“Come
l'amore vi trasse dal seno del Padre mio, creandovi con la sapienza sua, così
esso amore vi conserva: ché voi non siete fatti d'altro che d'amore.” Sono
parole di Gesù a Santa Caterina come riferisce lei in una lettera. Parole su
cui meditare. L’ultima frase è di una sorprendente novità in quanto a modo di
esprimersi: voi non siete fatti che d’amore. Il cristianesimo deve trasmettersi
col fascino dell’amore. Immagino come i primi cristiani parlavano agli amici
loro: con gli occhi accesi, con una voce che sussurrava la grande novità. Era
un fuoco che si trasmetteva di casa in casa, di regione in regione. E oggi?
Oggi la nostra civiltà non è più contadina. Non vive più la poesia della natura
che, sia pure in mezzo a tante durezze, parlava del Creatore. Siamo in una
società urbanizzata, acculturata e male acculturata. Dobbiamo parlare di Dio
con la passione dell’innamorato, che vale sempre. Dobbiamo essere innamorati
noi, come Caterina che concludeva sempre: “Gesù dolce, Gesù amore”. Solo
l’innamorato sa parlar d’amore in modo convincente. Per innamorarsi Caterina
dava un consiglio tremendo: “Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo
crocifisso”. E’ il sangue di Cristo sulla croce che ci rende forti, allegri e
innamorati: l’amore di Dio fatto carne che cancella le nostre infamità e ci dà
le ali per volare. L’amore fa volare. I santi, conosciuti da vicino, sono
persone meravigliose da cui non vorresti staccarti mai. Siamo fatti d’amore.
giovedì 27 novembre 2014
domenica 23 novembre 2014
La preghiera è indispensabile
La preghiera. Qualcuno mi ha chiesto perché insisto tanto sulla preghiera. Per chi ha fede la preghiera è la cosa più intelligente da fare, per chi non crede è la più stupida. Se non avessi conosciuto dei santi, sia di persona che attraverso le loro auto o bio-grafie, non avrei avuto la più pallida idea dell’importanza della preghiera: quasi nessuno ne parla. L’italiano medio sa cosa sono “le preghiere” perché le ha recitate da bambino ma la preghiera (quella che faceva Gesù tutta la notte, che praticava Giovanni Paolo II, Josemaría Escrivá e tutti gli uomini di Dio) non la conosce praticamente nessuno (parlo dei comuni cristiani). La quarta parte del catechismo della Chiesa Cattolica è dedicata a quest’argomento ma raramente ho sentito un laico che l’avesse letta e ne parlasse. Invece è fondamentale. Stare davanti a Dio, nella propria stanza o davanti a un tabernacolo, significa mettersi a Sua disposizione. Il laico crede di avere poco tempo, ma, se prega, si accorge che il tempo si moltiplica. Un tempo fisso solo per Dio, un quarto d’ora o mezz’ora, sono le ali per un cristiano. Provare per credere. Se Dio è onnipotente, è logico unirsi a Lui. Se Gesù deve vivere in me, gli devo fare spazio. Se penso che io sono capace di cambiare la storia, non serve pregare. Se penso che solo Dio può, la preghiera è indispensabile. I santi che hanno fatto opere meravigliose erano uomini di preghiera. Per i laici vale la stessa logica: devo pregare e poi agire se voglio far rinsavire questo mondo.
giovedì 13 novembre 2014
La coscienza dei laici cristiani: occorre alzare l'asticella
Nel
2015 saranno cinquant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e si farà
un bilancio. La chiamata universale alla santità sarà il tema dominante: un
tema che riguarda soprattutto i laici perché non ci sono dubbi sulla chiamata
alla santità per il clero e gli ordini religiosi. In questi anni lo Spirito
Santo ha suscitato uomini e donne carismatici che hanno aperto nuove strade.
Ammettiamolo: la grande novità del dopo Concilio sono stati i movimenti. Ci
sono diversità fra loro perché lo Spirito soffia dove vuole e segna per ognuno
un cammino diverso. Si potrebbe dire con accostamento irriverente che lo
Spirito Santo è insuperabile in quanto a marketing. Fra queste realtà così
varie c’è un denominatore comune: occorre farla finita con una concezione
mediocre della vocazione del cristiano comune. Occorre che cambi la mentalità
del gregge e dei pastori. Bisogna alzare l’asticella dell’esigenza e rivedere
il criterio con cui si forma la coscienza dei laici. Il laico cristiano deve
avere il cuore in cielo come i mistici, e deve, d’altra parte, vivere in
pratica le virtù richieste dalle circostanze professionali, familiari, sociali,
culturali, ecc. Il modello non lo troviamo tanto nei santi classici del messale
quanto in San Giuseppe, padre e lavoratore, e nei primi cristiani, come sono descritti negli Atti degli Apostoli e nella prima
letteratura cristiana: lavoratori in mezzo al mondo pieni di fede, capaci di
dare i loro beni e la stessa vita. Dobbiamo ripartire da lì.
giovedì 6 novembre 2014
Lo Spirito Santo è il pilota automatico...
“Le battaglie civili non bastano da sole. Il nostro modello non è la Rivoluzione Francese ma gli apostoli che portano la buona notizia del Vangelo.” Questa frase in una cartolina del mese scorso ha provocato una domanda di un lettore. Non sto sottovalutando l’impegno delle sentinelle in piedi? Per carità: tutta l’ammirazione e la solidarietà con chi ha manifestato, esponendosi alla stupida violenza degli intolleranti. Chi crede in Gesù deve però fare un esame di coscienza. Le mostruosità della cultura dominante attuale non dipenderanno anche dalla nostra poca fede? Quando la fede declina nascono mostri. La riforma protestante, l’eresie, l’anticlericalismo della rivoluzione francese e gli altri flagelli che hanno colpito la Chiesa non avranno le loro radici, almeno in parte, nella tiepidezza dei cristiani? Quando i cristiani hanno la fede dei primi nostri fratelli, descritta negli Atti degli apostoli, diventano capaci di convertire l’impero dominante. Diceva Sant’Agostino che se i cristiani lo fossero davvero, tutto il mondo diventerebbe cristiano. I cattolici dovrebbero scoprire questa gerarchia: per prima la preghiera, poi la lotta con se stessi, e in terzo luogo, molto in terzo luogo, l’azione. Perciò viva le sentinelle in piedi! Ma prima dobbiamo pregare, pregare, pregare, poi vivere la vita affascinante propria di quelli che pregano, e poi muoverci, anche nelle battaglie civili. Così avremo il privilegio del pilota automatico che è lo Spirito Santo, come promesso da Gesù.
Le attese dei cristiani
C’è stata un’epoca in cui i
cristiani avevano un rapporto vivace con il loro vescovo. Sant’Ambrogio è stato
eletto vescovo a furor di popolo e Sant’Agostino divenne sacerdote in modo
simile e poi vescovo. Nei secoli in cui veniva a mancare l’autorità civile ci
si rivolgeva all’autorità ecclesiastica per compiti supplitivi e, senza andar
lontani nel tempo, la presenza del Papa a Roma e di Schuster a Milano durante
l’ultima guerra è stata decisiva. Ora viviamo in tempi difficili e viene
spontaneo pensare all’aiuto che possono dare i vescovi al nostro Paese. E’ giusto che i laici si
facciano sentire per chiarire quali sono i loro bisogni. Mi azzarderei a fare
alcune proposte. Abbiamo bisogno che i vescovi ci parlino di Gesù come ne
parlava Santa Caterina da Siena (che contemplava continuamente Cristo in croce)
e che ricordassero ai cristiani che sono seguaci di chi ha sparso il proprio
sangue e ha dato il suo corpo in pasto a noi come alimento spirituale. Andrebbe
seguito l’esempio del Papa che, nella prospettiva di un nuovo fronte di guerra,
ha indetto una veglia di preghiera. La preghiera può diventare più presente
nella vita della Chiesa malgrado la pressione dei media che vorrebbero ridurla
ad agenzia umanitaria. I giovani potrebbero essere maggiormente stimolati per
una vita cristiana impegnata e verso il sacerdozio. La Chiesa italiana sta già
facendo un buon lavoro nei confronti degli immigrati e di chi è disoccupato.
Forse i pastori possono esigere dai laici che facciano di più.
venerdì 31 ottobre 2014
venerdì 24 ottobre 2014
Questi cattolici così seri...
Per chi pensa che l'impegno per vivere da cattolici sia una cosa barbosa, allego questa fotografia.
Costanza ha scritto una prefazione spropositata al libro che ho fra le mani (Cartoline dal Paradiso è il titolo. Quello a destra sono io anche se sembro Dario Fo), ma pur di vendere qualche copia la trascrivo integrale qui sotto...
Per tutta la vita ho sperato
di conoscere Pollyanna, l’eroina della mia infanzia, la ragazzina che sogna di
ricevere una bambola, l’aspetta, la agogna, e quando scarta il sospirato
pacchetto e ci trova dentro delle stampelle inviatele per sbaglio, invece che
disperarsi si mette a pensare che in fondo, alla fin fine, il lato positivo
c’è, ed è che le stampelle non le servono, perché le sue gambe funzionano. Avere
un’amica come Pollyanna è fondamentale nella vita, dovrebbe essere un diritto
non negoziabile dell’umanità. Ogni essere umano dovrebbe vedersi garantita per
statuto la vicinanza di qualcuno che lo aiuti sempre a vedere il bene che è
intrecciato al resto, tra le pieghe della vita, con i suoi fili chiari e scuri
annodati, a volte inestricabili. Qualcuno che non perda la calma, che si metta
lì ad aiutarti a sciogliere il nodo, che veda la direzione della storia, che
sappia ridarti coraggio, qualcuno che sappia fare tutto questo per te non
perché non veda la realtà, ma perché vede in controluce la storia guidata da
Dio. Io questo amico, un amico vero, l’ho trovato. Si chiama Pippo Corigliano.
Pippo non è una persona come tutti gli altri, lui vive con i piedi per terra ma
lo sguardo fisso verso il cielo. D’altra parte lui lo ha detto. Anche lui, come
san Filippo, preferisce il paradiso.
Per esempio, voi, immagino
che siate persone normali come me, no? Se avete quattro buste della spesa e due
o tre bambini per mano (si sa che ai genitori spuntano degli arti aggiuntivi in
caso di necessità), e vi squilla il cellulare, e il semaforo pedonale è
insistentemente arancione tendente al rosso e comincia a piovere, e per quanto
siate dotati di superpoteri non riuscite proprio ad aprire l’ombrello e anche
ad agguantare il telefono che si è vigliaccamente acquattato in fondo alla
borsa, ecco, in quel momento può anche succedere che vi sfugga una piccola
imprecazione. Non dico una parolaccia, ma un mannaggia-al-mondo quello sì. Un
moto di impazienza, un impercettibile sbuffo. A me sì, succede. Succede di
arrabbiarmi se le cose vanno storte, se qualcuno mi fa una prepotenza, se
subisco un’ingiustizia.
A Pippo no. Lui trova sempre
qualcosa di cui gioire in tutto quello che succede, anche lui come Pollyanna se
cade dice “che bello, tanto dovevo scendere”.
Sembra aver capito il segreto
della perfetta letizia di San Francesco, che trovava la gioia nell’accogliere
la realtà docilmente, vedendo in ogni occasione la possibilità di fare la
volontà di Dio. Ma quando dico letizia, dico proprio letizia. Io con Pippo non
riesco a stare senza ridere per più di tre o quattro minuti consecutivi.
Inventa proverbi a caso, storpia i nomi, prorompe in manifestazioni di genuino
entusiasmo per le cose più ordinarie, tipo una bottiglietta d’acqua fresca o
una sedia pronte per lui, quelle cose a cui noi tendiamo ad abituarci.
So che si imbarazzerà di
questo panegirico, e cercherà di modificarlo, ma dovrà passare sul mio
cadavere. Perché persone come lui rendono il mondo un posto più allegro, e non
c’è niente di male a spargere la voce. I Pippi esistono!
Se qualcuno sbaglia, lui
trova il modo di addossarsene la colpa senza dare troppo nell’occhio. Se
qualcuno è insopportabile sarà l’unico a scovare l’unico, minuscolo, quasi
invisibile tratto piacevole di quella persona. L’aspetto salvabile, ciò che lo
rende amabile (ma solo a lui). Se qualcuno non sa fare una cosa, lui si
affannerà a dire quanto sia bravo però a fare quell’altra, in fin dei conti.
Perché il suo principio è: se non ne puoi parlare bene, non ne parlare. E se
proprio devi criticare qualcuno, ti risponderà “allora comportiamoci bene io e
te, e ci saranno due in meno che si comportano male”.
Ecco, queste cartoline dal
Paradiso sono una meravigliosa, ostinata, divertentissima prova del fatto che è
sempre possibile trovare la gioia. Perché la gioia non è un’emozione, ma una
decisione del fondo dell’anima. E il motivo è che se Dio, Dio in persona, l’Onnipotente,
è tuo Padre, cosa altro può farti disperare nella vita?
Diceva santa Bernadette che la
fede è vedere Dio ovunque, e infatti la Madonna durante una delle apparizioni
le insegnò che fare il segno della croce significa proprio questo: prendere su
di sé la realtà, tutta intera, farsene carico senza rifiutare niente. E proprio
questo è il pallino di Pippo: scovare gente che vive la fede in modo normale,
che è felice nella sua vita ordinaria, che parla di Dio dirigendo aziende,
impastando torte, visitando malati, cantando canzoni o scrivendo romanzi o
pulendo pavimenti.
Ci è capitato di lavorare
insieme per la tv, abbiamo girato dei documentari. Io continuavo a proporgli di
intervistare suore e preti, e lui, sembrava lui il più giovane e il più fresco
dei due, deciso come è a parlare soprattutto delle vite normali delle persone ordinarie,
che rivelano Dio non con l’abito, ma con il sorriso o il modo di giocare a
tennis o di cuocere la pizza.
Be’, anche io preferisco il
paradiso, se è abitato da persone così.
I tempi folli passeranno e resterà l'esempio luminoso
Papa Francesco ha concluso con un discorso equilibrato e
profondo la prima fase del Sinodo sulla famiglia. La Provvidenza ha voluto che
il giorno dopo venisse beatificato Paolo VI, il Papa che ha portato a termine
il Concilio Vaticano II e ha retto la tempestosa stagione del dopo Concilio.
Chi ha vissuto quegli anni ricorda la pressione dei media sulla Chiesa perché
si adeguasse alla cultura dominante. Il vento del ’68 soffiò anche all’interno
delle mura ecclesiastiche e gli anni ’70 in Italia furono anni di pesante
propaganda marxista all’insegna del “tutto è politico”; il terrorismo ebbe il
suo momento culmine nella supplica di Paolo VI alle brigate rosse per salvare
la vita dell’amico Moro. Sembrava di vivere un periodo di follia collettiva
simile a quello che viviamo oggi con l’attacco dissennato alla famiglia. Poi il
clima concitato passò e oggi vediamo i frutti maturi del Concilio: il più
notevole è la nuova stagione di santità per i laici. In Italia in particolare
c’è stato un fiorire d’iniziative che puntano ad una più profonda spiritualità
del laicato cattolico. Lo Spirito Santo ha lavorato e Papa Francesco si adopera
proponendo una profonda conversione ai semplici fedeli: coltivare il rapporto
con Dio (Vangelo, Eucaristia, preghiera), servire gli altri, saper convivere,
sperare contro ogni disperazione. Il Papa ci dà la fiducia che anche questi
tempi folli passeranno e resterà l’esempio luminoso di chi avrà saputo
percorrere i sentieri della terra da amico di Dio.
giovedì 16 ottobre 2014
Il fascino dell'amore vero
L’aggressione organizzata del
5 ottobre contro le sentinelle in piedi (organizzata, perché i centri sociali
si muovono se ispirati da qualcuno) aiuta a riflettere. Quali sono le vere armi
del cristiano? La prima è un intenso rapporto con Dio. Per i laici il modello
sono i primi cristiani. Pietro è in carcere, e che si fa? Si prega, e Pietro
viene liberato. Si prega non solo nelle occasioni disperate: gli Atti degli
Apostoli ci raccontano la grande dimestichezza con lo Spirito Santo. Noi laici
di oggi siamo stati educati ad evitare l’Inferno piuttosto che ad un rapporto
continuo con Gesù. Questa è la vera falla, questo è il buco gigantesco che va
colmato. Tutto ciò che io sono proviene da Dio, perché devo vivere senza
rapporto continuo con Dio? Se la società impazzisce e insegue vanità la prima
responsabilità è mia che non so trasmettere il fascino di Cristo. Passando al
piano operativo occorre comunicare la bellezza dell’amore fecondo. Finiamola
col romanticismo emotivo e mostriamo la solidità e il fascino dell’amore vero
alla prova degli anni. Il giornalismo, la fiction e l’intrattenimento sono
l’occasione per i cristiani di gridare dai tetti la verità di quest’amore.
Autori come Miriano, Guareschi, Torelli hanno trattato il tema della famiglia
con stile invogliante e brillante. Newman e Chesterton sono modelli di
positività e umorismo. Le battaglie civili non bastano da sole. Il nostro
modello non è la Rivoluzione Francese ma gli apostoli che portano la buona
notizia del Vangelo.
domenica 12 ottobre 2014
Vescovi siate virili
“Santità siate virile” scriveva al Papa la giovane Caterina da Siena. Io non sono santo come Caterina ma sento il bisogno di gridare ai padri sinodali di non lasciarsi condizionare dalla pressione dei mezzi di comunicazione che vogliono ridurre il tema del Sinodo a quello della comunione ai divorziati risposati. “Siate virili” mi permetto di dire citando la Santa. Spiegate al mondo che la Chiesa è figura di Maria che ha generato un Figlio che è morto per amore. Amare fino a morire: questa è la lezione che i laici cristiani hanno bisogno di ricevere dai loro pastori. Si sa: nel matrimonio si possono creare situazioni limite insostenibili. Ma è anche vero che l’impressionante aumento dei cristiani che divorziano dipende dalla loro scarsa formazione all’amore. Non conoscono Gesù: non leggono il Vangelo, non Lo ricevono nell’Eucarestia, non hanno dimestichezza con Lui nella preghiera. Dove può andare la Chiesa con dei fedeli che sono infedeli all’amore, infedeli alla parola data? Cristiani tiepidi da vomitare, come dice la Scrittura (Ap. 3,16). Questo è il problema dei problemi. La formazione dei laici cristiani è carente. Non conoscono in pratica il primo comandamento che è quello dell’amore. Per cui facciamo tutti penitenza, preghiamo e impariamo dai primi cristiani che hanno saputo dare la loro vita per amore di Gesù. Come dice Costanza Miriano alle volte il matrimonio sarà come mordere un sasso, ma i santi martiri c’insegnano a mordere anche i sassi. Per amore, solo per amore.
domenica 5 ottobre 2014
I santi e l'Eucarestia
L’esperienza dei mistici può
aiutare me e tanti altri che mistici non sono. Santa Caterina da Siena
desiderava così fortemente ricevere la santa comunione che un giorno l’ostia
consacrata volò da lei che stava nel fondo della chiesa. Un’altra volta un
episodio simile si colorò di aspetti pratici che si rivelarono buffi. Caterina
desiderava ricevere la comunione e si recò nella vicina chiesa di San Domenico
dove il frate Raimondo da Capua, suo confessore, avrebbe celebrato la Messa.
Era però tardi e, siccome Caterina cadeva in estasi dopo aver ricevuto il
Signore sacramentato, le proibirono di comunicarsi perché la chiesa doveva
chiudere e non sapevano come fare con una in quello stato. (Anche San Giuseppe
da Copertino andava in estasi quando andava nel coro e s’innalzava in volo,
tanto che gli proibirono di scendere nel coro con gli altri. Quando si dice che
i santi danno fastidio…). Caterina pazientemente accettò di non ricevere la
comunione. Ma mentre fra’ Raimondo concludeva il rito si accorse che una parte
dell’ostia consacrata, che aveva frazionato, non c’era più. Pensando che fosse
caduta, la cercò in ogni modo e disse al sacrestano di non toccare nulla perché
doveva recarsi momentaneamente dalla Santa e al ritorno l’avrebbe ancora
cercata. Caterina gli parlò e alla fine del colloquio aggiunse, con un sorriso,
di non angosciarsi per quella frazione di ostia che non trovava. Fra’ Raimondo
capì. E anch’io ho capito meglio come mi devo accostare al più bel dono di Dio.
venerdì 26 settembre 2014
L'uomo non è un animale sentimentale
Aristotele diceva che l’uomo
è un animale razionale, oggi la cultura dominante ritiene l’uomo un animale
sentimentale. Solo così si spiega come mai piangiamo per la morte dell’orsa e
tiriamo avanti alla notizia di tre missionarie italiane sgozzate in Africa.
Erano tre donne che avevano offerto la loro vita a Dio e agli altri,
rinunciando agli amori, agli affetti personali e al loro paese, e permettiamo
che solo Dio se ne ricordi e le accolga: sui giornali non un approfondimento,
non una storia… Non c’è da scandalizzarsi, c’è da attrezzarsi. La cultura dei
media ci vuol convincere che l’uomo è un animale fra gli altri, che gli animali
hanno i nostri stessi diritti e, soprattutto, che l’uomo è solo su questa terra
e si costruisce da sé. Un quadro che lascia come punto irrisolto soltanto la
morte: un accidente che capita inaspettatamente a questo uomo-dio. Io, assieme
a molti altri migliori di me, ho il compito di far capire che l’uomo è una
creatura di Dio, reso figlio di Dio da Gesù: un essere che pensa e ama, anche
gli orsi ma nell’ordine voluto da Dio. Oggi come cristiano devo andare
controcorrente, devo studiare non solo il catechismo ma le vite dei santi, veri
amici di Dio. Santa Caterina scriveva “nel prezioso sangue di Gesù” e
concludeva le sue lettere con “Gesù dolce, Gesù amore”. Cristo aveva scambiato
il suo cuore con il Suo. Sta a me, ultimo della fila, addentrarmi nel mistero
dell’amore di Dio e comunicare agli altri, con tutti i media, che è vera questa
bella notizia.
giovedì 25 settembre 2014
Il primo ingegnere santo.
Su Tempi di questa settimana ho scritto questo ricordo di don Alvaro:
A qualcuno sarà capitato di leggere biografie sul proprio
padre. Penso che avrà vissuto la sensazione che io provo ora: quante notizie
belle e giuste! Ma per me, mio padre è mio padre. Perciò sono lieto che ci
siano tanti libri su don Alvaro del Portillo, ma a me piace ricordarlo come
l’ho conosciuto, prima da fratello maggiore e poi da padre.
Nei nostri incontri con San Josemaría don Alvaro (accento
sulla prima “a”, alla spagnola)
era sempre presente.
Soprattutto nelle prime riunioni col fondatore dell’Opus Dei eravamo
emozionati perché conoscevamo finalmente l’autore del libro di pensieri
“Cammino”, colui che era chiamato con affetto “Padre” da chi ci aveva
preceduto: San Josemaría metteva subito tutti a proprio agio con il suo
buonumore, anche se la sua fede, così tangibile e fondante, era commovente.
Quando il Padre entrava nella stanza lo seguiva un sacerdote sorridente che si
metteva nel fondo della sala, dietro a tutti. Se il Padre doveva ricordare
qualcosa: una frase o un nome, diceva con voce più alta: “Alvaro!” e la
risposta arrivava immediata. Mai c’era un’esitazione o un errore. Così
cominciammo ad affezionarci a questa figura dal sorriso buono che era come
l’ombra del Padre. Un’ombra molto efficace perché gran parte del peso della
costruzione dell’edificio giuridico e anche dell’edificio materiale della casa
centrale della Prelatura cadevano sulle sue spalle. Una volta don Alvaro si
ammalò e uno di noi disse a San Josemaría: “Padre è preoccupato?” e il Padre
rispose: “Figlio mio forse non ti rendi conto di quanto significa don Alvaro
per tutta l’Opera e per tutti voi…”.
Il suo carattere mite metteva a suo agio chiunque. San
Josemaría travolgeva l’interlocutore in un’onda di simpatia e di buonumore, e,
senza volerlo, metteva in imbarazzo coloro che non erano animati da rettitudine
d’intenzione che rimanevano spiazzati davanti ad un uomo di Dio che ragionava
in maniera soprannaturale. Viceversa gli uomini di fede e di preghiera
s’innamoravano di lui. Fra i cardinali entusiasti ricordo, ad esempio, Angelo
Dell’Acqua e Pietro Palazzini che erano apertamente convinti della santità di
San Josemaría, più di noi. Don Alvaro, da parte sua, riusciva a non mettere
nessuno in difficoltà, non spaventava nessuno: cosa singolare perché la vita mi
ha insegnato che la santità spaventa: non si spiega altrimenti la fiera
opposizione che tutti i santi hanno trovato nel loro percorso. Si potrebbe dire
che San Josemaría ha portato il suo messaggio impetuoso sotto gli occhi di
tutti. Don Alvaro, dopo la morte del Santo, riuscì a condurre in porto
l’itinerario giuridico dell’Opera e a realizzare imprese che il Padre aveva
soltanto progettato. In realtà è impossibile distinguere l’operato dei due
perché la loro azione era così congiunta che era difficile dire cosa faceva
l’uno e cosa l’altro. Senza dubbio il Padre aveva ricevuto il carisma
fondazionale ma don Alvaro (che aveva 12 anni meno di lui) gli stette a fianco
in totale unità d’intenzioni e d’azione.
Quando, nel 1975 San Josemaría morì, malgrado il nostro
dolore, l’Opera non subì nessuno scossone anzi, ne sono testimone in Italia,
subì un’accelerazione morbida come quella dei treni ad alta velocità. Ci fu un
fiorire di vocazioni all’Opera come se ci sentissimo tutti più responsabili e
il primo di noi era don Alvaro, che da fratello maggiore passò ad essere il
Padre. Lui stesso raccontò, contento e sorridente, che una collaboratrice
domestica gli aveva scritto dicendo: “Non è morto il Padre, è morto don Alvaro,
perché per noi c’è sempre il Padre”.
Non è da credere che la sua semplicità fosse semplicioneria.
Aveva brillantemente ottenuto la laurea in ingegneria trasporti, che era molto
impegnativa in Spagna, mentre lavorava intensamente nelle attività dell’Opera.
Dopo la laurea lavorò per qualche tempo come ingegnere. Il Padre aveva voluto
che si laureasse anche in lettere e che percorresse per bene l’itinerario degli
studi ecclesiastici prima di diventare sacerdote nel 1944 con altri due fedeli
dell’Opera. Erano i primi tre sacerdoti dell’Opus Dei. Il Padre si affrettò a
confessarsi con lui e a chiedergli in ginocchio la benedizione.
Nel 1943, ancora laico, in piena guerra, era venuto a Roma
in aereo (un viaggio avventuroso) per illustrare a Pio XII l’Opus Dei. Conobbe
allora mons. Giambattista Montini che, apprezzando il messaggio di chiamata
universale alla santità dell’Opus Dei, pronunciò la famosa frase: “Siete venuti
con un secolo d’anticipo”. Una frase che servì a don Alvaro per indurre il
Fondatore a venire a Roma nel 1946 e stabilirsi definitivamente.
La sua unità e dedizione a San Josemaría era totale. In uno
degli incontri pubblici del Fondatore una ragazza intervenne dicendo: “Una mia
amica mi ha fatto osservare con quanto affetto seguono il Padre coloro che
stanno sempre con lui. Chissà quante volte hanno sentito le stesse cose eppure
sono attentissimi a tutto ciò che dice”. San Josemaría non lo dette a vedere,
ma si commosse, e rispose con impeto: “Ebbene sì ci vogliamo bene…”
Fin dai primi tempi romani don Alvaro ebbe incarichi nei
vari dicasteri della curia pontificia, dove era stimatissimo. Partecipò
attivamente ai lavori preparatori del Concilio, nel dopoconcilio e negli anni
successvi, fino al 1975 quando fu eletto all’unanimità successore di San
Josemaría.
Singolarmente la sua mitezza era compatibile con una
capacità di lavoro inesauribile. Ricordo che proprio il 15 settembre del 1975,
quando diventò per noi il Padre, fu circondato dall’affetto di tutti e accolse
tutti con affettuosa cordialità. In quel periodo Joaquin Navarro Valls lavorava
nella segreteria dell’Opera occupandosi dei rapporti con i mezzi di
comunicazione. Eravamo insieme quando incontrammo il nuovo Padre, che fu
affettuosissimo. Ad un certo punto dette delle indicazioni pratiche a Navarro
con una tale lucidità ed efficacia che rimasi impressionato. Malgrado le
emozioni e le distrazioni a cui era sottoposto, don Alvaro non perdeva la
bussola e restava lucido ed efficiente.
Negli anni settanta lo incontrai diverse volte perché
lavoravo nella Commissione Regionale italiana (l’organo di governo dell’Opus
Dei per l’Italia) ma, fra tanti incontri, mi è rimasto impresso un piccolo
episodio, quasi troppo piccolo, ma per me significativo. Avevo lasciato Milano
(sede della Commissione), mi ero stabilito a Roma e attendevamo una visita
importante nella residenza universitaria dell’EUR: mi pare che si trattasse del
segretario di stato vaticano, il cardinal Agostino Casaroli. Tutto era ben
preparato, ma all’improvviso arrivò la disposizione di cambiare l’ordine delle
sedie in aula magna: non più in modo circolare ma orientate verso il palco. Ci
fu un bel po’ di confusione e noi tutti davamo una mano. All’improvviso mi
trovai di fronte don Alvaro che mi guardò affettuoso e disse: “ciao Pippo”. La
sala era piena di persone che il Padre conosceva e io ero impegnato in una
semplice manovalanza, in atteggiamento funzionale; non mi aspettavo un saluto
personale che, proprio per questo, mi è rimasto impresso. In mezzo alla
confusione il Padre manteneva la serenità e vedeva persone, figli suoi che gli
stavano a cuore uno per uno. Può sembrare un semplice episodio ma mi è rimasto
nel cuore: vorrei che il Signore mi accogliesse un giorno in Paradiso dove
trovare don Alvaro che mi dicesse: ciao Pippo!
Quando don Alvaro morì Giovanni Paolo II arrivò subito nella
Chiesa Prelatizia dell’Opus Dei in Viale Bruno Buozzi a Roma, dove giaceva la
salma. Si vedeva che era addolorato per la perdita di un caro amico, di un
amico stimato, di un amico santo. Si trattenne a lungo in preghiera e noi
pregavamo appassionatamente con lui, convinte che don Alvaro ci sorridesse dal
cielo. Sono stati momenti indimenticabili, di famiglia.
Qualcuno ha fatto notare che don Alvaro è il primo ingegnere
ad essere beatificato nella storia della Chiesa. E’ un fatto significativo
proprio per l’obiettivo a cui don Alvaro si è tanto dedicato: far comprendere a
tutti che il Signore chiama ciascuno alla santità, qualsiasi mestiere faccia,
spazzino o ministro. Ora diventa più chiaro che anche gli ingegneri possono
andare in Paradiso, purché non siano noiosi (difetto della categoria) e siano
spiritosi come i santi. Ma per me don Alvaro significa qualcosa di più: resta
il modello della fedeltà. Il Signore ci dona alcune creature eccezionali che
hanno grazie particolari, mistici, condottieri del bene, taumaturghi. Queste
persone ci aprono strade nuove, spalancano orizzonti di santità e San Josemaría
è uno di questi. Per i comuni fedeli non è così. A loro è richiesto solo di
amare in modo straordinario restando persone ordinarie, normali. Don Alvaro per
me è il capofila di questi fedeli, di quelli che non devono dire nulla di
nuovo, persone a cui è richiesta una sola cosa: la fedeltà. Non a caso i
cristiani si chiamano così: fedeli. Un nome che piaceva a San Josemaría e a don
Alvaro: fedeli!
sabato 20 settembre 2014
La recensione di Costanza
Non paga di aver scritto un'affettuosa e divertente prefazione al libro, Costanza Miriano ha scritto nel suo blog questa recensione che dimostra che l'amicizia, come l'amore, rende ciechi o quasi...
Se, come diceva santa Bernadette, avere la fede è vedere Dio ovunque, Pippo Corigliano di fede ne ha a camionate. Ho la fortuna di avere a che fare con lui abbastanza spesso (è consulente a Rai Vaticano, dove lavoro anche io), e ogni volta che parliamo di qualcosa che è successo nel mondo, anche di qualcosa che mi ha fatto arrabbiare, Pippo con un triplo axel, un quadruplo carpiato, un repentino ubriacante rovesciamento di prospettiva, riesce a trovare il disegno del bene anche nel groviglio più fitto del male. Qualcosa per cui gioire, il lato positivo, la possibilità della soluzione. Insomma, l’impronta di Dio nel mondo.
Non parliamo, invece, di quello che succede se oggetto della conversazione è una persona. Pippo ha un’abilità quasi soprannaturale di vedere il lato bello di chiunque, di scusare l’imperdonabile, di capire l’incomprensibile. E poi c’è la famosa risata pippesca. Una versione di risata che sfodera puntualmente quando c’è qualcosa che si dovrebbe proprio criticare, e non si riesce a salvare niente, neanche con tutta la fantasia. Allora, in quel caso, pur di non dire una parola negativa su nessuno Pippo ride, e dice “be’, a un certo momento… capisco…” e vari intercalare generici che servono a cambiare argomento e a virare velocemente su argomenti neutri quali le mezze stagioni e il disgelo del Polo.
Questo sguardo sorridente sul mondo, quest’occhio benevolo sulle persone, questa fede incrollabile nel fatto che siamo figli di Dio, stirpe regale, Pippo li traduce ogni settimana in una Cartolina, una breve riflessione (si sa, gli uomini, soprattutto se ingegneri, hanno questo mirabile dono della sintesi, a me sconosciuto) per scovare nella realtà le ragioni della speranza.
E adesso di queste cartoline è uscita una raccolta. Ho già svelato le ragioni del mio conflitto di interessi – sono amica di Pippo – ma lo stesso, consapevole che verrò ingiustamente sospettata di insider trading, aggiotaggio e anche un po’ di abigeato (non c’entra, ma erano anni che aspettavo di usare questa parola) consiglio a tutti i miei amici di comprare questo Cartoline dal Paradiso, appena uscito in libreria per edizioni Ares e Tempi, anche perché, fatto non trascurabile, le cartoline sono brevissime, e durano ciascuna giusto il tempo di un rosso al semaforo, di un’attesa al banco gastronomia (due numeretti, a occhio e croce), di una breve sosta in bagno (che come si sa almeno per noi mamme è uno dei momenti culturali più alti della giornata, da quando si riacquista il privilegio di poter chiudere a chiave la porta). Un modo agevole di portarsi con sé un sorriso in borsa, senza assumere sostanze stupefacenti.
Purtroppo questo libro ha un fastidioso effetto collaterale. Ti fa venire voglia di fare le cose bene, di essere una persona migliore, perché di fronte alla tenerezza di Dio descritta questa è la prima reazione. Ti viene da cercare di essere migliore, e io adesso non ne avrei tanta voglia. Ho troppe cose da fare e vorrei prendere la scorciatoia, farle male, vivacchiare, imboscarmi, ma se si leggono le cartoline non si riesce più tanto.
Infine c’è da dire una cosa. In questo libro vengono dette cose durissime e coraggiose sulla natura del potere, sul degrado dell’Occidente, sui cristiani tiepidi, sulla manipolazione culturale, sulla legislazione italiana e sugli scenari mondiali. Cose che sui giornaloni non si leggono. Eppure vengono dette col sorriso dell’esperto portavoce, con questo tono partenopeo sempre elegante, con questa calma da ingegnere padrone della situazione… insomma, anche la sgridata uno, così, se la prende volentieri.
Se, come diceva santa Bernadette, avere la fede è vedere Dio ovunque, Pippo Corigliano di fede ne ha a camionate. Ho la fortuna di avere a che fare con lui abbastanza spesso (è consulente a Rai Vaticano, dove lavoro anche io), e ogni volta che parliamo di qualcosa che è successo nel mondo, anche di qualcosa che mi ha fatto arrabbiare, Pippo con un triplo axel, un quadruplo carpiato, un repentino ubriacante rovesciamento di prospettiva, riesce a trovare il disegno del bene anche nel groviglio più fitto del male. Qualcosa per cui gioire, il lato positivo, la possibilità della soluzione. Insomma, l’impronta di Dio nel mondo.
Non parliamo, invece, di quello che succede se oggetto della conversazione è una persona. Pippo ha un’abilità quasi soprannaturale di vedere il lato bello di chiunque, di scusare l’imperdonabile, di capire l’incomprensibile. E poi c’è la famosa risata pippesca. Una versione di risata che sfodera puntualmente quando c’è qualcosa che si dovrebbe proprio criticare, e non si riesce a salvare niente, neanche con tutta la fantasia. Allora, in quel caso, pur di non dire una parola negativa su nessuno Pippo ride, e dice “be’, a un certo momento… capisco…” e vari intercalare generici che servono a cambiare argomento e a virare velocemente su argomenti neutri quali le mezze stagioni e il disgelo del Polo.
Questo sguardo sorridente sul mondo, quest’occhio benevolo sulle persone, questa fede incrollabile nel fatto che siamo figli di Dio, stirpe regale, Pippo li traduce ogni settimana in una Cartolina, una breve riflessione (si sa, gli uomini, soprattutto se ingegneri, hanno questo mirabile dono della sintesi, a me sconosciuto) per scovare nella realtà le ragioni della speranza.
E adesso di queste cartoline è uscita una raccolta. Ho già svelato le ragioni del mio conflitto di interessi – sono amica di Pippo – ma lo stesso, consapevole che verrò ingiustamente sospettata di insider trading, aggiotaggio e anche un po’ di abigeato (non c’entra, ma erano anni che aspettavo di usare questa parola) consiglio a tutti i miei amici di comprare questo Cartoline dal Paradiso, appena uscito in libreria per edizioni Ares e Tempi, anche perché, fatto non trascurabile, le cartoline sono brevissime, e durano ciascuna giusto il tempo di un rosso al semaforo, di un’attesa al banco gastronomia (due numeretti, a occhio e croce), di una breve sosta in bagno (che come si sa almeno per noi mamme è uno dei momenti culturali più alti della giornata, da quando si riacquista il privilegio di poter chiudere a chiave la porta). Un modo agevole di portarsi con sé un sorriso in borsa, senza assumere sostanze stupefacenti.
Purtroppo questo libro ha un fastidioso effetto collaterale. Ti fa venire voglia di fare le cose bene, di essere una persona migliore, perché di fronte alla tenerezza di Dio descritta questa è la prima reazione. Ti viene da cercare di essere migliore, e io adesso non ne avrei tanta voglia. Ho troppe cose da fare e vorrei prendere la scorciatoia, farle male, vivacchiare, imboscarmi, ma se si leggono le cartoline non si riesce più tanto.
Infine c’è da dire una cosa. In questo libro vengono dette cose durissime e coraggiose sulla natura del potere, sul degrado dell’Occidente, sui cristiani tiepidi, sulla manipolazione culturale, sulla legislazione italiana e sugli scenari mondiali. Cose che sui giornaloni non si leggono. Eppure vengono dette col sorriso dell’esperto portavoce, con questo tono partenopeo sempre elegante, con questa calma da ingegnere padrone della situazione… insomma, anche la sgridata uno, così, se la prende volentieri.
Papa Francesco spinge a pregare
Il Papa segue una doppia
linea formativa nei confronti dei fedeli: da una parte li abitua ad una visione
internazionale e a rendersi conto che esistono lobby che influiscono sui
governi e sulle guerre in corso (vedi le parole del Pontefice a Redipuglia), d’altra
parte il Papa cura la vita interiore delle persone svolgendo una vera e propria
direzione spirituale. All’Angelus di fine agosto ha ripetuto il consiglio: il
Vangelo, l’Eucarestia e la Preghiera. Tre momenti essenziali nella vita dei
cristiani. Grazie al Vangelo si diventa amici di Gesù. Il Papa consiglia di
leggerlo ogni giorno, ciclicamente. Il Vangelo è un nutrimento sempre
necessario e sempre nuovo. Non stanca mai. L’Eucarestia è il sacramento
principe che consente a Gesù e al suo Spirito di prendere possesso della nostra
anima riottosa e trasformarla. La preghiera è il mezzo meno conosciuo per
attivare la nostra intimità con Dio. A parte le preghiere vocali – Pater, Ave e
Gloria – più conosciute, il cristiano d’oggi è poco formato alla preghiera. Non
c’è nella mentalità dominante l’idea che la preghiera serve sempre, non solo
nei casi disperati. Il Papa ci aiuta convocandoci in momenti particolari a
veglie di preghiera, molti gruppi di preghiera si stanno muovendo in vista del
prossimo Sinodo sulla famiglia. Ma devo capire che senza un tempo fisso
dedicato alla preghiera non potrò avviarmi ad un cammino di santità. Diceva
Santa Teresa che un quarto d’ora d’orazione al giorno basta per salvarsi.
Mezz’ora forse è meglio…
mercoledì 17 settembre 2014
Qualcosa è cambiato fra Occidente e Oriente
Quando ero bambino tutto ciò
che era americano era buono. Un asciugamani, un utensile, un’automobile, un
frigorifero, i film, i jeans, il boogie woogie, tanto che Renzo Arbore ha
composto una canzone: “Perché nun ce ne jamm’in America?”, in cui decanta gli
hot dogs, gli sceriffi e i juke-box. Da ragazzo ho appreso che c’è stato un
piano Marshall che ha aiutato l’Italia a rialzarsi e che le elezioni del
’48 (che salvarono l’Italia
dall’egemonia sovietica) furono merito di una mobilitazione generale ma furono
anche “benedette” dalla potenza americana. Avevo sei anni allora e ricordo
ancora l’immagine spaventosa di Stalin con la minaccia: “Ha da venì baffone…”.
Da una parte c’era l’impero del bene, dall’altra quello del male. L’Occidente
amico e rassicurante cominciò a cambiar volto con l’uccisione di Kennedy e poi
nel ’68 con mode e modelli inquietanti: la fantasia al potere, i figli dei
fiori, droga, liberazione sessuale, divorzio, aborto come conquista,
esaltazione dell’omosessualità, eutanasia, utero in affitto e via profetando.
Il tutto presentato come una marcia verso la felicità, mentre in realtà ci sono
solo deserto e carcasse di morti. I cosacchi non hanno abbeverato i cavalli
nelle fontane di Piazza San Pietro, la Russia è stata più volte consacrata alla
Madonna dai Pontefici, e il presidente russo ha portato a Papa Francesco
un’icona di Maria, baciandola lui per primo. Qualcosa è cambiato e chi ha fede
non può ignorare tutto ciò. La Vergine ci guidi e indichi le strade giuste.
venerdì 5 settembre 2014
Descrizione di "CARTOLINE DAL PARADISO. OTTIMISTI SEMPRE, PREOCCUPATI MAI"
Così l'editrice Ares presenta il libro:
"Pippo non è una persona come tutti gli altri, lui vive con i piedi per terra ma lo sguardo fisso verso il Cielo. D’altra parte lui lo ha detto: come san Filippo Neri, "preferisce il Paradiso".
A me succede di arrabbiarmi se le cose vanno storte, se qualcuno mi fa una prepotenza, se subisco un’ingiustizia. A Pippo no. Lui trova sempre qualcosa di cui gioire in tutto ciò che accade!"
(Dalla Prefazione di Costanza Miriano)
Tre anni, centocinquanta cartoline, attraverso cui l’autore commenta i fatti dell’attualità per invogliarci a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, nonostante la crisi, nonostante il governo, nonostante le alluvioni e i terremoti, nonostante tutto...
Senza pretesa di insegnare nulla, Corigliano sa fare breccia nei cuori e donare al lettore con un sorriso le ragioni profonde e per nulla scontate della sua speranza.
Il volume esce in collaborazione con il settimanale Tempi, sulle cui colonne le «cartoline» sono venute alla luce.
L'autore
Pippo Corigliano, autore di successo per Mondadori con la trilogia Preferisco il Paradiso, Un lavoro soprannaturale e Quando Dio è contento nel suo profilo Twitter si descrive così: "Un ingegnere prestato alla comunicazione. Gli piacciono san Josemaría, san Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger e Papa Francesco. Anche Napoli, i faraglioni e la pizza".
Per ordinare il libro con lo sconto cliccare su: http://www.libreriacoletti.it/libro/CARTOLINE-DAL-PARADISO-OTTIMISTI-SEMPRE-PREOCCUPATI-MAI/9788881556151
lunedì 1 settembre 2014
I missili dei cristiani
C’è un missile che arriva sempre
al bersaglio ed è la preghiera. Un giornalista ha chiesto al Papa se ritenesse
inutile l’incontro in Vaticano fra israeliani e palestinesi, visto il
precipitare degli eventi. Il Papa ha risposto che anche tra il fumo delle bombe
si intravede una porta che la preghiera aprirà. Mi sembra che abbia ragione.
Duemila anni di storia c’insegnano che il cristianesimo sempre perseguitato non
viene mai sconfitto; che problemi che sembrano insolubili si risolvono e si
sciolgono come la neve al sole. Sono devoto a Santa Caterina da Siena che da
buona toscana aveva il senso dell’umorismo. Lei stava il più possibile ritirata
in una cella a casa sua e quando la carità la portava a girare per il mondo si
faceva una cella interiore nel proprio animo. La Provvidenza la portò ad
Avignone: i fiorentini la condussero perché risolvesse per loro una divergenza
col Papa, lei non riuscì in questo intento ma invece convinse il Papa a tornare
a Roma: un problema che allora sembrava insolubile. Il Papa, che la stimava,
trovò il coraggio, affrontò molte difficoltà e tornò a Roma. Da allora il Santo
Padre riprese a governare la Chiesa dalla cattedra di Pietro. Non spaventiamoci
delle aggressioni e preghiamo per i martiri. Noi abbiamo i veri missili che
vanno sparati col carburante della fede. Non stanchiamoci di pregare. Gesù non
abbandona i suoi. Chiediamo di essere davvero suoi, non perché portiamo una
casacca ma perché abbiamo fede in Lui e crediamo nell’arma della preghiera.
sabato 23 agosto 2014
Il Paese ha bisogno di laici santi
Nel 1945 l’Italia era ridotta
all’estremo. Finiva la guerra civile nel nord, Mussolini veniva ucciso, mancava
il pane. Io avevo tre anni e non me ne accorgevo perché sui bambini non si
fanno pesare le tragedie. A Napoli sotto casa un’orchestrina americana suonava
sia il boogie woogie che Lilì Marlene, la canzone malinconica tedesca che aveva
superato il fronte. Un soldato americano mi regalò dei cioccolatini, c’era la
tessera per il pane ed era arrivato il burro salato americano assieme al latte
in polvere. Dopo solo15 anni facevo la maturità in un paese pieno di slancio
che godeva di una moneta stabile ed era al quarto posto fra le potenze
industriali del mondo. Il lavoro degli italiani (e di governanti cristiani che
pensavano al bene del Paese) aveva fatto questo. La Provvidenza guida svolte
impensabili: a Lei bisogna rivolgersi e per questo c’è bisogno di tutti coloro
che hanno fede, a qualsiasi famiglia spirituale appartengano. Ora siamo il
Paese che non fa figli, che vuol chiamare matrimonio l’unione omosessuale, che
registra un numero sempre più alto di divorzi, che vuole rimuovere la libertà
(e l’obiezione) di coscienza. Il Papa ha pregato con i giovani coreani per la
riunificazione del loro Paese. Noi dobbiamo pregare per la risurrezione morale,
politica ed economica del nostro; dobbiamo riconoscere i nostri errori e
superficialità. Il nostro Paese ha bisogno di santi laici. Solo così avremo lo
slancio per superare le avversità e l’esperienza negativa diventerà un
arricchimento.
venerdì 15 agosto 2014
chi salverà l'Occidente?
Alla
viglia del Meeting di Rimini è lecito alzare lo sguardo e chiedersi: chi
salverà lOccidente? Quest’Occidente che sembra volersi suicidare con una
cultura di morte? Una risposta (specialmente in coincidenza col viaggio del
Papa in Corea) potrebbe essere: l’Oriente. Quei cristiani d’Oriente (Corea,
Filippine, Cina…) immuni dal virus dell’anticlericalismo. Probabilmente sarà
anche così ma non possiamo delegare le nostre responsabilità. L’Occidente sarà
salvato da quel residuo di cristiani che hanno fede e, malgrado tutto, i
cattolici italiani avranno un ruolo fondamentale. Quali sono le qualità che la
Provvidenza sembra richiedere ai cattolici italiani? Il Meeting risponde a
questa domanda in modo esemplare anche per coloro che non sono esplicitamente
allievi di don Giussani.
Salveranno
l’Occidente e il mondo intero persone che sapranno essere del mondo senza
essere mondani. Persone che sanno “di dover diminuire perché Lui cresca in
noi”, per dirla con S. Giovanni Battista e tutti i santi a seguire. I percorsi
però di questa fede sono nuovi rispetto ai secoli passati: non la fuga dal
mondo ma prendersi il mondo con la propria vita limpida. Prima di tutto il
matrimonio: i cristiani di domani saranno i figli degli odierni matrimoni
cristiani forti davanti alle avversità. E poi la capacità di riformare la
società secondo i criteri indicati dal Papa: una società imperniata sulla
persona e sul lavoro e non soltanto sul profitto. Far questo è un problema di
fede non di altra natura.
lunedì 28 luglio 2014
Il Paradiso al Meeting
Guardare in faccia una persona è il miglior modo per
conoscerla. Andare al Meeting di Rimini vuol dire guardare in faccia i figli
spirituali di don Giussani e avere il piacere di conoscerli meglio. Sono già
stato tre volte al Meeting e ogni volta è stata un’emozione. Gli organizzatori
sono di una simpatia straordinaria e i volontari sono altrettanto emozionanti testimoniando
la carica spirituale che è stata loro trasmessa. Passare le proprie vacanze per
mettersi al servizio degli ospiti del Meeting, facendo i lavori più diversi,
dall’impiantista all’autista, significa aver imparato la logica di Gesù: quella
del servire.
Quest’anno vado per presentare la raccolta delle
Cartoline dal Paradiso (Ed. Ares) con Luigi Amicone, il direttore di Tempi. Mai
cognome fu più azzeccato. Luigi ti trasmette la gioia della fede che don
Giussani gli ha suscitato. Conoscere Luigi è riconoscere don Giussani. E’ stata
sua l’idea delle cartoline dopo un mio libro sul Paradiso (Ed. Mondadori): un
manuale d’istruzioni su come arrivare alla vita eterna estratto direttamente
dalla Bibbia. Anche il nome “cartoline” è stata un’idea sua. Il 27 agosto ne
parleremo pubblicamente in un angolo del Meeting gestito da Tempi, il
settimanale necessario, quasi indispensabile, per il laico cristiano. Ci
lavorano persone intelligenti e simpatiche come Benedetta Frigerio, Pietro
Piccinini e altri. Collaborano persone di gran calibro come Annalisa Teggi e
Marina Corradi. Non resta che abbonarsi a Tempi e venire al Meeting.
martedì 22 luglio 2014
Il rosario sotto le stelle
Il rosario sotto le stelle.
Per me è un momento pieno di ricordi. Avevo 18 anni e, con sorpresa di mia zia,
le chiesi di recitare il rosario insieme. Fino all’anno prima non avevo
partecipato a questa preghiera domestica anzi ne facevo un’affettuosa
imitazione: “Ave Maria piena di grazia.. (Ninì hai chiuso i polli? Sì).. Santa
Maria madre di Dio..”. Eravamo in Calabria d’estate e la preghiera si recitava
sul terrazzo, mentre l’Orsa maggiore dominava splendente rimandando alla stella polare più in là. Mia
zia non mi avrebbe più rivisto per anni perché la Madonna, grazie anche alle
sue preghiere, mi stava indicando una strada di dedizione a Dio. La rividi
molto tempo dopo e bevve con occhi lucidi il racconto della mia vocazione. In
questi giorni la ricordo pregando su una scogliera, con le stesse stelle.
Guardare le stelle è perdersi
nell’infinito, un infinito che è grande ma poca cosa rispetto alla capacità di
amare che ci rende prìncipi del creato. Di giorno nuoto con occhialini verificando
com’è creativo il creatore. I saraghi piccoli sono elegantissimi vestiti
d’argento con una fascetta nera poco prima della coda. Le salpe pascolano nella
zona delle alghe mimetizzandosi col dorso verde: ogni tanto lampeggiano riflettendo
il sole col ventre argenteo. Sempre nuovi incontri: pesci maculati di cui non
conosco il nome, con le sarde e tanti pesciolini neri che non hanno paura. Se esco
in canoa ogni tanto saltano dei branchi di alici. La natura parla di Dio e mi
fa parlare con Dio.
giovedì 17 luglio 2014
Il Sud mi rende più buono
Uno dei messaggi del Concilio Vaticano II è
valorizzare ciò che Dio ha creato: amare il mondo, senza essere mondani. Un
cristiano perciò s’identifica con Gesù anche percorrendo come Lui le strade del
mondo. Per me che mi trovo nel Sud Italia (prima in Calabria e poi in Sicilia)
è particolarmente evidente che le creature sono buone. Chi ama l’ordine, il
funzionamento preciso dei trasporti, la puntualità, può andare a Dusseldorf ma se
preferisce le persone creative e intelligenti, capaci di vera amicizia, il Sud
Italia è il posto ideale. Il Sud è una continua scoperta. La compagnia di
persone affettuose e profonde, che sanno chiedersi qual’è il senso della vita,
che hanno un senso devoto dell’ospitalità, è forse il bene più prezioso,
assieme a un contorno di piccole cose liete. La frutta è saporita forse perché
non passa per troppi intermediari. Il mare, il grande mare blu dove lo sguardo
si sperde, fa lievitare un senso di letizia nel cuore. Anche il mar Baltico è
mare, ma il mare del Sud è “mare mare”. Salato, calmo, trasparente. Un conoscente
veniva via dalla spiaggia perché era “sporco”: c’erano qua e là delle chiazze
bianche piccoline, subito scomparse. Tralascio il confronto col mare nei pressi
Roma o più su. A Monte Paone in Calabria c’è un gelataio, un artista, che fa
delle granite (i gusti assaggiati: mandorla, mandarino, pompelmo rosa) che
spopolerebbero altrove ma lui vuol restare al suo paese. Il Sud mi rende più
buono: il forte sole mi avvolge e mi fa tornare bambino.
mercoledì 9 luglio 2014
Tracciare la strada per il laico cristiano
Oggi il compito principale
per la Chiesa è la formazione dei laici. Non sono io che lo dico ma il Concilio
Vaticano II: il nucleo fondamentale del suo messaggio è la chiamata universale
alla santità. Anche i laici sono chiamati ad essere uomini e donne di Dio. Chi
è per noi un laico cristiano? Se confronto l’idea corrente di cristiano normale
con quella dei primi cristiani, com’è prospettata negli Atti degli Apostoli,
vedo una differenza abissale. La familiarità con lo Spirito Santo, la
generosità economica, l’iniziatica apostolica, la fiducia nella preghiera,
erano di un livello quasi inimmaginabile per un cristiano d’oggi. Come colmare
questa differenza? Occorre pregare il Padrone della messe perché mandi operai…
e questo è il primo passo. Il secondo è adeguare a livelli più alti gli
obiettivi di chi ha la responsabilità della formazione dei laici. Chi va a
Messa la domenica, non tradisce la moglie, e non ammazza è un cristiano al
primo gradino ma bisogna salire più su: arrivare al livello dei santi, di Santa
Caterina, di Santa Teresa, di Padre Pio. Rapporto continuo con Gesù,
preoccupazione affettuosa per gli altri, frequenza dei sacramenti, approfondimento della fede, impegno nel lavoro
ben fatto, relazione leale con i colleghi, rapporto continuo con i figli e così
via. E’ vero che per secoli il modello di santità sono stati frati, suore,
fondatori, vescovi ma sarà la comunione con Gesù a suggerire strade nuove. Col
Suo aiuto creativo le tracceremo col nostro cuore innamorato.
sabato 5 luglio 2014
L'estate e lo Spirito Santo
Il Concilio Vaticano II ha operato un
cambiamento di prospettiva. Si era affermata da alcuni secoli una visione del
mondo percepito esclusivamente come occasione di peccato. Una visione che non
esisteva nel Medio Evo, basti pensare al cantico delle creature di San Francesco
o a Santa Caterina da Siena che diceva (la cito sempre): “Tu mi dici: non vorrei
essere assorbito dalle cose mondane e io ti rispondo che siamo noi che le
rendiamo mondane perché tutto procede dalla bontà divina”.
Essere del mondo senza essere mondano: è una prospettiva che il Concilio
riafferma e che san Josemaría apriva fin dagli anni ’30. Una cosa è amare il
mondo come creatura di Dio e altro è farsi dominare da una prospettiva mondana.
L’antidoto è uno: la fede.
Alla vigilia di un periodo estivo è il momento
di fare il punto su come affronto i giorni dell’estate. Sia in città che in
vacanza tutto diventa più facile: vestirsi, mangiare, fare sport. Perfino il
lavoro, quando tocca, è più rilassato. E’ il momento di puntare al meglio. Se
la mia vocazione di cristiano è identificarmi con Gesù devo rendere più facile
questa realtà. E’ Lui che opera: a me tocca semplificargli l’azione. Comunicarmi,
leggere il Vangelo e qualche libro di spiritualità (Confessioni di S. Agostino,
Ratzinger…), recitare il Rosario sotto le stelle, dedicare tempo davanti al
Tabernacolo, essere più affettuoso e attento agli altri. E’ il momento dello
Spirito Santo: un pilota automatico che mi aiuta a “lasciarmi andare” nel modo
giusto.
sabato 28 giugno 2014
Pubblicare o no le lettere che mi arrivano?
Finora non ho pubblicato lettere ricevute a proposito dei miei libri: mi sembra un autopromozione fuori luogo. Faccio un'eccezione per queste due perché spero che facciano del bene.
Caro Pippo!
Mi sento di chiamarti così dato che con questo nome ti ho conosciuto. Oggi ho
visto che è il tuo compleanno e ho deciso di scriverti dopo ormai tre anni che
ho letto il libro “Preferisco il Paradiso”. Intanto auguri! Spero di farti un
piccolo regalo scrivendoti queste due parole. In un periodo molto duro e buio
mi è capitato per caso di avere per le mani il tuo libro..era un momento in cui
soffrivo così tanto che non riuscivo a parlare con nessuno né volevo cercare
risposte. Eppure, quando avevo particolari momenti di sconforto, oltre ad
andare davanti a qualunque Tabernacolo, prendevo il libro e lo leggevo. Ero
stata vicina all'Opera ma poi non più..e l'unica salvezza in quei mesi era la
mia preghiera a tu per Tu con Dio. Trovavo nel tuo libro come una voce amica
che mi faceva vedere cose che non volevo sentire da nessuno. In poche
parole..davvero mi ha accompagnato su quella strada che poi a poco a poco, con
TANTA Grazia, si è appianata facendomi vivere tutta la potenza della
Risurrezione e la chiarezza della mia vocazione. Ormai appunto è passato
qualche anno ma non posso non ricordare con grandissimo affetto “Preferisco il
Paradiso” e il suo autore. Con questo voglio dirti grazie per essere stato
fedele a Dio quando ti chiedeva di parlare a molte persone, scrivendo. E'
davvero incredibile come i nostri gesti arrivino così lontano, anche a chi non
conosciamo e in molti casi siano determinanti per la vita delle persone. Tanto
da essere parte di veri e propri miracoli.. Tanti auguri e buon proseguimento!!
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Un pezzo di
Lei alle Maldive... Ho regalato questo libro ad una amica in partenza x le
Maldive e mi ha mandato questa foto, ringraziandomi per la bellezza delle cose
lette.. Mi sembrava carino farglielo sapere e ringraziarla a mia volta
mercoledì 25 giugno 2014
Mi fido delle persone che hanno devozione alla Madonna
Io mi fido delle persone
che hanno devozione alla Madonna. E’ un’affermazione generica che può sembrare
ingenua ma ha il suo fondo di verità. E’ difficile che una persona abbia un
tenero affetto per Maria e poi sia un mascalzone a tutto tondo. Viceversa i popoli
che non hanno nella loro cultura la devozione alla Madonna sono più portati
agli eccessi e alla crudeltà. La moglie di Scott Hann descrive il suo
avvicinamento al cattolicesimo nel libro “Rome sweet home” (ed. Ares in
italiano). Figlia di un pastore protestante, racconta come la resistenza
maggiore per avvicinarsi al cattolicesimo fosse proprio la devozione mariana:
in particolare le restava un’innata repulsione a recitare l’Ave Maria. Un
giorno in chiesa una bambina si avvicina e le chiede: “il confessore mi ha
detto di recitare un’Ave Maria, mi aiuti a recitarla?”. E così Kimberly per la
prima volta recitò un’Ave Maria. L'apertura del cuore alla Madonna è l'inizio
della pace di Cristo nell'anima. Maria è una garanzia di ortodossia ed è madre
dell’amore bello. Chi l’ama diventa una persona dolce ed equilibrata,
affidabile e capace di comprensione. I popoli devoti a Maria sono allegri ed
umani, cantano e ballano. Maria ci preparara la strada sicura e libera dai
pericoli, anche se non ce ne rendiamo sempre conto. L'invito di Gesù ad essere
come bambini si realizza mettendosi nelle sue braccia. Nei pericoli mi afferro
al suo manto azzurro e mi sento sicuro. La Trinità è famiglia e che famiglia
c'è senza una madre?
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