finestra con la voce roca ma indomita: “Io appartengo a questa generazione che ricorda bene, che ha vissuto – grazie a Dio ha sopravvissuto – la seconda guerra mondiale. E per questo ho anche il dovere di ricordare a tutti questi giovani, ai più giovani che non hanno quest’esperienza, di ricordare e di dire: mai più la guerra!” Grande papa, grande padre che ama i suoi figli e li difende con coraggio. Grazie ancora Giovanni Paolo II. Con te e con Benedetto diremo: basta con la guerra, mai più la guerra!


domenica 9 ottobre 2011

A proposito degli "indignados". La nuova cartolina su Tempi




Adesso ci sono gli “indignados”. Chissà perché il termine viene scritto dai giornali in spagnolo anche se le ultime manifestazioni sono avvenute negli Stati Uniti. “Lobby” è in inglese, “Blitz” è in tedesco, “Mafia” in italiano, e “Golpe” è sudamericano. Gli indignados spagnoli hanno fatto breccia nei mezzi di comunicazione, anche se è diventato di moda indignarsi pure in Italia. Due anni fa sono stato ospite di un concorso letterario a Tropea e, durante un’intervista pubblica, un professore universitario mi ha chiesto, riferendosi all’ultimo scandalo d’attualità: “Ma lei non si indigna?" Grande applauso del pubblico. Dopo una pausa, nel silenzio generale, ho risposto “Io non mi indigno… Non mi indigno perché un cristiano è un discepolo di Gesù, che mangiava con i pubblicani e i peccatori, che non condannò l’adultera e che dette il Suo corpo in pasto a noi che siamo poco di buono”. Il pubblico tornò ad applaudire.
  Ricordo che San Josemaría, quando gli riferivano qualche malefatta di qualcuno, rispondeva: “comportiamoci bene tu ed io così ci saranno due farabutti di meno”. Nella sua semplicità questa è la vera ricetta. Lasciamo stare l’indignazione che porta solo sciagure peggiori ed è spesso strumentale (chi c’è dietro certa stampa nazionale e internazionale?). Lasciamo stare la ghigliottina dei giacobini. La gente non fa il suo dovere? Noi cerchiamo di farlo. La fedeltà non è più di moda? Noi cerchiamo di essere fedeli. La gente non sa più chi è Gesù? E noi Gli diciamo: Gesù ti amo.




sabato 8 ottobre 2011

Su Tempi un ricordo di Giovanni Paolo II





Si avvicina il 22 ottobre (giorno dell’inizio del Pontificato) quando per la prima volta si celebrerà la festa del Beato Giovanni Paolo II. Per chi c’era nel ’78 il mese d’ottobre resterà nella memoria come il mese delle grandi emozioni. “Non abbiate paura”, una frase del nuovo Papa che produce un brivido ripensando al momento in cui fu pronunciata. In quegli anni la Chiesa sembrava assediata da forze ostili ed ecco la sorpresa di vedere il condottiero degli assediati dire agli assedianti di “non aver paura”. Era un capovolgimento di posizioni e così fu davvero. La cultura laicista fu messa nell’angolo dal carisma di un Papa planetario che rappresentava non solo un modello di pastore ma un modello di uomo, di uomo cristiano: assetato di verità, poeta, filosofo e teologo, sportivo, amante della canoa e delle montagne (chi di noi non lo ricorda mentre assapora l’aria delle cime innevate col sorriso di chi ringrazia Dio), estimatore del genio femminile, capace di stare con i giovani e con milioni di persone senza il minimo imbarazzo, cultore del teatro e della parola pronunciata con partecipazione. Karol rubò il cuore dei suoi contemporanei.
  Ho un ricordo tenerissimo di lui: il Papa che ride con noi giovani la domenica sera di Pasqua. Ogni anno si organizzava una nuova scenetta di studenti, vestiti da pagliacci, che lo faceva ridere fino alle lacrime, piegato in due. Solo in famiglia si ride così. Grazie Santo Padre che ci hai insegnato a vivere e a morire, a ridere e a lottare.



domenica 25 settembre 2011

Una cartolina di riflessione sul discorso del Papa al Bundestag




Sono passati alcuni giorni ma non si può smettere di riflettere sul discorso che Benedetto XVI ha rivolto al parlamento federale tedesco. Il Papa parlava ad un’assemblea legislativa e ha imperniato il suo discorso sulle giuste radici delle leggi. Il suo discorso si adatta anche al criterio che ciascuno di noi deve usare per la propria condotta. Il punto di partenza è la risposta di Salomone a Dio, che gli chiede cosa desidera nel momento in cui inizia a regnare sul suo popolo. Salomone chiede la saggezza, “un cuore docile” alle ispirazioni di Dio, e il Signore, potremmo dire, si “entusiasma”, dimostra una grande contentezza per questa richiesta. In tutto l’Antico Testamento non vi sono parole così vivaci per rappresentare la contentezza di Dio: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita.”
Ciascuno di noi non è Salomone né un legislatore, ma è signore della propria vita. Mettere Dio al primo posto: questa è la rivoluzione interiore necessaria per migliorare noi stessi e il mondo circostante. Invece di indignarci, rendiamo docile il nostro cuore alle ispirazioni di Dio.



lunedì 19 settembre 2011

La prossima cartolina è dedicata a Milano e al suo nuovo Pastore

 
Nei momenti in cui la diocesi ambrosiana vive la gioia dell’arrivo di un nuovo Pastore viene spontaneo andare alle radici di quell’aggettivo che la distingue: ambrosiana. Il pensiero va ad Ambrogio, il grande pastore di intensa spiritualità e di formazione laica e civile: caratteristiche che sono rimaste impresse nella fisionomia spirituale milanese. E il pensiero va al grande convertito Agostino che con Ambrogio ha mosso quei primi passi che lo avrebbero portato a diventare il grande Padre della Chiesa. Fra i tanti meriti di Agostino c’è quello di averci lasciato un capolavoro: le Confessioni. Non un libro di dottrina astratta ma un libro intessuto di relazione esistenziale con Dio, un libro attualissimo che descrive il dramma della resistenza dell’uomo ad aprirsi a Dio. Pagine potenti e mai eguagliate quelle che descrivono la tempesta dell’animo di Agostino in cui le passioni e le frivolezze non vogliono essere congedate, fino al drammatico colpo di scena. La voce del fanciullo che canta: “prendi e leggi” e la lettura del brano di San Paolo:…”rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne e le sue concupiscenze”. Da quel momento, da una località milanese, partì un fiume di grazie e di pensiero che giunge fino a noi. L’attuale Pontefice trae ispirazione per la sua straordinaria teologia dall’eredità di Agostino. Milano, città di grandi santi,  continuerà ad essere un faro di spiritualità anche col nuovo pastore Angelo Scola, un uomo di fede, che prega, pensa e agisce.


martedì 6 settembre 2011

La cartolina del 15 settembre è dedicata a Ettore Bernabei





Un uomo solo al comando. Questa era la frase del cronista mentre Coppi compiva una delle sue storiche imprese. Questa è la frase adatta per Ettore Bernabei che ha compiuto i novant’anni. Una ricorrenza senza torte e candeline ma festeggiata con una lezione magistrale sul bene che la televisione può fare. Nel pubblico manager, artisti, dirigenti. Bernabei è stato direttore generale della Rai dal 60 al 74: ha forgiato la Rai, che in quegli anni è diventata la nostra buona amica di famiglia. Quella televisione faceva andare a letto gli italiani con un sentimento di speranza e con voglia di lavorare. In quegli anni l’Italia, straziata dalla guerra, era diventata la quarta potenza economica mondiale. Grazie alla politica di cattolici, come Fanfani, Moro e altri compagni di strada di Bernabei, nel paese era sorta una florida classe media (dopo secoli di fame per buona parte del Paese) e Bernabei educava con una tv di gusto, brillante, coraggiosa.
 Nel 91, all’età di 70 anni, Bernabei ha fondato la Lux, la società di produzione televisiva che ha sfornato in vent’anni una quantità di serie televisive che hanno riscosso un successo internazionale. Dalla Bibbia a don Matteo, da Guerra e Pace a Madre Teresa. Programmi che hanno testimoniato che gli ascolti non si ottengono solo con la tv spazzatura. Solo come un Davide contro Golia il vecchio Ettore ha dimostrato che gli ascolti si possono ottenere con una tv di qualità. Grazie Ettore. Ancora sei un uomo solo, troppo solo, al comando.



sabato 3 settembre 2011

Ah l'ammore che fa fa!.... Da Genova la cartolina dell'8 settembre su Tempi




Ah l’ammore che fa fa’! E’ il verso di un’antica canzone napoletana cara a Edoardo De Filippo. Ma ancora oggi l’amore fa fare grandi cose. Un mio amico genovese si è innamorato a 18 anni di una bella ragazza e, per rendersi accettabile ai suoi occhi, ha intrapreso la strada dell’imprenditore che lo ha portato dalla vecchia pizzeria di famiglia a diventare il maggior distributore italiano di buoni pasto, a gestire eleganti locali di ristorazione nel genovese, pasticcerie, agriturismo e altre cose. E’ ora il principale creatore di carte elettroniche che consentono sconti con un’infinità di negozi, dà uno stipendio ogni mese a 1.000 persone e continua ad assumere giovani. Il tutto cominciato per amore e continuato con amore. “Mia moglie per me è la donna più bella del mondo” confida agli amici.

Ora gli è venuta una bella idea: non limitarsi al buono pasto ma creare il “pasto buono” per le famiglie messe in difficoltà dalla crisi economica. Ha coinvolto migliaia di locali di ristorazione nella distribuzione del cibo avanzato per non farlo finire nella spazzatura ma sulla tavola di chi ha bisogno. Ha trovato collaboratori, specie la Caritas, ma ha trovato difficoltà per una legge che impone obblighi pesanti per l’asportazione del cibo. Allora ha aggirato l’ostacolo. Ha creato una tessera che consente a chi ha bisogno di andare a consumare i pasti nei locali, oltre una certa ora, trovando collaborazione da parte dei comuni e dalla stessa Caritas, con l’incoraggiamento del Cardinal Bagnasco. Vedi il genio italiano, vedi l’ammore che fa fa’.